martedì 19 maggio 2009
La Piramide della Cospirazione Globale - Parte 2
David Icke
La Piramide della Cospirazione Globale - Parte 1
David Icke
L'8 e il 9 dicembre 2001 David Icke ha tenuto, nel corso della prima edizione di Macrofestival, davanti a settecento persone, una memorabile...all » L'8 e il 9 dicembre 2001 David Icke ha tenuto, nel corso della prima edizione di Macrofestival, davanti a settecento persone, una memorabile conferenza che, partendo dal crollo delle Twin Towers, ricostruiva le strategie dell'élite globale e la storia della Grande Cospirazione che ci imprigiona e della quale possiamo liberarci. Questo video offre un'impressionante mole di informazioni e di interpretazioni, capaci di garantire una presa di coscienza e una visione delle cose completamente nuova. Un'opera da conoscere e diffondere tra chiunque voglia cambiare, in meglio, la propria vita e la società in cui viviamo.
Ogm in Vaticano: anche la Pontificia Accademia delle Scienze dalla parte del bio-tech

Nonostante le critiche avanzate da Papa Benedetto XVI nei confronti degli Ogm, la Pontificia Accademia delle Scienze ha indetto un congresso a tutela del bio-tech, sponsorizzato anche dal colosso del settore Monsanto. Contro il potere incontrastato delle multinazionali, il Gruppo Macro Editoriale chiede la verità riguardo agli effetti degli Organismi Geneticamente Modificati sul Pianeta e sulla nostra stessa salute.
“Abbiamo assolutamente bisogno che ci dicano la verità. Trovo che sulla Terra Madre ci hanno detto tante bugie. Adesso è il momento di sapere la verità, allora saremo cittadini consapevoli. Prenderemo le nostre decisioni.” Con queste parole si è espresso il regista Ermanno Olmi pochi mesi fa in un’intervista al programma Che tempo che fa di Fabio Fazio.Ed infatti la verità sulla terra, sui prodotti agricoli, sul cibo viene spesso sottaciuta in nome del business, del denaro, della sopravvivenza delle multinazionali.
Anche la Pontificia Accademia delle Scienze si è allineata all’ottica del guadagno e - dal 15 al 19 maggio - come una perfetta azienda di marketing, è impegnata in un convegno a tutela degli Ogm, lavorando fianco a fianco con i militanti del bio-tech.
Eppure papa Benedetto XVI nel marzo scorso – in occasione di una sua visita apostolica in Camerun e Angola – si è battuto in maniera decisa contro lo sfruttamento del continente africano da parte delle multinazionali e contro le campagne di semina degli Ogm da esse operate. Le parole del pontefice non lasciano spazio ad alcun dubbio.
“La campagna di semina di organismi geneticamente modificati (Ogm), che pretende di assicurare la sicurezza alimentare, non deve far ignorare i veri problemi degli agricoltori: la mancanza di terra arabile, di acqua ed energia, di accesso al credito, di formazione agricola, di mercati locali, infrastrutture stradali, ecc. Questa tecnica rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici di Ogm.”
Ed invece, dopo neanche due mesi dalla condanna di papa Ratzinger al neocolonialismo delle multinazionali, la Pontificia Accademia delle Scienze ne invita i massimi rappresentanti in un evento dedicato all’uso del transgenico, dal titolo “Le piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo” - dove gli Ogm vengono presentati come un deus ex machina per sconfiggere la fame nel mondo.
Sembra una contraddizione insolubile, ma è solo una controffensiva alle parole del pontefice da parte delle grandi multinazionali dell’agro-business. La settimana di studi è, infatti, capeggiata dal gotha delle battaglie pro-ogm Ingo Potrykus e sponsorizzata da grandi brand , tra cui l’onnipresente Monsanto.
Contro questo clima di potere incontrastato delle multinazionali agroalimentari - che coinvolge ormai quasi tutto il pianeta - il Gruppo Macro Editoriale ha preso posizione. Con forte volontà ha perseguito il desiderio di pubblicare il libro-inchiesta della giornalista francese Marie-Monique Robin, che nel mondo ha già venduto centinaia di migliaia di copie: Il Mondo secondo Monsanto – Dalla diossina agli Ogm: storia di una multinazionale che vi vuole bene.
Il nostro Gruppo crede, infatti, che tutti dovrebbero “sapere chi è questa multinazionale che sta mettendo mano alle sementi e quindi al cibo del mondo…”. Dalla sua fondazione nel 1901, l’azienda di Saint Louis ha accumulato diversi processi a proprio carico a causa della tossicità dei prodotti che impone al mercato.
Negli anni è stata accusata di negligenza, frode, attentato a persone e cose, disastro ecologico e sanitario e utilizzo di false prove. Eppure questo pericoloso gigante della biotecnologia si pubblicizza come “azienda della scienza della vita”, apparentemente convertita al verbo dello sviluppo sostenibile ed ora arriva con tutti gli onori in Vaticano.
Ma cosa sappiamo veramente degli effetti degli Ogm sulla nostra salute e quella del pianeta in cui viviamo? Non ancora abbastanza. Noi, quindi, non siamo così fermi nell’escludere che gli Ogm comportano seri rischi per l’ambiente e la salute.
Nel 2002, per fare solo un esempio, sono stati tagliati i finanziamenti a Manuela Malatesta, una ricercatrice italiana, che durante i suoi studi sugli effetti per la salute di cibo Ogm ha rilevato "modificazioni" a fegato, pancreas e testicoli nei topi alimentati con soia transgenica.
Adesso, quindi, chiediamo la verità. Chiediamo di non assistere più a convegni pro-ogm unidirezionali che non lasciano spazio alla voce della società civile e di chi da anni si batte per la fame nel mondo e contro gli Ogm. Per uno sviluppo sostenibile. A misura d’uomo e della nostra Madre Terra.
Nigeria: fermate il massacro, dicono i leader del Delta

Martedì 19 Maggio 2009 A Sud
La JTF (Join Task Force) bombarda diverse comunità Ijaw. Migliaia di civili fuggono da Warri mentre la guerra infuria. 30.000 abitanti dei villaggi sono intrappolati. Sabato notte sono stati fatti esplodere un oleodotto e un gasdotto nel Delta State. Comunicato del Movimento per l’Emancipazione del delta del Niger.
