venerdì 12 giugno 2009

Crop circle Torrechiara ( PR ) 12 june 2009



12 giugno 2009

Avevo deciso di andare a vedere il crop di Nonantola , ma ieri sera ho letto di questo a Torrechiara. Oggi mi sono recato lì è ho fatto qualche foto e un video , ma devo dire sono rimasto un po deluso.
Il crop mi pare un fake , per diversi motivi , ma comunque ripreso dal castello fa comunque la sua figura.Lunedì se riesco manderò il video di Nonantola.

Arrivano le ronde nere












11 giugno 2009

Verranno presentate il 13 giugno a Milano. Si chiamano 'Guardia Nazionale Italiana'. Intervista al loro fondatore, Gaetano Saya

Quest'estate, salvo imprevisti, i volontari della Guardia Nazionale Italiana (Gni) dovrebbero iniziare a pattugliare le strade delle città italiane in applicazione del disegno di legge sulla sicurezza del governo Berlusconi (approvato dalla Camera lo scorso 14 maggio, ora all'esame del Senato) che all'articolo 3 (commi 40-44) prevede il concorso di "associazioni di cittadini non armati" al presidio del territorio (le cosiddette ronde).
Sono ex appartenenti alle forze armate e alle forze dell'ordine e normali cittadini "patrioti e nazionalisti" pronti a "servire la nostra terra e il popolo italiano" svolgendo attività di vigilanza "per potenziare la sicurezza nei centri urbani" ma anche di "protezione civile" e di "promozione e divulgazione della storia, delle lingue e delle tradizioni Italiane con particolare riferimento all'Impero Romano".
Hanno un Comandante Generale, il colonnello dei carabinieri in congedo Augusto Calzetta, di Massa Carrara, e un Presidente Nazionale, il giovane ex alpino Maurizio Correnti, di Torino (città in cui si trova anche la loro sede nazionale: le sedi operative sono, per ora, a Sarzana, Reggio Calabria e Siracusa).
Indossano una divisa: camicia grigia (inizialmente era prevista kaki) con cinturone e spallaccio neri, cravatta nera, pantaloni grigi con banda nera laterale nera, basco o kepì grigio con il simbolo della Gni: l'aquila imperiale romana.
Il loro equipaggiamento completo prevede elmetto, anfibi neri, guanti di pelle e una grossa torcia elettrica di metallo nero.
Al braccio portano una fascia nera con la "ruota solare", simbolo del Partito Nazionalista Italiano (Pni): la nascente formazione politica che sta dietro alla Gni.

Anche i membri del Pni avranno un'uniforme: la stessa della Guardia Nazionale Italiana. Il programma politico del Pni, di stampo statalista e collettivista, prevede tra l'altro la pena di morte per "gli usurai, i profittatori e i politicanti", la lotta "contro il parlamentarismo corruttore" e la creazione di "un forte potere centrale dello Stato" e di "camere sindacali e professionali", il diritto di cittadinanza e l'accesso alle cariche pubbliche "solo per chi sia di sangue italiano", lo stop a "ogni nuova immigrazione di non-italiani" e l'immediata espulsione forzata di "tutti i non-italiani che sono immigrati in Italia dopo il 31 dicembre 1977", il divieto di pubblicazione di "giornali che contrastano con l'interesse della comunità" e l'abolizione di tutte le organizzazioni e istituzioni "che esercitano un influsso disgregatore sulla nostra vita nazionale".

I paramilitari del colonnello Calzetta e le camicie grigie del Pni debutteranno ufficialmente il 13 giugno a Milano, al numero 5 di via Chiaravalle, angolo via Larga, in occasione del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano - Destra Nazionale di Gaetano Saya, che nella sua pagina internet personale si dichiara "l'ispiratore politico" della Guardia Nazionale Italiana".
Estimatore di Berlusconi e acerrimo nemico di Fini, Saya, che dopo il recente scioglimento di Alleanza Nazionale è rimasto l'unico depositario del simbolo dell'Msi di Almirante, è il sedicente ex agente segreto della Nato e del Sismi, ex ‘gladiatore'ed ex massone che già nel 2003 provò a creare un gruppo paramilitare di ‘camice grigie' (i Reparti di Protezione Nazionale) e che nel 2005 venne arrestato per l'oscura vicenda dei ‘servizi paralleli' (il Dssa, Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo, diretto da Gaetano Saya e Riccardo Sindoca): una "banda di pataccari" secondo l'allora ministro degli Interni Pisanu, che però risultò avere rapporti con i vertici degli apparati di sicurezza dello Stato, in particolare con i servizi segreti militari.
PeaceReporter ha intervistato Gaetano Saya per capire qualcosa di più sulla Guardia Nazionale Italiana e sul Partito Nazionalista Italiano. Ecco cosa ci ha detto.

Saya, una breve digressione prima di cominciare: com'è finita la storia del Dssa?

