giovedì 2 aprile 2009

Il Lato Nascosto della Luna



















La prima missione lunare indiana e l’esistenza di manufatti Alieni sul nostro satellite. Ne parla il ricercatore aerospaziale Richard C. Hoagland.

Il 14 Novembre l’India è riuscita a far atterrare una sonda spaziale sulla superficie lunare. La sonda era stata lanciata dal satellite Chandrayaan-1 (dal sanscrito “veicolo lunare”) e giunta ad un centinaio di chilometri dalla Luna era entrata nella sua orbita lo scorso 8 Novembre. Lanciato dall’Organizzazione Indiana per le Ricerche Spaziali il 22 Ottobre, il Chandrayaan-1 è il primo tentativo da parte del Paese asiatico di raggiungere la Luna. L’India è così entrata a far parte del ristretto gruppo di nazioni che hanno raggiunto la Luna ed è una delle tre ad avere attualmente dei mezzi spaziali in orbita lunare. Le prime immagini ad alta risoluzione della superficie lunare sono già arrivate e suscitano particolare interesse in chi è alla ricerca di verifiche indipendenti del suo vero aspetto, come Richard C. Hoagland, che ha speso anni analizzando le immagini NASA della Luna e di Marte. Nel suo libro “Dark Mission” (2008),

Hoagland sostiene che la NASA, grazie al Jet Propulsion Laboratory, ha sistematicamente nascosto o alterato le immagini satellitari che indicavano la presenza di manufatti extraterrestri su entrambi i corpi celesti.
Secondo il ricercatore, inoltre, la NASA dipende dal U.S. Department of Defence (DOD) come evidenziato dalle normative dello statuto NASA.

Ho contattato Richard Hoagland per domandargli un parere sulla missione Chandrayaan-1, anche in relazione alle sue tesi sulla presenza di manufatti ET. Prima di rispondere alle mie domande, ha riportato la seguente dichiarazione del neo-presidente Barack Obama, pronunciata il 22 Ottobre: «Con il lancio da parte dell’India del suo primo modulo lunare, a breve distanza dalla prima passeggiata nello spazio della Cina, ci viene ricordato quanto sia urgente per gli Stati Uniti rivitalizzare il nostro programma spaziale se vogliamo rimanere i leader indiscussi dello spazio, della scienza e della tecnologia».

Michael Salla: Per quanto tempo potrà continuare il cover-up della NASA/DOD sui manufatti extraterrestri, ora che l’India e altre nazioni inviano satelliti attorno alla Luna e sonde sulla sua superficie?

Richard Hoagland: «Se Obama (e chi c’è dietro di lui…) è davvero interessato alla nuova missione lunare dell’India, come lascerebbe supporre la sua dichiarazione (né Bush, né McCain ne hanno fatte di simili), allora Obama deve anche sospettare (o sapere!) il “perché” di questa spesa assolutamente “anti-economica” da parte dell’India e il perché stia progettando altre, ben più costose, missioni lunari con i russi! Dunque, se il “ cover-up NASA/DOD sui manufatti alieni” dovesse continuare con l’Amministrazione Obama, potrebbe riguardare, in parte, la personale conoscenza di Obama delle motivazioni che hanno spinto l’India ad andare sulla Luna… e i relativi, futuri progetti per un qualche tipo di “nuove relazioni” con la Russia (Putin). In breve: è stato piazzato un colpo in favore del disclosure – se non altro perché più gli altri “giocatori” internazionali sono coinvolti (sebbene controllati da una “fonte centrale”, “la Famiglia”)… più opportunità ci sono che trapelino nuovi dati, pianificati o meno».


M.S. Gli Indiani riusciranno a ottenere un data base indipendente su ciò che si trova sulla superficie lunare?

R.H. «La missione Chandrayaan è dotata di un equipaggiamento che è lo stato dell’arte dell’alta risoluzione: videocamere, radar e uno strumento unico progettato per registrare specificamente “TLP” (Transient Lunar Phenomena) ripresi dall’orbita lunare. Noi della Enterprise, in base alle immagini NASA, riteniamo che le “luci” da molto tempo segnalate siano in realtà riflessi solari irregolari provenienti dai resti di strutture vitree sulla Luna, visibili in quelle immagini NASA! Abbiamo esempi sorprendenti, nel database della NASA, di riflessi vitrei. Se fosse così, il fatto che gli Indiani abbiano inviato uno strumento nell’orbita lunare per studiare e riprendere questo misterioso fenomeno, sarebbe interpretabile come una significativa anticipazione dei loro piani per rivelare la fonte di quei riflessi, non appena disporranno dei loro dati TLP: antiche rovine in vetro sulla Luna!»