Dopo che ieri, secondo quanto riportato dal corrispondente del Vanguard a Warry, la Joint Task Force (JTF) ha continuato i suoi attacchi contro i villaggi Ijaw nel tentativo di distruggere sospetti campi dei militanti, molte voci si sono levate per condannare l’offensiva.
Il leader nazionale degli Ijaw, Capo Edwin Clark, ha condannato gli attacchi e ha implorato il Presidente Umaru Yar’Adua di ordinare un immediato cessate il fuoco in quanto molti civili sono stati uccisi, mentre altri sono rifugiati e prigionieri nella foresta da giorni. Mentre il Ijaw Monitoring Group (IMG) ha descritto l’attacco come un olocausto, un cronista, Tony Uranta lo ha definito una strage, e ha invitato il presidente Umaru Yar’Adua ad ordinare uno stop immediato della carneficina.
Inoltre, the Pentecostal Fellowship of Nigeria (la Compagnia pentecostale della Nigeria), il senatore James Manager (PDP, Delta del Sud), nonché il PENGASSAN (Petroleum and Natural Gas Senior Staff Association of Nigeria) hanno dichiarato che la guerra non è la risposta alla crisi generata dalla povertà del Delta del Niger, il senatore Fred BRUME la definisce “una battaglia impari che serve solo a spopolare drasticamente la regione. ”
La nuova offensiva è iniziata ieri mattina (domenica) intorno alle 3:30, si è saputo che è stata rasa al suolo la comunità di Kurutie. Ieri mattina, la JTF ha ripreso il bombardamento aereo di Oporoza, Ubefan, Okerenkoko, Kurutie, Azama, Benikurukuru e altre comunità Ijaw del regno di Gbaramatu nel Delta State, due giorni dopo l’offensiva di venerdì che aveva provocato non meno di 65 morti e 100 feriti, compresi alcuni capi villaggio. Le sette comunità che compongono il regno di Gbaramatu erano deserte ieri in seguito al nuovo attacco militare.
Oporoza, Kunukunuma e Kurutie sono stati attaccati dalla JTF lo scorso venerdì. Secondo alcune fonti Oporoza e Okerenkoko sono state attaccate dopo Kurutie, molte persone sono fuggite dalle loro case e 30.000 civili sono rifugiate e intrappolate nella foresta di mangrovie, non potendo fuggire a causa del continuo bombardamento della zona da parte della JTF .
Il Leader Ijaw, Capo Edwin Clark che ha parlato al Vanguard ha detto che ieri mattina ha ricevuto informazioni che la JTF ha riattaccato Oporoza e altre comunità Ijaw. Clark ha detto di aver chiamato il Vice Presidente, Dr. Goodluck Jonathan (un Ijaw del Delta), che probabilmente era in chiesa e non ha risposto alla chiamata, e che comunque gli ha inviato un messaggio- appello perchè ci aiuti a salvare la gente Ijaw primi che tutti gli sforzi vengano vanificati dall’esercito.
Dopo un infruttuoso tentativo di raggiungere il Presidente, Umaru Yar’Adua, Capo Clark anche a lui ha inviato un appello: “Presidente, mi rivolgo a lei per fermare la decisione del suo governo di dichiarare una guerra totale contro gli Ijaws del Niger-Delta con l’uso di elicotteri e aerei per il bombardamento delle città e dei villaggi, uccidendo bambini innocenti, donne e anziani che non fanno certo parte dei gruppi militanti”.
“Oltre a coloro che sono stati uccisi dai bombardamenti, molti degli abitanti di un villaggio stanno cercando rifugio nella foresta ormai da tre giorni. Il bombardamento è iniziato questa mattina (ieri, domenica) e sei comunità comprese Oporoza , Kurutie, Ubefan, Kunukunuama, vengono rase al suolo da parte dei militari".
“Ora che il campo 5 dei militanti è stata preso dalla JTF e abbiamo già fatto appello ai militanti per cessare il fuoco, mi appello a lei, Signor Presidente, a nome del popolo Ijaw di cessare il fuoco e riportare la normalità nella zona. Quello che sta succedendo, Signor Presidente, sicuramente non è nell’interesse del paese. Lei ha il dovere di proteggere tutti i nigeriani, perché siamo tutti parte di questo paese. La preghiamo di agire immediatamente “, ha concluso l’anziano leader degli Ijaw.
In un messaggio inviato al Vanguard, il Coordinatore del Ijaw Monitoring Group (Gruppo di Monitoraggio Ijaw), Comrade Joseph Evah ha accusato il governo federale di esecuzione di un “ordine del giorno di sterminio della nazione Ijaw.” “Siamo lieti che il mondo ora ha capito la verità, che il Presidente Umaru Yar’Adua,non vuole la pace nella regione. Egli, in quanto comandante in capo, ha mobilitato un numero di navi da guerra, aerei e mitragliatrici che sono più degli armamenti che la Nigeria usò durante la guerra civile del Biafra, ha messo tutti insieme per affrontare il nostro popolo. E ‘una vergogna “.
Il Segretario generale delle United Niger Delta Energy Development Security Strategy (UNDEDSS), Tony Uranta, ha dichiarato: “Siamo sconvolti per la facilità con cui le donne innocenti, i bambini, gli anziani e gli infermi vengono massacrati in un attacco del governo contro le comunità del Delta del Niger, in nome della ‘ricerca di militanti’ nel Delta State.
Non risulta affatto chiaro il perché la JTF ha ripreso le ostilità. Intanto il coordinatore del Centro comune di campagna mediatica della JTF, il colonnello Abubakar ha detto al Vanguard, che lo ha contattato telefonicamente, che ieri la task force stava solo effettuando una operazione di rastrellamento, che non richiede bombardamento aereo, il colonnello ha aggiunto che l’operazione della JTF di ieri serviva solo “a mantenere occupati i suoi obiettivi”.
I militanti del Mend hanno annunciato domenica di aver fatto esplodere un oleodotto e un gasdotto vicino a Escravos, nel Delta State, i due impianti rifornivano la raffineria di Kaduna, nel nord della Nigeria, che produce 110mila barili al giorno. Il gasdotto della Nigerian Gas Company è esploso nella comunità di Abiteye. Abiteye è anche la sede di molti impianti di petrolio e di gas della Chevron.
Un agente della sicurezza privata ha segnalato che ci sono notizie su un’esplosione avvenuta domenica nella notte in un collettore di una controllata locale della Royal Dutch Shell , nel confinante stato di Bayelsa. Shell sta ancora verificando l’informazione e non ha potuto confermarla.
