lunedì 6 luglio 2009

Lettera d'amore - Marco Travaglio



La lettera inviata da Riina all'On. Berlusconi

Il secolo del sè: ingegneria del consenso (SUB ITA)



The Century of Self: (Ep2): Engineering of Consent IL SECOLO DEL SE' Secondo Episodio: L'INGEGNERIA DEL CONSENSO (1 di 6) Documentario di Adam Curtis trasmesso dalla BBC nel 2002. "Questa è la storia di come le idee di Sigmund Freud sulla mente inconscia vennero usate dai potenti per controllare le masse nell'America del dopoguerra. Politici e pianificatori giunsero a credere giuste le conclusioni di Freud, che nascosti nel profondo dell'essere umano ci sarebbero desideri e paure pericolosi e irrazionali. Si convinsero che il rilascio di tali istinti aveva portato alla barbarie e alla Germania nazista. Per impedire che risuccedesse, cercarono di trovare dei modi per controllare questo nemico all'interno della mente umana. Protagonisti di questa storia sono la figlia di Sigmund Freud, Anna e suo nipote Edward Bernays, l'inventore del professionismo delle pubbliche relazioni. Le loro idee vennero usate dal governo americano, dal mondo degli affari e dalla Cia per sviluppare tecniche per gestire e controllare la mente dei cittadini americani. I potenti credevano che l'unico modo in cui la democrazia potesse funzionare e creare una società stabile, fosse quello di reprimere la selvaggia barbarie esistente proprio sotto la superficie della vita normale." http://en.wikipedia.org/wiki/Century_... http://en.wikipedia.org/wiki/Adam_Curtis traduzione di Heruka: http://princeofpeace-pop.blogspot.com/ video sourced from Open Source Movies: http://www.archive.org/details/openso... Creative Commons License: Public Domain

Basta!














di Valerio Pignatta

John Naish è un giornalista che lavora per il Times per cui si occupa di salute e stili di vita.
Naish ha delineato la situazione attuale dal punto di vista ecologico e umano del pianeta Terra in un suo libro appena tradotto in Italia che si intitola Basta!.

Il concetto chiave è chiaro: non se ne può più. Fermiamoci che andiamo a picco. Stress, malattie e depressione dominano nella società umana anche se viviamo in un mondo in cui abbiamo sempre di più. Abbondanza materiale ma vuoto morale. E sfruttamento feroce dell'ecosistema.
Allora basta con le informazioni, basta con il cibo, basta con la roba, basta col lavoro, basta con le opzioni, basta con la “felicità” pubblicitaria, basta con lo sviluppo.

Il meccanismo biologico umano sviluppatosi nel corso dell'evoluzione per cui bisognava accumulare a più non posso, in vista di periodi di carenza di durata non prevedibile, va riconvertito in una predisposizione alla frugalità e all'autolimitazione. Altrimenti non ci sarà futuro per nessuno.

Come sottolinea l'autore riportando un pensiero dello scrittore e premio Nobel russo Aleksandr Solženicyn, ex dissidente sovietico: «Ci può essere un solo vero progresso: la somma del progresso spirituale di tutti gli individui. L'autolimitazione è il passo più saggio e importante che può fare l'uomo, una volta assaporata la libertà. È anche il modo più sicuro per raggiungerla» (p. 79).

Abbiamo tutto quello che ci serve. Diamo dei reali limiti al superfluo e continuiamo il vero progresso umano della specie: gratitudine, generosità, relazioni.

John Naish
Basta! Con i consumi superflui. Con chi li incentiva. Con chi non sa farne a meno, Fazi Editore, Roma, 2009, pp. 231, Euro 16,50

"Proteggere il bene comune della Terra e dell'umanità"



















Lunedì 06 Luglio 2009 00:01 A Sud

Così si è aperta la Conferesa sulla Crisi e lo Sviluppo in seno alle Nazioni Unite. Il presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Miguel d'Escoto Brockmann, ha aperto oggi, 24 giugno, a New York, la conferenza delle Nazioni Unite sulla crisi finanziaria ed economica mondiale ed il suo impatto sullo sviluppo, con un discorso su"L'attuale crisi finanziaria economica e globale alla luce del Bene Comune della Terra e dell'umanità."