M.S.: Quali sono le tue previsioni sul tentativo della NASA/DOD di influenzare quanto gli indiani potrebbero divulgare del loro futuro database lunare?

R.H.: «Alcuni anni fa il Governo Indiano ha firmato un “memo of understanding” con la NASA, su questa loro missione lunare ( ). Di conseguenza, esistono un paio di esperimenti di volo NASA della missione Chandraayan, oltre a quelli effettuati dagli indiani, che hanno visto il coinvolgimento di scienziati del JPL. Se però il Governo indiano sta progettando di rivelare “il materiale autentico”, non credo che la NASA potrà influenzare molto i loro grandi obiettivi politici. Di nuovo, dipende tutto dagli accordi presi in cima alla catena di comando e da quanto “cambiamento” Obama (e la gente dietro di lui) sta realmente portando avanti… aspettando il 2012».


M.S.: Credi che l’India sia un possibile candidato alla divulgazione pubblica dell’esistenza di manufatti sulla Luna attraverso le immagini satellitari?

R.H.: «Sì, assolutamente. I testi Veda contengono indicazioni straordinarie di un’antica, sconvolgente storia hi-tech dell’umanità (dai tempi remoti in cui la Luna, Marte e molti altri corpi del sistema solare, erano abitati dai nostri antenati). Se deve esserci il “disclosure” di queste verità a lungo taciute, allora nessuno sarà miglior “messaggero” dell’India, ammesso le venga consentito renderle pubbliche dalle altre forze geopolitiche. La curiosa puntualizzazione di Obama sulla missione lunare indiana, settimane prima di essere in grado di fare qualsiasi cosa, è un segno molto interessante di quando potrebbe accadere nei prossimi mesi…».


M.S.: Per finire, prevedi che chi sta dietro alla segretezza sia completamente consapevole del disclosure dell’India su quello che si trova sulla superficie lunare e possa dunque impedirlo, per non perdere credibilità?

R.H.: «Anche questo ci riporta alla reazione pubblica di Obama di fronte alla missione Chandraayan, ancor prima di essere eletto. Sono cautamente positivo sul “cambiamento” in arrivo. Ammesso che tutto ciò si verifichi, per chiunque avvierà per primo questo cambiamento (noi, per paura di ”perdere la faccia”, gli Indiani) la corsa oggi è cominciata.

C’è una certa logica dietro al permettere all’India “di farlo”. Darebbe infatti alla NASA l’espediente della “negazione plausibile” sui dati da essa raccolti in molti anni e sul cover-up: gli Indiani, semplicemente, dispongono di un “equipaggiamento migliore e più innovativo” che ha fornito una prova scientifica di quanto avessero suggerito immagini NASA vecchie 40 anni. Come accade per tutte le decisioni politiche che contano, quella finale sembra dipendere da quanto “loro” ci credono “ottusi” per berci questo tipo di “rivelazione indiana”. Semmai ci sarà. Restare sintonizzati».

Ancora 11 settembre....




















L'11 SETTEMBRE 2001: UNA PROVOCAZIONE MONDIALE

31/03/2009
Generale Leonid Ivashov* Voltairenet 23 Marzo 2009
Traduzione dal francese eseguita da Belgicus
*Il Generale Leonid Ivashov è vicepresidente dell’Accademia dei problemi geopolitici. È stato capo di dipartimento degli Affari generali del ministero della Difesa dell’Unione Sovietica, segretario del Consiglio dei ministri della Difesa della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), capo del Dipartimento di cooperazione militare del ministero della Difesa della Federazione di Russia. L’11 settembre 2001, era capo di stato maggiore dell’esercito russo.

