sabato 2 maggio 2009
Avvistamenti UFO in tutto il mondo

Il mondo che vorrei. Intervista a Vasco

di Teresa Marchesi
E' un Vasco Rossi preoccupato ma anche impegnato quello che sale sul palco del 1° Maggio di Piazza San Giovanni, aderendo ed anzi dando il titolo al concerto di questo 2009,così incerto come anno,sia socialmente che politicamente. Ed è un Vasco Rossi che ci parla con convinzione,anche se non dice ("ditelo voi,io queste cose le voglio fare senza sbandierarle...." ci dice a microfono spento) il suo compenso di 100mila Euro alle famiglie delle vittime sul lavoro, cui quest'anno il 1° maggio di Cgil-Cil-Uil dedica la festa dei lavoratori.
Già nella scelta della musica, della sua scaletta nei 45 minuti della sua apparizione sul palco di San Giovanni, Vasco fa capire chi è e come si propone al pubblico, riprendendo ad esempio un pezzo dei Corvi del 1966, "Sono un ragazzo di strada", cantata da una generazione a cavallo del '68, come simbolo di ribellione ed anche di denuncia. Riproporla oggi ha un senso particolare?
"E' da quando avevo 15 anni, da quando portavo i pantaloni corti che avevo voglia di cantare questa canzone. Sono anni....quindi. Questa volta volevo fare una sorpresa per il 1° Maggio" ci dice Vasco Rossi," ho fatto anche una scaletta di brani tutti precisi e perfetti,studiati apposta per questo primo maggio...sono scelte con cura,è praticamente un discorso. Chi vuol capire, capisce. Io questa idea: sono quel che sono, lo sai io sono un poco di buono, lasciami in pace perché sono un ragazzo di strada, siamo ragazzi di strada....però tu ti prendi gioco di me..."
Ci sono poi nella scaletta, canzoni come Stupendo con il verso "sì, stupendo, mi viene il vomito"; Vieni qui, Sally,C'è chi dice no, "che potrebbe essere la sintesi del momento" e poi alla fine Il mondo che vorrei, che ha dato appunto il titolo a questo Concerto del 1° Maggio. ed altre ancora, in un ordine che sembra voler dire con chiarezza quanto Vasco si presenti al pubblico con la sua generosità e qualche preoccupazione.
"Ma vedi, io ho ricevuto tanto dalla gente, ho ricevuto tante soddisfazioni nel mio mestiere e quindi vorrei restituire un po' di quello che ho avuto. Secondo me questo è un messaggio per chi ha ricevuto molto affinchè, in questo periodo di crisi anche economico-finanziaria, si restituisca a chi ha avuto di meno. Ecco, un po' di giustizia sociale..."
Sarebbe una bella idea...
"Tutti vorremmo un mondo più giusto,più equilibrato e tutti dovremmo fare qualcosa per migliorarlo sempre; ho suggerito il titolo agli organizzatori del 1° Maggio,perché penso che sia un buon modo,un buon concetto che può essere interpretato in quel senso lì, cioè nel senso che tutti dobbiamo far qualcosa per migliorare il mondo che ci sta intorno".
Tu parli anche di diritti civili?
"Sì, mi preoccupa quello che succede in giro, ci sono conquiste sociali che sono stati conquistate faticosamente negli ultimi anni, sembravano acquisite e scontate ed oggi invece vengono rimesse in discussione. Questo mi da parecchio fastidio, mi preoccupa molto. Poi in particolare, questo 1° Maggio è un giorno di solidarietà e di denuncia del grave problema dei morti sul lavoro, che è un problema quotidiano di cui non si parla mai abbastanza".
Un vento bizzarro si alza sull'intervista, un vento da temporale e Vasco non perde l'occasione per una metafora sincera...
"Senti che bel vento...Altro che bel vento...! Tira una brutta aria..anche se non abbiamo trovato il senso ...un senso questo Primo Maggio ce l'ha... Quindi stiamo svegli,ragazzi, occhi aperti!
