mercoledì 15 luglio 2009
The trap - Che fine hanno fatto i sogni di libertà. (En-It).
The Trap è il più recente documentario diretto da Adam Curtis per la televisione pubblica britannica, mandato in onda in prima serata da BBC2 nel marzo 2007. Toccando temi come l'idea di democrazia, il libero mercato, la crisi della politica e la progressiva sovrapposizione dei programmi politici di destra e sinistra, The Trap indaga sui presupposti ideologici che ci spingono ad accettare un'idea di libertà molto strana. Dipingendo i nostri leader come vittime quasi inconsapevoli di una visione limitata dell'essere umano, il regista sostiene che non c'è niente di intrinsecamente sbagliato in noi e che è possibile costruire una società più giusta che non sia basata sul potere dei numeri e della paura. Perché vale la pena sorbirsi i sottotitoli: Come nei precedenti "The century of the Self" (2002) e "The power of nightmares" (2004), Curtis indaga sulle ideologie che sono alla base del funzionamento della nostra società, con uno stile ironico e avvincente, per alcuni aspetti simile a quello di Michael Moore. Al di là del gusto di irridere il potere con ironia e sarcasmo, i due registi si differenziano in modo netto per l'uso del materiale di repertorio, che nel caso di Curtis occupa molto più spazio rispetto all'indagine sul campo del tipico reportage alla Moore. Il regista britannico infatti fa un uso massiccio di filmati provenienti dagli archivi BBC, che abita per mesi come un inviato dall'interno del tubo catodico. Lo scopo delle sue incursioni archivistiche è evidenziare collegamenti fra eventi storici, idee e personaggi che sono entrati nello spirito di un'epoca in modo sotterraneo e silenzioso, e che ne hanno influenzato profondamente lo sviluppo. Anche se le immagini di repertorio sono la caratteristica distintiva del suo modo di lavorare, il risultato non è mai retorico né prevedibile. Infatti, anche quando Curtis utilizza una sequenza di un vecchio film di Hollywood, la citazione non è gratuita, ma contestuale e coerente. Questa sapienza di montaggio e reinterpretazione, ne fanno uno degli autori più interessanti dell'ultimo decennio, dotato di una capacità non comune di collegare elementi solo apparentemente distanti. I filmati di repertorio, insieme alle interviste condotte dallo stesso regista e all'onnipresente voce narrante (sempre di Curtis), costruiscono un racconto tanto fluido e godibile da far pensare a una manipolazione di fantasia, ma le vicende raccontate dall'autore, sono sempre ampiamente documentate. Anche le interviste più condizionate dal montaggio riescono a chiarire le idee di consulenti governativi, scienziati, intellettuali e politici senza stravolgerne il significato e evidenziando sempre il contesto in cui sono state sviluppate. L'esempio più illuminante del metodo seguito da Curtis è l'intervista a John Nash, il famoso matematico premio Nobel, che riconosce in prima persona gli aspetti problematici della propria teoria, sottaciuti dal film "A Beautiful Mind" dedicato alla sua vita. Anche in un caso tanto facile, Curtis non indugia sulla polemica, ma punta con coerenza sui problemi nati dall'applicazione della Teoria dei Giochi e prosegue collezionando fatti e idee che hanno modificato il nostro modo di concepire l'essere umano durante gli anni bui della Guerra Fredda. L'originalità, l'ironia e le positive conclusioni di "The Trap" sono un antidoto indispensabile all'idea che l'essere umano sia condannato a una vita di sospetto e sotterfugi, a causa della propria incapacità di stabilire rapporti autentici con i propri simili e della spasmodica ricerca dell'auto soddisfazione dei propri desideri irrazionali.
http://www.youtube.com/user/belva64
L’arroganza suicida dei cacicchi del Partito democratico

Il Pd e il no a Beppe Grillo
di Paolo Flores d’ArcaisL’articolo 2, comma 8, dello Statuto Pd è chiarissimo: “Sono esclusi dalla registrazione nell’Anagrafe degli iscritti e nell’Albo degli elettori le persone che siano iscritte ad altri partiti politici o aderiscano a gruppi di altri partiti politici all’interno di organi istituzionali elettivi”. Beppe Grillo non è iscritto ad un altro partito e non è membro di alcun “organo istituzionale elettivo”, nel quale aderire a un “gruppo di un altro partito politico”. Se non gli venisse data la tessera dalla sua sezione territoriale si tratterebbe di una violazione smaccata dello Statuto da parte di coloro che lo hanno formulato. Sarebbe insomma una “interpretazione ad personam” degna delle berlusconiane leggi ad personam, azione con la quale la nomenklatura del Pd confesserebbe coram populo la sua assimilazione dei “valori” del regime berlusconiano.