Influente politologo russo uscito dagli ambienti nazionalisti, il Generale Leonid Ivashov era capo di stato maggiore nel periodo dell’11 settembre 2001. Quel giorno, egli aveva messa all’erta i suoi satelliti per osservare le manovre militari aeree annunciate negli USA, ma si trovò di fronte a tutt’altro spettacolo. Viste le analisi di quell’avvenimento effettuate dai suoi esperti, egli ha scartato l’ipotesi Al-Qaïda e ha concluso per una provocazione dell’elite finanziaria anglosassone. Su tale base, ha sviluppato la visione strategica russa del mondo post-11 settembre. In questa sede, riproduciamo uno dei suoi articoli, rappresentativo del suo pensiero e di quello degli ufficiali superiori russi. Il lettore sarà sorpreso nel constatare che ciò che nei paesi della NATO è considerato un delirio, è un’evidente verità in Russia come, del resto, in numerose altre regioni del mondo. Al di là della questione di stabilire la verità, l’onestà intellettuale esige di capire e di accettare la relatività dei punti di vista. Questo articolo sarà particolarmente prezioso per i militari francesi nel momento in cui il ministro della Difesa scatena una caccia alle streghe contro gli insegnanti della Scuola di guerra che hanno osato rendere conto della diversità delle interpretazioni dell’11 settembre.
L’esperienza dell’umanità ci mostra che il terrorismo appare ovunque in un dato momento si produca un aggravamento delle contraddizioni, le relazioni comincino a degradarsi in seno alla società e cambi l’ordine sociale, sorga l’instabilità politica, economica e sociale, si liberino dei potenziali d’aggressività, i valori morali vacillino, trionfino il cinismo ed il nichilismo ed esploda la criminalità.
I processi legati alla mondializzazione creano delle condizioni favorevoli a questi fenomeni estremamente pericolosi. Essi avviano un riassestamento della carta geopolitica del mondo, una redistribuzione delle risorse planetarie, violano la sovranità e cancellano le frontiere degli Stati, smantellano il diritto internazionale, annientano la diversità culturale, impoveriscono la vita spirituale e morale. Io penso che oggi si possa a buon diritto parlare di crisi sistemica della civiltà umana. Essa si manifesta in modo particolarmente acuto a livello di interpretazione filosofica della vita. Le sue manifestazioni più spettacolari interessano il senso dato alla vita, all’economia e al campo della sicurezza internazionale.
L’assenza di nuove idee filosofiche, la crisi morale e spirituale, la deformazione della percezione del mondo, la diffusione di fenomeni amorali contrari alla tradizione, la corsa all’arricchimento illimitato e al potere, la crudeltà portano l’umanità alla decadenza e, forse, alla catastrofe. L’inquietudine, come la mancanza di prospettive di vita e di sviluppo di numerosi popoli e Stati costituiscono un importante fattore d’instabilità mondiale.
L’essenza della crisi economica si manifesta nella lotta senza quartiere per le risorse naturali, negli sforzi profusi dalle grandi potenze del mondo, innanzi tutto dagli Stati Uniti d’America ma anche dalle imprese multinazionali, per sottomettere ai loro interessi i sistemi economici di altri Stati, per prendere il controllo delle risorse del pianeta e, soprattutto, delle fonti di approvvigionamento in idrocarburi. La distruzione del modello multipolare che assicurava l’equilibrio delle forze nel mondo ha avviato anche la distruzione del sistema di sicurezza internazionale, delle norme e dei principi che reggevano le relazioni tra Stati, nonché del ruolo dell’ONU e del suo Consiglio di sicurezza.
Oggi gli Stati Uniti d’America e la NATO si sono arrogati il diritto di decidere del destino di altri Stati, di commettere atti di aggressione, di sottomettere i principi della Carta delle Nazioni Unite alla loro legislazione.
Sono precisamente i paesi occidentali che con le loro azioni ed aggressioni contro la Repubblica federata di Jugoslavia e l’Iraq, nonché permettendo in tutta evidenza l’aggressione israeliana contro il Libano e minacciando la Siria, l’Iran ed altri paesi, hanno liberato un’enorme energia di resistenza, di vendetta e di estremismo, energia che ha rafforzato il potenziale del terrore prima di ritorcersi, come un boomerang, contro l’Occidente.
L’analisi della sostanza dei processi di mondializzazione, nonché delle dottrine politiche e militari degli Stati Uniti d’America e di altri Stati, permette di convincersi che il terrorismo favorisce la realizzazione degli obiettivi di dominazione del mondo e di sottomissione degli Stati agli interessi dell’oligarchia mondiale. Questo significa che esso in quanto tale non costituisce un soggetto della politica mondiale ma un semplice strumento, il mezzo per instaurare un nuovo ordine unipolare con un unico centro di comando mondiale, per cancellare le frontiere nazionali e per garantire la dominazione di una nuova elite mondiale. È quest’ultima a costituire il soggetto principale del terrorismo internazionale, il suo ideologo ed il suo «padrino ». E’ essa, inoltre, che si sforza di dirigere il terrorismo contro altri Stati, compresa la Russia.