Dal comunicato del Mend: "Per dichiarare vittoria il governo nigeriano e l’esercito devono essere in grado di garantire ogni centimetro dei gasdotti ed eliminare gli oltre 500 campi di militanti dallo Stato di Ondo allo Stato di Akwa Ibom.
Ma l’unica cosa che il Governo è riuscito a fare fino ad ora è commettere un genocidio contro la comunità Ijaw , sempre attaccata da quando è stato trovato il petrolio nelle loro terre. Il nostro messaggio è questo: Il periodo di sfruttamento del delta del Niger si avvicina alla fine. [...] La Nigeria deve praticare il vero federalismo e il federalismo fiscale, che andrà a beneficio dell’intera popolazione. I Nigeriani ora temono per il peggio a causa delle decisioni di un leadership incompetente. I popoli del Delta del Niger che hanno subito ingiustizie e genocidio per oltre 50 anni devono essere pronti a lottare per cambiare il nostro destino che non deve più essere nelle mani di altri, ma di noi stessi. Dal momento che la distruzione di oleodotti, collettori e stazioni di pompaggio saranno numerosi, non potremo avvisare tutti prima delle esplosioni, come abbiamo fatto fino ad oggi per consentire di bloccare il flusso del prodotto e impedire sversamenti."
Jomo Gbomo
Edo Dominici - A Sud
FMI: discutibile agente anticrisi

Lunedì 18 Maggio 2009 A Sud
di Carlos A. Sanchez – In epoca preistorica, quando la siccità o una piaga naturale colpivano un villaggio, lo stregone cercava di calmare e allontanare gli spiriti maligni che portavano le calamità lanciando maledizioni e scongiuri, anche se con scarsi risultati.Nell'epoca attuale, quando la recessione economica ha iniziato a farsi sentire in tutto il mondo e in tutti i settori, i capi di stato dei sette paesi dove la crisi è scoppiata e dove le è stato concesso di ampliarsi e prendere forza, si sono riuniti a Londra agli inizi di aprile con i rappresentanti degli altri 13 paesi che formano il G20, allo scopo di esorcizzare e placare gli spiriti del male con dichiarazioni, comunicati e promesse di cambiamento ma, soprattutto, con milioni di dollari.
Gli stregoni erano più umili e meno prepotenti degli attuali governanti delle sette nazioni più ricche del pianeta. I primi non pretendevano di sapere tutto mentre adesso risulta invece che i secondi sappiano – secondo quando riportato in un comunicato del 2 aprile – che la mancanza di regole sul credito bancario e le molte falle nella supervisione delle operazioni di compravendita di titoli azionari hanno provocato grossi terremoti in borsa; in ogni caso già sono state prese tutte le misure del caso per superare la crisi ed evitare che una simile piaga si ripeta nel futuro.
Il testo del comunicato di Londra sembra di una seietà implacabile ma è una menzogna. Le autorità governative dei paesi ricchi non sapevano né volevano sapere l'ampiezza e la gravità dell'indebitamento delle principali imprese immobiliari a causa della collocazione sul mercato di titoli ad alto rischio per le ipoteche “subprime”. Inoltre, il FMI, al quale viene riconosciuto il ruolo di supervisore dell'etica e della trasparenza legale delle trattative finanziarie durante tutta la gestazione della crisi globale attuale, non ha avvertito sui pericoli che potevano derivare, e sono infatti derivati, dai grossi investimenti e prestiti, estremamente rischiosi nei mercati dei beni raices e che hanno portato alla rovina di imprese come la Merrill Lynch, la Fannie Mae e la Freddie Mac, queste ultime due erano le due aziende statunitensi più importanti nel settore immobiliare, la Aig Assicurazioni e la società finanziaria Lehman Brothers.
Molte altre imprese sono state riscattate dal governo ma un gran numero si sono viste costrette a chiudere o si trovano ancora sull'orlo del collasso, sature di debiti inestinguibili o “tossici”, come adesso vengono chiamati. Oltre a questo, né il FMI né i governi dei paesi ricchi hanno voluto pronunciarsi sul tremendo impatto che potevano causare le compagnie petrolifere con le loro speculazioni sul rialzo dei prezzi che hanno portato a oltre 147 dollari il barile di greggio; tutto ciò ha giocato un ruolo importante nel generare una situazione insostenibile per milioni di debitori portando a una sospensione massiva dei pagamenti.
E' dovuta intervenire la OPEC, accusata ripetutamente dai grandi mezzi di informazione nordamericani di destabilizzare il mercato, per mettere in chiaro che l'aumento dei prezzi dell'oro nero era colpa di altri agenti economici e decretare il congelamento della produzione dei suoi 13 paesi mebri. Con grande sorpresa degli angustiati consumatori, le quotazioni del greggio cominciarono a cadere su tutti i mercati e i prezzi diminuirono di 30-40 dollari al barile, sebbene verso la fine di aprile hanno mostrato un repunte vicino ai 50 dollari.
Il dato peggiore che è emerso dal summit del G20 di Londra è stato l'entusiasmo e l'enfasi con cui il FMI è stato insignito del ruolo di regolatore e supervisore dell'economia mondiale, in particolare dei paesi a basso reddito di Asia, Africa e America Latina, il che equivale, per queste nazioni, a porre “la chiesa nelle mani di Lutero”, come suole dire il Vaticano quando si trova completamente disorientato. La decisione del G20 di destinare al FMI poco più di un miliardo di dollari per incrementare le sue capacità di concedere prestiti e somministrare denaro alle banche per aumentare i crediti e gli investimenti alle imprese, comporterà come conseguenza il ripetersi della crisi fra qualche anno.
La questione è che con queste nuove risorse finanziarie vengono mantenute le vecchie condizioni di prestito, contaminate dal virus neoliberale, da fenomeni di speculazione, dalla deregolamentazione e tutto quello che ha generato la disastrosa situazione economica che stiamo vivendo. Come se non bastasse, il FMI, sebbene sia formato da 185 membri e formalmente risulti essere un organismo del sistema delle Nazioni Unite, in realtà è un'organizzazione al servizio degli USA e di qualche altro paese ricco. Più precisamente, il FMI è alle dipendenze dei più forti interessi imprenditoriali e politici di queste nazioni. Non è un organismo che concede prestiti per lo sviluppo, giacchè questo spetta alla BM, ma il suo compito non è meno importante: mantenere la stabilità delle quotazioni monetarie e vigilare sui tassi di cambio dei paesi membri per scongiurare il rischio di inflazione e garantire riserve sufficienti per sanare il debito interno e, soprattutto, quello estero senza ritardi e proroghe di pagamento.
