Quanto tempo si può andare avanti così ? Un singolo secondo è già troppo per sopportare tutto questo. Questo video racconta di Londra di Genova ma non solo , dentro c'è un pezzetto di tutti noi...se l'amore e la voglia di avere una vita degna di essere vissuta sono le vostre priorità , e ora di schierarsi , non a destra o a sinistra ma verso il cuore .Un grazie a kanalekappaorg
venerdì 3 aprile 2009
G 20 Londra siamo noi il mondo
Quanto tempo si può andare avanti così ? Un singolo secondo è già troppo per sopportare tutto questo. Questo video racconta di Londra di Genova ma non solo , dentro c'è un pezzetto di tutti noi...se l'amore e la voglia di avere una vita degna di essere vissuta sono le vostre priorità , e ora di schierarsi , non a destra o a sinistra ma verso il cuore .Un grazie a kanalekappaorg
Cina: l’apparizione di un gigantesco UFO causa sconcerto tra la gente

Nella città cinese di Yongan l’apparizione di un gigantesco UFO, che è stato descritto come lungo e di colore scuro, ha causato reazioni di “shock” tra i residenti. L’ avvistamento è avvenuto il giorno 14 Marzo 2009, alle ore 8:45 pomeridiane. La grande “nave madre”, stile velivolo, è stata vista uscire da una coltre di nubi e posizionarsi sopra la città. Una volta intercettato ciò, decine di residenti si sono recati all’interno delle loro abitazioni per prendere le telecamere, ma tornando sul luogo della scena hanno scoperto che il velivolo era scomparso rapidamente, così come era apparso. L’ UFO si è ritirato di nuovo al di là delle nuvole, lasciando i residenti a discutere su ciò che avevano appena visto. Le locali autorità sono state informate sull’accaduto e le associazione ufologiche si sono recate in zona per una completa investigazione sull’incidente. L’ avvistamento ha ricevuto ampia copertura sui media cinesi. Da quando gli avvistamenti UFO in Cina stanno diventando molto comuni, mai come prima, i cittadini stanno spingendo affinchè il loro governo riveli ciò che sa sull’argomento.
Gaza e Medioriente, un'analisi della disinformazione televisiva

di mcs
Il modello di costruzione delle news che ha unificato i tg di Rai e Mediaset nella copertura della crisi di Gaza viene da lontano. Il Glasgow Media Group, una rete di accademici e ricercatori britannici che si occupa da oltre un trentennio di monitorare i media del Regno Unito, ha pubblicato nel 2006 un interessante testo di analisi sulla copertura che i media inglesi e scozzesi hanno dato al conflitto israelo-palestinese. La ricerca diretta da Greg Philo, uno dei teorici di punta del Glasgow Media Group, e da Mike Berry si chiama Bad News From Israel e non è ovviamente tradotta in Italia dove la saggistica sui temi riguardanti l'informazione risente sempre dell'influenza e del controllo della comunicazione politica istituzionale.
Philo e Berry hanno coordinato un lavoro sia di analisi qualitativa che quantitativa, da parte dei ricercatori del Glasgow, su 200 differenti edizioni di tg di BBC one e ITV News, ritenuti rappresentativi del panorama mediale britannico monitorando il conflitto israelo-palestinese in un periodo che va dal 2000 al 2002. Allo stesso tempo sono state intervistate più di 800 persone sulla ricezione delle notizie date dalla televisione in quel periodo. Tra gli intervistati, oltre a telespettatori presi a campione dalla popolazione, c'erano anche specialisti del mondo dei media britannici come George Alagiah e Brian Hanrahan della BBC e Lindsey Hilsum di Channel Four e il regista Ken Loach. Questo per dare alla fase qualitativa delle interviste sia il taglio dell'approfondimento legato al tema della ricezione, e della interpretazione, delle notizie da parte della popolazione sia quello della formazione delle categorie critiche rispetto alla costruzione simbolica del reale operata dai media tramite le notizie. A parte la specificità del tema, se si parla di Israele nel nostro paese è facile incorrere nella incredibile accusa di "antisemitismo di sinistra", un lavoro così sistematico, sofisticato nell'impianto categoriale che usa è ancora impensabile in Italia. Per diversi motivi: perché gli specialisti di comunicazione politica sono quasi tutti arruolati del mainstream, per lo stato di minorità teorica in materia di media di buona parte dell'informazione alternativa, perché in materia di equilibrio dell'informazione in tv in Italia il dibattito è drogato dalla questione del conflitto di interessi di Berlusconi e dall'illusione che una volta risolto questo conflitto le notizie possano tornare libere. Inoltre lavori come quello diretto da Philo e Berry in Italia rischiano di non trovare né editoria universitaria, strangolata dalle necessità di bilancio, né tantomeno editoria maggiore che deve sempre fare i conti, anche in quel campo, con la presenza di Berlusconi. Allo stesso tempo le autorità di controllo, nazionali e regionali, che commissionano lavori di monitoraggio della comunicazione lo fanno principalmente su criteri mainstream e non certo critici come quelli di Philo e Berry. E' il classico circolo vizioso: in Italia l'intreccio tra media e politica produce la notizia generalista, le autorità di controllo, costituite dallo stesso intreccio, la monitorizzano secondo gli stessi criteri cognitivi che hanno prodotto questa notizia. E la situazione italiana è per adesso lontana dallo sbloccarsi: nelle recenti vertenze su scuola, università e Alitalia i movimenti i media li hanno semplicemente subiti senza capire che l'agenda setting dei tg è ormai la forza decisiva in ogni contrattazione sindacale, quella che sposta la bilancia a favore di istituzioni e imprenditori in ogni conflitto.