Il principale bersaglio della nuova elite mondiale è la realtà naturale, tradizionale, storica e culturale che ha gettato le basi del sistema di relazioni tra gli Stati, dell’organizzazione della civiltà umana in Stati nazionali, dell’identità nazionale.
L’attuale terrorismo internazionale è un fenomeno che consiste, per delle strutture governative o non governative, nell’utilizzo del terrore come mezzo per raggiungere degli obiettivi politici terrorizzando, destabilizzando le popolazioni sul piano socio-psicologico, demotivando le strutture del potere di Stato e creando le condizioni che permettono di manipolare la politica dello Stato ed il comportamento dei cittadini.
Il terrorismo è un mezzo per fare la guerra in maniera diversa, non convenzionale. Nello stesso tempo il terrorismo, alleato ai media, si comporta come un sistema di controllo dei processi mondiali.
È precisamente la simbiosi dei media e del terrore che crea le condizioni favorevoli a dei sovvertimenti nella politica mondiale e nella realtà esistente.
In questo contesto, se si esaminano gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti d’America, si possono trarne le seguenti conclusioni:
- l’attentato terroristico contro le torri gemelle del World Trade Center ha modificato il corso della storia del mondo, distruggendo definitivamente l’ordine mondiale uscito dagli accordi di Yalta-Potsdam ;
- ha liberato le mani degli Stati Uniti d’America, della Gran Bretagna e di Israele, permettendo loro di condurre delle azioni contro altri paesi ridendosene delle regole dell’ONU e degli accordi internazionale ;
- ha stimolato l’ampliamento del terrorismo internazionale.
D’altra parte, il terrorismo si presenta come uno strumento radicale di resistenza ai processi di mondializzazione, come un mezzo di lotta di liberazione nazionale, di separatismo, un mezzo per risolvere i conflitti tra le nazioni e tra le religioni, nonché come uno strumento di lotta economica e politica.
In Afghanistan, nel Kosovo, in Asia centrale, nel vicino Oriente e nel Caucaso constatiamo che il terrore serve anche a proteggere dei narcotrafficanti destabilizzando le loro zone di passaggio.
Si può constatare che in un contesto di crisi sistemica mondiale il terrore è divenuto una sorta di cultura della morte, la cultura del nostro quotidiano. Ha fatto irruzione nella prospera Europa, tormenta la Russia, scuote il Vicino Oriente e l’Estremo Oriente. Favorisce l’assuefazione della comunità internazionale ad ingerenze violente ed illegali negli affari interni degli Stati e alla distruzione del sistema di sicurezza internazionale.
Il terrore genera il culto della forza e le sottomette la politica, il comportamento dei governi e della popolazione. La cosa più spaventosa è che il terrorismo ha un grande futuro in ragione della nuova spirale di guerra che si annuncia per la redistribuzione delle risorse mondiali e per il controllo delle zone-chiave del pianeta.
Nella strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America approvata quest’anno dal Congresso statunitense, l’obiettivo confessato della politica di Washington è «assicurarsi l’accesso alle regioni-chiave del mondo, alle comunicazioni strategiche e alle risorse mondiali», utilizzando come mezzi per arrivarci il procedere ad attacchi preventivi contro qualsivoglia paese. Dal punto di vista del Congresso, gli Stati Uniti d’America possono dunque adottare una dottrina di attacchi nucleari preventivi assimilabile al terrorismo nucleare.
Questo implica l’utilizza su grande scala di sostanze nocive e di armi di distruzione di massa. Non ci saranno scrupoli nello scegliere i modi di rispondere ad un attacco. Per difendersi le parti dovranno solo scegliere il modo.
La provocazione di un atto terroristico diventa un mezzo per raggiungere degli obiettivi politici di ampiezza globale, regionale e locale. Così, una provocazione organizzata nella località di Rachic (Kosovo, Serbia) ha finito col provocare il cambio di regime politico in Serbia ed il crollo della Repubblica federata di Jugoslavia, servendo da pretesto per l’aggressione della NATO e per la separazione del Kosovo dalla Serbia. Si tratta di una provocazione di dimensioni regionali.
Le esplosioni nella metropolitana di Londra, i disordini di Parigi nel 2005-2006 sono delle provocazioni locali che hanno avuto ripercussioni sulla politica e sull’opinione pubblica in Gran Bretagna ed in Francia.
