martedì 18 agosto 2009

Grillo168 - Erba di casa mia

Pasolini: Il vero Fascismo della Civiltà dei Consumi

QUANDO LE TUE SCARPE UCCIDONO (ANCHE) L’AMAZZONIA



















Martedì, 18 Agosto 2009

di Mario Braconi

In un momento di frenesia da shopping, potrei aver comprato un paio di Timberland e, già che c'ero, la borsa di Prada che mia moglie desiderava da tempo; stanco di girare per negozi, potrei essermi fermato a mangiare un cheeseburger al fast food. Non solo avrei sperperato una quantità di denaro tale da costringermi a renderne conto alla mia coscienza (e maltrattato il mio stomaco): secondo un corposo rapporto pubblicato da Greenpeace a giugno, potrei essere diventato inconsapevolmente complice di peccati ben più gravi: il vilipendio dei diritti umani e la distruzione della foresta amazzonica.

Allevare animali per poi farli fuori è indubitabilmente un business molto redditizio: se ne ricava, ovviamente, la carne che, una volta trattata ed inscatolata, finisce sugli scaffali dei nostri supermercati, ma anche il pellame con cui si confezionano le nostre calzature (eleganti e sportive); il grasso, ingrediente essenziale di prodotti per l’igiene personale e la bellezza (dentifrici e creme per il viso); ossa, intestini e legamenti, ovvero gelatina per scopi alimentari (serve ad esempio ad ispessire lo yogurt e a fabbricare le caramelle morbide).

Molte imprese, grandi multinazionali private come enti pubblici di vari paesi, hanno una gran “fame” di pellame e il Brasile è l'Eldorado dei loro fornitori. Infatti, deforestando selvaggiamente l'Amazzonia, è possibile ricavare in modo semplice milioni di ettari di terreno da adibire velocemente a pascolo: in effetti, basta abbattere (o incendiare) qualche migliaio di alberi, seminare per poi installare un bel ranch (si stima che, nel Paese dell'Ordine e Progresso, dal 1976 al 2008 il numero di animali da allevamento sia passato da 21 milioni a 74 milioni). Ma la natura si ribella alla violenza predatrice dell'uomo: nel giro di qualche anno, il terreno deforestato viene nuovamente invaso dalla vegetazione locale, inadatta al pascolo: niente paura, i nostri bravi allevatori non si scoraggiano, e, semplicemente, si danno alla devastazione della foresta amazzonica circostante.

E avanti così, distruggendo allegramente il nostro domani. E poco importa a questi brillanti imprenditori se, secondo le stime degli ambientalisti, la deforestazione finalizzata all’allevamento è responsabile del 17% dell’effetto serra (tanto per capirsi, più di tutto il sistema dei trasporti globale); e se in 30 anni se ne è andato in fumo un quinto della foresta amazzonica.

Certo, il Governo fa qualche ispezione, ma nel complesso, come dice Andre Muggiati, attivista di Greenpeace Brazil residente a Manaus, “c’è una totale deregolamentazione e molte persone si comportano come se le leggi a loro non si applicassero. Un po’ come nel selvaggio West”. Il danno ambientale prodotto da questi eco-criminali è enorme, ma purtroppo non è il solo: Greenpeace ha messo insieme una serie di dati (pubblici), che raccontano una storia esecrabile di uomini e donne ridotti in schiavitù, mentre la lotta per la terra produce vere e proprie guerre a bassa intensità.

Non mancano i casi di popolazioni indigene che, esasperate dall’atteggiamento predatorio e dalla violenza usurpatrice degli allevatori, ricorrono alla violenza. Sostiene Itanya, un capo villaggio, citato dal Guardian: “Da quando sono arrivati gli invasori, abbiamo avuto molti problemi. E’ più difficile reperire il cibo, e la rabbia monta. Se il governo non trova una soluzione, ci penseremo noi. Sappiamo come preparare frecce avvelenate e siamo pronti ad uccidere”. (proclama agghiacciante ma purtroppo non velleitario: nel 2003 sono stati trovati i cadaveri di tre fattori, a poca distanza dal villaggio)

Per raccontare questa incredibile storia, a giugno il Guardian si è unito agli attivisti di Greenpeace per un sopralluogo sotto mentite spoglie nella zona attorno a Maraba, nel cuore della regione amazzonica. A Maraba si trova un macello di proprietà della società brasiliana Bertin, primo esportatore di cuoio e secondo di carne bovina del Paese.