I punti salienti della ricerca di Philo e Berry
La ricerca diretta da Philo e Berry ha quindi un doppio valore: quello essere un lavoro critico e sistematico sui telegiornali come non ce ne sono in Italia, e quello di indicare lo standard di copertura e di ricezione delle notizie nel conflitto israelo-palestinese così come si è formato in questi anni nella BBC e che, come possiamo constatare, riassume gli stessi standard complessivi dell'informazione occidentale istituzionale in materia . Andiamo a vedere quindi i punti salienti dei risultati della analisi del lavoro diretto da Philo e Berry. Non prima di aver ricordato un fatto esemplare presente in questa ricerca: la stragrande maggioranza dei bambini uccisi durante la seconda intifada sono stati classificati nei tg britannici come vittime di crossfire, fuoco incrociato. Immaginate la dinamica reale, dei bambini che durante l'intifada tirano pietre all'esercito israeliano, e come è stata riportata la notizia: dei ragazzi sempre e inevitabilmente vittime di uno scontro a fuoco incrociato tra truppe israeliane e palestinesi. Con questi ultimi spesso rappresentati o come coloro che si fanno scudo dei bambini o come coloro che hanno scatenato gli incidenti che hanno prodotto il crossfire.
Ecco i risultati salienti della ricerca diretta da Philo e Berry
1) Sul piano della percezione delle notizie nei tg monitorati, gli spettatori intervistati si sono detti confusi nella ricezione dell'insieme del conflitto mentre allo stesso tempo hanno assimilato chiaramente gli argomenti e i linguaggi espressi nei comunicati ufficiali del governo israeliano. Questo anche a causa del fatto che, mediamente, gli israeliani sono stati intervistati oltre il 100% in più delle volte rispetto ai palestinesi e in un contesto di interviste più chiaro e approfondito.
2) Nell'insieme delle cronache e dei commenti è largamente maggioritaria la presenza dei commenti ufficiali del governo di Israele. Sul primo canale della BBC è stata norma intervistare due israeliani ogni palestinese. A supporto delle tesi israeliane sono stati intervistati una serie di parlamentari Usa apertamente a favore di Israele. Quest'ultima categoria di intervistati sulla questione israelo-palestinese è apparsa su BBC one più di qualsiasi altro parlamentare non britannico sullo stesso tema e in misura almeno due volte superiore a quella di qualsiasi parlamentare britannico intervistato sul tema.
3) Un altro grande fattore di confusione, per gli spettatori intervistati, è stata l'assenza di contestualizzazione storica del conflitto israelo-palestinese. Di conseguenza, buona parte degli spettatori britannici non sapeva neanche "chi" stesse effettivamente occupando i territori occupati, se gli israeliani o addirittura i palestinesi. Praticamente nessuno sapeva che gli israeliani controllano acqua e risorse dei palestinesi. Diversi spettatori intervistati credevano che i palestinesi volessero occupare territori israeliani facendogli fare la fine dei "territori già occupati dai palestinesi"
4) Siccome non è presente nessuna ricostruzione storica degli eventi, la tendenza dei telespettatori intervistati è di concepire gli eventi come "iniziati" con l'azione dei palestinesi. Quindi praticamente qualsiasi battaglia o incidente in corso viene concepito dai telespettatori come iniziato dai palestinesi con successiva risposta israeliana. Gli storici del futuro avranno così enormi problemi a sostenere tesi differenti da questa versione, ormai implementata nella percezione generale dello scontro israelo-palestinese. Come dice un ventenne intervistato dal Glasgow Media Group "pensi sempre che i palestinesi siano gente aggressiva dopo quello che hai visto in tv".
5) Nella costruzione delle notizie gli insediamenti dei coloni sono sempre rappresentati come comunità vulnerabili piuttosto che come istituzioni che hanno un ruolo decisivo nell'occupazione dei territori. Come riportato da Bad News from Israel i coloni occupano il 40% del West Bank. La grande maggioranza dei telespettatori intervistati non solo non aveva alcuna idea di questa percentuale ma si è sempre rappresentata gli insediamenti di coloni come quella di piccoli gruppi isolati entro un enorme territorio palestinese.
6) Una netta differenza di enfasi nella rappresentazione delle morti israeliane rispetto a quelle palestinesi (che, durante la seconda intifada, sono state almeno tre volte superiori a quelle israeliane). Nella settimana del marzo 2002 in cui più alto in assoluto è stato il numero dei decessi palestinesi è stato dato comunque più spazio, in termini di minuti e di rilievo della notizia, alle morti israeliane. I termini quali "macelleria", "atrocità", "brutale assassinio", "selvaggio omicidio a sangue freddo" sono stati usati per definire solo omicidi di cittadini israeliani e mai, in nessun caso statistico quindi, per definire l'uccisione di palestinesi. Per i bambini palestinesi, come abbiamo visto, c'è il metodo di definirli come vittime del fuoco incrociato. Originato dai palestinesi. Diversi telespettatori intervistati sulla percezione del fenomeno mediato dalle news hanno detto che "le vittime israeliane sono in numero almeno cinque volte superiori a quelle palestinesi". Un sovvertimento della realtà statistica di tipo spettacolare.
Gli impressionanti risultati di questo lavoro di Philo e Berry mostrano una copertura mediale di applicazione fatta di disinformazione e propaganda lunga due anni e coestensiva con tutta la fase acuta della seconda intifada. E stiamo parlando della BBC, un media che, anche in questi anni, ha saputo mantenere caratteri di indipendenza essendo risultato per questo estremamente sgradito al governo Blair prima, dopo e durante l'invasione dell'Iraq del 2003, appena un anno dopo i fatti rilevati dal Glasgow Media Group. La BBC nel caso israelo-palestinese, ovviamente per decisione congiunta tra piano politico istituzionale e quello mediale editoriale che non è stata così salda sulla questione Iraq, rappresenta quindi un modello di come queste tattiche di costruzione della notizia possano applicarsi sistematicamente e con pieno successo alla disinformazione e alla propaganda in materia di comprensione del conflitto, di rapporti di forza tra le parti e la sostanza delle posizioni politiche, toccando persino la stessa comprensione geografica della zona e la proporzione del numero di morti tra gli schieramenti.