Chiunque abbia a cuore la democrazia, perciò, ha il dovere di ribellarsi a un atto che suonerebbe infamia verso tutti i militanti del Pd e verso tutti coloro che intendono iscriversi. Chi stabilisce una regola deve poi rispettarla, questo è l’abc di chiunque pretenda di usare il termine “democrazia” e “democratico”. Il resto è feccia.
Lasciano perciò increduli gli “argomenti” usati per impedire a Grillo di iscriversi. “Per iscriversi al Pd bisogna condividerne il progetto politico”, ha detto il tale. Ma i contenuti di questo progetto, e il leader che lo dovrà realizzare, lo stabiliranno milioni di cittadini il 25 ottobre, e potrà essere un progetto indigeribile per i Franceschini e i Bersani, i D’Alema e i Veltroni e i Marini, perché così stabilisce lo Statuto che essi stessi hanno imposto. Chi pretende di escludere qualcuno a priori pensa di essere il proprietario del partito (ecco un altro tipico tratto berlusconiano), la cui linea invece dovrà essere decisa da tutti i liberi “elettori” tra alcuni mesi, con il voto nei gazebo.
“Il Pd non è un taxi”, ha detto il talaltro. No, non è un taxi, dove si sale e si scende quando fa comodo. Ma volendo stare alla metafora, non è stabilito in anticipo chi lo guida e quale sia l’indirizzo a cui si reca. Ambedue le cose verranno decise il 25 ottobre, e a trattare il Pd da taxi non è stato Grillo ma la signora onorevole Binetti, Opus Dei, che ha già detto che se vince Marino lei se ne va.
Infine, questi inveterati signori delle tessere confondono evidentemente il Pd con il regime dei mullah iraniani, dove per candidarsi bisogna prima essere approvati dal “Consiglio dei Guardiani”.
Insomma, cercando di impedire a qualcuno, in regola con lo Statuto, di iscriversi, i dirigenti del Pd dimostrano di avere la vocazione dei cacicchi anziché dei leader, e facendo strame della legalità trascinano il Pd nel fango. Si disonorano rispetto alla democrazia di cui si riempiono la bocca. Ma sono anche stupidi: violando le regole che essi stessi hanno stabilito, otterranno l’unico risultato che per settimane si parli solo di questa loro indecente illegalità, e Berlusconi potrà sguazzare tranquillo nella sua, perché i “dirigenti” del Pd con il loro comportamento avranno legittimato la peggior opinione qualunquista che recita “il più pulito c’ha la rogna”.
Sappiano, questi signori, che proprio in questi giorni ci sono cittadini democratici che a decine di migliaia si stanno iscrivendo al Pd proprio per liberarlo dalla nomenklatura e dai gerarchi che lo hanno ridotto al lumicino in cui è. E per trasformarlo di nuovo in una forza di opposizione degna del nome.
(14 luglio 2009)
Afghanistan, terra di fosse comuni

14/07/2009 Giuliana Sgrena
L’Afghanistan è una terra di fosse comuni, non c’è solo quella del deserto di Dasht-i Layli, sulla quale ha riaperto un’inchiesta il presidente americano Obama. Nelle fosse comuni ci sono finite a turno tutte le etnie: hazara, pashtun, tagiki... E anche gli invasori stranieri non sono mai usciti vittoriosi da quel pantano, dai britannici ai sovietici, e probabilmente non avranno miglior sorte gli americani e i loro alleati. E allora ancora una volta il popolo afghano resterà solo con il proprio orgoglio a contare i morti e a guardare le rovine che si accumulano dopo le varie guerre.
La vigilia elettorale rafforza l’impegno dei taleban contro le forze straniere. E non basteranno certo i nuovi invii di truppe – dagli Stati uniti, dall’Italia e dalla Gran bretagna - per evitare lo stillicidio quotidiano. Oggi, l’esplosione di un ordigno collocato lungo una strada nella provincia di Farah ha provocato la morte di un soldato italiano, il quattordicesimo, mentre nella provincia di Helmand sono morti sei «civili» che viaggiavano a bordo di un elicottero schiantatosi al suolo vicino alla base di Sangin. Civili ma non estranei alla guerra, si tratterebbe infatti di contractors sempre più impegnati nelle società di sicurezza che insieme ai militari si spartiscono lo sporco lavoro della guerra. La scorsa settimana a bordo di un altro elicottero erano morti tre soldati, due britannici e un canadese.