Praticamente ogni atto terroristico dissimula delle potenti forze politiche, delle imprese transnazionali o delle strutture criminali che hanno obiettivi precisi. E quasi tutti gli atti terroristici, eccetto le attività di liberazione nazionale, sono in realtà delle provocazioni.
Anche in Iraq, le esplosioni nelle moschee sunnite e sciite altro non sono che provocazioni organizzate in virtù del principio «dividere per regnare». Questo vale pure per la presa in ostaggio e l’assassinio di membri della missione diplomatica russa a Bagdad.
L’atto terroristico commesso a fini di provocazione è vecchio come il mondo. Furono precisamente delle provocazioni terroristiche a servire da pretesto per lo scatenarsi di due guerre mondiali. Gli avvenimenti dell’11 settembre 2001 costituiscono una provocazione mondiale. Si può parlare di operazione di portata mondiale. In generale, tali operazioni permettono di risolvere parecchi problemi mondiali in una sola volta. Si può definirli come segue:
1. L’oligarchia finanziaria mondiale e gli Stati Uniti d’America hanno ottenuto il diritto informale di ricorrere alla forza contro un qualsiasi Stato.
2. Il ruolo del Consiglio di sicurezza si è trovato svilito. Esso fa sempre più la figura di organizzazione criminale complice dell’aggressore ed alleata alla nuova dittatura mondiale.
3. Grazie alla provocazione dell’11 settembre, gli Stati Uniti d’America hanno consolidato il loro monopolio mondiale e hanno ottenuto l’accesso ad una qualsiasi regione del mondo e alle sue risorse.
Nello svolgimento di un’operazione-provocazione ci sono sempre tre elementi obbligatori : il mandante, l’organizzatore e l’esecutore. Per quanto riguarda la provocazione dell’11 settembre e contrariamente all’opinione dominante, «Al-Qaida» non può essere stata né il mandante, né l’organizzatore, non disponendo dei mezzi finanziari sufficienti (e sono enormi) per ordinare un’azione di tale ampiezza.
Tutte le operazioni condotte da quest’organizzazione non sono che azioni locali e piuttosto primitive. Essa non dispone di risorse umane, di una rete di agenti sufficientemente sviluppata sul territorio degli Stati Uniti d’America tale da riuscire a penetrare le decine di strutture pubbliche e private che assicurano il funzionamento dei trasporti aerei e vigilano sulla loro sicurezza. Dunque, Al-Qaida non può essere stata l’organizzatrice di quest’operazione (altrimenti a che cosa servono il FBI e la CIA?). In compenso, queste persone potrebbero essere state dei semplici esecutori dell’atto terroristico.
A mio avviso, il mandante di questa provocazione potrebbe essere stata l’oligarchia finanziaria mondiale, al fine d’instaurare una volta per tutte «la dittatura mondiale delle banche» (l’espressione appartiene al ben noto economista statunitense Lyndon LaRouche) e di garantire il controllo di risorse mondiali in idrocarburi limitate. Contemporaneamente si sarebbe trattato di assicurarsi una dominazione mondiale di lunga durata.
L’invasione dell’Afghanistan, ricco di gas naturale, dell’Iraq e forse anche dell’Iran, che possiedono riserve mondiali di petrolio, ma anche l’instaurazione di un controllo militare sulle comunicazioni petrolifere strategiche e il radicale aumento dei prezzi del petrolio sono delle conseguenze degli avvenimenti dell’11 settembre 2001.
L’organizzatore dell’operazione potrebbe essere stato un consorzio ben organizzato ed abbondantemente finanziato formato da rappresentanti (vecchi ed attuali) dei servizi segreti, organizzazioni massoniche e personale dei trasporti aerei.
La copertura mediatica e legale è stata assicurata da organi di stampa, da giuristi e da politici stipendiati. Gli esecutori sono stati scelti sulla base della loro appartenenza etnica alla regione che possiede le risorse naturali di importanza mondiale.
L’operazione è riuscita, gli obiettivi sono raggiunti.
L’espressione «terrorismo internazionale» in quanto principale minaccia per l’umanità ha fatto irruzione nel quotidiano politico e sociale. Questa minaccia è stata identificata nella persona di un islamista, abitante di un paese che dispone di enormi risorse in idrocarburi.
Il sistema internazionale messo in piedi all’epoca in cui il mondo era bipolare è stato distrutto e le nozioni di aggressione, di terrorismo di Stato e di diritto alla difesa sono state alterate.
Il diritto dei popoli di resistere alle aggressioni e alle attività sovversive dei servizi segreti stranieri, nonché di difendere i loro interessi nazionali viene calpestato. In compenso sono assicurate tutte le garanzie alle forze che cercano di instaurare una dittatura mondiale e di dominare il mondo. Ma la guerra mondiale non è ancora finita. Essa è stata provocata l’11 settembre 2001 e non è che il preludio a grandi avvenimenti venturi.