Io vorrei dare un consiglio. Ascoltate meno i telegiornali, perché guardandovi bene intorno, capirete che il mondo non è così terribile come appare nei Tg. Mia mamma è preoccupata, tutti giorni per quelle problematiche che fanno vedere i telegiornali.... Allora io dico, chiamiamoci fuori dalla omologazione... Io non faccio calcoli, dico solo le cose che vedo e le metto nelle canzoni"
E' il Primo Maggio in musica di Vasco Rossi che anche per questo ha detto addio agli stadi italiani, perché "vuol guardare in faccia la gente", così come ha cominciato a fare con i ragazzi di Piazza San Giovanni.
Cosa resterà degli anni Dieci del 2000? L´inizio della pratica della sostenibilità

di Alessandro Farulli
LIVORNO. Come passeranno alla storia gli anni Dieci del 2000? Forse come quelli dell’11 settembre e della prima grande crisi globale. Oppure, per l’italiano medio, come quelli di calciopoli. Oppure…oppure vengono in mente praticamente solo eventi negativi se si pensa alla giustizia, alle guerre, alla fame nel mondo. Qualcuno in questi anni ha dato insomma una buona ragione concreta per credere in un futuro migliore? Forse sì. Almeno in questi ultimi scorci di decennio c’è una speranza. Si chiama sostenibilità ambientale e sociale.
Fino a qualche tempo fa concetto astratto per i più, oggi assai presente (anche se magari non esplicitato con queste esatta dizione) sia nelle parole dei grandi leader politici (e qualche volta anche nelle azioni), sia in quelle di molti imprenditori, sia in quelle di diversi economisti, sia tra la gente. Non stiamo farneticando e oggi gli argomenti ce li fornisce la consueta rassegna stampa.
C’è Obama, la speranza nella speranza di questo fine decennio, che ha ribadito allo scoccare dei suoi primi 100 giorni da presidente che «la nuova frontiera è quella dei posti di lavoro verdi, proseguiremo l’obiettivo delle energie pulite» (Il Manifesto). C’è Sarkozy, che da destra, gli fa eco lanciando la Grande Parigi parlandone come «la città del dopo Kyoto» che «allea la natura senza combatterla». Un’idea di città (e anche un progetto dal costo di 35 miliardi per dieci anni di lavori) grazie al quale (Sole24Ore) «il verde dovrà impadronirsi della nuova metropoli, capitale mondiale dello sviluppo sostenibile», con un treno, il “grande otto” che collegherà il centro alla periferia con l’obiettivo di fare una sola grande città uguale per tutti. Niente più banlieue con il sogno di «coniugare umanesimo, sviluppo sostenibile e crescita economica».
Ma non è tutto, su Italia Oggi si annuncia l’arrivo di una “ripresa tinta di verde” con le aziende che – udite udite – chiedono regole, nello specifico quelle relative ai filtri antiparticolato («il vero problema è quello dei controlli: ci vuole un sistema che imponga il rispetto delle leggi») settore questo piuttosto importante nell’ottica delle tecnologie verdi e della mobilità sostenibile.
E’ poco, è tanto? Basti dire che alcuni anni fa non era proprio. Nel senso che non era questione di cui dibattere, mentre oggi lo è (pensiamo anche alla pubblicità delle tv e dei giornali e a quali messaggi sta lanciando negli ultimi tempi pur con tutte le sue enormi contraddizioni). Il protocollo di Kyoto era qualcosa di cui parlare solo e poco alle scadenze e per i più era una sostanziale rottura di scatole. In alcuni ambienti, certamente, il tema della sostenibilità era stramaturo, però è un fatto che non sfondava.
L’ambientalismo era visto e a volte praticato sempre e soltanto quello della difesa dell’esistente e si faceva grande fatica a capire come andare avanti.
Ora la sostenibilità sta germogliando, anche se a fatica, e per questo, come nel nostro stile, alziamo l’asticella. Prendendo spunto dal pezzo di Isabella Bossi Fedrigotti, giornalista e nota scrittrice italiana, che oggi sul Corriere della Sera parla dei «Nostri figli senza maestri». Un tema di importanza capitale alla luce anche dei recenti tragici fatti di cronaca dei quali, lei sostiene (non a torto), «dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende invece, a tacere». Ma che cosa sta loro succedendo?
«E’ certo – dice – che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi, che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti. E’ un’infelicità chiusa e senza desideri, perché (…) non può esserci desiderio dove non c’è speranza».
Niente speranza, niente ideali. «Speranze – prosegue - condivise, che una volta riguardavano la politica per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso, mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in tv oppure alla conquista di un certo tipo di abbigliamento firmato e uniforme».