In cielo come a terra i soldati stranieri sono sempre più a rischio, anche il presidente degli Stati uniti lo ha capito, ma non basterà il suo tentativo di «umanizzare» la guerra per renderla meno sanguinosa e nemmeno per sconfiggere i taleban. Troppo poco e troppo tardi. La riapertura dell’inchiesta sul massacro di migliaia di taleban, avvenuto dopo la battaglia di Konduz vicino a Mazar-i-Sharif ad opera del famigerato generale uzbeko Rashid Dostum con la copertura della Cia, che proprio su questo giornale avevamo documentato fin dal 2002, è sicuramente un gesto da apprezzare, ma non sarà sufficiente. Nel deserto di Dasht-i Layli, avevamo trovato ancora la stoffa nera dei turbanti dei taleban.
Purtroppo Dostum, attuale capo di stato maggiore dell’esercito, non è l’unico signore della guerra afghano ancora al potere in Afghanistan e senza quest’alleanza mortale Hamid Karzai non sarebbe più presidente e non avrebbe nessuna possibilità di ripresentarsi alle elezioni di agosto. Probabilmente Karzai vincerà anche questo secondo mandato, ma non sarà in grado di governare il paese e continuerà ad essere un presidente debole ostaggio dei vari signori della guerra e della droga. Gli occidentali non hanno trovato un sostituto e hanno nuovamente ripiegato su di lui. A nulla sono valsi gli appelli di Karzai ai «fratelli taleban» perché partecipino al voto. E se partecipassero probabilmente segnerebbero la fine di Karzai. Perché la «exit strategy» di Obama, che aveva annunciato di voler rafforzare la presenza militare, ma cercando di vincere l’ostilità degli afghani, non ha funzionato. Ridurre i bombardamenti che colpiscono indiscriminatamente, soprattutto civili, va bene, ma occorre anche dare una prospettiva alla popolazione dilaniata dalla guerra e questa passa attraverso la ricostruzione. Non può esserci una politica dei due tempi, prima si sconfiggono i taleban e poi si ricostruisce, agli afghani non basta più la sconfitta dei taleban, vogliono liberarsi di tutti coloro che hanno distrutto il paese e che invece ancora governano direttamente o indirettamente, con le armi o con la droga. Tutta l’economia si basa sul traffico dell’oppio (e dell’eroina) con la responsabilità dell’occidente che non ha voluto adottare l’unica misura utile per neutralizzare i trafficanti: l’acquisto dell’oppio da usare in medicina. Oggi più che mai l’Afghanistan è il punto di snodo di traffici internazionali che coinvolgono tutti i paesi vicini. Fino a insinuarsi con i corrieri dell’eroina sulle strade d’Europa.
In questo quadro risulta semplicemente penosa la reazione del ministro della difesa italiano Ignazio La Russa che derubrica la guerra a un problema tecnico di blindatura dei mezzi.
Per evitare nuove fosse occorre ritirare tutti gli eserciti dall’Afghanistan, senza però abbandonare gli afghani a se stessi, ripetendo l’imperdonabile errore somalo. Donne e uomini afghani da tempo ci chiedono di ripensare a una missione realmente di pace a guida europea che li protegga dai signori della guerra senza continuare a distruggere il paese e aiutandoli ad uscire dalla povertà e dalla violenza.
La favola del nucleare francese poco caro

14/07/2009
LIVORNO. Una delle ragioni sbandierate dal nostro governo per il ritorno al nucleare è quello del costo troppo alto dell’energia che, naturalmente, nella Francia atomica sarebbe invece a prezzi irrisori. Non sembra proprio così: negli ultimi anni più della metà delle famiglie europee ha pagato tariffe energetiche più basse di quelle della Francia «Il che dimostra che il nucleare non dà alcun vantaggio» sottolinea Stéphane Lhomme, portavoce della rete "Sortir du nucléaire”.
L’amministratore delegato di Edf, Gadonneix, l’8 luglio ha addirittura chiesto un aumento del 20% del prezzo dell’elettricità francese ed ha preteso di spiegare che, grazie al nucleare, «L´elettricità in Francia è dal 30 al 40% meno cara di quel che pagano gli altri europei». La richiesta di Edf in Francia ha fatto molto discutere, ma come spesso succede le parole del “tecnico” Gadonneix sono state riportate come verità indiscutibile da quasi tutti i giornali di oltralpe e qualche giornale più vicino al governo si è spinto a scrivere nel suo editoriale: «Da un quarto di secolo beneficiamo in Francia dell’elettricità meno cara d’Europa», che poi è più o meno quel che ci è stato raccontato in Italia in questi mesi di propaganda filo-nucleare.