L'inchiesta contro di me fu avviata per gettare fumo negli occhi, per sviare l'attenzione dai veri servizi deviati, quelli che facevano e fanno tuttora capo a Marco Mancini, l'allora dirigente del controspionaggio del Sismi. Proprio nei giorni del mio arresto, nel luglio 2005, Mancini e soci stavano rischiando grosso per la vicenda del rapimento di Abu Omar: erano i giorni in cui il capocentro della Cia a Milano, Robert Seldon Lady, lasciava precipitosamente il territorio nazionale per sfuggire alla giustizia italiana.
Io e la Dssa siamo stati usati come capro espiatorio, sono stato vittima di una trappola, una cospirazione orchestrata dagli agenti deviati di Mancini, come il giornalista Renato Farina, l'agente ‘Betulla', che su Libero scrisse che io e la Dssa eravamo coinvolti nel rapimento di Omar.
Dopo che, nel 2006, Mancini, Pollari, Pio Pompa, Tavaroli e Cirpiani sono finiti nei guai per il caso Abu Omar e per lo scandalo Telecom-Sismi, la persecuzione contro di me non serviva più e quindi è finita nel nulla. Salvo scoprire, proprio pochi giorni fa, che la Procura di Genova ha chiesto la riapertura del caso. Stavolta questi magistrati e poliziotti eversori, legati ai servizi deviati di cui sopra e appoggiati dalla sinistra, ma anche da Gianfranco Fini, vogliono colpire me per colpire il governo Berlusconi. Ci ha già provato, senza riuscirci, la Procura di Torino, cercando di criminalizzare la Guardia Nazionale Italiana per far naufragare il decreto sicurezza del governo: pochi giorni prima della sua approvazione alla Camera, la Digos di Cuneo è andata a casa mio figlio Dario accusandolo di far parte della Gni e di detenere illegalmente armi. Speravano di scatenare un putiferio. Ma le armi erano tutte regolarmente detenute, inoltre mio figlio non ha nulla a che fare con la Guardia Nazionale Italiana. Adesso, dopo questo buco nell'acqua della Procura di Torino, torna alla carica quella di Genova con la Dssa...

Saya, veniamo alla Guardia Nazionale Italiana. Sembra tanto un gruppo paramilitare fascista: le divise, i riferimenti al patriottismo, l'aquila imperiale romana...

Queste sono tutte stupidaggini! La Guardia Nazionale Italiana non c'entra niente con il fascismo. Io stesso non sono fascista. Sono di destra, sono un conservatore, un nazionalista: chiamatemi come volete, ma non sono fascista. Se fossi vissuto nel 1943 e avessi visto i fascisti che rastrellavano e fucilavano dei cittadini italiani mi sarei ribellato. Ho appena visto al cinema il film ‘Vincere', che dà una visione molto negativa di Mussolini e del fascismo, e le posso dire che mi è piaciuto molto. Io mi considero un cittadino fedele, un difensore della Costituzione del 1948, sulla quale ogni membro della Guardia Nazionale Italiana dovrà giurare. Io ho sempre avuto ottimi rapporti con il governo d'Israele e i suoi servizi segreti: pensa che se fossi fascista gli israeliani lavorerebbero con me? Sulle divise, sa che le dico? Se devono suscitare tutto ‘sto clamore, vorrà dire che magari le cambieremo (dopo quest'intervista, la camicia kaki ha lasciato il posto alla camicia grigia, n.d.r.). L'aquila imperiale romana? Bisogna essere ignoranti per non sapere che è un simbolo storico della nostra patria, visibile su tanti monumenti di Roma, e che non c'entra nulla con il fascismo.
La Guardia Nazionale Italiana è un'associazione apolitica nella quale può entrare chiunque si riconosca in questa iniziativa: si figuri che hanno aderito perfino dei comunisti, persone di Massa Carrara.

Stento a crederlo. La nostra Costituzione repubblicana si fonda sull'antifascismo, ma sul gruppo Facebook della Guardia Nazionale Italiana, il Presidente Nazionale, Maurizio Correnti, scrive ai sostenitori: "Si prega di astenersi con lo scrivere ‘camerati' ecc ecc, comunque frasi e slogan tipici di altri tempi. Con questo - precisa Correnti - non vogliamo assolutamente dichiararci antifascisti, sia ben chiaro". C'è qualcosa che non torna...

Questo lo ha scritto lui, ognuno è libero di scrivere ciò che pensa. Nella Guardia Nazionale Italiana ci sono fascisti e non fascisti.