«Poveri ragazzi – si legge dopo - è questo il piatto che abbiamo preparato loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato». Un quadro veritiero della situazione dei giovanissimi di oggi, anche se la logica dello si stava meglio quando si stava peggio oppure del “quand’ero giovane io”, francamente non aiuta e non ci piace affatto. Andy Warhol e Pierpaolo Pasolini già avevano capito come sarebbero andate a finire le cose.
Quando dalla sua Factory spiegò che una lattina di una nota multinazionale era arte (Pop) e rappresentava persino la democrazia sociale e poi che tutti avrebbero avuto tre minuti di celebrità erano gli anni 70 e significa che qualcosa e più di qualcosa e qualcuno e più di qualcuno spingevano o erano spinti verso qualcosa. Facile definirlo il consumismo, anche fisico e delle persone e dell’ambiente. E’ stata una fase che ora, secondo noi, sta mostrando ampiamente le corde. Nonostante viva probabilmente il momento più alto e più vistoso di quello che Warhol pensava (altro che tre minuti di celebrità con internet!).
Si può quindi e si deve ripartire con nuovi orizzonti anche e soprattutto per i nostri figli, ripensando a quelle che Edgar Morin (Terra patria) già diversi anni fa aveva indicato come nuove ‘finalità terrestri’. La pratica della sostenibilità sociale e ambientale può essere una di queste finalità.
La sostenibilità può già essere letteratura, può già essere cultura, può già essere programma di governo, può già essere quindi un ideale. Può essere quella ‘materia’ fondamentale per far credere di nuovo i maestri al loro magistero. Noi la riteniamo qualcosa di più, la riteniamo non una strada non un orizzonte, ma la strada e l’orizzonte, forse però questo concetto ancora non è maturo.
I cambiamenti climatici ci stanno facendo però ripetizioni piuttosto serrate e così il problema energetico mondiale. Ripensare il sistema economico mondiale piegandolo sulla sostenibilità ambientale e sociale sia dall’alto (politica), sia dal basso (comportamento individuale che è comunque politica) riappropriandoci degli spazi esterni, della discussione, del dibattito dello stare insieme anche con chi è diverso da te e la pensa diversamente da te, non è un bell’ideale in cui credere? Noi, senza retorica e senza dogmi, pensiamo di sì.
Elise, genio di due anni intelligente come Einstein

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI
La piccola inglese ha un quoziente di 156 punti. Lo scienziato (da adulto) aveva 160. Mensa, l'associazione che riunisce le menti più dotate, l'ha ammessa nel club. Facendo un'eccezione
LONDRA - Aveva cinque mesi quando ha fissato attentamente suo padre negli occhi e ha detto: "Papà". Al genitore per poco non è venuto un colpo, ma le sorprese non sono finite lì. A sette mesi si è alzata sulle gambe e ha cominciato a camminare. A dieci correva. A undici sapeva dire il proprio nome. A un anno e due mesi sapeva contare fino a dieci. A un anno e mezzo contava fino a venti, e in più sapeva recitare l'alfabeto, dire poesie a memoria e nominare la capitale di sei paesi. Oggi, che ha due anni e quattro mesi, di capitali ne conosce trentacinque, distingue un triangolo equilatero ("ha tre lati lunghi uguali!") da uno isoscele, sa contare anche in spagnolo e quando una sua coetanea, indicando un animale su un libro, dice che è un rinoceronte, lei la corregge con gentilezza: "No, non è un rinoceronte. Quello è un triceratopo". Un dinosauro quadrupede vissuto 70 milioni di anni fa in Nord America, per chi non lo sapesse.Elise Tan Roberts, ventotto mesi d'età, cresciuta in una modesta famiglia di lavoratori nella parte settentrionale di Londra, è la bambina "più intelligente di Gran Bretagna", secondo quanto scrive in prima pagina il quotidiano Daily Mirror, che ha scoperto la sua storia. Ha un QI, come si dice in gergo scientifico (cioè un quoziente d'intelligenza), di 156, decisamente superiore alla media, la media non tra i bambini della sua età bensì tra gli adulti, che è 100, e leggermente inferiore al QI che aveva, da grande beninteso, Albert Einstein, 160. Insomma è un prodigio, un genio, una bambina decisamente fuori dal comune. Elise è tanto speciale che Mensa, l'organizzazione fondata nel Regno Unito nel 1946 per riunire le persone più intelligenti della nazione (per iscriversi bisogna essere nella fascia del 2 per cento della popolazione con il QI più alto), l'ha accettata trai suoi membri facendo un'eccezionale alla regola: bisognerebbe avere come minimo 10 anni per essere ammessi.