NASA : tempesta magnetica minaccia la nostra civiltà












Articolo di Luigi Grassia ( La Stampa ) - 29 Marzo 2009

La catastrofe elettromagnetica colpirà la Terra dallo spazio quasi senza preavviso, senza concederci neanche quella ragionevole preparazione che abbiamo diritto di aspettarci (per esempio) dai pericolosi ma più prevedibili asteroidi in rotta di collisione contro il nostro pianeta. Quindici minuti prima di mezzanotte del 22 Settembre 2012 la sonda spaziale ACE - che tiene d'occhio il Sole - avvertirà i computer del centro spaziale Houston che una colossale bolla di plasma (particelle ionizzate ad alta energia) si è staccata dalla superficie della nostra stella e si sta dirigendo verso di noi. panico generale, l'allarme rimbalzerà in tutto il mondo e qui e la si appronteranno improbabili (e inutili) difese dell'ultimo istante. Questa non è ancora una previsione ma una simulazione, autorevole e realistica, prodotta dalla NASA e dall'americana National Academy of Science per valutare gli effetti di un evento catastrofico di cui - purtroppo - non sappiamo calcolare la probabilità. La minaccia nascerà da una bolla di plasma ( ma più carogna delle altre) fra le tante che si formano in continuazione sulla magmatica superficie solare. Molte di queste bolle di particelle energetiche si disintegrano senza danno, altre vengono eruttate nello spazio e si dirigono verso la Terra. Di solito si limitano a disturbare un po' le telecomunicazioni, ma possono fare molto peggio. L'ipotesi è che il 22 Settembre 2012 (data scelta arbitrariamente) il cielo sopra New York esploda di vividi colori come se una straordinaria aurora boreale avesse sbagliato strada e si fosse spostata più a sud di migliaia di kilometri.

La super bolla di plasma cambierà la configurazione del campo magnetico terrestre