Questo, però, lo ha scritto lei, sulla sua pagina Internet personale, lo scorso febbraio, alla vigilia della creazione della Guardia Nazionale Italiana. Cito testualmente: "Migliaia di prostitute straniere schedate e non espulse. Migliaia di zingari che commettono furti nella totale impunità. Milioni di clandestini che si aggirano impunemente nelle città. Migliaia di stranieri che spacciano, rubano, stuprano, uccidono. Un aumento dell'80 percento di scioperi e di occupazione di uffici pubblici e privati. Centinaia di assalti armati contro la proprietà privata commessi da stranieri. Attentati contro la proprietà dello Stato. Gruppi di giovani sovversivi che agiscono al di fuori dei limiti parlamentari. Deputati e Senatori della Repubblica che istigano all'insurrezione armata contro i poteri dello Stato, un ministro dell'Interno dichiaratamente secessionista. Un numero indescrivibile di riviste e programmi televisivi politici che invitano alla rivolta. Giullari e saltimbanchi che oltraggiano e vilipendono i Ministri e il Governo. L'uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri e le autorità costituite. (...) Il popolo è minorenne, la Nazione malata; ad altri aspetta il compito di curare e di educare. A noi il dovere di reprimere, la repressione è il nostro credo. Repressione e Civiltà". E ancora: "Noi vogliamo ripulire l'Italia dal marcio che vi si annida, vogliamo riportare una ferrea disciplina in tutta la Nazione". "La Destra snuda la sua spada per tagliare i troppi nodi di Gordio, che irretiscono e intristiscono la vita Italiana. Chiamiamo Iddio sommo e lo Spirito immortale delle migliaia di morti a testimoni che un solo impulso ci spinge, una sola volontà ci raccoglie, un solo pensiero ci infiamma: contribuire alla grandezza e alla salvezza della Patria. Uomini della Destra di tutta Italia, tendete gli spiriti e le forze, bisogna vincere e con l'aiuto di Dio vinceremo!!!".

Ma questi sono solo degli slogan, che faccio un po' qua e un po' là! Allora, chiariamo una cosa: gli immigrati sono l'ultimo dei problemi. Non sono loro il nostro obiettivo. Se proprio vuole saperla tutta, per noi il vero pericolo per l'Italia è rappresentato dai secessionisti della Lega Nord. Loro sì che sono contro la Costituzione! Loro che vogliono distruggere la nostra unità nazionale, che offendono continuamente i simboli della nostra patria, che creano impunemente governi provvisori secessionisti e arruolano gente nella formazione anticostituzionale della Guardia Nazionale Padana. E' questa gente che dovrà fare i conti con la nostra Guardia Nazionale Italiana: se vedremo un leghista che brucia un tricolore lo faremo arrestare! Che la Lega stia attenta a dove va. E' per contrastare la Lega Nord che alle prossime elezioni ci presenteremo al nord con il Partito Nazionalista Italiano.

Quello che per simbolo ha lo schwarze sonne, il sole nero utilizzato da tanti gruppi neo-nazisti? Quella specie di svastica a dodici braccia, antico simbolo pagano germanico, che adorna il pavimento della sala principale del castello di Wewelsburg, il quartier generale delle Ss?

Non diciamo sciocchezze! La ruota solare non ha nessun legame provato con il nazismo, tant'è vero che in Germania essa non è vietata, come lo è invece la svastica, e viene liberamente utilizzata come logo commerciale. Questo simbolo, di cui io detengo la proprietà in Italia, è in realtà un simbolo magico dei Maya che evoca il potere...

Scusi se la interrompo, ma come appassionato di cultura Maya e mesoamericana le posso garantire che nel simbolismo di quel popolo non c'è traccia di qualcosa di simile.

Ma come no! Faccia una ricerca su Google con le parole ‘terra cava'!

Torniamo al Partito Nazionalista Italiano: ce ne può parlare? Abbiamo capito, dal simbolo e dalle divise comuni, che è legato alla Guardia Nazionale Italiana. Ma in che relazione sta con lei e con il suo Msi?

Il Partito Nazionalista Italiano, Pni, nascerà ufficialmente a Milano il prossimo 13 giugno, in occasione del congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale. Quel giorno, io lascerò la presidenza dell'Msi-Destra Nazionale a mia moglie, Maria Antonietta Cannizzaro, che è in ottimi rapporti con il capo del governo. Il sottoscritto diventerà quindi presidente del nuovo Partito Nazionalista Italiano, che alle prossime elezioni politiche nazionali si presenterà nelle regioni settentrionali, dove la fiamma tricolore non tira molto, per contrapporre al nazionalismo padano il nazionalismo italiano. Nelle regioni centrali e meridionali, invece, si presenterà l'Msi-Destra Nazionale con il suo simbolo storico. Entrambi, spero, come alleati del Pdl di Berlusconi: se poi qualcuno ce lo impedirà, correremo da soli.

Saya, è vero che già duemila persone si sono iscritte alla Guardia Nazionale Italiana?