Louise, sua madre, che ha 28 anni ed è bianca, ed Edward, il padre, che ha 34 anni ed è nero, dicono di essere una famiglia normale. Lei lavora part-time in una compagnia di traslochi e la domenica in un supermercato; lui vende auto usate in cattive condizioni ai garage che le riparano e poi le rivendono. Nessuno dei due genitori è laureato. Tra i parenti ci sono medici e ingegneri, ma nessuno con un quoziente d'intelligenza da record. "Non abbiamo mai fatto niente per trasformare Elise in un prodigio", dice la mamma. "Non siamo i tipi di genitori che da quando il figlio è nella culla cercano di insegnargli l'alfabeto, l'aritmetica o una lingua straniera. Non le riempiamo la testa di nozioni. Ci limitiamo a rispondere alle sue domande. E lei ne ha tante. Ha una curiosità insaziabile. E una memoria incredibile". I coniugi Roberts si erano accorti che Elise, fin da quando era piccolissima, aveva qualcosa di insolito: una capacità di concentrazione sorprendente per un neonato, un desiderio di apprendere senza limiti.
Qualche settimana fa, guardando un programma tivù sui bambini prodigio, alla madre è venuto un dubbio: così ha contattato uno psicologo per l'infanzia, la professoressa Joan Freeman, che ha incontrato Elise, l'ha sottoposta a una serie di test e ha calcolato il suo QI. "Ha la mente di una bambina che ha il doppio della sua età - afferma l'esperta - può bruciare le tappe a scuola e mettere a frutto le sue straordinarie capacità". Ma i genitori dicono che se il QI di Elise, quando sarà più grande, scenderà, e la loro bambina prodigio diventerà una ragazza assolutamente normale e nella media, saranno contenti lo stesso. "L'importante per noi - dice la mamma - è che sia felice".
Febbre suina: tra delirio economico e follia ambientale

di Valerio Pignatta
Dopo il morbo mucca pazza e la più recente aviaria, un’altra influenza ha risucchiato l’umanità in un vortice di panico: la febbre suina. Prima di cadere nella spirale della paura è bene fare alcune importanti riflessioni che possano aiutare a comprendere quello che sta accadendo.
Un dato di partenza per inquadrare nella sua giusta dimensione la questione dell'influenza (o febbre) suina è quello del tasso di mortalità di questa malattia di cui a stento qualcuno parla in questa bagarre che si è scatenata sui media: l'ipotesi avanzata dall'European Centre for Diseases Prevention and Control (Ecdc), un'agenzia dell'Unione Europea, è quella di un tasso di mortalità simile a quello dell'influenza stagionale, che negli over 65 è pari all'1%. Questo è quanto ha affermato in questi giorni in una conferenza stampa a Stoccolma Angus Nicoll, capo del Programma influenza ente europeo.
Certo, la situazione è in continua evoluzione e viene costantemente tenuta sotto controllo, ma questo è il punto fermo da cui occorrerebbe partire.
In secondo luogo va anche sottolineato che i casi di morte che si sono avuti in Messico (8 su un totale di 99 persone infettate) non sono stati ancora analizzati al meglio nella loro evoluzione patologica.
C'è addirittura chi mette in dubbio la causa virale da febbre suina come la causa determinante della morte di tali soggetti. E non è una persona qualunque colei che fa questa affermazione bensì Tereza Brugal, presidente della Società spagnola di epidemiologia, che in una intervista pubblicata nel sito del quotidiano spagnolo El Mundo dichiara che tali decessi potrebbero anche essere dovuti ad un insieme di altre concause aggravanti come ad esempio il ritardo nella diagnosi e nel trattamento dell'infezione (per l'inadeguatezza del sistema sanitario messicano), un debole sistema immunitario da parte degli infettati e la presenza di altre patologie pregresse (per le cattive condizioni alimentari e igieniche in cui vivono moltissimi messicani; Città del Messico è infatti una delle città più popolose e inquinate del mondo).
