venerdì 17 aprile 2009

IL FILO D'ORO - SUMERI - 7/7

IL FILO D'ORO - SUMERI - 6/7

IL FILO D'ORO - SUMERI - 5/7

IL FILO D'ORO - SUMERI - 4/7

IL FILO D'ORO - SUMERI - 3/7

IL FILO D'ORO - SUMERI - 2/7

IL FILO D'ORO - SUMERI - 1/7

Astronauti nel Medioevo

UFO Sighting in Texas

Ufo ripreso il giorno di San Valentino 14 Febbraio 2009 a Miami (Florida)

Sfere di luce riprese a Huánuco Perú Feb 16 2009

I beni comuni per uscire dalla crisi














Giovedì 16 Aprile 2009 il Manifesto

di Giovanna Ricoveri, su Il Manifesto del 15.04.2009 - Dovremmo dare più ascolto a quanti sottolineano che la crisi climatica-ambiental e e economico-finanziar ia del XXI secolo può essere l'occasione per una cambiamento a nostro favore, ma solo se lavoreremo affinché ciò accada. Per questo, servono idee forti e innovative, che sono già nel nostro passato, da rivisitare e aggiornare. L'innovazione vera è infatti quella che costruisce il futuro partendo dalla tradizione.

Riflettendo sul ruolo dei manager in questa fase in cui i padroni sono diventati invisibili, Valentino Parlato osservava recentemente (il manifesto del primo aprile scorso) che nella civiltà contadina del secolo scorso i baroni proprietari terrieri erano diventati assenteisti e avevano affidato la conduzione delle loro campagne ai fattori, sui quali far ricadere l'ira di braccianti e contadini. E concludeva che, come l'assenteismo dei proprietari terrieri aprì la strada alla riforma agraria, così l'assenteismo dei proprietari industriali potrebbe preludere all'abolizione della proprietà, visto che «i proprietari sono diventati rentiers».

Un patrimonio collettivo

Forse parlare di «abolizione» della proprietà industriale è eccessivo, ma questo confronto storico è utile perché indica un metodo di indagine e perché ci aiuta a vedere che anche nel nostro mondo ipercapitalistico, dominato dal mercato, esistono beni e servizi naturali (energia, minerali, metalli, prodotti agricoli, forestali e zootecnici) e sociali (dai servizi pubblici alla città) che non sono (non dovrebbero essere) oggetto di proprietà, né pubblica né privata.
Sono infatti un patrimonio collettivo del genere umano, da cui dipende la soddisfazione della maggior parte dei nostri bisogni (cibo, acqua, energia, casa, salute, istruzione, libertà, dignità). Sono il «feudo o la ricchezza dei popoli», si diceva un tempo, e questa espressione si potrebbe parafrasare oggi dicendo che sono una componente importante del salario o reddito reale, sia che si tratti di beni naturali e servizi sociali che altrimenti dovemmo acquistare sul mercato sia che si tratti di beni e servizi indisponibili sul mercato, la cui mancanza comporta costi umani e monetari elevati come la perdita della salute, il mancato accesso all'istruzione - per non parlare della fame nel mondo (e della morte per fame).

Sull'accesso e sull'uso dei beni comuni esiste tuttavia un conflitto permanente e insanabile tra le imprese (industriali e non) che se ne appropriano gratuitamente per produrre beni e servizi, e le persone e i popoli ai quali le imprese vendono sul mercato i beni e servizi prodotti con le risorse loro sottratte, spesso con la forza e anche con la guerra.

Democrazia dal basso

Tutta la storia dello sfruttamento del lavoro e del colonialismo può - deve - essere letta come un processo di sfruttamento del lavoro e di recinzione/sottrazi one (enclosure) dei beni comuni operato dai potenti ai danni dei lavoratori e dei popoli. Le imprese usano inoltre le risorse naturali e i servizi degli ecosistemi naturali fino al loro esaurimento, e in questo modo depauperano la terra spesso in modo irreversibile, rendendo difficile la vita delle generazioni future oltre che di quelle presenti, e portando il sistema verso il disastro.

Nel loro insieme, i beni comuni naturali e sociali, locali e globali, configurano un paradigma di società organizzata a dimensione locale e partecipazione democratica dal basso, che può essere utile per indicare una via di uscita a sinistra dalla crisi. Esprimono una forma di democrazia che integra e qualifica quella parlamentare; definiscono un modello sociale e produttivo basato sulla cooperazione anziché sulla concorrenza, sulla solidarietà anziché sull'egoismo proprietario individuale. Per rigenerarsi, si avvalgono dei cicli corti e dei mercati locali anziché del mercato globale, dell'agricoltura di prossimità e non di quella monocolturale, del risparmio delle risorse e non del loro spreco.