L'evento, conosciuto anche come "G192", riunisce gli alti rappresentanti dei governi di tutto il mondo per cercare di trovare soluzioni, non solo alla crisi economica e finanziaria, ma a tutte le crisi che minacciano l'umanità e il pianeta, in quanto, come afferma d'Escoto "le sfide delle varie crisi sono fra di loro interconnesse e ci obbligano in quanto rappresentanti dei popoli della Terra, a dichiarare le nostre responsabilità gli uni verso gli altri affinché insieme, con grande speranza, riusciamo a trovare soluzioni giuste".


L’ex ministro degli Esteri nicaraguense ha precisato che: "Non è umano né responsabile costruire un’Arca di Noè che salvi solo il sistema economico dominante, abbandonando la maggior parte dell’umanità al suo destino, a subire le conseguenze di un sistema imposto da un irresponsabile, ma potente minoranza ".


Premettendo che "abbiamo raggiunto l'ultima frontiera", d'Escoto ha sottolineato la necessità di ricercare un modello di vita sostenibile. "L'egoismo e l'avidità non si possono riparare. Hanno bisogno di essere sostituiti dalla solidarietà, e questo, ovviamente, comporta un cambiamento radicale. Se ciò che davvero vogliamo è una pace stabile e duratura, deve essere assolutamente chiaro che si deve andare al di là dei controlli e delle correzioni al modello esistente e che bisogna creare qualcosa che punti verso un nuovo paradigma di convivenza sociale. (...) Abbiamo costruito un’economia globale. Adesso è il momento di creare una politica ed un’etica globali che partano dalle molte esperienze e tradizioni culturali di popoli diversi ".


Questa sfida, secondo il Presidente dell’Assemblea, comporta l’adottare l’ottica che proviene dalla scienza della Terra, secondo la quale la Terra è inserita in un ampio e complesso cosmo in evoluzione. "Questa concezione contemporanea si coniuga con l'antica visione dell’umanità e dei popoli originari, per i quali la terra è sempre stata ed è venerata come Madre", egli ha sottolineato, che "Sfortunatamente, a causa del nostri consumi eccessivi e dei rifiuti da essi generati, la Terra ha già oltrepassato del 40% la sua capacità di sostituzione dei prodotti e dei servizi che generosamente ci offre".


Da quest’ottica, ha affermato, deve nascere una nuova etica globale del bene comune, la cui prima affermazione, consista nel proclamare e salvaguardare il bene comune della Terra e della stessa umanità, si tratta di beni di cui nessun privato può appropriarsi e che dovrebbero servire alla vita di tutti, delle generazioni presenti e future, della comunità e di tutti gli altri esseri viventi.


Questi beni fondamentali sarebbero costituiti: dalla terra, dalla biosfera della Terra, in particolare l'acqua, le foreste e gli oceani, dal clima della Terra e dall'umanità nel suo insieme. Rispetto a quest’ultima, d’Escoto ritiene indispensabile non solo la riduzione o la non proliferazione delle armi nucleari ma la loro totale eliminazione.



Strategie anticrisi


Alla luce di questi principi etici, il Presidente della Assemblea ha considerato cinque strategie per uscire dalla crisi attuale, al fine di fornire le basi per quello che lui chiama Biocivilizzazione.


"l’uso sostenibile e responsabile delle scarse risorse naturali. Che comporta il superamento della logica dello sfruttamento della natura ed il consolidamento del rapporto di rispetto e di sinergia”.


"il conferimento del giusto peso all'economia nella società, superando la visione riduttiva che ne ha fatto l’asse strutturale della convivenza umana. L'economia deve essere rispettosa dei valori e non fonte di valori, deve essere vista come attività destinata a creare, entro i limiti del rispetto degli standard ecologici e sociali, le basi della vita fisica, culturale e spirituale di tutti gli esseri umani sul pianeta.


"la diffusione della democrazia a tutti i rapporti sociali ed a tutte le istituzioni. Ciò implica non solo l’applicarla e approfondirla a livello politico con una nuova definizione di Stato e di Organismo internazionale, ma anche estenderne i principi alla sfera economica, della cultura e dei rapporti tra uomini e donne per renderla valore universale e ed infinito.