Essere membro del FMI significa riconoscere agli USA il diritto di decidere le linee di condotta economica di ogni stato membro, in considerazione del fatto che i paesi necessitano spesso di prestiti che permettano loro di mantenere su certi binari la convertibilità della moneta e pagare il debito estero. Qui è dove il Fondo esige – come condizione per la concessione di prestiti – che i governi richiedenti dichiarino le linee di politica economica che intendono seguire con una Dichiarazione di Intenzioni, redatta dai paesi stessi ma approvata da Washington, dove si trova la sede centrale del Fondo. Naturalmente, quanto dichirato dovrà essere compatibile con gli interessi statunitensi, europei e giapponesi: in caso contrario, semplicemente il prestito non verrà concesso.
Affinché non ci siano malintesi, il FMI invierà poi squadre di tecnici per vigilare sull'applicazione dei punti considerati indispensabili per Washington e che, in genere, sono i seguenti: nessun ostacolo agli investimenti, nessun limite al commercio estero in tutti i settori, nessun sussidio alla produzione agricola, libertà d'azione per le imprese private, sia nazionali che straniere, privatizzazione delle imprese statali di interesse per il capitale privato, libero movimento dei capitali per gli investimenti, così come di remissione degli utili. Ci sono alcune misure che sono in contraddizione con la condotta dello stesso governo statunitense, come i sussidi all'agricoltura, applicati in casa ma proibiti altrove, esattamente come fa l'Unione Europea, destinando ogni anno ai propri produttori centinaia di milioni di dollari o euro.
Anche a paesi come il Messico, con il quale mantiene, insieme al Canada, un trattato di libero commercio, viene proibito di entrare in territorio statunitense con camion cariche di prodotti messicani importati da imprenditori nordamericani: è stata bloccata la vendita di tonno e aguate con pretesti ambientalisti. Anche se sono state fatte alcune concessioni agli USA, le relazioni con il vicino Messico rimangono difficili e non solo per i Messicani. Con tutti gli aiuti in dollari che gli verranno concessi, il FMI non farà che continuare a imporre ai paesi creditori una politica neoliberale, dove solo viene tollerata la “magia del mercato” come unico elemento regolatore e di equilibrio dell'attività economica e di mercato.
L'apparato statale, meno interviene in economia e meglio è: libertà d'azione per le imprese. Meno regole e controlli possibili all'attività economica. Questo significa che verranno reintrodotti o si manterranno tutti gli elementi che hanno fatto fiorire, col vigore della foresta vergine, le operazioni speculative più sfacciate, la crisi del settore immobiliario, l'indebidamento accellerato e la conseguente rottura dei giganti finanziari, la disoccupazione, la diminuzione della produzione e la recessione su scala planetaria.
Tornando al FMI, come parte del sistema delle Nazioni Unite, le decisioni al suo interno vengono prese in modo assolutamente non democratico. La sua Assemblea Generale non è composta da mebri con uguale peso decisionale quanto piuttosto una riunione asimmetrica di azionisti. Non esiste il principio di un voto per paese ma il voto proporzionato alla quantità di capitale investito. Gli USA detengono quasi il 15% dei voti e hanno bisogno solo dei voti congiunti di altri due o tre governi amici per esercitare una sorta di veto virtuale sui prestiti e le politiche del Fondo che richiedono una votazione del 85% sul totale.
Amministratore di risorse per la riattivazione
Il FMI è molto criticato dai paesi del sud del mondo per il suo modo parziale e ambiguo di agire: tollerante con i paesi ricchi e duro con quelli poveri. Questo organismo venne creato nel 1944 per stabilire un sistema monetario fortemente voluto dagli USA e dai suoi alleati politici e economici. Tuttavia non è stato pensato per impedire le crisi periodiche del sistema capitalistico o per certificare l'etica o la legittimità dei buoni, azioni che si comprano sulle borse valori e neanche per garantire che i paesi membri adottino politiche rispettose dell'ambiente.
Nel summit di Londra il G20 ha stabilito al paragrafo 5: “Gli accordi che abbiamo raggiunto oggi costituiscono un programma addizionale di 1,1 bilioni di dollari di aiuti per sanare il credito, la crescita e l'occupazione nell'economia mondiale. Le misure decise sono le seguenti: triplicare le risorse a disposizione del FMI fino a 750mila milioni di dollari; appoggiare una nuova partita di DEG di 250mila milioni di dollari e almeno 100 milioni di dollari di prestito aggiunto da parte delle BMS; garantire 250mila milioni di dollari di appoggio al commercio e utilizzare le risorse addizionali della vendita di oro accordate dal FMI per finanziare la ripresa dei paesi più poveri”.
E nel paragrafo 6 precisava poi: “Metteremo in atto un ampliamento fiscale senza precedenti che salverà o creerà milioni di posti di lavoro e che, entro la fine dell'anno, rappresenterà 5 bilioni di dollari, aumenterà del 4% la produzione e accellererà la transizione verso un'economia ecologica”. A causa delle sue mancanze nel ruolo di supervisore finanziario e economico mondiale, molti esperti hanno richiesto una riforma del Fondo per renderlo più utile ai paesi poveri, bisognosi di risorse finanziarie senza dover pagare un prezzo tanto alto in termini di sovranità economica.
Da qui parte la richiesta di riformare il FMI e di farlo prima possibile, prima dell'iniezione di dollari. Sul New York Times dello scorso 24 aprile è apparsa un'analisi dal titolo “In primo luogo riformare il FMI”, nel quale si denuncia che l'organismo è stato oggetto di numerose critiche per non essere stato in grado di affrontare le crisi in Tailandia, Filippine, Malesia, Corea del Sud, Indonesia, così come Russia, Brasile, Argentina e altri paesi. Come risultato di questo deficit operativo reiterato, che ha causato la perdita di produzione e posti di lavoro, molti paesi a medio reddito accumulano sistematicamente montagne di divise estere per non dover più dipendere dal Fondo. Nessuno è stato punito per questi errori che potevano essere evitati.