Questo genere di tattiche, di cui il testo di Philo e Berry rappresentano eloquente capacità di comprensione, non è però isolabile al solo conflitto israelo-palestinese. Si tratta infatti di un corpo di applicazioni mediali in materia di disinformazione e propaganda che, pur essendosi formate durante gli anni '80 nel mondo occidentale (si veda la vicenda della copertura mediale della guerra delle Falkland), trovano una diffusione e una legittimazione globale nel periodo della prima guerra del golfo all'inizio degli anni '90. La caduta del muro di Berlino ha avuto come conseguenza anche l'unificazione della comunicazione televisiva e, con la guerra del Golfo del '91, questo genere di tattiche ha trovato una legittimazione nel sistema mediale del nuovo mondo delle comunicazioni. L'applicazione al caso israelo-palestinese da parte della BBC non rappresenta quindi l'anomalia ma la norma di un genere di tattiche di costruzione del reale da parte del media mainstream ufficiale di tipo occidentale. Che a partire dall'inizio degli anni '90 si è costruito come egemonia e norma linguistica delle infrastrutture tecnologica di senso delle comunicazioni globali.
Il caso italiano
Nel caso italiano possiamo tranquillamente affermare che questo modello di costruzione delle notizie, e quindi della realtà, sia applicabile non solo nei punti salienti rilevati nel lavoro diretto da Philo e Berry ma anche in quelli della recezione da parte dalla popolazione del nostro paese in termini simili rispetto a quella britannica. I sei punti emersi dallo studio del Glasgow Media Group, sia nell'aspetto di costruzione delle notizie che in quello della loro ricezione, rappresentano quindi una formidabile anticipazione su come i media italiani tratteranno la questione israelo-palestinese e di come nel nostro paese questo sarà recepito per tutto il conflitto apertosi di recente. Basta rileggere le categorie emerse in Bad News From Israel per poter classificare le notizie dei tg di questi giorni, sia del servizio pubblico che delle tv private, nel novero delle tattiche di propaganda e disinformazione operate a favore di una percezione positiva dell'agire dello stato di Israele nel conflitto.
Possiamo dire che in Italia l'attenzione all'applicazione delle tattiche di disinformazione e di propaganda sulla vicenda di Gaza è cominciata prima del conflitto. Infatti, la notizia dell'imminente attacco a Gaza, quando sui tg tedeschi aveva già preso piede entro una copertura internazionale degli effetti della crisi, è stata abbondatemente sepolta sotto le notizie dedicate al maltempo e all'interruzione dei sentieri di montagna e rappresentata unanimemente come "operazione chirurgica", limitata, di breve durata ed escludente la popolazione nei suoi effetti. Il fatto che la breve durata dell'operazione sia stata smentita dallo stesso governo israeliano il giorno dopo, senza che i tg italiani abbiano dato notizia di questa contraddizione, mostra il doppio lavoro fatto a favore di Israele da parte dei tg italiani a reti unificate. Il primo neutralizzando la portata della notizia dell'attacco a Gaza , tenendo così calma l'opinione pubblica italiana ed evitando l' "effetto concerto" a livello di attenzione dell' opinione pubblica europea, il secondo evitando di contraddire il governo israeliano su una contraddizione palese rispetto a dichiarazioni così importanti.
Il giorno dell'attacco israeliano a Gaza, viste queste premesse, ha rappresentato una delle tante Caporetto della libertà di informazione in Italia. Per rappresentare l'attacco chirurgico il media mainstream italiano ha estrapolato 155 (sui 200 complessivi) morti tra la polizia palestinese battezzandoli come "la polizia di Hamas", quando invece si tratta di giovani universitari che si arruolano nella polizia municipale per sfuggire alla disoccupazione e che non sono inquadrabili come Hamas. Il capo della polizia municipale deceduto è stato frettolosamente ribattezzato come "il capo della polizia di Hamas" per dare l'idea del fatto che era stato colpito un bersaglio eccellente e che, insomma, "solo" 45 morti su 200 bersagli colpiti possono essere classificati come effetti collaterali di una operazione chirurgica. In realtà secondo fonti della cooperazione internazionale si è semplicemente sparato nel mucchio, compresa una scuola elementare, e nessun obiettivo sensibile o capo storico di Hamas è stato colpito il primo giorno. Del resto la verità non la si può dire: se si vuol colpire una organizzazione bisogna fare terra bruciata del consenso che ha dalla popolazione circostante. Come è stato sperimentato nella "missione di pace" afghana, quella tenuta in piedi dal centrodestra e dal centrosinistra, dove si bombardano i villaggi per suggerire, ai villaggi restanti, che è meglio non dare solidarietà alla resistenza.
Una volta costruita, anche se in maniera approssimativa, l'operazione chirurgica i tg unificati sono passati a rappresentare le reazioni politiche. Nei tg italiani la sproporzione, due israeliani intervistati ogni palestinese, tenuta dalla BBC è stata abbondantemente sorpassata. Nel tg1 delle 20,00 di sabato 27 il monologo delle posizioni ufficiali del governo israeliano è stato interrotto da un brevissimo flash di un rappresentante di Hamas che è stato solo citato nella seguente frase "è stata una provocazione" senza possibilità di far aggiungere una lettura dei fatti da parte di quella che è comunque una componente del conflitto. Ma dopo le posizioni politiche delle parti in conflitto, rappresentate in modo così sbilanciato, si è passati alla fase del commento. Il tg1 ha intervistato una giornalista del Corriere della Sera che ha semplicemente ripetuto le tesi del governo israeliano aggiungendo persino un beffardo "la guerra in fin dei conti fa comodo anche ad Hamas perché la popolazione palestinese tende a stringersi attorno a chi è attaccato".
L'aspetto sicuramente caratteristico dei media italiani sta poi nel fatto che non sono neanche in grado di mantenere le forme. L'inviato dal fronte del tg1 delle 13,30 di domenica 28 ha testualmente detto in diretta "cito direttamente le conclusioni del briefing riservato delle forze militari israeliane al quale ho avuto l'onore di partecipare". Siccome i briefing riservati in momenti di crisi si fanno solo con i media strettamente amici, il giornalista italiano non si è reso probabilmente conto dell'enormità che ha detto in diretta: ha semplicemente sputtanato il ruolo di imparzialità apparente, buona norma di ogni giornalista schierato che fa lavoro di propaganda, per l'ansia di rivelare uno scoop. Del resto nella serata del 28 la Rai ha trasmesso una intervista praticamente a reti unificate del ministro degli esteri israeliano, futuro candidato a primo ministro.