Ma i discoli di "Sortir du nucléaire” si sono messi a rompere le uova nel paniere di tanto orgoglio nazional-commerciale semplicemente riportando i dati di Eurostat riguardanti il costo dell’Energia nei vari Paesi dell’Ue. «Nel 2007 (le cifre 2008 non sono ancora disponibili), per le famiglie, l’elettricità in Francia era più cara che in 10 Paesi, meno cara che in 13 e praticamente uguale ad altri 3 – spiega Lhomme – Con la crisi mondiale, la situazione dovrebbe d’altronde ritornare ad una posizione ancora più preoccupante per la Francia: dal 2003 al 2006, l´elettricità era più cara che in una quindicina di Paesi, la Francia si trova chiaramente nella seconda metà della classifica! Lo scarto dei prezzi tra la Francia e la media europea è rimasto estremamente stabile tra il 2002 e il 2006, circa il 17% inferiore alla media europea. Certo, questo scarto é salito nel 2007 al 24% ma, lo abbiamo visto, dovrà ridiscendere nettamente per il 2008 e per il 2009. In ogni caso, niente a che vedere con il 30 o 40% meno caro che negli altri Paesi europei. Dunque in Francia non abbiamo "l´elettricità meno cara d’Europa", e ancora meno, "da un quarto di secolo".
D´altronde, risalendo nel tempo, le cifre di Eurostat dimostrano che nel 1997, su 18 Paesi, l´elettricità in Francia era meno cara che in 5 Paesi e più cara che in 12! Certo, i prezzi di Edf sono un po’ più performanti in favore delle imprese, ma diversi Paesi fanno meglio e, soprattutto, è proprio a livello delle famiglie che si situa il dibattito: sono soprattutto quest’ultime alle quali Gadonneix chiede di poter aumentare il prezzo dell’elettricità, perché le industrie beneficiano a lungo di tariffe molto vantaggiose… quindi la “mancanza di guadagno” per Edf è con tutta evidenza pagata dalle famiglie. E sono proprio le famiglie, vale a dire gli elettori, che per le autorità francesi bisogna convincere della supposta "pertinenza” dell’opzione nucleare».
Ma sull’economicità del nucleare francese si basa molta della propaganda del rinascimento nucleare europeo, mentre i dati ci dicono che è quantomeno azzardato attribuire al nucleare questo “miracolo” . La realtà è che l’elettricità in Francia è un po’ meno cara della media europea e questo solo grazie a tariffe fissate dallo Stato che se venissero abolite, come il governo di Parigi pensa di fare appena la situazione economico-sociale lo permetterà, il prezzo schizzerà verso l’alto.
«Per finire – dice il portavoce di "Sortir du nucléaire” – notiamo che il prezzo dell’elettricità prodotta da Edf non comprende gli investimenti pubblici massicci dei quali ha beneficiato il nucleare da 50 anni. Il costo reale che bisognerà pagare presto o tardi per lo smantellamento delle installazioni atomiche e per le scorie: la situazione finanziaria critica di Edf lascia chiaramente pensare che le somme previste, già largamente insufficienti , neanche esistono, addossate al deficit colossale dell’impresa. Reintegrando l’insieme delle somme pubbliche investite nell’atomo e quelle che bisognerà spendere in seguito, il prezzo dell’elettricità nucleare è di gran lunga il più caro. Notiamo anche che la questione del prezzo non è che una delle diverse favole imposte all´opinione dalla pubblicità incessante di Edf ed Areva, dai discorsi politici e purtroppo un certo numero di editorialisti che non fanno lo sforzo di andare a cercare i veri dati.
Possiamo citare la supposta indipendenza energetica dovuta all’atomo, il carattere “pulito” dell’industria nucleare, o ancora la "riuscita" del reattore Epr che è, al contrario, in corsa per diventare uno dei più grandi flop industriali e finanziari della storia. I cittadini della Francia – e I loro discendenti – pagheranno quindi molto caro e per lungo tempo l´opzione nucleare imposta da 50 anni. Con i danni all’ambiente, alla salute, alla democrazia, ecc, è una ragione in più per uscire il più velocemente possibile dal nucleare, consumare meno energia e privilegiare le energie rinnovabili».