Nessuno chiede mai spegazioni al FMI o vigila sul suo operato: “Il dipartiemtno del tesoro nordamericano è il principale supervisore del Fondo il quale, insieme all'Europa e al Giappone, possiede una comoda maggioranza al suo interno”. La BM è governata allo stesso modo. Il FMI dichiara di essere cambiato, si legge nell'articolo del New York Times, però a giudicare dai nuovi prestiti Stand by dello scorso settembre, sembrerebbe continuare a ripetere gli stessi errori di sempre. Tutti prevedono un taglio alle spese nonostante il Fondo si fosse impeganto a garantire uno stimolo fiscale a livello mondiale.
Il disonore di trattare col FMI
La situazione continua ad essere molto difficile, il FMI prevede una diminuzione del PIL mondiale per un valore pari al 13 % entro la fine dell'anno e una ripresa parziale di 1.9 in percentuale nel 2010. A conferma di cosa significhi per un paese del terzo mondo avere a che fare con il FMI, il direttore generale del Fondo Dominique Strauss Khan, ha dichiarato lo scorso 24 aprile che l'organismo destinerà parte dei fondi alla nuova linea del Credito Flessibile, un programma di prestiti destinati ai paesi con una politica economica in linea con quanto richiesto dal Fondo. Il direttore ha detto che questo programma di prestiti “ha eliminato parte del disonore di dover trattare col FMI” come riportano i mezzi di informazione.
Traduzione di Francesca Casafina
Se Maroni e Bossi fossero nati in Chad...

Tommaso Merlo, 18 maggio 2009
Di fronte al clamoroso fallimento del capitalismo e della democrazia nel non riuscire a distribuire equamente nel mondo - rispettivamente - le risorse e i principii relativi ai diritti umani, i leghisti preferiscono nascondere la testa sotto la sabbia e assecondare i pruriti della propria tribù. Una posizione non solo conservatrice e politicamente sterile, ma un'idiozia in senso storico
Una società moderna e multietnica riuscirebbe a sradicare la sottocultura leghista. E forse tra le tante paure che tormentano i sogni delle camicie verdi c'è anche questa, la paura che la realtà dimostri l'assurdità delle proprie convinzioni. Dura la vita del leghista, sempre ossessionato da mille paure. Del resto quando si cede al cocktail mentale dell'ignoranza, della chiusura, del materialismo provinciale, vince la paura. La paura di perdere la propria identità, quella di perdere la roba, quella di dover mettere in discussione quella ruotine esistenziale ipocriticamente usata come baluardo da difendere. E ancora di più la pura del nuovo, del diverso. Non solo una posizione politica sterile e conservatrice ma un'idiozia in senso storico.
Il mondo sta cambiando drammaticamente, sono cambiate le barriere del tempo e dello spazio grazie alle innovazioni tecnologiche. Lo stesso Stato nazione si sta rivelando una dimensione obsoleta. Il futuro è continentale, lo sono gli Stati Uniti, l'Europa e per dimensioni la Cina, l'India. Un domani toccherà all'America Latina, all'Africa. Oltre alle informazioni, alle conoscenze, al business si muovono ormai globalmente anche le persone, e in larga parte lo fanno a causa di uno dei fallimenti più gravi del capitalismo, quello di non riuscire a distribuire equamente le risorse. Due terzi del mondo vive in miseria, gli altri nello spreco. E a quello della democrazia che sta nel non riuscire a distribuire equamente i suoi principi, i diritti umani.
Di fronte a tali cambiamenti e nuove sfide ci sono due vie. Quella leghista che suggerisce di nascondere la testa nella sabbia coltivando ignoranza e paura a fini elettorali. E quella seria che cerca di comprendere e regolare il fenomeno perseguendo politiche di lungo periodo. L'Italia è al momento colpevolmente vittima della prima via. Il governo sembra non capire che i disperati che hanno il coraggio o la forza di attraversare il Mediterraneo per giungere in Italia sono solo le briciole rispetto alle decine di milioni che ne avrebbero bisogno per conquistare una vita decente. Si tratta di un fenomeno potenzialmente gigantesco destinato ad interessarci per decenni. Un fenomeno oltre le possibilità di un piccolo Paese come l'Italia che ha solo la sfortuna di essere geograficamente nel mezzo. Per fronteggiare la situazione ci vuole l'Europa, ci vuole la comunità internazionale. Ci vogliono ad esempio politiche capaci di superare i fallimenti della cooperazione allo sviluppo internazionale, il gap tra Paesi ricchi e poveri cresce.
Basta con le elemosine nazionali. Bisogna rispettare gli impegni presi sulle percentuali del Pil da destinare allo sviluppo del Terzo Mondo, impegni disattesi in primis proprio dall'Italia, e unificare la cooperazione almeno a livello europeo e rendere il settore umanitario pienamente professionale e riconosciuto come strategico nei nuovi equilibri internazionali. E basta con le ipocrisie legislative che coprono un persistente colonialismo latente a favore di interessi multinazionali. Basta negare l'insostenibilità del modello di sviluppo occidentale e investire per innovarlo. Il punto è che se Maroni e Bossi fossero nati in Chad sarebbero su uno di quei barconi con moglie e figli. E sarebbero li perché qualche politicante del mondo ricco, ignorante o menefreghista, di fronte ad una crescente voragine di ingiustizia che sta spaccando il mondo, preferisce assecondare i pruriti esistenziali della propria privilegiata tribù. Preferisce sbattere la porta in faccia al mondo, alla realtà, al futuro.
Cuba e la bloggera Yoani Sanchez. Battista attacca Minà. Lui risponde ma il Corriere non pubblica

di Redazione
A molti è nota la vicenda della bloggera Yoani Sanchez, cubana di 34 anni. A fine marzo il governo di Castro ha bloccato l'accesso agli utenti cubani ma Yoani Sánchez è ancora online grazie a un server tedesco (di dubbia eticità). Gianni Minà ha espresso sul suo sito il suo punto di vista sulla vicenda. Dalle colonne del Corriere della Sera il vicedirettore Pierluigi Battista ha commentato l’articolo polemizzando con il giornalista da lungo tempo epurato dalla Rai (vale la pena ogni tanto di ricordarlo). Minà risponde, appellandosi al diritto di replica ma il Corriere non pubblica.
Indipendentemente dal giudizio sulla vicenda e sulla situazione di Cuba riteniamo sia giusto e doveroso dare a Minà (che per questa vicenda è stato tra l'altro oggetto di gravi insulti e minacce) il diritto di ribattere. E sarebbe interessante aprire un dibattito e un forum su questo tema.