"la creazione di un ethos minimo che derivi dallo scambio multiculturale e dalle tradizioni filosofiche e religiose dei popoli, in modo che queste possano partecipare alla definizione di Bene Comune dell'umanità e della Terra e all’elaborazione di nuovi valori.


"la promozione di una visione spirituale del mondo che faccia giustizia alla ricerca umana del trascendente, al lavoro creativo degli esseri umani ed al nostro breve soggiorno in questo piccolo pianeta".


Inoltre, d'Escoto ha nominato cinque principi etici per mantenere viva la realtà dinamica ed in costruzione del Bene Comune dell'umanità e della Terra: il rispetto, la cura, la compassione, la responsabilità universale e la cooperazione.


In conclusione, egli ha manifestato la profonda convinzione che l'attuale scenario non è di tragedia, ma solo di crisi. Egli afferma che "La tragedia si conclude male e con una Terra devastata che può sopravvivere senza di noi. L'attuale dolore non è il rantolo di un moribondo, ma il dolore di un nuovo parto". E ha ricordato ai rappresentanti dei governi " che per poter sfruttare le opportunità che l'attuale crisi ci presenta, dobbiamo mettere da parte gli atteggiamenti egoistici. Questi, infatti, cercano solo di preservare un sistema che suppone benefici solo di una minoranza, e chiaramente comporta conseguenze nefaste per la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta. "

Traduzione di Marisa Foraci

Il Tg1 censura anche la crisi




















3.07.09 di Giuseppe Giulietti

Per la prima volta negli ultimi dieci anni il rapporto tra deficit e pil è schizzato al 9,3%, si tratta di un record negativo che ha richiamato, ovviamente, l’attenzione non solo di tutti gli addetti ai lavori, ma anche dei media, comunque schierati. Una simile notizia, del resto, è destinata ad avere ripercussioni sulla vita presente e futura degli italiani. Nulla di più lontano dalle polemiche sulla vita privata di re Silvio, sulle cenette con gli amici giudici, o sulle confessioni del finto fidanzato della giovanissima Noemi, tutte cose che avevano sdegnato il nuovo direttore del Tg1 e lo avevano portato, con raro sprezzo del pericolo, a recitare un coraggioso editoriale nel quale ci ha spiegato perché mai e poi mai avrebbe fornito agli italiani notizie sui gossip e sulle vicende private di qualche potente, per altro editore di riferimento della stessa Rai.
Lo avevamo quasi preso in parola, persino commossi da tanta furia etica, e ci attendevamo titoli e inchieste a raffica sulle povertà, sulla crisi economica e sociale, sulle grandi emergenze internazionali e nazionali.
Per queste ragioni eravamo quasi sicuri che la notizia del deficit al 9,3 la avrebbe fatta da padrona nei titoli e sarebbe stata corredata da servizi e inchieste che ci avrebbero permesso di capire le cause e i rischi, riportando i diversi punti di vista, ma soprattutto fornendo le informazioni essenziali. Invece no!
La notizia è stata data in modo fugace nell'edizione delle ore 13,30 ed è stata cancellata dalla edizione principale delle 20 (la stessa cosa è accaduta nell'edizione serale del Tg2), con buona pace di tutti i richiami alla completezza dell'informazione solennemente invocati dal consiglio di amministrazione della Rai e dalla commissione di vigilanza.
La chiave di lettura di quanto è accaduto non va collegata al famigerato editoriale sul gossip e le inchieste di Bari, bensì alle minacce scagliate da Berlusconi contro quei media che ancora osano dare spazio alle notizie relative alla crisi. ”Basta con il catastrofismo, non investite più su quei giornali che danno spazio a questi temi…”, così ordinò il presidente editore e così stanno eseguendo i suoi fedelissimi che hanno messo sotto controllo le principali piazze mediatiche.
Il presidente non riesce a fronteggiare una devastante crisi economica e sociale, ai media di famiglia spetta il compito di bloccare le notizie, di non informare l'opinione pubblica, di ritardare almeno la percezione della gravità di quanto sta davvero accadendo.
La cancellazione della notizia, tuttavia, non può essere accettata o subita in silenzio, la scomparsa dei fatti, per usare il titolo di un bel libro di Marco Travaglio, rappresenta una pericolosa forma di inquinamento della corretta dialettica democratica, contro la quale vi è il dovere civico di reagire, ciascuno per la sua parte, a cominciare dalla autorità di garanzia che, almeno su questi temi,confermano una tradizionale pigrizia, per usare un eufemismo, ad alzare la voce nei confronti del signore di Palazzo Grazioli.
Il prossimo 14 luglio i giornalisti italiani, giustamente e legittimamente, scenderanno in sciopero contro la legge bavaglio sulle intercettazioni, ci auguriamo che, prima o poi, si apra anche un fronte contro quelli che si sono auto imbavagliati senza neppure bisogno di attendere una legge.
Dei loro bavagli, bavaglioli e grembiulini ci interessa poco, ma bisogna compiere ogni sforzo per strappare quella immensa benda che stanno tentando di calare sugli occhi, le orecchie e le bocche di milioni e milioni di italiani.