Abbiamo superato ampiamente le duemila adesioni. Ogni giorno ne arriva una valanga di nuove, soprattutto ex appartenenti alle forze dell'ordine. La invito al congresso del 13 giugno, al quale abbiamo invitato anche il presidente Berlusconi, così si renderà conto con i suoi occhi: noi non abbiamo nulla da nascondere.

Gheddafi e la follia del governo italiano
















11.06.09 di Furio Colombo

Mentre la bandiera del mandante sventola sul pennone di Palazzo Chigi, è giusto e urgente ricordare la strage di Lockerbie, il 21 dicembre 1988. Sono giorni indecenti questi che l’Italia sta vivendo da quando il sanguinario dittatore libico è sbarcato a Ciampino recando sulla divisa la fotografia di un leader della resistenza libica ucciso dagli occupanti italiani, accolto dall’abbraccio del primo ministro italiano.

Persino l’eroe di una nobile e antica resistenza appare ridicolo sulla uniforme di un dittatore spietato, persecutore di ogni libertà, terrorista internazionale che non ha mai chiesto scusa o mostrato “dissociazione”, autore e organizzatore del genocidio di Lockerbie, un aereo civile carico di passeggeri estranei a qualunque conflitto, e abbattuto in volo sopra la Scozia il 21 dicembre 1988.

Oggi che cosa celebriamo in Italia, a Palazzo Chigi, in Senato (pericolo sventato all’ultimo istante), nelle feste romane, nel rito stupido e barbaro delle mille donne che il clown sanguinario libico ha chiesto e ottenuto dal festoso clown italiano, mentre, come un James Bond malamente invecchiato, si fa scortare da cento donne del suo speciale servizio segreto?

Questo è il triste senso della festa romana: celebriamo due volte il sangue innocente, quello di attentati terroristici come quello di Lockerbie (ma nessuno conosce o ha mai pubblicato l’intera lista del lavoro terroristico di Gheddafi) e quello dei migranti uccisi nel deserto, uccisi in mare, uccisi nei campi libici ad alto prezzo (5 miliardi di dollari) a nome e per conto dell’Italia di Maroni, di Bossi, di Berlusconi.

Ma come dimenticare che, in favore dell’accordo militare con la Libia che adesso Gheddafi celebra a Roma, hanno votato tutti, a destra e a sinistra, salvo tre di noi nel Pd e i deputati Radicali.

La festa è folle. Ma il folle, ricco delle nuove somme versate dall’Italia, e felice di essere utile alle stragi, non è Gheddafi. Folle oggi è il governo italiano e, purtroppo, gran parte del suo Parlamento.

Il presidente Napolitano e i magistrati “protagonisti”
















di Marco Travaglio, da l'Unità

Mentre il presidente del Consiglio definisce «grumi eversivi» e «nemici politici» i giudici che han condannato il suo amico David Mills per essere stato corrotto da lui, impunito e impunibile per Lodo ricevuto; mentre racconta che suo padre, grande educatore, «mi diceva sempre: se vuoi far del male al prossimo devi fare il delinquente, o il pm, o il giornalista»; mentre impone alle Camere di abolire, senza discutere, le intercettazioni e la cronaca giudiziaria; mentre il procuratore di Napoli sottrae al pmtitolare, avoca a sé e stralcia le indagini sul sottosegretario Bertolaso per la truffa dei rifiuti «per non intralciare l’azione del governo»; mentre il procuratore di Verona che indaga sui nazisti viene pestato in strada dai nazisti; mentre partiti mandano al Parlamento europeo 4 pregiudicati e una decina di indagati, anche per mafia; mentre la Procura di Roma si arrampica sugli specchi per far archiviare il caso Berlusconi-Saccà e sequestrare per «violazione della privacy» le foto che ritraggono il premier con nani e ballerine aviotrasportati su aerei di Stato; mentre non si trova quasi più nessun pm che indaghi sui potenti o protesti contro le leggi che lo disarmano; mentre l’Anm non osa neanche pronunciare la parola «sciopero» e il Csm si dedica a cacciare anziché a difendere le poche toghe scomode superstiti; ecco, mentre accade tutto ciò, il capo dello Stato va al Csm e denuncia il «comportamento impropriamente protagonistico» di certi magistrati e gli «elementi di disordine e tensione che purtroppo si sono clamorosamente manifestati in talune procure». Magari.

(11 giugno 2009)

L’Asperatus: una nuova nuvola!