Di seguito il carteggio:
Le dimenticanze della bloggera di moda, Yoani Sanchez
di Gianni Minà (pubblicato sul sito www.giannimina.it 4 maggio 2009)
Non tanto per l’informazione a Cuba, ma per la disinformazione che regna in Italia, mi ha colpito il candore di un lettore del mio sito che giudica il lavoro di Yoani Sanchez, “la bloggera che sfida Castro”, scevro da ideologie o interessi politici.
Basterebbe, infatti, la propaganda che le viene fatta nel nostro paese per capire la portata dell’operazione che è stata messa su.
C’è un intero continente con tutti i nuovi presidenti finalmente presentabili dell’America latina che non solo chiede agli Stati uniti la cancellazione dell’embargo, ma si sta battendo anche per il rientro di Cuba in tutti gli organismi dai quali l’isola era stata prepotentemente esclusa per volere proprio degli Stati uniti.
Questi presidenti, da Lula a Chavez, a Evo Morales, a Correa, ma anche dall’argentina Kirchner alla cilena Bachelet, o all’ex vescovo Lugo, sanno perfettamente che Cuba ha raggiunto in questi anni standard d’eccellenza nell’educazione, nella sanità, nella protezione sociale, nella cultura, nello sport, che questi premiers ancora sognano per i loro paesi, pur essendo più ricchi e non feriti da un blocco economico insensato e ingiusto.
I ragazzi cubani che Yoani Sanchez sostiene vivono solo privazioni sanno perfettamente, infatti, che queste conquiste sociali rendono Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente.
Yoani Sanchez, nei suoi articoli, fa finta di non saperlo.
Forse è per ribattere questo tipo di dimenticanze che ho attraversato recentemente l’isola, da l’Avana a Guantanamo, con una mia troupe per realizzare un documentario non banale sulla Revolucion nell’era di Obama, ed ho scoperto che non solo la Sanchez è pressocchè sconosciuta, ma perfino i tanti ragazzi latinoamericani e non che studiano a Cuba (perchè nei loro paesi non potrebbero farlo) alla Scuola di medicina latinoamericana o alla Scuola d’arte di Bayamo, come alla Scuola di cinema, o nella stessa Università di Stato, non capiscono che cosa vorrebbe dimostrare questa bloggera di cui io spiegavo l’esistenza e la risonanza in Italia.
Per anni io ho sentito parlare, per esempio, da parte dei radicali italiani e di quella parte di “eredi” del nostro PC ora pentiti, di “dissidenti” come per esempio l’associazione delle “Donne in bianco”. Bene, recentemente si è saputo che la leader di questo gruppo di opposizione alla Rivoluzione, Martha Beatriz Roque, prendeva una ricca prebenda mensile da Santiago Alvarez, un terrorista al servizio della parte più retriva degli anticastristi di Miami, recentemente arrestato e condannato a quasi quattro anni (poi ridotti a due anni e mezzo) perchè scoperto con una macchina piena di esplosivo che, a suo dire, doveva servire per alcuni attentati nell’isola.
Poichè Santiago Alvarez era in carcere, nei mesi in cui era ancora presidente Bush Jr, i soldi si è offerto di anticiparli il capo dell’ufficio di interessi del governo degli Stati uniti a l’Avana, Michael Parmly.
Non mi sono sorpreso perchè ogni anno della sua presidenza Bush ha stanziato milioni di dollari per “un cambio rapido e drastico a Cuba” (140 milioni nel 2007, 45, data la crisi economica, nel 2008).
Molti di questi soldi venivano rubati dalle presunte organizzazioni per la democrazia a Cuba (come ha scoperto Barack Obama ordinando un’indagine), ma evidentemente buona parte è servita per “ungere” chi poteva creare malessere nella società cubana, certo non perfetta e ancora non libera da contraddizioni.
Non siamo più nell’epoca in cui veniva messa in piedi contro la Rivoluzione, come nel 2003, una vera e propria “strategia della tensione” con dirottamenti di aerei e sequestri del ferry boat di Regla, ma c’è ancora uno sforzo palese per controbattere il vento di simpatia, nei riguardi di Cuba, che attualmente spira nel continente latinoamericano e anche nella parte progressista degli Stati uniti.
Dispiace che tutto questo non lo abbia considerato anche l’Unità che, avendo fra i collaboratori un grande conoscitore delle nazioni a Sud del Texas come Maurizio Chierici, questa realtà la avrebbe potuta approfondire facilmente anche se, erroneamente, il giornale cita spesso Freedom House, un’agenzia sovvenzionata dai governi di Washington, come riferimento indiscutibile per dare le pagelle sulla libertà di stampa. E lo fa perfino con paesi, in questo settore più che carenti, come il Messico e la Colombia.
Perchè se a Cuba c’è la bloggera, in Messico o in Colombia, nazioni allineate sulle vecchie poltiche degli Stati uniti e dei farisei europei, l’eliminazione dei giornalisti non graditi ai regimi di Uribe e di Calderon che li governano, è uno sport ancora molto praticato e che, ogni anno, fa registrare una trentina di cronisti ammazzati (record mondiale).
A loro mai nessuno, però, ha chiesto di tenere una rubrica su Internazionale.
La blogger che non piace a Cuba finisce nel mirino di Minà
di Pierluigi Battista (pubblicato sul Corriere della Sera mercoledì 13 maggio 2009)
Yoani Sánchez. Certo, non si poteva chiedere a Gianni Minà di intercedere presso le (sue) amatissime autorità cubane perché attenuassero la persecuzione della blogger cubana e dissidente Yoani Sánchez.
Ma addirittura attaccarla, denigrarla, screditarla: non è un inglorioso eccesso di zelo, quello di Minà? E come giudicare l’amico italiano del tiranno di Cuba, che a casa sua gode di ogni libertà e invece usa la penna per segnalare agli oppressori l’autrice di «Cuba libre» (tradotto per Rizzoli da G. Lupi) che non potrà neanche venire a Torino per presentare il suo libro?