Immigrazione, il pugno e il diritto

L'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (Unhcr) ha raccolto testimonianze sull'uso della forza da parte di militari italiani durante il trasbordo di alcuni immigrati su una motovedetta libica durante l'ultimo respingimento, avvenuto l'1 luglio a 30 miglia da Lampedusa. In base alle testimonianze sei eritrei avrebbero avuto necessità di cure mediche a causa dei maltrattamenti. Il gruppo di migranti, circa 80, tra cui anche alcune donne e sei bambini, giunto in Libia è stato smistato in centri di detenzione dove l'Unhcr ha potuto incontrarli
L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) in Libia ha svolto dei colloqui con le 82 persone che erano state intercettate mercoledì1 luglio dalla Marina militare italiana a circa 30 miglia da Lampedusa e trasferite poi su una motovedetta libica per essere ricondotte in Libia. In base a quanto riportato durante i colloqui, non risulta che le autorità italiane a bordo della nave abbiano cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte ne' tantomeno le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri paesi.
Una volta in Libia, il gruppo è stato smistato in centri di detenzione dove l'Unhcr ha avuto l'opportunità di svolgere gli incontri. Fra di loro vi sono 76 cittadini eritrei, di cui nove donne e almeno sei bambini. Sulla base delle valutazioni dell'Alto commissariato relative alla situazione in Eritrea e da quanto dichiarato dalle stesse persone, appare chiaro che un numero significativo di esse risulta essere bisognoso di protezione internazionale.
Nel corso dei colloqui l'Unhcr ha raccolto testimonianze riguardo l'uso della forza da parte dei militari italiani durante il trasbordo sulla motovedetta libica. In base a queste testimonianze sei eritrei avrebbero avuto necessità di cure mediche in seguito ai maltrattamenti. Inoltre, gli stessi individui affermano che i loro effetti personali, fra i quali documenti di vitale importanza, sarebbero stati confiscati dai militari italiani durante le operazioni e non più riconsegnati. Le persone ascoltate dall'Unhcr hanno riferito di aver trascorso quattro giorni in mare prima di essere intercettate e di non aver ricevuto cibo dai militari italiani durante l'operazione durata circa dodici ore.
In considerazione dalla gravità di quanto riportato, l'Unhcr ha inviato una lettera al governo italiano con la richiesta di chiarimenti sul trattamento riservato alle persone respinte in Libia e richiedendo il rispetto della normativa internazionale.
Negli anni passati l'Italia ha salvato migliaia di persone in difficoltà nel Mediterraneo, fornendo assistenza e protezione a chi ne aveva bisogno. Dall'inizio di maggio è stata introdotta la nuova politica dei respingimenti e almeno 900 persone sono state respinte verso altri paesi, principalmente la Libia, nel tentativo di raggiungere l'Italia. L'Unhcr ha espresso forte preoccupazione sull'impatto di questa nuova politica che, in assenza di adeguate garanzie, impedisce l'accesso all'asilo e mina il principio internazionale del non respingimento (non-refoulement).
Immediata la reazione della maggioranza di governo: "Si tratta di accuse avventate, false, demagogiche, offensive e ripugnanti che offendono le nostre Forze armate che nel mondo dimostrano ogni giorno la loro moralità, la loro dedizione, umanità, competenza e sacrificio. L'Unhcr si vergogni. E chieda scusa all'Italia", è la risposta del ministro della Difesa La Russa che si definisce impressionato dal fatto che un organismo internazionale così importante e influente possa venire nei confronti di militari italiani l'accusa di avere indebitamente usato la forza, avendo come unica fonte le dichiarazioni di questi extracomunitari e senza niente di esplicativo da parte italiana".
Ma il partito democratico, al contrario, spiega di condividere in toto le preoccupazioni espresse oggi dall'Unhcr nei confronti dei respingimenti compiuti dal governo italiano. " Sono le stesse che noi avevamo esposto, anche in passato, nelle aule parlamentari", dice Anna Finocchiaro, che ricorda: "Io stessa, replicando ad un intervento del ministro Maroni, intervenni nell'aula di Palazzo Madama qualche settimana fa per sottolineare che le regole internazionali che regolano queste questioni non sono esattamente quelle che usa il governo italiano".
"Quei respingimenti sono stati certamente spot mediatici ma dal punto di vista del diritto hanno violato addirittura la Bossi-Fini. Ma quello che è più grave - continua la Finocchiaro - è che la decisione del governo italiano ha leso il diritto dei richiedenti asilo. La disciplina del diritto di asilo viene addirittura considerata disciplina consuetudinaria e dunque tale da prescindere dalla ratifica di tutti gli atti internazionali che prevedono i diritti degli asilanti, a cominciare dalla Convenzione di Ginevra del 1951".