Aderisci alla giornata di silenzio per la libertà d'informazione on line
















ADERISCI scrivendo a:
dirittoallarete@gmail.com

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un susseguirsi di iniziative legislative apparentemente estemporanee e dettate dalla fantasia dei singoli parlamentari ma collegate tra loro da una linea di continuità: la volontà della politica di soffocare ogni giorno di più la Rete come strumento di diffusione e di condivisione libera dell’informazione e del sapere. Le disposizioni contenute nel "Decreto Alfano" sulle intercettazioni rientrano all'interno di questa offensiva.

Il cosiddetto "obbligo di rettifica" imposto al gestore di qualsiasi sito informatico (dai blog ai social network come Facebook e Twitter fino a .... ) appare chiaramente come un pretesto, un alibi. I suoi effetti infatti - in termini di burocratizzazione della Rete, di complessità di gestione dell'obbligo in questione, di sanzioni pesantissime per gli utenti - rendono il decreto una nuova legge ammazza-internet.

Rispetto ai tentativi precedenti questo è perfino più insidioso e furbesco, perché anziché censurare direttamente i siti e i blog li mette in condizione di non pubblicare più o di pubblicare molto meno, con una norma che si nasconde dietro una falsa apparenza di responsabilizzazione ma che in realtà ha lo scopo di rendere la vita impossibile a blogger e utenti di siti di condivisione.

I blogger sono già oggi del tutto responsabili, in termini penali, di eventuali reati di ingiuria, diffamazione o altro: non c'è alcun bisogno di introdurre sanzioni insostenibili per i "citizen journalist" se questi non aderiscono alla tortuosa e burocratica imposizione prevista nel Decreto Alfano.

La pluralità dell'informazione, non importa se via internet, sui giornali, attraverso le radio o le tv o qualsiasi altro mezzo, costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino e, probabilmente, quello al quale sono più direttamente connesse la libertà e la democrazia.

Con il Decreto Alfano siamo di fronte a un attacco alla libertà di di tutti i media, dal grande giornale al più piccolo blog.

Per questo chiediamo ai blog e ai siti italiani di fare una giornata di silenzio, con un logo che ne spiega le ragioni, nel giorno in cui anche i giornali e le tv tacciono. E' un segnale di tutti quelli che fanno comunicazione che, insieme, dicono al potere: "Non vogliamo farci imbavagliare".

Invitiamo quindi tutti i cittadini che hanno un blog o un sito a pubblicare il 14 luglio prossimo questo logo e a tenerlo esposto per l’intera giornata, con un link a questo manifesto. - scarica il logo banner.jpg

Non si tratta di difendere la stampa, la tv, la radio, i giornalisti o la Rete ma di difendere con fermezza la libertà di informazione e con questa il futuro della nostra democrazia.