L'importanza del modello alternativo

E' utile, forse necessario, pensare a un modello alternativo a quello capitalistico, responsabile della crisi, perché esiste il timore/la speranza che il capitalismo possa disintegrarsi nel giro di un paio di decenni, non tanto perché non è in grado di tutelare il benessere della stragrande maggioranza della popolazione ma perché non riesce più a garantire l'accumulazione infinita del capitale, che è la sua vera ragion d'essere.
La situazione è arrivata a un punto di crisi tanto avanzato che il risultato non cambierebbe, secondo la maggior parte dei commentatori, neanche se i governi facessero di tutto - e non lo fanno, a parte qualche eccezione come quella del presidente degli Stati uniti, Barack Obama - per attuare politiche di keynesismo verde e cercare di rimediare ai guasti prodotti da due secoli di inquinamento delle fonti idriche, distruzione della fertilità della terra, disboscamento delle colline, obsolescenza programmata delle merci e conseguente aumento dei rifiuti, cementificazione dei suoli e costruzione di abitazioni sulle rive dei fiumi che vanno sott'acqua se la pioggia è più abbondante, o di edifici «antisismici» che si sbriciolano sotto il terremoto (evento non eccezionale in un paese fragile come l'Italia).

Dai tempi dell'unità d'Italia

In Italia i beni comuni «né pubblici né privati» non hanno legittimazione dai tempi dell'unificazione d'Italia, essendo stati cancellati dal primo Codice civile del 1865. E' per questa ragione che da noi l'acqua diventa pubblica o privata a seconda delle maggioranze di governo. Per superare questo problema, molto si può imparare dai due paesi andini, Bolivia e Ecuador, che hanno recentemente approvato una nuova Carta costituzionale, che estende i diritti sociali all'acqua, al cibo, alla casa, all'energia, all'istruzione, alla salute e difende la natura e le risorse che sono alla base di quei diritti.




Abruzzo, un futuro fatto di pozzi di petrolio?
















di Marco Cedolin

n questi giorni di tragedia e di passerelle politiche nessuno fra uomini politici e giornalisti si è sentito in dovere di rendere nota agli abruzzesi la volontà del governo, già espressa lo scorso giugno 2008, di trasformare l’Abruzzo in una regione mineraria.

Nel corso delle ultime settimane l’Abruzzo si è ritrovato sotto la luce dei riflettori mediatici come mai prima d’ora a causa del terremoto che ha colpito l’Aquila provocando la morte di quasi 300 persone, oltre 1000 feriti e 30.000 senza tetto. Durante questi giorni di tragedia gli uomini politici hanno fatto a gara nell’ostentare presenzialismo e dispensare promesse di ogni sorta per quanto riguarda il futuro delle zone colpite dal sisma e dell’intera regione. Promesse che, partendo da una pronta ricostruzione delle abitazioni distrutte dal sisma, non hanno mancato di contemplare grande attenzione nei confronti degli equilibri di un territorio che si caratterizza come estremamente fragile.

Nessuno fra gli uomini politici ed i giornalisti, impegnati nel curare la buona riuscita della “passerella mediatica”, si è sentito in dovere di rendere nota agli abruzzesi la volontà del governo, già espressa lo scorso giugno 2008, di trasformare l’Abruzzo in una regione mineraria, come dimostrato dal fatto che ormai il 35% del territorio abruzzese risulta coperto da permessi estrattivi in favore delle compagnie petrolifere.

Leggendo l'interessantissimo blog della Dr.ssa Maria Rita D'Orsognache da anni segue la vicenda con tutto l’ardore di chi pur vivendo all’estero continua a rimanere profondamente innamorato della propria terra, non si fatica a comprendere i termini del problema nella loro interezza. L’interesse dell’ENI, della Mediterranean oil and gas (MOG), di Total e altre compagnie petrolifere nei confronti del territorio abruzzese sembra essere molto alto, così come alta è stata fino ad oggi la disponibilità degli uomini politici di varia estrazione e colore, nei confronti di un progetto che riproponga in Abruzzo lo stesso scempio già sperimentato in Basilicata.

Anche per l’Abruzzo, così come accaduto proprio in Basilicata, potrebbe prospettarsi dunque un futuro fatto di trivellazioni e pozzi petroliferi, destinati a devastare ed inquinare il territorio, senza comportare nessun tipo di ricaduta positiva per la popolazione residente.

Se i cittadini abruzzesi, tenuti fino ad oggi all’oscuro del tutto dall’atteggiamento omertoso della politica e dell’informazione che conta, avrebbero già molto da recriminare per il solo fatto che si paventi dinanzi a loro una prospettiva di questo genere, occorre sottolineare come esista un ulteriore motivo di allarme che, soprattutto alla luce di quanto accaduto all’Aquila, non può certo essere sottaciuto.