I media, tuttavia, puntano più sul numero complessivo di pazienti colpiti cercando di suscitare maggior ansia e coinvolgimento generale e rimanendo ambigui rispetto al numero di casi effettivamente mortali. Sicuramente ci sono dunque altre motivazioni in gioco. Non per niente il costo dei vaccini influenzali in Messico in questo periodo è quasi decuplicato. Una manovra farmaceutica a livello internazionale in questo senso non è da escludersi. Del resto, è già accaduto in passato.A partire da queste premesse che riflessioni si possono fare?
La prima che mi viene in mente è ovvia ed è sempre la stessa per ogni allarme di tipo “alimentare”, ossia la condizione grave in cui gli animali da carne vengono allevati, con mangimi “monotematici”, in spazi angusti, sovratrattati farmacologicamente e magari a contatto con nitrati ecc. È chiaro che in queste situazioni i virus hanno buon gioco nella loro corsa alla riproduzione, alla mutazione e alla colonizzazione degli organismi. Lo stretto contatto con gli allevamenti intensivi, e magari in condizioni di scarsa igiene, pare il mix necessario per la trasmissione del contagio all'uomo (così come pare sia accaduto per il primo caso accertato in Messico).
Tutto, però, è molto controverso.
Ad esempio, l'Organizzazione mondiale per la salute animale sostiene che non vi sono focolai di influenza suina negli allevamenti di maiali messicani e che non è dimostrata alcuna trasmissione tra le due specie, perlomeno non in questa occasione.
Un altro aspetto della questione è che, a fronte di quello che sta accadendo, dovremmo perlomeno riflettere sul fatto che la produzione di animali clonati, e quindi con lo stesso patrimonio genetico, come da più parti si auspica ormai col sostegno dell'industria biotech, ci metterebbe in realtà in una situazione catastrofica di fronte a eventualità di pandemie generalizzate, dato che solo la diversità “individuale” può trovare le strategie per far fronte a questo tipo di situazione biologica.
È la biodiversità che va incentivata. Non l'omologazione.
Altra riflessione che inquadra il tutto da un altro punto di vista: ma quanto ci sta nuocendo viaggiare come folli intorno al mondo in aereo per i motivi più disparati, superficiali e assurdi? Questo frenetico traffico mondiale di persone, animali e oggetti cosa sta causando a noi stessi e al pianeta? Quante piante e animali esotici stanno devastando i nostri ecosistemi e viceversa? Quanti insetti e batteri, e appunto anche virus, viaggiano beati incontro a “paradisi fiscali” dove non hanno antagonisti? Ma cosa stiamo esattamente facendo? Boh.Eppure, perlomeno fino al 28 aprile scorso, l'OMS ha “ribadito con forza” che non si raccomandano né chiusura delle frontiere né restrizioni ai viaggi internazionali. L'importante, secondo la massima organizzazione mondiale che dovrebbe tutelarci a livello sanitario, è rimanere “calmi e razionali”, che probabilmente, tradotto nella lingua del mercato della salute, significa vaccinarsi o munirsi di antivirali e continuare a spendere e spandere in ogni ambito. Primum non nocere... al salvadanaio del sistema.
Ultimo dato di fatto su cui spendere una parola: un essere umano è costantemente a contatto con batteri e virus di ogni genere. Virus e batteri possono sì avere un potenziale nocivo, ma questo deve fare i conti con il nostro sistema immunitario. E non è una differenza da poco, altrimenti saremmo estinti come specie già da un pezzo. Se un sistema immunitario è equilibrato e in buona forma i rischi di complicazioni gravi dovuti a un'infezione si riducono moltissimo. Salvaguardare quindi con l'alimentazione e lo stile di vita il proprio benessere psicofisico è sempre e comunque un buon investimento. Anche per il Pianeta. Ad esempio, mangiare poca carne oltre che a garantire un migliore stato di salute a chi lo pratica consentirebbe di limitare il numero di allevamenti e conseguentemente di aumentare gli spazi e/o il modo di allevare gli animali destinati all'alimentazione umana. Il che ridurrebbe la loro sofferenza. Se poi si volesse divenire vegetariani... la febbre dell'oro non ci contagerebbe.