Nel circuito ufficiale dei media italiani si somma quindi la consolidata propaganda usata su temi nazionali, in funzione anche nettamente antisindacale, a quella di tipo internazionale. E quest'ultima è leggibile e riconoscibile secondo modelli consolidati dall'inizio degli anni '90 e che sono stati isolati dalla ricerca del Glasgow Media Group in questo lavoro sulla copertura britannica delle notizie sul conflitto israelo-palestinese.
E qui tanto per sparare sulla croce rossa bisogna ricordare che il centrosinistra, nelle sue varie articolazioni, in quasi un quindicennio dopo il referendum del '95 sulla concentrazione proprietaria delle tv, ha mai messo in discussione questo sistema di integrazione tra politica e notizie sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Perché né è parte integrante. Per questo l'emergenza democratica dell'informazione in Italia non ha mai fatto veramente parte dell'agenda politica mainstream.
Viene quindi da lontano il modello sovranazionale di copertura delle notizie: oltre a influenzare l'opinione pubblica, strutturare la percezione dei fatti quando i partiti sono televisivi (ovvero sempre) detta direttamente l'agenda politica. E inoltre influenza la politica estera perché questa la si fa sempre sul modo di coprire televisivamente i fenomeni. Non a caso una copertura televisiva globale sostanzialmente favorevole alla guerra all'Iraq ha favorito politicamente l'invasione del 2003, nonostante che l'opinione pubblica mondiale fosse contraria. Il modello di integrazione tra politica e media è questo: applicare tattiche di disinformazione e di propaganda alle notizie. Se l'opinione pubblica le recepisce bene, se no agire ugualmente. Tanto alla lunga l'opinione pubblica sfavorevole si disgrega mentre i media agiscono tutti i giorni plasmando e rimodulando la realtà politica.
E' d'obbligo un parere da rivolgersi alle organizzazioni che si occupano di solidarietà con la Palestina, in questo contesto. A nostro avviso si tratta di intensificare le manifestazioni sotto la Rai e sotto Mediaset pretendendo di contrattare l'agenda setting delle notizie, delegittimando il ruolo di informazione di queste sedicenti televisioni. La solidarietà con la popolazione palestinese passa oggi da ciò che circola su antenne e parabole satellitari.
Restituire alle città, ai cittadini i beni confiscati alla mafia, destinandone una parte alla cultura

di Carlo Lucarelli, Paola Parenti
"Politicamente Scorretto ", la manifestazione promossa da Casalecchio delle Culture (Istituzione dei Servizi Culturali del Comune di Casalecchio di Reno) in collaborazione con Carlo Lucarelli, da sempre attenta alla lotta alle mafie, lancia un appello a tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia e lo sviluppo della cultura, dei valori di democrazia e civiltà nel nostro Paese.
Con l'adesione di Libera Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie.
NEI FORZIERI DELLA MAFIA, UN TESORO PER LA CULTURA
E' tempo di crisi, i soldi non ci sono, bisogna tagliare, cancellare, spostare e concentrare i finanziamenti sulle esigenze primarie. La Cultura non è una di queste per cui bisogna adattarsi, farne a meno dove si può e per il resto tagliare, cancellare, spostare e concentrare.
E' un argomento su cui sentiamo dibattere da parecchi mesi che però contiene, nella sua formulazione, due errori fondamentali.
Primo errore: la Cultura non è un'esigenza secondaria. E' un bene primario che va tutelato e sviluppato. E' un investimento a media e lunga scadenza senza il quale tutti gli altri settori, anche quelli materiali dell'economia, muoiono.
Secondo errore: i soldi non ci sono. Ci sono, invece, e ce ne sono tanti. Stanno nascosti, come il tesoro dei pirati in un forziere su un'isola deserta, anzi, sono proprio il tesoro dei pirati. Sono tutti i miliardi che le Mafie hanno rubato al nostro paese e alle nostre vite approfittando anche della mancanza di quella Cultura -alla legalità, all'etica, alla bellezza- che non riusciamo efficacemente a sviluppare.
Sono beni immobili, risorse, denaro, tante cose che potrebbero essere utilizzate per dare respiro alla Cultura, diventare sedi, centri di produzione, finanziamenti.
E' già successo, ogni tanto succede, ma dovrebbe accadere di più.
Per questo vorremmo lanciare un appello molto semplice e molto diretto.
I soldi per la Cultura ci sono.
Stanno nel forziere dei pirati. Usiamoli.
Tibet, parlano i "nati" dall'esilio

di Leonardo Ferri
Ci sono due generazioni di giovani tibetani che non hanno mai visto un Tibet indipendente, che in molti casi non hanno mai visto il Tibet essendo nati in India, in Nepal, in Bhutan. Sono quei tibetani nati dopo il 1959 per i quali spesso la parola “autonomia” suona vuota come i cinquant’anni di dialogo con il governo cinese. Queste generazioni sono quelle scese per le strade di Lhasa, di Kathmandù, Di Delhi nel marzo del 2008, sono quelle che hanno dato fuoco ai negozi i cui proprietari erano cinesi, sono quelle che gridavano “Tibet libero”, un grido che a molti di loro è costato caro. Sono proprio queste generazioni più giovani che continuano a mirare ad un Tibet indipendente.
“Finché noi tibetani sopravviveremo la questione dell’indipendenza del Tibet non morirà”. A parlare è Topgyal Gontse, esponente del National Democratic Party of Tibet, un partito fondato nel settembre del 1994 e composto quasi esclusivamente di tibetani nati dopo il 1959. Il National Democratic Party of Tibet nasce dal Tibetan Youth Congress ed ha nel suo statuto la lotta per la restaurazione dell’indipendenza del Tibet e la formazione di un nuovo ordine democratico senza alcun legame con la religione. Per quanto la figura del Dalai Lama sia vista come fondamentale, in quanto rappresentante della cultura tibetana e quindi della religione, l’obiettivo del partito, che attualmente non fa parte del governo tibetano in esilio a Dharamsala, consiste nella preparazione dei tibetani ad una forma di governo democratica che non prevede una figura religiosa a capo del governo che, al contrario, deve essere espressione di una maggioranza rappresentata indipendentemente da vincoli di carattere religioso. “Il governo in esilio che abbiamo a Dharamsala – afferma Topgyal Gontse - non è propriamente un sistema democratico. Quello che noi vogliamo fare è proprio lavorare a favore della creazione di un reale sistema democratico per il Tibet. Quindi il nostro lavoro si svolge su due piani, preparare le giovani generazioni ad un reale sistema democratico e realizzare le basi per un futuro Tibet democratico ed indipendente”.