Jean Etienne, Futura-Sciences
http://www.futura-sciences.com/fr/news/t/climatologie-1/d/lasperatus-un-nouveau-nuage_19479/
Traduzione a cura di Giuditta


L’apparizione di un inedito tipo di nuvola nel "bestiario" meteorologico è un fatto rarissimo.
Eppure è quello che si è prodotto, con l’asperatus, una formazione nuvolosa impressionante.
Delle strane forme di nuvole hanno fatto recentemente capolino nei cieli della Gran Bretagna e della Nuova Zelanda, ma anche in altri luoghi del globo.
Particolarmente tormentate e opache, esse rassomigliano al mare agitato e oscurano considerabilmente il paesaggio, dando l’impressione di annunciare una violenta tempesta.
Eppure, esse finiscono sempre col dissiparsi senza produrre niente di particolarmente grave.
Queste nubi sono apparse su delle foto trasmesse regolarmente dai membri della Cloud Appreciation Society.
«Abbiamo provato ad identificare e classificare tutte le immagini di nubi che abbiamo, ma ce ne erano che non facevano parte di alcuna categoria, ho cominciato dunque a pensare che questo poteva essere un unico tipo di nube», racconta Gavin Pretor-Pinney, il fondatore dell’associazione.













Cedar Rapids, Iowa (USA). da Cloud Appreciation Society / Don Sanderson.












Cedar Rapids, Iowa. Da Cloud Appreciation Society / Jane Wiggins.

















Pianura di Canterbury, uva Zelanda. Da Cloud Appreciation Society / Laurie Richards.





















Asperatus in Nuova Zelanda. Da Cloud Appreciation Society / Tanis Danielson

Gli scienziati della RMS (Royal Meteorological Society) pensano che queste nubi dovrebbero essere inserite in una nuova categoria,
che hanno deciso di chiamare asperatus, parola latina che significa brutale.
La proposta è stata presentata ufficialmente all’Organizzazione Meteorologica Mondiale a Ginevra.
Se sarà accettata, asperatus prenderà definitivamente il suo posto nell’Atlante Internazionale delle Nuvole, un avvenimento che non si produceva da più di mezzo secolo.





Shell, petrolio e la scomparsa dei diritti umani















di Andrea Bertaglio

Si parla ormai da anni delle aziende petrolifere, vere garanti del mantenimento in vita delle società della crescita, e di tutto quello che sono disposte a fare per mettere le mani su nuovi giacimenti piuttosto che per incrementare i propri profitti. Si sa molto sui danni ambientali o su quelli alla salute che queste compagnie causano in giro per il mondo. Nei mesi scorsi si è perfino parlato e scritto abbondantemente sulle speculazioni finanziarie che stanno dietro ad un singolo barile di petrolio. Ma non bisogna scordare un altro aspetto importante della questione petrolifera: quello dei diritti umani. E delle migrazioni che ne conseguono.

Argomento di non poca importanza che ha sempre più motivo di essere discusso nel campo petrolifero quello della lesione dei diritti umani, che rappresenta una delle piaghe più diffuse nei paesi ricchi (spesso loro malgrado) di giacimenti di petrolio. Non che sia un argomento “iniziato” di recente, intendiamoci. C’erano manifestazioni e proteste in tutto il mondo circa quarant’anni fa a riguardo, proprio perché si sapeva già a quel tempo della violazione della libertà e dei diritti umani di molte persone. Ciò che cambia oggi sono la portata del fenomeno e per fortuna, in alcuni casi, la possibilità che chi ha perpetrato violenze e rapine negli ultimi decenni si possa trovare a pagarne il conto.

Davanti al tribunale federale di New York, infatti, la Shell ha risposto di complicità nell’omicidio dello scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa e di altri otto militanti di un movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni.

Questi, nel ventennio successivo alle prime scoperte petrolifere fatte nei loro territori (1957), nel sud-est del delta del Niger, erano stati cacciati d’autorità dalle loro terre, poi devastate dall’attività estrattiva, senza alcuna compensazione se non quella, irrisoria, pari al valore dei raccolti delle terre che coltivavano.

Lo scrittore ed esponente ecologista Saro Wiwa, fondatore del succitato “Movimento per la sopravvivenza dei Paesi d'Ogon”, con una serie di manifestazioni non violente era riuscito a interrompere le attività della Shell nel sud della Nigeria, accusando la compagnia di aver inquinato intere zone.

L’esecuzione dei nove militanti aveva suscitato grande indignazione in tutto il mondo già a suo tempo (era il 1995), sia per questi omicidi (le esecuzioni di chi si opponeva alle politiche repressive del governo nigeriano, “comprato” per pochi milioni di dollari dalle multinazionali del petrolio), sia per la serie di torture che le precedevano. Solo adesso, però, chi si trovava dietro a tutte queste decisioni ne sta rispondendo in tribunale. Tribunale non nigeriano, ma, vale la pena sottolinearlo, newyorkese.

Shell, ritenuta mandante e finanziatrice dell’impiccagione di Ken Saro Wiwa e compagni, si è presentata alle ultime due sedute (svoltesi questa settimana), grazie a due leggi americane, l’Alien Tort Statute e la Legge per la Protezione delle Vittime della Tortura, che consentono ai cittadini stranieri di denunciare negli Usa violazioni dei diritti umani compiute in altri paesi.