Nel 2008 a Lampedusa il 52% delle persone sbarcate erano donne nigeriane e c'era il fondato sospetto che fossero vittime di tratta. Ci si è domandati se tra quelle immigrate ci fossero donne vittime di tratta?. "La verità è che siamo trovati di fronte ad un respingimento collettivo, vietato dall'articolo 4 del protocollo quadro aggiuntivo della convenzione europea sui diritti umani, che vieta respingimenti senza provvedimenti individuali. Il diritto di asilo comprende in sé, come ormai principio assodato del diritto internazionale, il diritto di accesso e di richiesta: cioè hai il diritto di venire sul territorio italiano perché hai il diritto di fare la domanda presso il posto di polizia in Italia. Questo prevede la legge e questo è previsto dalla Convenzioni internazionali è previsto dalla direttive europee".
"L'Unhcr ha ragione - conclude la Presidente dei senatori del Pd -. Le politiche che riguardano l'immigrazione non si possono fare a spizzichi e bocconi, giocando sulle paure dei cittadini e facendo propaganda: servono politiche integrate in Europa ed è necessario salvaguardare sempre i diritti fondamentali delle persone. Il governo deve rispondere al più presto alle domande poste dall'organismo delle Nazioni Unite".
Mozione Grillo

Tommaso Merlo, 13 luglio 2009
Dibattito I requisiti politici per sfidare la leadership il Pd Grillo li ha tutti. E se le primarie non sono una farsa, ci deve essere spazio anche per lui. Ci deve essere spazio per il suo grido di dolore. Quel grido di un comico trombato dalla partitocrazia marcita degli ottanta che è risorto facendo il giro del mondo. Prendendosi con gli interessi quello che merita. Grillo non è un pirla, grida e dice parolacce, certo, ma queste sono fesserie per i matusalemme che credono che fare politica sia indossare una cravatta e sorridere a vanvera
Se il Pd avesse la schiena dorsale Grillo lo farebbe passare. Non ha possibilità di vincere ma si porta con se una forte voce critica che, a prescindere dai gusti, farebbe solo bene alla baracca. Molto bene. Grillo ha i numeri, è politicamente vero. E come tale può solo far bene al vecchiume socialdemocratico. Il comico genovese, piaccia o meno, ha creato un movimento politico con contenuti e fondato su sentimenti veri. I toni e le buone maniere sono roba da bocciofila. Non piacciono? Bene, che li si contesti, ma alla pari, come la democrazia impone.
I requisiti politici per sfidare la leadership il Pd Grillo li ha tutti. E se le primarie non sono una farsa, ci deve essere spazio anche per lui. Ci deve essere spazio per il suo grido di dolore. Quel grido di un comico trombato dalla partitocrazia marcita degli ottanta che è risorto facendo il giro del mondo. Prendendosi con gli interessi quello che merita. Grillo non è un pirla, grida e dice parolacce, certo, ma queste sono fesserie per i matusalemme che credono che fare politica sia indossare una cravatta e sorridere a vanvera.
Grillo ha risfondato, ed è questa la parola giusta, facendo una cosina semplice semplice. Grillo si è messo ha studiare e ha comunicato in manira innovativa delle verità. Ignorare questo significa insultare milioni di italiani che l'hanno ascoltato e seguito, significa non essere democratici. Grillo ha rotto quel torpore post ideologico della sinistra italiana, perché è da lì che viene Grillo. Da quel quell'eterno tramontare socialdemocratico, e da lì, urlando, ha aperto uno sprazzo di luce critica innovativo perché finalmente basato su contenuti dannatamente concreti e politicamente nuovi.
Grillo si è messo a parlare di discariche e pannelli solari, non di convergenze parallele, si è messo a gridare contro porcherie date per acquisite anche a sinistra come la lottizzazione e la pioggia di soldi pubblici che alimenta la casta. Grillo ha avuto il coraggio di dire cose che nel falso perbenismo partitocratico tutti, per interesse, ignoravano. E lo ha detto nel modo più innovativo possibile nella vecchia italietta degli ex, in italiano. Grillo, per chi è democratico, ha intercettato un vento che nella società c'era prima di lui e aveva bisogno di una voce. Quello stesso vento che oggi pretenderebbe che a decidere della sopravvivenza della mozione Grillo sia il popolo del Pd e non la burocrazia tecnocratica.