La conformazione del territorio abruzzese, ad elevato rischio sismico, dovrebbe infatti sconsigliare nella maniera più assoluta qualunque ipotesi di trivellazione, dal momento che l’estrazione di petrolio e gas dal sottosuolo comporta un aumento dei rischi di movimenti tellurici indotti proprio dall’attività estrattiva. A questo proposito esistono molti studi che confermano la connessione fra attività di estrazione e terremoti, alcuni stralci dei quali si possono leggere proprio all’interno del blog della Dr.ssa D’Orsogna.

Dagli uomini politici che anche nelle prossime settimane con tutta probabilità continueranno la propria passerella mediatica condita di facili promesse tutti i cittadini abruzzesi credo dovrebbero pretendere la promessa di un futuro vivibile, all’interno di case più sicure, in una regione che continui a rimanere fra le più verdi d’Italia, anziché la prospettiva di un domani fatto di pozzi petroliferi e nuovi terremoti, ancora più gravi di quello che ha determinato la tragedia dell’Aquila.

Jill, la donna che ricorda tutto Per gli scienziati è un mistero














16 aprile 2009

Fa discutere il caso della signora Price e della sua memoria eccezionale, che continua a rimanere senza spiegazioni. Intanto lei continua a non dimenticare nulla


NEW YORK - Una memoria di ferro, a cui non sfugge neppure il più piccolo, insignificante particolare. Come il giorno della settimana di una data di più di 20 anni fa, se faceva bel tempo o pioveva, o il giorno esatto in cui si è schiantato lo shuttle Challenger. La perfezione, insomma.

Esiste una donna che ricorda tutto: si chiama Jill Price, ha 43 anni, e, da quando il suo caso è stato scoperto, nel 2006, sta facendo spaccare la testa agli scienziati, alla ricerca di una spiegazione plausibile per questa sua abilità straordinaria. Una benedizione, di certo, ma anche una condanna: l'impossibilità di dimenticare. L'ultima, in ordine di tempo, ad occuparsi di lei è stata la rivista Wired, con un lungo servizio uscito pochi giorni fa.

Jill Price continua a far parlare di sè e della sua "condizione", per cui è stato coniato un nuovo termine scientifico: sindrome ipertimestica, ovvero, in parole povere, memoria eccezionale. La sua capacità di ricordare tocca tutti i campi: se le si chiede cosa successe il 16 agosto 1977 non solo ricorda che quel giorno morì Elvis Presley, ma anche che venne passata una legge sulle tasse in California. Che il 25 maggio dell'anno successivo un aereo cadde a Chicago, o che il 30 agosto 1978 fu la prima volta in assoluto in cui portò l'auto a far lavare. Alcuni di questi eventi possono aver avuto un significato particolare per lei, altri certamente no. Ma sulle sue straordinarie capacità gli scienziati continuano a discutere, lontani dall'aver risolto il puzzle.

Di Jill si parlò per la prima volta in un articolo scientifico pubblicato nel 2006 sulla rivista Neurocase dal dottor James McCaugh, uno dei principali esperti del mondo in materia di memoria, dapprima scettico, poi sempre più intrigato dal mistero. Tanto da coinvolgere altri due colleghi dell'Università di Irvine, in California, Elizabeth Parker, professore di neurologia e psichiatria, e Larry Cahill, professore associato di neurobiologia e comportamento, che hanno sottoposto la donna ad una serie di test.

Da quel momento Jill è finita sui più grandi network tv - Abc in testa - e quotidiani, dal Wall Street Journal a Usa Today, senza contare i talk show, da Oprah a 20/20. Ci sono altri testimonianze in letteratura scientifica di persone con una memoria prodigiosa - un caso per tutti, quello dell'uomo "che non dimenticava nulla", descritto dal neuropsicologo russo Aleksandr Lurija in un libro che ha ispirato poi Oliver Sacks - ma Jill, sostengono McCaugh e colleghi, è unica. Altri hanno una memoria eccellente, ma solo in alcuni campi, dallo sport all'arte. Altri ancora sono in grado di memorizzare all'istante un complicato brano musicale, ma hanno magari difficoltà nelle più semplici attività quotidiane. Jill, invece, ha una vita del tutto normale. E non scorda nulla.

Per dare una spiegazione a questa memoria eccezionale, i ricercatori hanno indagato in direzioni diverse, vagliando numerose ipotesi. Finora però non sono arrivati a nessuna conclusione certa. Una cosa, comunque, è sicura: Jill ama l'ordine, e presenta tendenze compulsive. Ogni cosa, in casa sua, deve avere un posto preciso. Lo stesso, forse, accade nel suo cervello, capace di catalogare in modo infallibile un'enorme quantità di dati.

La Fisica Quantistica incontra la Kabbalah - parte 3

La Fisica Quantistica incontra la Kabbalah - parte 2

La Fisica Quantistica incontra la Kabbalah - parte 1