Cittadini ai quali è quindi data la possibilità di rivolgersi alla giustizia statunitense. Proprio per questo un gruppo di vittime dell'ex regime militare nigeriano, tra cui il figlio di Saro-Wiva, aveva denunciato la complicità di Shell con il governo dell'allora presidente Sani Abacha nella morte dello scrittore.

È di pochi giorni fa la notizia che, alla fine delle due ultime sedute, Royal Dutch Shell ha accettato di pagare 15,5 milioni di dollari per porre fine al contenzioso. Un accordo che la compagnia anglo-olandese sta cercando di far passare per sua pura magnanimità, continuando a bollare le accuse come false e a non ritenersi colpevole dei fatti ad essa imputati. Di questo denaro, stando alle affermazioni di Paul Hoffman, uno dei legali delle famiglie Ogoni, 5 milioni andranno in un trust a beneficio del popolo Ogoni, il resto agli avvocati e alle famiglie delle vittime.

Shell ovviamente non è l’unica compagnia petrolifera ad essere coinvolta in scandali di questo tipo. L’americana Chevron, per esempio, rischia di dover pagare fino a 16 miliardi di dollari di risarcimento alle popolazioni dell’Equador per quella che è stata definita “la Chernobil dell’Amazzonia”, un massiccio inquinamento dovuto alla precedente gestione dei giacimenti da parte di Texaco (acquisita da Chevron nel 2001) che avrebbe causato migliaia di morti per malattie correlate.

La “nostra” Eni (e nostra lo è, visto che lo Stato italiano ne è con il Ministero delle Finanze e la Cassa Depositi e Prestiti tra gli azionisti principali), quinto gruppo petrolifero mondiale per giro d'affari, dietro a Exxon Mobil, BP, Royal Dutch Shell e Total, invece non è da meno. Sia in Congo, nel giacimento di M’boundi, che nel delta del Niger, sta creando non pochi problemi sia all’ambiente che soprattutto alle popolazioni locali, in particolare a causa della pratica del gas flaring (sul quale anche la trasmissione Report ha eseguito un interessantissimo reportage), che consiste nel bruciare il gas naturale che esce dai pozzi petroliferi a cielo aperto. Ciò causa malattie respiratorie, piogge acide e inquinamento dell’aria e delle acque.

Quello che è accaduto a New York, per quanto possa sembrare poco (e forse lo è, visto le dimensioni dei disastri socio-ambientali spesso causati dai colossi petrolchimici) è comunque un passo avanti verso la fine dell’impunità delle grandi compagnie.

Secondo il World Resource Insitute, infatti, la sopravvivenza delle industrie estrattive oggi non può più prescindere dall’adempimento delle proprie responsabilità in campo ambientale e sociale: ONG attive, governi più attenti e un’opinione pubblica più sensibile renderebbero impossibile ‘farla franca’.

Un passo avanti, abbiamo detto, una piccola soddisfazione, addirittura una vendetta (come l’ha definita lo stesso figlio di Saro-Wiva ) che però non va alla radice del problema. Problema che verrebbe appunto sradicato solamente se/quando le società dei consumi e della crescita economica a tutti i costi (energivore per antonomasia e “drogate” di idrocarburi) si dovessero riuscire ad emancipare da un uso smodato di energia e di merci da consumare ad un ritmo sempre più elevato. Il che, di conseguenza, le porterebbe ad emanciparsi anche dall’eccessivo bisogno di risorse quali gli idrocarburi, dei quali esse sono spesso povere.

La fine del consumo forsennato e del dogma della crescita illimitata comporterebbe la fine della nostra assuefazione da fonti fossili di energia. E darebbe fine a molti problemi riguardanti i diritti umani, l’ambiente e le migrazioni che ne conseguono.

Guerra elettromagnetica in Francia














di Elisabeth Zoja

Diffuso da pochi anni il Wi-Fi passa già di moda, almeno in Francia. Il paesino francese Hérouville-Saint-Claire, infatti, elimina dalle scuole la rete senza fili. Forse sarà anche uno dei primi villaggi a ridurre a un decimo le emissioni elettromagnetiche delle antenne per cellulari.

Mal di testa violenti, vertigini, vomito e palpitazioni cardiache: ecco i sintomi che alcuni attribuiscono alla Wi-Fi, la rete internet senza fili. Questi mali hanno costretto molti al trasloco, ma ora sono le antenne a doversene andare.

Così capiterà in numerose cittadine francesi. Particolarmente a Hérouville-Saint-Clair (circa 230km a ovest di Parigi), dove a maggio è stata chiesta l’eliminazione delle reti senza fili da tutte le scuole.

L’operazione “scuola senza Wi-Fi” è partita dalle elementari della città, dove solo la direttrice si serve di internet; è stato quindi facile cambiare collegamento a internet per un solo computer.