G8, Pezzopane: "Dopo aver descritto il guardaroba delle first lady,ricordatevi di quelle cinquantamila persone che non hanno più un guardaroba"















di Pino Finocchiaro

“Vorrei lanciare un appello. Accorato. Un appello ai giornalisti che seguono i lavori del G8. Seguite e descrivete le griffe delle first lady. Descrivete quale delle first lady è meglio abbigliata. Ma seguite anche quello che accade attorno al G8. Come dire, la gente nelle tende, qual è la rabbia, quali sono le paure delle persone. Perché così si potrebbe fare un raffronto. Magari sperare che i grandi del mondo si preoccupino anche di chi è al di là del muro della zona rossa dove la gente patisce da mesi gli effetti di una calamità naturale…Anche perché se ne prevedono altre… Descrivete pure il guardaroba delle first-lady che saranno certamente elegantissime, ma considerate che cinquantamila persone non hanno più un guardaroba”.

Stefania Pezzopane, presidente della Provincia dell’Aquila, ha scelto il sito di articolo 21, www.articolo21.info , per lanciare il suo appello ai giornalisti accreditati per il G8 dell’Aquila. Come dire, non siete su un set. Venite con me oltre la zona rossa e vi mostrerò le paure vere, le ansie autentiche di un popolo di cinquantamila sfollati che rischiano di passare dalle tende alla deportazione negli alberghi sulla costa. Venite e vi farò vedere l’Aquila celebrata da Hemingway che rischia di diventare una città morta con i suoi settantamila abitanti ridotti a poche migliaia. Venite e vi mostrerò la dignità di chi vive nelle tende pur di scorgere ancora le rovine della casa dove è nato.

All’Aquila è scattata la zona rossa. Cosa accade? Cosa cambia per l’informazione sulla ricostruzione?

“Sono molte le testate di tutto il mondo accreditate. Molti i giornalisti. Per quelli accreditati ci sono spazi riservati. Chi non è accreditato, può muoversi al di fuori della zona rossa. La zona rossa comprende la Guardia di Finanza, l’aeroporto e le vie d’accesso alla caserma della Finanza. Un sistema di vie molto complesso. Per le altre aree e per i campi non credo che ci siano nuove disposizioni oltre a quelle già abbastanza rigide che già ci sono. Sono restrizioni severe. Una condizione che ho già denunciato da tempo, diverse volte. Ho denunciato episodi come l’aver fatto posare la macchina fotografica”.

Ecco, l’impressione che in queste circostanze siano graditi soltanto giornalisti embedded, talvolta tallonati dalle forze dell’ordine…

“Sì è abbastanza sconvolgente che non protestino…”.

Qualcuno lo ha fatto, Articolo 21 se n’è fatto portavoce…

“E’ strano che non ci sia stata una forte presa di posizione da parte delle loro organizzazioni…”.

Per quel che riguarda la ricostruzione. Su come procede la ricostruzione. Presidente Pezzopane, pensa che noi giornalisti abbiamo fatto il nostro dovere sino in fondo? Oppure abbiamo sbagliato su qualcosa? O non abbiamo acceso i riflettori a sufficienza su qualche elemento importante?

“Ci sono luci e ombre. Ci sono molti giornalisti e qualche testata che han cercato di fare il proprio lavoro ricercando la verità. Ci sono molti che hanno occultato la verità scientificamente. Tant’è che oggi in molte parti d’Italia, ed era questo l’obiettivo che si voleva perseguire, si pensa che gran parte dei nostri problemi siano risolti. Per cui se è bene far conoscere le buone notizie è bene far sapere che quelle notizie sono circoscritte a determinati ambiti. Per esempio, quando si è evidenziato in qualche maniera la riapertura di una scuola, vien fatto intuire che tutti i problemi della scuola siano risolti. Invece, siamo alle prese con un’organizzazione dell’anno scolastico molto complessa che avverrà in parte nelle scuole su cui stiamo mettendo le mani adesso, in questi giorni, perché in questi giorni sono arrivati i soldi. In parte saranno strutture prefabbricate”.

Il silenzio a che serve e a chi serve?