Quando nel novembre del 2006 il presidente cinese Hu Jintao si recò a New Delhi in visita ufficiale, mi trovavo a Dharamsala, nello stato indiano dell’Himachal Pradesh e sede del governo tibetano in esilio. In quei giorni si moltiplicavano le manifestazioni contro la presenza del leader cinese in India e quotidianamente, per quasi una settimana, i nove chilometri che dividono Dharamsala dal villaggio di McLeod Ganj (dove ha sede la residenza del Dalai Lama) erano occupati da manifestazioni di tibetani in prevalenza giovani e giovanissimi. Per quanto i cortei fossero sempre aperti da monaci con in mano la fotografia del Dalai Lama, ogni giovane tibetano con cui ho parlato ha sempre fatto riferimento all’indipendenza del Tibet. Non c’è fiducia nel governo della Cina dopo cinquant’anni di prove di dialogo sempre finite con un nulla di fatto. Lo stesso Dalai Lama, nel suo ultimo discorso fatto il 10 di marzo 2009 nel cinquantesimo anniversario dalla rivolta di Lhasa del 10 marzo 1959, ha cambiato in parte i suoi toni affermando l’intenzione di ridurre le sue funzioni politico-amministrative. Riferendosi alle affermazioni del governo Cinese, che indicano il Tibet come parte della Cina, ha affermato che “L’insistenza cinese sul fatto il Tibet è sempre stato parte della Cina fin da tempi antichi non è solo inaccurata, ma anche irragionevole. Non possiamo cambiare la storia che ci piaccia o no. Distorcere la storia per propositi politici è scorretto”, aggiungendo poi alla fine del suo discorso che i tibetani devono “sperare per il meglio e prepararsi per il peggio”.
Il governo cinese non ha mai dimostrato alcuna apertura ufficiale nei confronti di una possibile autonomia tibetana. La risposta ai moti di marzo e alle parole del Dalai Lama è stata l’istituzione ufficiale della “Giornata dell’emancipazione dalla schiavitù” che si festeggerà il prossimo 28 marzo e che vuole ricordare come la conquista del Tibet da parte delle armate di Mao Zedong abbiano portato alla liberazione della popolazione residente nel Tibet dalla schiavitù a cui erano sottoposti dal governo feudale del Dalai Lama. I moti di marzo sono stati repressi nel sangue. Come è stato possibile vedere dalle poche immagini che ci sono arrivate da Lhasa, le strade della capitale tibetana dopo i moti del marzo 2008 erano vuote, attraversate solo da militari cinesi. La stessa ferrovia del Quingzang, la linea Pechino-Lhasa, inaugurata il primo luglio del 2006 e chiamata la “ferrovia del cielo” con i suoi 4000 metri di altitudine che, secondo le affermazione del governo cinese durante il periodo di realizzazione, sarebbe dovuta essere un mezzo per incrementare il turismo in Tibet, è stata usata per il trasporto delle truppe a Lhasa. Il turismo in Tibet è stato bloccato, proibito l’ingresso ai giornalisti. Lo stesso Dalai Lama, durante un’intervista rilasciata alla BBC il 16 marzo 2008, ha affermato di avere provato, dopo avere visto le immagini della repressione delle rivolte del 14 marzo 2008 a Lhasa, la stessa sensazione che provò quando il 10 marzo del 1959 vi furono le rivolte e la repressione che lo vide costretto alla fuga ed al conseguente esilio.
Per quanto si continui a parlare di politica realistica, allontanandosi dall’ipotesi dell’indipendenza e rivolgendosi ad una più probabile autonomia, le risposte ufficiali del governo cinese non danno adito a grandi speranze. Anche i giovani tibetani che provengono dal Tibetan Youth Congress e che fanno riferimento al National Democratic Party of Tibet, non considerano l’autonomia la soluzione definitiva bensì, nel caso, solo un momento di passaggio verso l’inevitabile indipendenza. “La differenza fondamentale fra la nostra organizzazione e la politica delle generazioni di tibetani più anziani – afferma Topgyal Gontse - è che le attuali politiche sul Tibet non prevedono l’indipendenza. L’autonomia è quanto l’attuale governo in esilio a Dharamsala richiede alla Cina. Noi del National Democratic Party abbiamo invece come obiettivo l’indipendenza del Tibet”.
La questione dell’indipendenza, abbandonata dalle vecchie generazioni di esuli disposti ad una politica rivolta all’autonomia, torna a farsi sentire nelle parole e nelle idee dei tibetani più giovani pronti, come si legge nel punto 5 del manifesto del National Democratic Party, a “lottare per la restaurazione dell’indipendenza del Tibet, anche a costo della vita”.
La crisi raccontata dall'informazione... in Francia

di Alberto Romagnoli
La Francia e' uno dei paesi in cui le conseguenze sociali della crisi economica sono piu' evidenti, anche grazie ad alcune clamorose proteste dei lavoratori: i sindacati hanno gia' portato per due volte milioni di persone nelle piazze, gli operai di alcune fabbriche prossime alla chiusura hanno bloccato i dirigenti nei loro uffici, un grande imprenditore si e' ritrovato circondato - nel pieno centro di Parigi - da dipendenti che intendevano chiedergli conto dei licenziamenti. I giornali da mesi dedicano decine di pagine a queste vicende, e non potrebbe essere altrimenti. Quello che e' interessante e' che lo fanno anche le televisioni - pubbliche e private - senza che si sia ancora aperta alcuna polemica su "pessimisti" o "ottimisti".