Più difficile sarà invece realizzare l’operazione nelle scuole medie e superiori della cittadina, dove anche i ragazzi hanno accesso a internet. Nonostante ciò entro la fine del 2009 tutte le scuole del paese dovrebbero essere tornate al collegamento tradizionale.

“Dovevamo assolutamente dare l’esempio”, spiega Rodolphe Thomas, sindaco di Hérouville, la quale fino a qualche mese fa era campionessa del Wi-Fi. E siccome il sindaco ritiene i telefoni portatili dannosi quanto la rete senza fili, ha lanciato anche una campagna di sensibilizzazione sulla nocività dei cellulari per bambini.

Inoltre il paese di 24.000 abitanti potrebbe diventare protagonista di un altro esperimento. In alcuni paesini francesi verranno testate antenne con emissioni di soli 0,6 volt al metro. Generalmente in Francia gli operatori emettono cento volte tanto, con un limite massimo di 61v/m. L’UE e molti scienziati internazionali consigliano però la soglia di 0,6v/m.

Quest’idea delle città-test è stata difesa da Robin des toits: un’associazione destinata a lottare per la sicurezza sanitaria delle popolazioni esposte alle tecnologie di telecomunicazione senza fili. Quest’ultima vuole dimostrare che “contrariamente a quello che dicono gli operatori [della telefonia mobile limitare le emissioni a 0,6v/m] è possibile.”

Abbassare a tal punto la soglia di emissioni implica una moltiplicazione delle antenne, fa notare Jean-Marie Danjou, presidente dell’Associazione Francese Operatori Cellulari. Cita l’esempio del Lichtenstein, dove l’adozione di questa soglia condurrà a “moltiplicare per dieci il numero delle antenne”.

Il vice-sindaco di Parigi Denis Baupin invece, difende la soglia dello 0,6 e propone inoltre che non siano gli operatori privati a scegliere i luoghi di installazione delle antenne. Il suo suggerimento non è ancora stato preso in considerazione.

Quali sono esattamente i rischi sanitari che comportano queste antenne?

Niente è ancora sicuro: il loro effetto non è ancora stato provato, ma la corte di appello di Versailles, afferma che “nessun elemento permette di provare che l’esposizione ad onde elettromagnetiche non abbia impatto sulla salute pubblica”.

Alcune famiglie francesi hanno quindi chiesto la rimozione di antenne in vicinanza delle loro abitazioni. Quelle di Tassin-la-Demi-Lune (un sobborgo di Lione), l’hanno ottenuta. “Se avessimo perso [la causa] ci saremmo trasferiti,” assicura Florence Lagouge, madre di due bambini, che ha ricoperto di alluminio le finestre delle loro camere.

“Vivere senza cellulare è impossibile”, quest’affermazione è ormai conosciuta. Il telefono senza fili è diventato parte integrante della società occidentale. Lo stesso non vale però per le reti internet senza fili. La Francia lo dimostra attraverso un piccolo passo indietro, che forse porta addirittura avanti.

Cambiamenti climatici. Tante domande e nessuna risposta












Venerdì 12 Giugno 2009 A Sud

La prima settimana della nuova fase di negoziazioni per l'Accordo Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (CMNUCC), svoltasi nella città di Bonn, si è conclusa senza elementi di novità. E' possibile che questo primo ciclo di incontri (altri seguiranno nel corso dell'anno), che si concluderà il prossimo 12 giugno, non porti a nessun avanzamento a causa delle divergenze che ancora persistono fra gli stati in merito ai temi principali. C'è un tema, in particolare, che merita di essere analizzato in dettaglio: quello della possibile inclusione, nell'accordo, di criteri di sviluppo sostenibile e di eventuali sistemi di monitoraggio.

Programmi di riduzione delle emissioni a livello nazionale

Uno dei nuovi meccanismi contenuti nell'agenda delle discussioni è quello dei cosiddetti NAMAS, acronimo inglese che indica le Azioni di Riduzione Adeguate al Paese. In accordo con questo nuovo meccanismo, i paesi in via di sviluppo potranno ricevere finanziamenti da parte di fondi internazionali creati ad hoc, così come quelli ottenuti per i cosiddetti “mercati del carbonio”.