“Il silenzio serve ad evidenziare un ruolo taumaturgico del governo. Che… magari ci fosse… purtroppo non c’è. Serve a occultare le voci che invece tendono a evidenziare gli aspetti critici. C’è una vera e propria rimozione delle criticità. Una necessità. Il governo, il presidente del Consiglio, hanno voluto identificare la propria immagine col terremoto. Identificando la propria immagine col terremoto è evidente che il terremoto sia un fenomeno di successo. Perché il personaggio cerca di avvicinare sempre se stesso al successo. Poi quando si va al di là dell’apparenza si registrano cinquantamila sfollati, si registra che dentro le tende si sta male. Che ci sono pochi soldi. Che le persone, con danni di tipo a o di tipo b non riescono ad avere soldi, anticipazioni, perizie. Vogliamo parlare dei grandi problemi? Il lavoro. Ci sono aziende che stanno chiudendo e che non vengono nemmeno ricevute al ministero delle Attività produttive. E’ chiaro che far apparire che il governo ha risolto il problema del terremoto in Abruzzo è una necessità del governo. La necessità nostra, invece, sarebbe di risolvere davvero i nostri problemi. E non far apparire che siano stati risolti”.

Presidente Pezzopane. C’è un’asticella, un limite posto personalmente dal premier. Entro settembre nessuno più nelle tende. Tutti dovrebbero avere un alloggio. Insomma, mancano due mesi. Parliamo di cinquantamila sfollati. E’ possibile che entro settembre vengano raccolte e messe a terra tutte le tende?

“L’affermazione del premier, ‘tutti gli sfollati fuori dalle tende’ potrebbe essere raggiunta attraverso la deportazione, ennesima, di migliaia di sfollati. E’ evidente, infatti, che il cronoprogramma di realizzazione delle famose case ha dei tempi tecnici che non permetteranno purtroppo che le case a settembre vengano consegnate a tutti. Probabilmente, a settembre verranno consegnate ad alcune centinaia, forse qualche migliaio di persone. E’ impossibile, proprio sulla base dei cronoprogrammi della Protezione Civile. Ho la sensazione che si possa pensare – un folle pensiero – che magari le persone che si trovano in tenda vengano portate in albergo…”

Questo farebbe dell’Aquila una città morta…

“Farebbe dell’Aquila una città morta. Qualche migliaio di persone. Passare da settantamila persone a qualche decina di migliaia… potrebbe significare veramente la morte della città. Quindi, quando si dice ‘tutti fuori dalle tende’… il premier non ha mai detto ‘a settembre tutti nelle case’. Bisogna stare attenti alle parole. Ha detto ‘fuori dalle tende’ ma non ha detto ‘nelle case’. Perché lui stesso non può non sapere che le case non saranno pronte, visto e considerato che lo stesso Bertolaso ammette che le case saranno pronte da settembre sino a gennaio. Lo penso anch’io. Quindi cosa faranno le persone da settembre in poi? Persone a cui stiamo chiedendo tra l’altro di iscrivere i loro figli a scuola”.

- Ho visto migliaia di aquilani che hanno preferito le tende agli alberghi pur di non allontanarsi dalle case, dalle abitazioni…

“Sì, anche per motivi di lavoro. Ci sono persone che ogni mattina cercano di fare il loro dovere andando sul posto di lavoro…”.

Persino soccorritori, vigili del fuoco, forze dell’ordine…

“Vigili del fuoco, operatori dei servizi di emergenza, di polizia, di controllo. Ci sono molte persone che vivono in tenda. E’ un problema che riguarda tutti, tutti i ceti sociali, tutte le categorie. Per fortuna, qualche tendopoli è stata tolta. Molte erano sorte in zone dove il danno era stato minimo. Nelle tendopoli vere, quelle dove ci sono gli sfollati veri… quelli non possono tornare in casa. Sono tendopoli che a settembre possono essere anche chiuse ma soltanto portando le persone, come abbiamo chiesto subito, nelle palazzine che sfoggiano cartelli affitasi e vendesi. Quindi negli appartamenti che qualche mese fa erano fuori mercato per la crisi ma che adesso si stanno rimettendo sul mercato, con prezzi assolutamente fuori mercato. Avevamo chiesto sin dall’inizio di prevedere un piano di requisizione di questi appartamenti. Non è stato fatto”.

C’è il rischio che la fretta possa allentare i controlli, la sicurezza nei cantieri di lavoro della ricostruzione? Ci sono già state delle vittime.