Quattro gatti e un Merlo: sulla rimozione del vaticanista del Tg3 Roberto Balducci

di Simone Luciani
E infine cadde… come ampiamente prevedibile, dopo l’incredibile giornata di ieri, Roberto Balducci, sventurato vaticanista del Tg3, dovrà dedicarsi ad altri argomenti. Troppo grave, per il Vaticano e per le sue sponde politiche, la battuta, immediatamente catalogata come irrisione, dei “quattro gatti” che hanno il coraggio di seguire i discorsi del Papa, pronunciata in chiusura di un servizio di miserrimo interesse sulle vacanze del pontefice. Il direttore Antonio Di Bella ha deciso di esonerarlo dal seguire le cronache vaticane.
L’indegna messa in scena era iniziata ieri, con le lagnanze del vicepresidente della Commissione di Vigilanza Rai, l’ultracattolico deputato democratico Giorgio Merlo (il quale, evidentemente, va fatto rientrare nella categoria di coloro che condannano la censura per se stessi e la invocano per chi sostiene idee diverse, tipico atteggiamento liberale…) che parlava di deriva “anticlericale” del Tg3. Sorvolando sulle molte riflessioni che potrebbero essere fatte su quanti minuti, nei telegiornali Rai, siano dedicati a una lettura critica del pensiero del Papa, è invece scoraggiante quello che si apprende dalle agenzie in serata, e cioè che il direttore Antonio Di Bella, già in mattinata, aveva telefonato al direttore della Sala Stampa Vaticana Federico Lombardi per un chiarimento. In serata, il direttore del Tg3, in chiaro stato confusionale (spiace notarlo per un professionista serio e di grande esperienza), dichiarava addirittura pubblicamente di aver richiamato il povero Balducci, e solo allora seguiva la risposa “soddisfatta” di padre Lombardi.
Astraendoci dalla realtà cui siamo assuefatti, fingiamo per un attimo che la parte “offesa” fosse non il Papa, ma Silvio Berlusconi, o Dario Franceschini, o Antonio Di Pietro. Cosa si sarebbe sollevato, e giustamente, se un direttore di un telegiornale Rai avesse chiamato, quasi nel segreto, il portavoce di uno di questi personaggi per scusarsi? Cosa avrebbe detto l’avversa parte politica, e giustamente? Si dirà che qui ci si trova in presenza di un’istituzione religiosa. E va da sé che per chi non è religioso (opzione per il momento ancora possibile, nel nostro paese) questo argomento non vale. E allora, si dirà, si tratta comunque di una presunta offesa arrecata a un capo di stato estero. Cosa ha fatto la stampa estera che ha criticato Berlusconi (che non è capo di stato, ma comunque capo dell’esecutivo) per settimane, dopo le lamentele del nostro premier? Qualcuno dei direttori di quei prestigiosi organi d’informazione, da cui avremmo davvero solo da imparare, si è sognato di telefonare per chiedere scusa? Finché, lo ripetiamo, non saremo totalmente assuefatti a questa realtà, sarà molto ma molto difficile giustificare il comportamento del direttore Di Bella.
Fin qui la prima puntata. Stasera si è consumato l’inevitabile finale della vicenda: rimozione del giornalista dal suo ruolo di vaticanista. Negare che ciò sia successo per pressioni di un’istituzione religiosa e di uno stato estero è davvero complicato. Negare che ciò NON sarebbe accaduto a fronte di pressioni di chiunque altro (si intende, per una battuta di pochi secondi in un servizio, lo ripetiamo, tutt’altro che ostile al Vaticano, anche nell’argomento) o di qualunque altra istituzione è altrettanto complicato. In questo episodio di imbarazzante deriva clericale e teocratica l’unico che ha dovuto lasciare il suo posto è Balducci. Non Di Bella, non i “quattro gatti”, non un Merlo, non i chierichetti che accettano ben volentieri di fare da sponda politica al Vaticano conducendoci in un vicolo oscuro sul piano democratico e istituzionale.
Clandestini: Padre Poletti, “i leghisti non possono dirsi cristiani. Berlusconi? E’ un corruttore… scrivetelo!”