Non c'è una definizione precisa circa la configurazione finale di questi nuovi procedimenti però è già possibile trarre alcune considerazioni. Le NAMAS si tradurranno in piani o programmi di mitigazione (riduzione di emissione di gas serra) e comprenderanno azioni e misure formulate dai governi dei paesi in via di sviluppo che saranno incluse nelle disposizioni della convenzione. Le NAMAS sono state pensate in funzione delle raccomandazioni avanzate dal Pannello Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, allo scopo di ridurre le emissioni di gas nocivi. Questi programmi nazionali di mitigazione potranno includere tre diversi tipi di misure o formule di intervento, in base anche alla provenienza dei finanziamenti. In un primo tempo sono previste azioni di intervento autofinanziate ossia quelle che i paesi saranno in grado di avviare in considerazione delle risorse di cui dispongono e delle forze che i governi nazionali sono disposti a mettere in campo. In un secondo momento, le misure di riduzione delle emissioni riceveranno aiuti internazionali provenienti da fondi realizzati allo scopo. I finanziamenti potranno essere parziali o totali. Infine, a un terzo livello, saranno implementate azioni atte a favorire un impegno concreto da parte dei singoli governi nazionali, che potranno portare al rilascio di certificati di riduzione delle emissioni pronti per essere commercializzati attraverso il mercato del carbonio. Questi programmi nazionali dovranno essere inglobati nel testo della convenzione e saranno soggetti a un sistema di controllo esterno e di monitoraggio che ne accerti l'effettiva utilità. Non è ancora chiaro se tutte le misure di intervento dovranno passare per le tre tappe sopra indicate o solamente quelle che riceveranno i finanziamenti attraverso i fondi speciali. In ogni caso saranno previsti meccanismi internazionali di controllo e monitoraggio.


Gli errori del passato

Uno dei temi cruciali riguardo alla struttura delle NAMAS - così come per il Meccanismo dello Sviluppo Pulito – è quello relativo allo sviluppo sostenibile dei singoli paesi e ai benefici in termini ambientali e sociali. Nel caso del Meccanismo dello Sviluppo Pulito, è stato stabilito che la valutazione del contributo alla sostenibilità avvenga a livello nazionale. Questo significa che i singoli governi e i singoli parlamenti, in base a criteri e considerazioni di carattere squisitamente nazionale, decidono quali progetti approvare e quali no. Risulta evidente che la fragilità dei procedimenti previsti dalla maggior parte dei paesi per l'approvazione dei progetti fa si che molti di quelli ritenuti validi dalle singole autorità nazionali risultino, in realtà, ben lontani dai criteri della sostenibilità. Molto spesso le analisi sulla fattibilità e la sostenibilità dei progetti sono state condotte in modo approssimativo e gli stati hanno dimostrato, in moltissime occasioni, di privilegiare l'accaparramento delle risorse finanziarie piuttosto che una valutazione oggettiva sui meriti o i demeriti dei singoli progetti in esame. Il risultato è stato quello di concedere l'approvazione a progetti rivelatisi, successivamente, non validi o comunque inadeguati. In considerazione di questo, torna a porsi il problema se sia necessario elaborare standard internazionali nel quadro della convenzione. Questo servirà per determinare quali progetti siano o meno eleggibili o quali debbano essere i criteri-guida per la selezione.


Le domande

Sommando le due condizioni – il monitoraggio esterno dei programmi e il rispetto dei criteri di sostenibilità – potremmo trovarci di fronte a una nuova forma di controllo internazionale su alcuni dei progetti e delle misure di intervento adottate dai singoli governi dei paesi in via di sviluppo.

Questa considerazione apre la porta a una questione di assoluta importanza: possono paesi liberi e sovrani sottomettersi a un procedimento di decisione e controllo internazionale sulle misure da adottare in settori strategici per lo sviluppo quali l'energia, il trasporto e l'agricoltura? Sarebbe possibile attivare meccanismi di controllo durante le “ tre fasi” precedentemente delineate o solamente per quelle finanziate dai fondi speciali appositamente creati? In caso di risposta negativa, come potrebbero i paesi in via di sviluppo garantire che le attività promosse siano realmente compatibili con i criteri della sostenibilità, generando benefici ambientali e economici?

Sfortunatamente molti governi dei paesi in via di sviluppo hanno dimostrato di non essere in grado di promuovere modelli sostenibili di sviluppo, poiché i fondi addizionali ottenuti sono serviti unicamente ad aumentare i guadagni degli investitori e delle imprese, molte delle quali multinazionali, senza però produrre vantaggi per i loro stessi popoli.

Sarà necessario predisporre un meccanismo di controllo internazionale, come quello delineato dalle NAMAS, per garantire che il denaro concesso dai fondi internazionali venga impiegato correttamente? Nel caso la risposta a questa domanda dovesse essere si, ci ritroveremmo di fronte a un nuovo sistema di governance mondiale incaricato di vigilare sul cammino verso uno sviluppo sostenibile dei paesi in via di sviluppo?

Gli incontri di Bonn di questi giorni non stanno facendo molto per rispondere a queste domande. Tuttavia si tratta di temi che non sarà possibile tralasciare ancora per molto, soprattutto in previsione della Conferenza sui Cambiamenti Climatici di Copenhaguen che si terrà nel mese di dicembre.




di Gerardo Honty – Studioso di tematiche energetiche presso il Centro Latinoamericano di Ecologia sociale (CLAES). In esclusiva per ALAINET da Bonn (Germania)

Traduzione di Francesca Casafina