La crisi economica continua a far abbassare la popolarita' di Sarkozy, che per altro e' uno dei leader mondiali piu' impegnati a cercare di risolverla. Il presidente ha appena fatto approvare al parlamento una riforma di France television che modifica i meccanismi di nomina del suo presidente (che ora verra' scelto direttamente dall'eliseo) ed il suo finanziamento (con la progressiva abolizione della pubblicita'). Quindi i giornalisti della televisione pubblica dovrebbero avere tutto l'interesse - in un momento come questo - a non ... disturbare troppo il manovratore. Eppure dibattitti sulla disoccupazione che aumenta, reportage sul potere d'acquisto che cala, consigli su come risparmiare facendo la spesa dominano i palinsesti e fanno ....incrementare gli ascolti (come quelli di "Envoye' special", storico programma di informazione in prima serata sul secondo canale). Tf1, il canale (ed il relativo tg), piu' seguito e' privato, di proprieta' di un imprenditore piu' che amico di Sarkozy. Ma lo stile non e' troppo differente: martedi' 31 marzo, durante il notiziario delle 20, e' andata in onda una lunga inchiesta (circa quattro minuti, una dimensione inimmaginabile per un tg italiano, a parte il pastone politico) dedicata alla Francia "che disobbedisce": dai collettivi che organizzano espropri nei supermercati agli attivisti anti-pubblicita' che imbrattano i cartelloni. Un viaggio attraverso forme di protesta illegali ma originali, mirate ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica in una maniera decisamente diversa da quella della politica tradizionale. Che l'argomento sia interessante lo dimostra il fatto che France 4 (una delle reti del servizio pubblico) ha persino creato un'apposita rubrica mensile. Il titolo "Global resistance" e' tutto un programma (http://www.france4.fr/global-resistance/): nessuno ha parlato di istigazione di reato, nessuno si e' scandalizzato per la rappresentazione di un fenomeno emergente. I giovani non hanno avuto bisogno di andare (solo) su internet per farsi un'idea di questi nuovi movimenti, tanto piu' che sulla rete la cronaca e' fatta dai diretti interessati. Qui parliamo di offerta giornalistica "tradizionale", classica mediazione giornalistica.
La televisione francese, come quella italiana, e' spesso accusata di essere reticente sugli argomenti piu' cari alla politica. I suoi redattori sono vicini al potere, che qui nessuno definisce (ancora ?) "casta". Ma sulla crisi economica si sta dimostrando - almeno agli occhi di un osservatore straniero - meno prudente del solito. In piu' nei tg italiani, che visti da lontano sembrano sempre piu' schiacciati nella morsa fra la cronaca politica e cronaca nera, resta sempre meno spazio per le storie di esperienze positive, per i viaggi in provincia, per un paese "minore" solo nella toponomastica. I telegiornali francesi invece ne sono pieni, e cosi' - accanto a quelle delle fabbriche in cassa integrazione - propongono anche le immagini di imprenditori che continuano ad esportare, scienziati che ottengono risultati di fama mondiale, comunita' capaci di iniziative di solidarieta'. Insomma ne viene fuori un paese, come l'avrebbe definito un direttore di tg della prima repubblica, "articolato e complesso", in cui - durante la crisi - c'e' gente che lavora ed altra che protesta, cittadini vittime della globalizzazione ed cittadini che la cavalcano. In cui si raccontano i successi, forse per il solito orgoglio nazionale, ma anche i problemi. Senza arrabbiarsi con la tv se li rappresenta. E' la crisi ed e' la stampa, bellezza.
Eisenhower disse no

Nel 1954 una delegazione guidata dal Presidente USA avrebbe incontrato gli ambasciatori alieni nel campo d’aviazione, poi divenuto l’attuale Base Edwards. Di lì si sarebbe formato il potentissimo Gruppo Bilderberg...
Titoli a caratteri cubitali apparvero sui giornali statunitensi in quel lontano luglio del 1952. Formazioni di UFO avevano sorvolato più volte la capitale, Washington D.C. Quattro mesi dopo, il generale Dwight Eisenhower, divenuto capo di Stato Maggiore dell’Esercito USA al termine della Seconda Guerra Mondiale (quindi, nel 1951, comandante supremo delle forze alleate della NATO), fu eletto presidente. Era il gennaio 1953 e, in quello stesso mese, all’Ufficio di Intelligence Scientifica (OSI) della CIA fu ordinato di determinare se gli UFO fossero di natura interstellare.
L’OSI riunì la commissione scientifica Robertson (il "Robertson Panel"), che raccomandò tra l’altro l’ampliamento del Progetto "Blue Book", vale a dire un maggiore studio degli UFO da parte dell’Aeronautica militare. Un anno dopo, nell’aprile 1954 (come documentato da Gerald Light), il Presidente Eisenhower effettuò un viaggio segreto per Muroc Field (l’odierna Base Edwards dell’USAF), situato nel deserto californiano. Il suo seguito comprendeva alcuni generali, il reporter Franklin Allen dell’Hearst Newspapers Group, il vescovo cattolico di Los Angeles James McIntyre, ed altri.
Il presidente aveva precedentemente fatto in modo di trovarsi nella vicina Palm Springs, in California, giustificando il suo viaggio con la scusa di una vacanza di golf. Una notte venne portato di nascosto a Muroc, mentre, come copertura, ai reporter fu detto che il Presidente aveva mal di denti ed aveva dovuto consultare un dentista.
LA DELEGAZIONE
Mentre si trovava al campo di aviazione di Muroc, Eisenhower fu testimone dell’atterraggio di un disco extraterrestre. Diversi visitatori stellari ne uscirono, per conversare con il Presidente e i generali. Gli extraterrestri chiesero che Eisenhower rendesse immediatamente pubblico il contatto tra gli alieni e la Terra. Il Presidente rispose che gli umani non erano ancora pronti, avevano bisogno di tempo per prepararsi a questa stupenda realtà. Alla fine del mese successivo, nel maggio 1954, il direttore della CIA Walter Bedell Smith, il principe Bernhard di Olanda, David Rockefeller e altri magnati della finanza, il futuro segretario di Stato Dean Rusk, il futuro ministro britannico della Difesa Denis Healey e diversi uomini di potere occidentali, presero parte al primo raduno del Bilderberg Group, ovvero "un modo occidentale di gestire l’ordine del mondo". (H. Sklar, ed. 1981 Trilateranism. Boston: South End Press).