“C’è da augurarsi che non si arrivi a tanto. Perché la ricostruzione è sotto gli occhi del mondo. Anche se, alcuni incidenti che sono accaduti nei cantieri non hanno avuto nessuna nota di attenzione così come accade per tanti altri incidenti sul lavoro. Anche su questo l’informazione non so se l’abbia fatto per collaborare a dare un’immagine edulcorata o peggio per collaborare a fingere che vada tutto bene. Ma ha dato una scarsa informazione”.

Il G8 ha già un piano B. Se dovesse arrivare una forte scossa di terremoto i grandi della Terra sarebbero spostati subito a Roma. Che ne pensa?

“Che forse è stato sottovalutato il problema, all’inizio, quando si è deciso di fare il G8 all’Aquila. Perché dall’inizio di questa vicenda dico che è stata sottovalutata la situazione dell’Abruzzo, della provincia dell’Aquila, in particolare dell’Aquilano dal punto di vista del rischio sismico. E si continua a parlare di normalità e di sciame sismico. Poi però si dice ai cittadini di rientrare nelle case. Perché le scosse di magnitudo 4 o 4.5 non sono allarmanti. E però si prevede un piano B per i grandi del mondo. Chiaramente, tutti vogliamo che i grandi del mondo siano protetti e non corrano rischi. Però da cittadina aquilana vorrei che avessero la stessa attenzione anche per le migliaia di cittadini che sono qui. Qual è il piano B per noi?”.


pinofinocchiaro@iol.it

Sembra un incubo, ma il ddl sicurezza ha fatto diventare Legge i sogni giovanili di Maroni, Borghezio & Co















di Jean-Léonard Touadi

Ancora un’aggressione razzista nel cuore della Capitale. Questa volta i professionisti specializzati nel minimizzare non hanno nessun appiglio. Non ci troviamo in una periferia degradata dove è in atto una vera e propria guerra tra poveri sullo sfondo di quartieri abbandonati a sé stessi, senza servizi, senza punti di aggregazione, senza presìdi culturali, dove la rabbia e la frustrazione sociale ed economica (calo vertiginoso del potere d’acquisto, disoccupazione, precariato e, in generale, una grave incertezza sul futuro) cerca e trova uno sfogo sbagliato nel diverso per etnia, per colore della pelle, per orientamento sessuale. Non siamo nemmeno in presenza di una crescente ed aggressiva anomìa di bande giovanili cresciute dentro un immaginario xenofobo ed intollerante che hanno trovato in partiti apertamente xenofobi come Forza Nuova o Fiamma Tricolore e in alcune frange del tifo violento un nutrimento ideologico. Un immaginario, quello, che ha esasperato artificialmente miti identitari che poggiano essenzialmente sul fatto di delineare una netta linea di demarcazione tra un “noi” chiuso e nostalgico e un “loro” pensato e vissuto come una minaccia, un inquinamento da scongiurare con mezzi violenti. Essa è una concezione aberrante della violenza - spesso compiuta in gruppo- come un gesto riparatore, una violenza purificatrice che ha raggiunto il suo acme nei fatti di Nettuno, quando un cittadino indiano fu dato alle fiamme in una notte di noia da ragazzi per bene. Ora questa violenza razzista ha trovato la sua legittimazione politica, culturale, sociale nel varo ormai definitivo del pacchetto sicurezza, approvato in via definitiva dal Senato nell’indifferenza pressoché generale di tutti. Sembra un incubo, ma l’approvazione del disegno di legge ha fatto diventare Legge dello Stato i sogni giovanili di Maroni, Borghezio & Co. e domani, forse, farà diventare realtà quelli di Fiore e Romagnoli.