Lei, Yoani Sánchez, ha risposto a Minà, universalmente noto come l’intervistatore ufficiale e compiacente del dittatore, con una semplicità ammirevole: «Ecco le domande che non hai fatto a Fidel Castro che ora vuol toglierci anche Internet». Ma la blogger dissidente resterà delusa: quelle domande inevase l’intervistatore ufficiale non le farà mai. Non ha mai parlato degli scrittori cubani in galera e in esilio. Non ha mai parlato dei rapporti di Amnesty International che documentano l’assenza di ogni parvenza di libertà civile nell’isola della dinastia Castro. Non ha mai parlato del regime a partito unico, a giornale unico, a sindacato unico, a satrapia castrista unica. Ha descritto (come l’amico Michael Moore) le meraviglie della sanità cubana, con gli stessi toni con cui gli apologeti del fascismo lodavano i treni in orario e quelli dell’Urss l’efficienza del sistema scolastico sovietico. Si è visto dopo, come tutto fosse di cartapesta: pura, ingannevole propaganda di regime. Gianni Minà non parlerà per chiedere all’Avana la concessione del visto che consenta alla blogger di essere presente tra qualche giorno alla Fiera del libro di Torino e di raccontare (c’è scritto nel suo libro) come funzionano veramente le cose nella sanità cubana. Non lo farà, visto che ha già approfittato dell’occasione per bastonare la debole e fare un piacere ai forti, per mettere in difficoltà la donna in libertà limitata e favorire i suoi aguzzini. Sappia almeno, Yoani Sánchez, che in Italia non tutti si comportano come Minà. Quando a Torino interverrà telefonicamente potrà accorgersene: un applauso di solidarietà attenderà solo lei.
La bloguera cubana scalza, ma all'università
di Gianni Minà (in attesa di pubblicazione...)
Dopo i dubbi che ho espresso sul mio sito alla campagna portata avanti da Yoani Sanchez, la bloguera cubana antisistema attualmente più “alla moda” e sponsorizzata dal gruppo Prisa, editore di El Pais, è abbastanza grottesco che Pierluigi Battista indichi proprio me come “un giornalista che, a casa sua, gode di ogni libertà e la usi impropriamente per segnalare i nemici della rivoluzione cubana”.
E’ grottesco perchè Yoani Sanchez ha, in questo momento, tutto il potere mediatico che vuole, e perchè Pigi Battista, che il potere dell’informazione lo pratica, sa perfettamente che da undici anni, e dopo quarant’anni di impegno, nella democrazia italiana mi è vietato il lavoro alla Rai, la TV di stato, senza che lui abbia speso mai una parola per questo sopruso.
Eppure Battista non ignora che io sono stato fra i pionieri di questa azienda per la quale, per quarant’anni, prima di essere epurato, ho realizzato reportages e documentari che ancora adesso, quando riproposti, vincono premi internazionali.
Oltretutto mentire, affermando che io abbia “attaccato”, “denigrato”, “screditato” la bloguera non è un atto che gli fa onore, non solo perchè io non l’ho fatto, ma perchè dimostra che Battista non ha letto l’articolo sul mio sito (www.giannimina.it) ma ha semplicemente fatto sue le versioni sul mio scritto dei “guardiani della controrivoluzione” dell’universo anticastrista, reazionario e violento, che svolge questo lavoro di esecrazione di Cuba dagli Stati uniti, dal Messico e dalla Spagna.
Una pratica che queste organizzazioni portano avanti ora con il “copia e incolla”, ma che è incominciata fin dal giorno successivo al trionfo della Revolucion.
Non mi spaventano certo nè i loro insulti, nè le loro minacce, che sono semmai la conferma dell’impotenza, della sconfitta di questi metodi, in un America latina che, oltre alla cancellazione dell’embargo, chiede all’unanimità di recuperare Cuba nell’Organizzazione degli stati americani e addirittura insiste per la sua conferma nel Consiglio per i diritti umani dell’Onu.
So che Battista non ha in grande simpatia questa nuova America latina progressista che, giorno dopo giorno, conquista diritti civili che, nella vecchia Europa e negli Stati uniti di Bush, si sono persi, ma se ne deve fare una ragione.
E’ difficile ed ipocrita, infatti, essere intransigenti con Cuba per le sue illiberalità (a volte vere, a volte costruite) se perfino il nuovo presidente degli Stati uniti Barack Obama, pur avendo immediatamente annullato la legge voluta dal suo predecessore Bush che autorizzava la tortura (e anche quella che aboliva l’Habeas corpus) è stato poi costretto a bloccare la pubblicazione, decisa da un tribunale, delle foto delle angherie e dei soprusi commessi nel carcere di Guantanamo e non solo.
Proprio per contraddizioni come queste, che non hanno fatto insorgere Pigi Battista come per il visto non concesso alla bloguera Yoani Sanchez, Obama recentemente è stato costretto a dichiarare: “L’impatto della presenza di settantamila medici cubani in America latina e nel sud del mondo è stato più efficace delle politiche portata avanti in questi anni nei riguardi di Cuba dai governi di Washington”.
Senza contare che, proprio in questi giorni, nonostante questa presa di coscienza del presidente, l’America di Obama ha negato il visto al grande cantautore cubano Silvio Rodriguez, invitato insieme a Bruce Springsteen e ad altri colleghi al Madison Square Garden di New York per la festa dei novant’anni di Pete Seeger, compagno di lotte del leggendario Woody Guthrie, senza che Battista o qualcuno della Fiera del libro abbia sentito il bisogno di protestare.
Sugli scritti di Yoani Sanchez io, nel mio piccolo sito, ho espresso solo misurati dubbi sul fatto che, insieme alle denuncie delle carenze della società del suo paese, non ricordasse anche i meriti che tutti gli organismi internazionali, dall’Onu, all’Unicef, alla Fao, all’Organizzazione mondiale della sanità e perfino ad Amnesty International, che spesso stigmatizza le chiusure della Revolucion, gli riconoscono.
Ignorarli rende meno credibile la sua testimonianza e la costruzione mediatica che è stata fatta intorno a lei.
Yoani Sanchez, tra l’altro, mi ha fatto sapere che quando il mio libro di intervista a Fidel nell’87 era nelle librerie de L’Avana, lei andava all’Università scalza per le ristrettezze economiche che Cuba aveva all’epoca.
Purtroppo ha dimenticato di dire che quelli erano gli anni del periodo especial in cui il suo paese dovette sopportare due embarghi, quello storico e iniquo degli Stati uniti e quello conseguente al crollo dei paesi comunisti dell’Est europeo.