Uno dei primi argomenti all’ordine del giorno di questa "Direzione Mondiale" fu il contatto extraterrestre. I dati che ora esporrò mi sono stati rivelati da un informatore confidenziale che ritengo attendibile, il quale in precedenza aveva lavorato sotto contratto per la "National Security Agency", e che dispone ancora oggi di contatti all’interno dell’intelligence. Questa informazione è stata confermata da una seconda fonte, il dottor Michael Wolf, il quale ha lavorato nel gruppo di Studi Speciali del MJ-12, un sottocomitato "non ufficiale" del "National Security Council".
Il rapporto che segue non va considerato come una fuga di notizie. Al contrario, l’emergere di queste informazioni fa parte di un "Programma di Acculturamento", una precisa politica (sebbene non dichiarata dal Governo USA) di un lento "rilascio di informazioni", come lo chiama il dottor Wolf. (Ogni informazione, inclusa in questo rapporto, da me sviluppata indipendentemente dai miei due informatori governativi, verrà riportata fra parentesi).
IL GRUPPO BILDERBERG
Subito dopo essersi costituito, il Gruppo Bilderberg collaborò con il "Council on Foreign Relations" (CFR), altra unità politica internazionale che gestisce a livello mondiale il problema della preparazione dell’umanità alla presenza extraterrestre. Il gruppo Bilderberg e il CFR decisero di concerto, verso la metà degli anni Cinquanta, di giungere ad un accordo con gli extraterrestri, in base al quale sarebbe stata loro concessa un’isola nella Polinesia Francese come base sulla Terra. Tale accordo, da un lato rese possibile agli ET il monitorare da vicino la cultura ed il comportamento degli umani; dall’altro consentì ai governi della Terra di fare altrettanto con gli alieni.
"Divenne un esperimento continuo", così disse il mio ex-informatore della NSA. Aggiunse inoltre che quando giungerà il momento di un annuncio pubblico ufficiale sulla presenza degli extraterrestri, essi "saranno presentati ai terrestri" con frasi tipo "Oh, a proposito, diamo il benvenuto ai nostri vicini di casa delle Pleiadi. Sapete, si trovano sulla Terra dall’alba dei tempi e ora vivono qui a casa nostra, nel nostro spazio e nel nostro tempo". L’informatore aggiunge candidamente: "sono il loro corpo diplomatico".
ALIENI E RETROINGEGNERIA
Il mio informatore ex-NSA mi ha detto che gli Stati Uniti hanno condotto lunghi negoziati in merito a diverse concessioni prima di accettare il compromesso. Non mi ha specificato quali fossero queste concessioni, ma la storia seguente il 1954 suggerisce che gli Stati Uniti fecero la parte del leone. Sembra infatti che gli USA ottennero il pieno appoggio degli alieni, i quali aiutarono gli scienziati americani a capire come adattare ai loro bisogni l’insolita tecnologia extraterrestre.
Il risultato di questa interazione è ciò che adesso conosciamo come i chip per computer, fibre ottiche, laser, clonazione, visori notturni, fibre super resistenti (come il Kevlar dei giubbotti antiproiettili), ceramica aerospaziale antifrizione, tecnologia Stealth, apparecchi a raggi di particelle e voli con controllo di gravità.
MICHAEL WOLF:
"IL PRIMO UFO CADDE NEL 1941"
Il dottor Michael Wolf del NSC, nel suo libro "The Catchers of Heaven", ha rivelato che tra i suoi compiti governativi c’era quello di collaborare con gli alieni. Wolf riferisce testualmente: "Nel mio lavoro incontravo extraterrestri ogni giorno e condividevo i loro settori abitativi" nel corso di ricerche in laboratori governativi sotterranei super-classificati. E specifica: "Gli Zetas lavorano in queste strutture sotterranee, come richiesto dal governo americano. Gli ET rispettano il trattato fra gli Stati Uniti e gli Zetas, ma il governo americano invece ha più volte infranto i patti, maltrattando diversi extraterrestri e provando ad aprire il fuoco sugli UFO".
Il dottor Wolf ha descritto anche il suo lavoro con razze molto simili agli umani, detti Nordici o Semitici. "I Semitici ed i Nordici vengono dalle stelle 4 e 5 di Altair (costellazione dell’Aquila, ndr.) e dal sistema stellare delle Pleiadi". Wolf ha inoltre dichiarato che nel 1954 gli Stati Uniti custodivano quattro cadaveri di alieni nella "Blue Room", all’interno dell’Hangar 18 della base USAF di Wright-Patterson, a Dayton, Ohio. I corpi provenivano da una serie di recuperi di UFO precipitati. "Il primo UFO cadde nel 1941, nell’oceano a ovest di San Diego e fu recuperato dalla Marina".
Da allora la Marina ha mantenuto la leadership in fatto di UFO. Tra quell’incidente ed il primo crash annunciato pubblicamente, quello a nord-ovest di Roswell del 1947, Wolf afferma che se ne verificò un altro nel 1946, oltre ad altri due crash avvenuti sempre nel 1947, nei pressi di Roswell.
IL GOTHA POLITICO
C’è una frattura all’interno del Gruppo Bilderberg, che si rispecchia anche in altre strutture politiche di rilievo mondiale, come il Council on Foreign Relations, il Royal Institute of International Studies e la Commissione Trilaterale, e all’interno del Dipartimento della Difesa e le agenzie di Intelligence degli USA e degli stati NATO.
Il contrasto è tra due schieramenti, o fazioni: uno (la "Minoranza Illuminata") crede sia tempo ormai di rendere pubblica la realtà del contatto extraterrestre e presentare l’esperienza generale con gli alieni come non-ostile; l’altro (la "Maggioranza Ottenebrata") trama invece per nascondere gli avvenuti contatti con gli ET mentre li studia per individuare i loro punti deboli e mettere a punto armi che possano respingerli, visto che la presenza aliena minaccia il monopolio dell’apparato finanziario, del potere e dello status quo. Il Bilderberg, il CFR, il TLC, etc, nacquero per servire i padroni dell’élite sociale e finanziaria.