La Bertin ha sempre sostenuto di non acquistare animali da allevatori coinvolti nella deforestazione; non solo, dichiara di aver tagliato fuori 138 fornitori per “irregolarità”. Eppure, le carte scovate da Greenpeace parlano chiaro: è provato che in due occasioni il colosso della carne brasiliano ha acquistato complessivamente circa 450 bovini dal ranch dall’evocativo nome di Espiritu Santo, una gigantesca fazenda, dotata di ogni comfort, piscina compresa.

Quei ficcanaso di Greenpeace hanno sorvolato Espiritu Santo a bordo del loro aereo e, incrociando i loro calcoli con l'osservazione diretta e con i dati del GPS, sono arrivati alla conclusione che solo una percentuale tra il 20 e il 30% del territorio è effettivamente ancora occupata da foresta. Eppure la legge brasiliana stabilisce l'80% del territorio entro i confini di ogni ranch che dovrebbe essere mantenuto a foresta.

Espiritu Santo se ne infischia delle leggi ambientali, e non solo di queste, se è vero che le persone che occupano abusivamente i ranch vengono regolarmente attaccate dalla “sicurezza” a colpi di arma da fuoco (Greenpeace ha raccolto testimonianze di almeno quattro ferimenti). E il brutto è che, secondo Greenpeace, l’Amazzonia è disseminata di decine e decine di ranch come Espiritu Santo.

Inoltre, sempre secondo l’associazione ambientalista, gli allevatori più spregiudicati “riciclano” il bestiame allevato in condizioni di illegalità facendolo transitare per impianti “puliti”, cosa che rende impossibile tracciare quale sia il “prodotto” realizzato in modo sostenibile (o per lo meno legale). Nel suo rapporto, Greenpeace prova che i tre principali produttori di carne e pellame brasiliani si sono riforniti (anche) da allevatori invischiati nello schiavismo: Bertin e JSB hanno comprato animali da Paiva Abreu, a suo tempo arrestato per episodi di schiavismo riscontrati nel suo allevamento a Santa Terezinha.

Nel 2008 il macello della Bertin situato a Maraba ha acquistato bestiame dall’allevamento Colorado di proprietà di Roque Quagliato, incriminato per aver schiavizzato 81 persone; lo stabilimento della Marfrig a Tangarà da Serra acquista bestiame dall’allevamento di Antenor Duarte do Valle, il quale figura in una lista nera del governo brasiliano con la terribile accusa di aver trasformato in schiavi 188 persone.

Incoraggiata dal successo della una campagna di sensibilizzazione del 2006 sulla soia prodotta in Brasile grazie alla deforestazione, a giugno Greenpeace, con la pubblicazione di un report esplosivo, ha messo sotto pressione i produttori di alimenti a base di carne bovina e di pelletterie: sono moltissime, infatti le aziende note coinvolte nello sfruttamento abusivo e criminale dell’Amazzonia: Kraft (proprietaria del marchio Simmenthal), Cremonini (tra l’altro controllato al 50% da JBS, altro big della produzione di carne in Brasile) e fornitore delle Ferrovie dello Stato e di quelle francesi, Rino Mastrotto Group (RMG) e Gruppo Mastrotto (GM), clienti di Bertin e fornitori di marchi di lusso come Gucci, Hilfiger, Louis Vuitton e Prada.

Anche questa volta gli spavaldi guerrieri dell'arcobaleno hanno fatto centro: tre marchi importanti del settore delle calzature, Clarks, Adidas e Timberland, hanno imposto ai propri fornitori una moratoria alla deforestazione. L’iniziativa prevede che esse non acquisteranno cuoio prodotto da fattorie che sorgono su territorio deforestato, in modo legale o meno. Se non verrà organizzato un processo di tracciabilità della provenienza delle materie prime sufficientemente credibile, la moratoria verrà estesa per un ulteriore periodo.

C’è da sperare che alla pressione di Greenpeace si aggiunga quella dei consumatori che (magari) potrebbero iniziare a non comprare prodotti che non siano realizzati in modo chiaramente legale e sostenibile. E che possibilmente cessi la schizofrenia del governo brasiliano, che da un lato si impegna a ridurre la deforestazione amazzonica del 72% nel 2016 e, dall’altro, ha ben 2,65 miliardi di dollari investiti nel business della carne e del pellame, mentre produce provvedimenti che “legalizzano” gli abusi già perpetrati dai rancheros. O anche la schizofrenia della Banca Mondiale: indovinate infatti chi ha finanziato con 9 milioni di dollari la ristrutturazione del macello di Maraba di cui sopra? La International Finance Corporation, controllata dalla Banca Mondiale.