Neanche una persona morirà ne riporterà danni immediati da quella colossale tempesta solare. Ma tutte le reti elettriche andranno in tilt, perché la super bolla di plasma cambierà la configurazione del campo magnetico terrestre e questo indurrà a sua volta nelle reti un sovraccarico di corrente che fonderà milioni di trasformatori. Entro 90 secondi il buio scenderà (i famosi tre giorni di buio??) prima sulla costa orientale americana, poi nel resto del mondo. Si bloccherà tutto, perché tutto va a elettricità. Il primo servizio a saltare sarà l'acqua corrente , senza pompe a dare la spinta. Stop agli apparati elettrici che pescano la benzina nei serbatoi dei distributori e la riversano in quelli delle auto: quindi, in pochi giorni niente più macchine in circolazione. In 72 ore le apparecchiature di emergenza degli ospedali esauriranno l'autonomia. In un mese finiranno le scorte di carbone e non ne arriveranno altre ( e neanche di petrolio e d'altra parte le raffinerie non potrebbero lavorarlo). Pure le condotte del gas richiedono l'elettricità per funzionare, e così addio metano. Addio anche ai sistemi di refrigerazione e a tutte le scorte di cibo. nel giro di un anno milioni di persone moriranno per le conseguenze indirette della paralisi economica, gli Stati uniti verranno declassati dall'ONU a paese in via di sviluppo e l'economia mondiale impiegherà dai 4 ai 10 anni per riprendersi.

EVENTO "CARRINGTON"

Una tempesta magnetica di queste proporzioni avvenne nel 1859, fu battezzata come "Evento Carrington", però la rivoluzione industriale era ancora giovane e il mondo non ne riportò grandi danni. Adesso siamo più evoluti (per modo di dire...) e quindi più vulnerabili. Da allora ci sono state alcune repliche in tono minore, la più recente nel Marzo 1989, quando sei milioni di persone nel Quebec canadese rimasero senza luce elettrica per nove ore. Uno choc da plasma di proporzioni maggiori avrebbe conseguenze ben peggiori. Ma perchè, dopo il colpo iniziale le ripercussioni durerebbero tanti anni?

Il fattore più vulnerabile, dice la NASA, sono i trasformatori. Non si possono riparare ma solo sostituire. Il processo sarebbe penosamente lento, perchè verrebbero paralizzate anche le fabbriche che li producono. Di questa Tempesta di Plasma faremmo a meno, ma statisticamente è possibile e la domanda non è sul "se" ma sul "quando".

Proteste contro le banche

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E' questa la decrescita?

















di Marco Cedolin

La crisi economica mondiale sta producendo una recessione che diviene ogni giorno più profonda. Stando alle stime dell’Ocse il Pil italiano scenderà del 4,3% (il calo medio previsto per l’area euro è del 4,1%) nel corso del 2009. La produzione industriale nel mese di marzo è diminuita del 20,1% rispetto a marzo 2008. Il tasso di disoccupazione è previsto in crescita nell’anno in corso dal 6,8 al 9,2%, per arrivare al 10,7% nel 2010. Perfino l’ottimismo modello Unieuro di Silvio Berlusconi sembra venire meno, di fronte al fatto che durante il G8 di Roma è stata ventilata la perdita di 20 milioni di posti di lavoro a livello mondiale entro il 2010.

Consumi che si contraggono notevolmente, fabbriche che chiudono o delocalizzano la produzione nei paesi a basso costo di manodopera, opportunità di lavoro che si riducono drasticamente, tenore di vita di molte famiglie in caduta libera, insofferenza sociale che in alcuni paesi (non l’Italia) sta iniziando a raggiungere il livello critico, sono tutti elementi di una nuova realtà, per molti versi antitetica rispetto a quella degli ultimi decenni del secolo scorso, vissuti all’insegna della crescita e dello sviluppo.

Alcuni elementi di questa nuova realtà, la diminuzione del Pil e della produzione su tutti, potrebbero indurre a credere che la profonda recessione (parola sdoganata solo di recente) in cui siamo entrati, somigli in fondo molto da vicino alla società della decrescita, ...

... teorizzata da lungo tempo da molti studiosi, fra i quali Serge Latouche, Maurizio Pallante, Nicholas Georgescu-Roegen, Alain De Benoist e Gilbert Rist. Sempre più frequentemente chi ha una conoscenza parcellare dell’argomento, non avendo potuto o voluto studiarlo più in profondità, sta maturando la percezione che la decrescita felice di Pallante o quella serena di Latouche non siano molto diverse dall’Italia (o per meglio dire l’Europa) che giocoforza sarà costretto a vivere nel corso dei prossimi anni.