di Stefano Corradino
“Cacciare i clandestini? Io piuttosto mi faccio mettere in galera. Non ho mai chiesto né mai chiederò ad alcuno il permesso di soggiorno. Mi ispiro alla legge del Vangelo. Gesù era dalla parte dei poveri e dei diseredati, non dei potenti, e per questo è stato ucciso… Se dovessi denunciare un immigrato mi vergognerei come uomo. E come prete…” E’ proprio un sacerdote, Giorgio Poletti, padre comboniano di 67 anni, quello che con parole taglienti critica la parte del decreto sicurezza del governo sui clandestini. Padre Poletti, intervistato alcuni giorni fa sul quotidiano “Repubblica” spiegava le ragioni di una iniziativa promosso in tante città d’Italia.
“Permesso di soggiorno in nome di Dio”… Una iniziativa simbolica
Sì, ma che pone interrogativi seri: il rispetto per l’altro. Gli uomini sono “persone” o “cose”? Un operaio, una badante, un lavoratore della terra sono oggetti o soggetti? Come si fa a fare distinzioni tra gli esseri umani? E’ una questione di dignità. Dal punto di vista umano non posso non accogliere una persona che ha bisogno di aiuto.
Lei è uomo ma anche sacerdote
E la mia indignazione deriva proprio dalla Legge del Vangelo. E’ quella che mi ispira. Gesù è stato dalla parte dei poveri e per questo è stato ucciso, perché non era allineato con i potenti del tempo perchè criticava il potere teocratico. Economico, politico, religioso. Poteri che, oggi come ieri si coalizzano.
Lei lo sa che la sua posizione è piuttosto isolata nella Chiesa…
Lo so purtroppo. Il cattolicesimo oggi è malato di capitalismo. Di che dio parliamo? Il dio degli intrallazzi? Che fa contratti con chi sta al potere? Io non credo nel dio dei grandi apparati istituzionali e delle celebrazioni. Io credo nel Dio del Vangelo che accoglieva i diseredati non li cacciava.
La Chiesa ufficiale non ha più questa vocazione?
Purtroppo ha perso gran parte di questa carica profetica. E così i giovani, purtroppo, non credono più in noi preti. E si sono allineati con i poteri forti.
Quali poteri forti? Parla della politica?
Della politica e della società. Di questa società schizofrenica e ipocrita; mentre i messaggi del Vangelo sono inquovocabili.
Eppure chi ha propugnato questa Legge si dice “cristiano”
Cristiano? Chi? I leghisti? Come fanno, con questa ideologia a dirsi tali?
Anche il presidente del Consiglio
Chi? Papi? L'uomo i cui unici valori sono solo quelli legati alla competizione? Questo non è cristianesimo è l’antivangelo. Berlusconi è un corruttore della morale. Scrivetelo, non ho remore a dirlo…”
Le cita spesso il Vangelo Secondo Matteo. “Ero straniero e mi avete accolto”.
Lo straniero è l’altro, è in quanto “altro” è me stesso. Sono stato in Africa per 15 anni, in mezzo a due guerre civili e gli africani non mi hanno mai mancato di rispetto. Ho visto come le compagnie petrolifere anche italiane facevano interessi sporchi nelle raffinerie rubando il petrolio alla Nigeria. Eccola l’ipocrisia occidentale.
Un mese fa lei è stato in un centro di accoglienza temporanea a Lamezia Terme. Che impressione ha avuto?
Mi sono vergognato. Altro che accoglienza, quello è un carcere. Noi siamo solo capaci di costruire galere invece di fare politiche di inclusione.
Non è così frequente sentire un sacerdote esprimersi così. Obiettivamente è raro ascoltare parole così forti anche da esponenti politici più “radicali”
Ormai la parola d’ordine è “non disturbare il manovratore”
Se lei non denuncerà i “clandestini” denunceranno lei
Mi mettessero anche in galera. Io non manderò via nessuno e, nei limiti delle mie possibilità accoglierò tutti. Mai chiesto un permesso di soggiorno e mai lo farò. Mi vergognerei come uomo e come prete.
“Clandestini”. L’agenzia “Dire” e la rivista “Redattore Sociale” tempo fa lanciarono una campagna per non usare più questo termine.
Giustissima. Purtroppo la lingua esprime quello che siamo, la nostra visione della vita. Non esistono clandestini ma persone umane che hanno il diritto di vivere e di essere riconosciute ed aiutate. E con essi dobbiamo immaginare e progettare il futuro. E il mondo sarà migliore. Va organizzato e preparato in questo senso. Perché stiamo diventando vecchi. Rileggetevi “il Deserto di Tartari", quel grande capolavoro di Buzzati (o la trasposizione cinematografica) sulla condizione del quotidiano esistere e sulla condanna del tempo…