Né i signori della IFC potranno dire di non sapere quello che stavano facendo: come riporta The Independent, uno studio commissionato dalla stessa stessa IFC aveva chiarito che il rafforzamento di quell'impianto della Bertin avrebbe prodotto la perdita di 300.000 ettari di foresta. Eppure l'allora direttore di IFC, Robert Zoellick, sbrodolava ai giornali: "Il valore è oggi conservare, non solo sfruttare la foresta".

L'Aquila in gabbia







Marco Boccitto 15/08/2009

Ieri ha avuto il suo giorno di gloria anche lo sfollato aquilano che sulla scheda, alla voce «sistemazione preferita», ha pensato bene di scrivere Villa Certosa. Oggi si torna alla dura realtà. Che nessun terremotato andrà in Costa Smeralda, neanche per provare l'ebbrezza di calpestare una terra a rischio sismico zero, è certo almeno quanto il fatto che Berlusconi tornerà tra i terremotati a rilanciare il suo jackpot infinito. Quella annunciata per il pomeriggio di questo ferragosto è la visita n° 20. Torna in pista il premier-capomastro, per lanciare uno sguardo amorevole sullo stato dell'arte nei cantieri in cui stanno nascendo i futuri ghetti antisismici del piano C.a.s.e. Una botta di vita, dopo gli sbadigli della vacanza in famiglia. Niente di «dolce», solo una nuova tappa del percorso penitenziale che il cavaliere si è imposto per arginare l'emorragia di consensi seguita alle note vicende. Dirà che tutto va bene, che i senza tetto ne avranno presto uno con sotto un letto, un televisore che forse non prende bene Raitre e un frigo imbottito di leccornie, con la torta gelato offerta dal governo. Che altro volete?
Gli aquilani sono molto esigenti: chiedono chiarezza e non speculazioni, più perizie e meno imperizia. Un po' di giustizia, vogliono. Non il caos burocratico che ha accompagnato il censimento di questi ultimi giorni, proiezione attendibile di quel che accadrà in autunno, quando il severo microclima locale tornerà a mordere la tela sfibrata delle tende. Chi ha subìto il terremoto e quel che ne è seguito ora vorrebbe lavoro, una scuola in cui mandare i figli a settembre, centri storici di nuovo abitabili. Pretenderebbe le chiese ma ancor prima le case. Qualcuno - lui sì, davvero troppo esigente - si sarebbe spinto oltre chiedendo più Buccio di Ranallo e meno Renzo Arbore, in queste notti da trascorrere all'aperto. Invece.
È ormai chiaro che le new towns, se pure dovessero essere realizzate in tempo utile, non risolveranno mai il dramma dei senzatetto. Di più: la semplice idea di costruirle ha inferto un altro colpo mortale agli equilibri psichici e urbanistici del capoluogo e dei suoi dintorni. Oltre a ridurre «in macerie» quel che resta di un ambiente naturale già abbastanza violentato. L'Aquila, sopravvissuta nonostante tutto al sisma del 6 aprile, rischia ora di soccombere di fronte al terremoto anche sociale che si sta abbattendo sulla sua gente. C'è molto da fare, per impedire un crollo così.
Le luci della ribalta oggi pomeriggio torneranno invece ad esaltare solo quell'altro modo di «fare». Torna in scena il «governo del fare». Ma fare cosa, oltre che usare in modo spregiudicato la tragedia, centralizzare l'emergenza relegando nell'angolo gli aquilani per cittadini o amministratori che fossero, silenziare i giovani che si sono rivelati vecchi saggi e i vecchi saggi sconvolti dalla prospettiva di non poter più rientrare nelle loro case? Il G8 è stato, appunto, un grosso «fatto». Che prima ha tormentato con disagi e limitazioni la popolazione e ora presenta il conto dei ritardi accumulati, delle energie e delle attenzioni deviate. Forse che la Germania non avrebbe comunque investito su Onna? E Zapatero, avrebbe viceversa lasciato marcire il «suo» forte spagnolo?
Di sicuro con o senza «grandi» le tendopoli sarebbero rimaste tendopoli, con tante regole assurde e pochi diritti per chi le abita. Appunto: troppo esigenti, questi aquilani. Vogliono questo e quello. Nella migliore delle ipotesi riceveranno solo delle nuove promesse. Promesse da marinaio che, si sa, in montagna sembrano avere le gambe ancora più corte.