Dobbiamo avere tutti la consapevolezza che questo provvedimento segna una svolta pericolosa nella nostra convivenza civile. Esso compie un vero e proprio tradimento della Carta Costituzionale laddove essa afferma i princìpi di uguaglianza tra le persone (artt.2 e 3), laddove essa sancisce l’inviolabilità dei diritti delle persone (art.2), laddove essa afferma il diritto alla Salute (art.30) laddove essa circoscrive la responsabilità penale alla condotta personale (art.27) e non estensibile ad un’etnia, ad una nazionalità oppure ad uno status sociale come la condizione provvisoria di immigrato illegale. SIamo scivolati progressivamente nell’era dei destini separati, della legislazione differenziata tra i cittadini e i residenti senza diritti (coloro ai quali si applica l’espressione semanticamente e simbolicamente escludente di ‘clandestino’, colui che ha assunto i connotati di una figura paria, posta per decisione altrui nei gironi infernali dei diritti negati, dentro un’umanità reificata). Al di là dei singoli provvedimenti, tutti odiosi e da contrastare senza se e senza ma, occorre prendere atto dell’odioso status antropologico e sociale che abbiamo conferito agli stranieri tutti che vivono con noi e tra noi. Li abbiamo rinchiusi nell’angusto recinto degli ‘intoccabili’ della Repubblica, con il sigillo della legge e il timbro in ceralacca della Gazzetta Ufficiale. Avremmo bisogno di molti Primo Levi per aiutarci a porre l’unica domanda degna di questi tempi: “se questo è un Uomo”. Per adesso ho visto solo Roberto Saviano che, con acuta penetrazione della nostra sofferta contemporaneità, ha accolto e descritto il nesso inscindibile che esiste tra la condizione degli immigrati e la nausea collettiva del nostro vivere comune.

Ma non possiamo solo denunciare i misfatti dei malvagi. E noi che ci dichiariamo alieni alla cultura del cattivismo fatta legge del ministro Maroni, siamo sicuri di essere esenti da colpe per azione o per omissione? Io guardo con sofferta preoccupazione (essendo in commissione giustizia della Camera assisto in diretta alla cucina indigesta della minestra razzista) al dilagare di una deriva istituzionale. Ma sono più preoccupato ripensando al silenzio degli onesti mentre nasceva e cresceva nella società prima ancora che nel Parlamento la malapianta del razzismo, della xenofobia e dell’intolleranza. Abbiamo pensato che fosse possibile fermare l’antirazzismo come una semplice petizione di principio senza calarla nella concretezza dei mutamenti profondi subiti dalle nostre città. Non abbiamo saputo ascoltare le viscere profonde dei quartieri periferici, ‘ex-operai’, che si sono ritrovati soli nell’affrontare cambiamenti prontamente interpretati dagli altri: gli imprenditori della paura- che hanno dato sfogo irrazionale ad una sindrome anch’essa irrazionale di invasione e di minaccia. Abbiamo costruito un’intercultura su misura, superficiale, radical-chic e paternalista. Abbiamo pensato che bastasse un immigrato senegalese con trecce e tamburo alle feste di partito o altrove per mettere in pace la nostra coscienza. Abbiamo preferito il folclore multiculturale ad una governance dell’immigrazione che si proponesse pedagogica nei confronti degli stati deboli maggiormente impauriti dalla dirompente irruzione di persone più sfortunate di loro e che, lungimirante, fosse in grado di creare quegli spazi necessari di un’intercultura che è mediazione sociale, ascolto culturale dell’altro con gli strumenti della letteratura, del cinema, del teatro. Un ascolto, cioè, suscettibile di narrare l’altro nella sua complessità e ricchezza sotto l’egida del diritto e della responsabilità degli immigrati in un quadro di diritti e doveri.

Dobbiamo fare in modo che la nostra indignazione si trasformi in una ritrovata capacità di essere nei luoghi del cambiamento, in sintonia con loro per poterli guidare in una cornice di solidarietà e corresponsabilità. Dobbiamo avere il coraggio, laddove governiamo, di non accontentarci di stigmatizzare coloro che temono la concorrenza straniera nell’asilo comunale. Dobbiamo poter dire che la soluzione sta nel costruire più asili nido, come suggerito da Chiamparino in un recente comizio. La crisi rischia di esasperare nei prossimi mesi le tensioni sociali e la guerra tra poveri. E’ compito di una democrazia e della politica operare per portare ad armonica ricomposizione gli interessi divergenti presenti in un territorio. E’ compito della sinistra, se questa parola ha ancora un senso, essere portatrice di innovazione, nelle ‘rerum novarum’ (nuovi accadimenti e segni dei tempi) della nostra travagliata contemporaneità.