Inoltre vorrei ricordare a Yoani che era allora scalza ma andava all’Università. Se fosse stata una giovane di qualunque altro paese latinoamericano dell’epoca, ostaggio dell’economia neoliberale, magari sarebbe stata invece una ragazza di una violenta favela di Rio o di una inumana villa miseria di Lima o Città del Messico o, magari, avrebbe sniffato colla per vincere i morsi della fame, come hanno fatto e fanno ancora milioni di giovani nel continente.
Il mondo, si sa, ha un significato o un altro a seconda del punto di vista dal quale lo guardi.
Così mi auguro che a Torino, alla Fiera del libro, oltre ad applaudire la telefonata di Yoani, il pubblico sia andato al Museo della resistenza, alla presentazione di Memoria del buio, lettere e diari delle donne argentine imprigionate durante la dittatura. Una testimonianza di resistenza collettiva, o abbia sentito il bisogno di riempire la sala dove è stato proposto Carte false, l’ennesima opera (a cura di Roberto Scardova) sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, impunito da quindici anni per le connivenze di pezzi del nostro apparato dello stato con il traffico internazionale d’armi e rifiuti tossici, pezzi ancora attivi nella struttura del potere del nostro paese.
Le donne argentine e Ilaria Alpi forse non avranno avuto la rilevanza mediatica della bloguera cubana, ma giuro che l’avrebbero meritata.
Proviamo a salvare il pluralismo

INTERVISTA | di Matteo Bartocci
STAMPA Vita: proviamo a salvare il pluralismo
Attacchi oltre ogni limite Trionfa il monopolio Tv
Vincenzo Vita, senatore del Pd in commissione vigilanza, la critica ai giornali di opposizione non è una novità per Berlusconi. Ma stavolta contro «Repubblica» sembra aver alzato ulteriormente il tono.
È evidente che siamo oltre ogni limite democratico. Secondo Freedom House l'Italia è al 73mo posto nel mondo per la libertà di informazione. La volontà quotidiana di censurare ogni voce di dissenso è la dimostrazione che quella analisi non è un'invenzione. Ora il governo attacca perfino un grande gruppo editoriale che spesso non è tenero nemmeno con l'opposizione. E lo fa criticando un articolo che poneva delle semplici domande al premier. È la riprova che questa destra è allergica all'articolo 21 della Costituzione.
Il cuore del potere berlusconiano è la tv. Qui le minacce sono diventate subito operative. Mentana licenziato su due piedi, poi avvertimenti pesanti a Vauro e Santoro, infine censura perfino a Beatrice Borromeo.
Gli ultimi interventi di Mentana parlano chiaro e vanno meditati con attenzione. Denunciano una situazione dentro Mediaset come minimo inquietante. Ora l'attacco diretto ai giornali è indubbiamente un salto di qualità. Senza contare che, anche se se ne parla meno, si tenta anche di controllare Internet con il ddl Carlucci e altri.
Il governo insomma non vuole rischi: taglia le unghie perfino a una stampa nazionale che per i suoi vizi proprietari di fondo già non le ha affilatissime. Come sta andando la battaglia contro i tagli al pluralismo?
Una novità importante è che nell'aula del senato mercoledì è stato approvato un emendamento bipartisan firmato da me e Lusi del Pd, Butti del Pdl e Mura della Lega che ripristina per due anni i fondi per l'editoria e concede anche ai giornali il miglior prezzo delle poste per spedire gli abbonamenti. Non è ancora la vittoria conclusiva, che avverrà solo quando verrà ripristinato il diritto soggettivo abolito da Tremonti col decreto 112, però è un piccolo passo in avanti che speriamo la camera mantenga, vista anche una resipiscenza della maggioranza di cui va preso atto. È un segnale di attenzione verso 29 testate, nazionali e non, dall'Avvenire al manifesto fino ai giornali di partito. Quel movimento trasversale di giornali, sindacati e opinioni politiche che proprio attorno al manifesto è nato e non ha chiesto solo un sostegno economico ma ha anche indicato i limiti delle leggi attuali chiedendo una riforma seria, degna del nuovo secolo, che incentivi la qualità e i giornali veri. È riuscito a convincere perché ha dimostrato la serietà dei suoi argomenti.
L'Agcom sanziona le tv per il non rispetto della par condicio: governo straripante e sinistra inesistente.
La lettura secca e oggettiva dei dati pubblicati dall'authority rende bene un'assenza di pluralismo senza precedenti. Qui parlare di squilibrio è riduttivo. La tv ha cancellato il centrosinistra prima ancora del giudizio di giugno degli elettori. È una campagna elettorale completamente impari. Come scalare l'Everest con le scarpe da tennis.
L'Agcom però non ha niente da dire se Rai e Mediaset formano una società unica per il digitale. Eppure gli oligopolisti detengono più del 93% del mercato pubblicitario televisivo.
Il duopolio Rai-Mediaset che ci accompagna dalla fine del Novecento oggi sta diventando un unicum, il polo della vecchia televisione analogica generalista che resiste all'innovazione. La Rai ha l'obbligo di essere presente su tutte le piattaforme proprio per il suo carattere di servizio pubblico universale. Per questo non può lasciare il satellite.
Per ora il cda della Rai ha deciso all'unanimità di trattare con Sky.
Io sono perché la Rai non esca da Sky, la scelta di trattare è positiva. Non ho particolari simpatie per Murdoch, è un tycoon globale tutt'altro che aperto. Ma il servizio pubblico deve essere presente su tutte le piattaforme. Il tema non è la guerra tra Mediaset e Sky. Il tema sono i cittadini, che non possono stare senza Internet o con una rete tecnologica proprietaria e non neutrale.
Se voi foste persone normali

di Moni Ovadia, da l'Unità
Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.
Se foste un musulmano, o un africano , o comunque un uomo dalla pelle scura, il pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l'ennesima sortita di un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato veniale.
Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i suoi figli su un'impalcatura, l'annacquamento delle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo per occuparvi di altro.
Se foste migrante, il rinvio verso la condanna a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di un'indignazione passeggera.
Se foste ebreo sul serio, un politico xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.
Se foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai cittadini, fareste un'opposizione senza quartiere ad un governo autoritario, xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio.
Se foste un uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra,non vi balocchereste con questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.
Se foste veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti dalla peggior ipocrisia.
Se foste italiani decenti, rifiutereste di vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale impotente di un omino ridicolo, gasato da un ego ipertrofico.
Se foste padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di promesse virtuali.
Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste vergogna di tutto questo schifo.
(14 maggio 2009)