Outfoxed (ITA)



Il documentario rivelazione che demolisce la presunta imparzialità di Fox News, il canale satellitare di Rupert Murdoch. La denuncia di ex lavoratori, giornalisti e collaboratori su come la Fox riesca ad orientare l'opinione pubblica americana tramite la manipolazione delle notizie e la scelta del linguaggio e delle immagini, mettendo l'etica giornalistica e la libertà d'informazione e opinione in secondo piano.

http://www.youtube.com/user/MetalDeath88

Il MoD Britannico rilascia altri x-files , Agosto 2009



Sviluppo interessante sul caso SECRETUM OMEGA















a cura di
Carmine Crocco

16 Agosto 2009

Quello che vado ad analizzare è il tipico caso d'indagine ufologica che ogni ricercatore interessato alla Verità dovrebbe condurre, cosa che bisogna ammettere è sempre più rara da riscontrarsi.

Chiarito ciò, voglio informarvi circa gli ultimi sviluppi sul caso Secretum Omega.
Questo caso è salito alla ribalta delle cronache ufologiche ad opera del ricercatore Cristoforo Barbato.

Quando nel 2000 lavorava per la rivista Stargate, Barbato iniziò una corrispondenza via mail con un "insider" che affermava di essere un appartenente all'ordine dei Gesuiti. L'informatore dichiarò di lavorare per conto del SIV ( Servizio Informazioni del Vaticano) e sosteneva di avere informazioni Top Secret da rivelare. Le informazioni del Gesuita erano superiori al Top
Secret, ma di questo Barbato se ne rese conto durante il rapporto.

Infatti il Secretum Omega corrisponderebbe al Cosmic Top Secret - come livello - impiegato dalla NATO. I contatti tra Barbato e il gesuita avvennero via mail per un intero anno fino al 2001 quando avvenne un incontro di persona in una località romana, incontro che avvenne perché fu Barbato a volerlo, quale condizione necessaria per proseguire i loro contatti.

L' insider le cui credenziali furono verificate e riscontrate reali da Barbato, rivelò dei fatti eccezionali e difficili da credere. Secondo il racconto dell'uomo, il Vaticano avrebbe messo su nei primi anni 90 un programma spaziale in collaborazione con l'azienda del comparto industriale-aerospaziale americano Lockheed Martin. Lo step principale prevedeva il lancio di una sonda dal nome biblico Sìloe con il compito di individuare e filmare all'infrarosso il fantomatico Pianeta X.

Il corpo celeste sarebbe stato individuato e fotografato. Dalla scansione dello spazio sarebbe emerso un enorme pianeta in fase di avvicinamento al nostro sistema solare. L'informatore rivelò molto altro, se incuriositi vi rimando al sito di Barbato dov'è riportata tutta la vicenda con i relativi particolari:

http://www.secretum-omega.com/intervista.html

Sempre a sentire l'informatore, la sonda Sìloe sarebbe stata messa in orbita non attraverso un normale razzo a propulsione ma grazie al veicolo aereo spaziale Aurora.
Eccoci giunti agli ultimi sviluppi inediti, merito dell'opera di ricerca del Dr. Luca Scantamburlo che in maniera indipendente a Barbato condusse all'epoca un particolare filone di ricerca ad esso parallelo.

Infatti, presumibilmente nel 2003 Barbato ricevette una foto dal gesuita dov'era visibile un oggetto scuro a forma triangolare che orbitava nello spazio prominente all'atmosfera terrestre. Sulla foto era presente questa scritta calligrafica:
“61c – 31-02”

Per i due ricercatori fu logico ricondurre tale dicitura a una data ma si trattava di un errore.
Lo stesso Scantamburlo ha scoperto e reso pubblico attraverso il suo portale web http://www.angelismarriti.it/home.htm un interessante scoperta che apre nuovi ed inediti scenari che vanno a favore della veridicità della storia.

Quella dicitura non indica, infatti, una data ma il numero seriale ufficiale di archiviazione Nasa delle foto riguardanti le missioni Columbia svoltesi tra il 12 e 23 Gennaio 1986.
Ecco la foto in questione linkata direttamente dal sito governativo Nasa:

http://science.ksc.nasa.gov/mirrors/images/images/pao/STS61C/10062623.jpg

La Nasa spiega tale oggetto come un oggetto fluttuante nello spazio, si potrebbe pensare ad una mattonella termo isolante staccatasi dal ventre dello Shuttle ma a mio modo di vedere tale spiegazione non è plausibile, basta vedere forma e grandezza di una di queste componenti meccaniche per scartare tale ipotesi.
Per maggiori dettagli vi rimando al sito dell'autore di tale scoperta inedita, e in particolare all'articolo completo:

http://www.angelismarriti.it/presenzealiene/aurora-shuttle1986.htm

© Carmine Crocco
16 Agosto 2009