Questa percezione, basata sul fatto che la diminuzione del Pil e la riduzione dei consumi superflui costituiscono parte integrante della filosofia della decrescita, risulta profondamente sbagliata, poiché il pensiero della decrescita rappresenta in realtà l’antitesi della situazione che stiamo vivendo, caratterizzata da una società profondamente malata che non riesce più a crescere, pur rimanendo fondata sui dogmi della crescita e dello sviluppo.

Nel pensiero di tutti coloro che hanno teorizzato e praticato fino ad oggi la decrescita, il calo del Pil e dei consumi superflui s’inserisce in maniera armonica all’interno di un contesto profondamente diverso da quello attuale ed è finalizzato ad ottenere un maggiore benessere individuale e ad una migliore qualità della vita. Il tutto ovviamente nell’ottica della consapevolezza che il pianeta non sarebbe in grado di sostenere a lungo (tanto ambientalmente quanto socialmente) una crescita bulimica come quella sperimentata nella seconda metà del 900.

La diminuzione del Pil a lungo auspicata dai fautori della decrescita non è quella determinata dalla chiusura generalizzata delle fabbriche e degli esercizi commerciali, che si traduce nella profonda disoccupazione, nellacarestia e nell’emarginazione sociale. Bensì una riduzione del Pil ottenuta riducendo gli sprechi ed i consumi superflui, per indirizzare le risorse risparmiate verso la creazione di opportunità occupazionali più abbondanti e gratificanti di quelle finora offerte dalla società della crescita. Così come la diminuzione del consumo di merci (acquistate per mezzo del denaro contribuendo ad innalzare il Pil) non sottende stenti e privazioni, dal momento che esse saranno sostituite dai beni ottenuti attraverso l’autoproduzione, lo scambio ed il dono, che non incrementeranno il Pil ma risulteranno di maggiore qualità.

Nel pensiero della decrescita si auspica la costruzione di una società che sostituisca la macroeconomia globalizzata con microeconomie autocentrate, che valorizzi le risorse locali e le identità culturali, interpretando la diversità come un valore aggiunto da non disperdere attraverso l’appiattimento e l’omologazione.

L’individuo che attraverso l’autoproduzione, gli scambi non mercantili e la reciprocità, riduce la propria dipendenza da merci e servizi acquistati per mezzo del denaro è un individuo più felice e più libero. Acquistare in piccoli punti vendita di prossimità prodotti alimentari locali di qualità che non hanno compiuto viaggi di migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole è sicuramente preferibile rispetto all’acquisto fra gli scaffali di un ipermercato di alimenti che arrivano dai quattro angoli del globo, trasportati da mezzi energivori ed inquinanti.

Ripopolare le campagne e le montagne riscoprendo un rapporto armonico con l’ambiente nel quale viviamo, recuperando la ciclicità dei ritmi naturali è certo più stimolante rispetto a continuare a vivere nelle periferie delle grandi metropoli atomizzate, incolonnandosi sulle tangenziali nelle ore di punta per poi rinchiudersi fra il cemento dei quartieri dormitorio.

Destinare i soldi delle nostre tasse alla creazione di occupazione che consenta di ridurre gli sprechi e gli impatti ambientali è sicuramente più costruttivo che dissiparli nella costruzione di ciclopiche opere cementizie che devasteranno i territori in cui viviamo.

Riscoprire i rapporti di vicinato, la convivialità, la capacità di donare e ricevere, accresce la nostra interiorità molto più di quanto non accada oggi nella nostra realtà quotidiana sterilizzata dove “gli altri” vengono considerati semplicemente degli avversari con i quali competere in maniera sfrenata. Lavorare in prossimità delle proprie abitazioni rifuggendo il pendolarismo esasperato, valorizzando le proprie qualità, in un clima sereno dove la cooperazione sostituisca la competizione, rappresenta senza dubbio un’esperienza più creativa rispetto a quella che generalmente sperimentano milioni di persone fra i gironi di quell’inferno dantesco che è il “mondo del lavoro” attuale.

In sostanza la decrescita è quanto di più lontano possa esistere dalla società basata sulla crescita e sui consumi smodati, che stiamo vivendo nella sua fase terminale, costituita da una profonda recessione. Al tempo stesso ne costituisce l'alternativa naturale, probabilmente l’unica in grado di fare fronte agli effetti devastanti determinati dal crollo di un modello di sviluppo dimostratosi impraticabile.