Mentre i progressisti auspicano una direzione verso la chiarezza e l’illuminazione del mondo, devono tenere conto di una maggioranza che potrebbe non essere d’accordo con tale politica. La maggioranza pensa solo a se stessa e non può capire, ad esempio, come sia possibile che la famiglia reale olandese possieda una compagnia petrolifera (la Royal Dutch Shell Petroleum Ltd.) mentre si parla di distribuzione di energia non inquinante di possibile origine extraterrestre.
Sono convinto che il dottor Michael Wolf, la mia fonte ex NSA (e altri, come lo scomparso colonnello Steve Wilson dell’USAF, il colonnello Donald Ware, sempre dell’USAF, il sergente maggiore Robert Dean dell’Esercito USA, etc.) facciano parte della "Minoranza Illuminata" all’interno delle organizzazioni militari e dell’Intelligence che credono sia ora che la realtà UFO venga alla luce.
Non aspettano che la "Maggioranza Ottenebrata" dia il permesso. Eppure, ci sono state fornite rivelazioni straordinarie su UFO ed ET, provenienti da fonti autorevoli. Coloro che non accettano la realtà della presenza extraterrestre se non rivelata dalle labbra dello stesso Presidente degli Stati Uniti, dovranno aspettare ancora un po’. Chi invece voglia aggiornarsi e capacitarsi della situazione può usufruire di documentazioni ormai incontrovertibili sulla realtà degli UFO e del contatto con gli alieni.
di Richard Boylan
Fonte: edicolaweb.net
Le scie persistenti sono un'invenzione della N.A.S.A.! (articolo di B. Bruhwiler)

Che cosa sono le scie di condensazione?
Quando un aereo vola ad alta quota (almeno 8000 metri), dell'umidità è prodotta dai motori: se il velivolo incrocia a notevole altitudine, allora l'umidità generata dai motori molto caldi a contatto con l'aria fredda circostante condensa in vapore acqueo o forma dei cristalli di ghiaccio, a causa anche della notevole velocità del jet che attraversa l'aria fredda (almeno 40 gradi Celsius sotto zero) ed umida (almeno 70 per cento di umidità relativa).
Così si forma una scia che segue l'aereo. Il fenomeno dipende dagli stessi fattori che si verificano quando il respiro caldo forma un'effimera nuvola di vapore nelle giornate invernali molto fredde ed umide.
Le contrails durano pochi secondi o pochi minuti per una ragione precisa: l' acqua conduce calore sicché assorbe il calore attorno, come quello proveniente dal sole. Ecco perché, allorquando si vede una scia di condensazione dietro un aereo, essa sparisce rapidamente e, mentre il velivolo procede, si riforma in prossimità del velivolo ma ad una certa distanza dai motori, mentre, via via, la coda della scia si dissolve.
E' impossibile vedere una scia formarsi all'interno di nuvole medio-basse come i cumuli (800/2300 metri max) dove i valori igrometrici e termici, come ovvio, non sono idonei.
Se la scia che si genera dietro un aereo è spessa e/o persistente o se è evanescente, ma sotto gli 8.000 metri, quella che vediamo non è una contrail. Non è vapore acqueo, ma una miscela di elementi chimici e biologici, una scia tossica.
Dopo la Seconda guerra mondiale, come ammesso anche dal governo britannico, l'aviazione del Regno Unito diffuse sulla popolazione inconsapevole decine di elementi e composti chimici nell'ambito di esperimenti in vivo. Negli anni '50 del XX secolo, negli Stati Uniti, l'esercito usò i sistemi di ventilazione della metropolitana di New York, sempre per sperimentare gli effetti di sostanze chimiche ed agenti patogeni sulle persone.
Le scie possono più o meno durare nel tempo, a seconda della stabilità dell’aria e della quantità di vapore presente.” [Girolamo Sansosti & Alfio Giuffrida - Manuale di meteorologia, Una guida alla comprensione dei fenomeni atmosferici e climatici in collaborazione con l’UAI (Unione Astrofili Italiani) - Gremese Editore – 2006 – pag 86
Ma quanto durano nel tempo queste scie? La risposta è implicita nel seguente passaggio:
“La lunghezza e l’intensità di una scia di condensazione dipendono dalle condizioni atmosferiche, dal tipo e dalla velocità dell’aereo. Le tipiche scie di condensazione variano dai 9 ai 28 Km. (da 5 a 15 miglia marine) di lunghezza, e una trentina di metri di diametro. Le scie di condensa si formano generalmente tra 7500 e 18000 metri di altitudine, a temperature molto basse (-40 °C).” [The Camouflage Handbook, AAFWAL-TR-86-1028 (Wright-Patterson AFB, Ohio: Air Force Wright Aeronautical Laboratories, 1986), cap. 1–12]
Facciamo adesso un semplice calcolo fisico - matematico: se la velocità è data da v=s/t ( spazio percorso diviso il tempo impiegato a percorrerlo) invertendo tale formula si ottiene t=s/v (il tempo di percorrenza è uguale allo spazio percorso diviso la velocità) e quindi un aereo che viaggia ad una velocità di 600 km/h (tipica velocità di crociera) per percorrere 9 km impiega un tempo pari a 9/600 ore = 0,015 ore = 0,9 minuti =54 secondi, mentre per percorrere 28 km impiega un tempo pari a 28/600 ore = 2,8 minuti = 2 minuti e 48 secondi.
Se per caso un aereo viaggiasse ad una velocità molto più bassa (ad esempio 300 km/h) in base ai dati riportati nel suddetto libro otterremmo dei risultati doppi dei precedenti, ma sono ben pochi gli aerei che volano a simile velocità. Abbiamo quindi la conferma che le tipiche scie durano di norma un minuto, al massimo 5. Di conseguenza un cielo oscurato da 40 “scie di condensa” persistenti per ore (o anche solo per un’ora) è assolutamente a-tipico, a-normale, un fenomeno spiegabile solo in termini di irrorazione artificiale.
Corrado Penna (Fisico)