venerdì 21 agosto 2009
ISLANDA: ELEZIONI DAL CATACLISMA ECONOMICO

Giovedì, 20 agosto
DI EVA JOLY
globalresearch.ca
Brown, Barroso e Strauss-Kahn mostrano di non aver imparato niente dall'ondata di fallimenti delle banche islandesi.
Dal G8 al G20, molti capi di stato e di governo sembrano ansiosi di ripetere che niente sarà più come prima. Il mondo sta cambiando ed è stato sconvolto dalla crisi; secondo loro, anche il modo di pensare e agire in termini di norme finanziarie, relazioni internazionali e aiuto allo sviluppo deve quindi cambiare. Molti esempi contraddicono però queste belle frasi, e uno di quelli più importanti è la situazione in cui si trova adesso l'Islanda, dopo l'implosione del suo sistema creditizio e la nazionalizzazione urgente delle sue tre banche più importanti (Kaupthing, Landsbanki e Glitnir). Questo piccolo paese di soli 320.000 abitanti è schiacciato da un debito di vari miliardi di euro, che non ha assolutamente niente a che vedere con la stragrande maggioranza della popolazione e che la nazione non è in grado di rimborsare.
Ho cominciato a interessarmi all'Islanda in qualità di consulente nelle indagini sulle cause del fallimento delle sue banche, origine di tutti i guai del paese. Non parlerò però delle indagini, ma di qualcosa che ne è alla base; e non sono comunque in alcun modo il portavoce delle autorità islandesi, le cui responsabilità negli avvenimenti non sono certo trascurabili (il precedente governo era stato addirittura sciolto dopo la netta condanna dell'opinione pubblica per la gestione poco trasparente delle istituzioni, considerata la causa scatenante di tutti i problemi attuali). Spinta dalla sorte del popolo islandese, meritorio e amabile, e dalla totale assenza di discussione nei media europei sul loro futuro, ho semplicemente voluto attirare l'attenzione sui grandi problemi che non sono confinati alle sponde dell'isola. L'attitudine irresponsabile di alcuni paesi, dell'UE e del FMI sul collasso dell'economia islandese dimostra la loro incapacità a trarre una lezione dai drammatici eventi che hanno minato il modello economico di riferimento: l'eccessiva liberalizzazione dei mercati, in particolare di quelli finanziari, che gli stessi leader politici avevano in gran parte contribuito a creare.
Per cominciare, esaminiamo le richieste del Regno Unito e dei Paesi Bassi, danneggiate dal fallimento delle banche islandesi perché, pur essendo state almeno in parte messe in guardia sui rischi che incombevano su tali istituzioni, avevano accolto a braccia aperte le loro filiali o sussidiarie. Dunque, i due stati chiedono adesso all'Islanda di rimborsare somme astronomiche (oltre 2,7 miliardi di euro al Regno Unito e 1,3 miliardi di euro ai Paesi Bassi) con interessi del 5,5%, partendo dal principio che il paese aveva la responsabilità di garantire i fondi depositati presso Icesave, il settore online di Landsbanki, che offriva tassi insuperabili. Inglesi e olandesi avevano deciso di garantire i depositi non fino a 20.000 euro, come previsto dalle legislazioni europea e islandese (il governo locale, che subito dopo la nazionalizzazione delle banche aveva dichiarato di garantire solo i depositi effettuati nel paese, non avrebbe potuto comunque far fronte a un tale impegno), ma fino a 50.000 o 100.000 euro. Le misure adottate per imporre tali garanzie sono d'altra parte assolutamente scandalose.
Ai primi di ottobre il Regno Unito aveva deciso di congelare i beni non solo della Landsbanki ma anche della Kaupthing Bank, che non aveva alcun legame con la Icesave, ricorrendo alle sue leggi antiterrorismo. Gl'inglesi avevano così inserito gl'islandesi, loro alleati nella NATO, tra organizzazioni tipo al-Qaeda... E da allora sembrano star usando tutta la loro influenza per fare in modo che all'Islanda non venga fornito nessun reale aiuto internazionale fino a quando le richieste non saranno state soddisfatte. Gordon Brown ha d'altro canto dichiarato in parlamento che sta lavorando "con il FMI" per decidere quanto il Regno Unito può esigere all'Islanda. Lo stesso FMI non si è contentato nel frattempo di sospendere gli aiuti a disposizione del paese, ma le ha assortite di condizioni che persino in un romanzo sarebbero giudicare oltraggiose.
Un esempio è l'obiettivo di portare a zero il deficit pubblico islandese entro il 2013, impossibile da raggiungere ma tuttavia foriero di larghi tagli in aree essenziali (ad esempio l'istruzione, la sanità, o la previdenza sociale). Nel complesso sarebbe difficile definire più accomodante l'attitudine dell'UE e degli altri paesi europei; la Commissione europea ha infatti decisamente appoggiato la posizione inglese, e il suo presidente ha annunciato a novembre che non vi saranno più aiuti europei fino a quando non sia stato risolto il caso Icesave. È vero che Barroso - troppo preso dalla sua campagna elettorale e preoccupato all'idea di perdere l'appoggio del suo principale sostenitore, Londra – ha la testa altrove. Persino i paesi scandinavi, sempre in prima linea nella solidarietà internazionale, brillano per la loro mancanza di reazioni di fronte al ricatto, cosa che mette in una diversa luce la generosità dei contributi promessi. Brown sbaglia quando scarta ogni responsabilità sua e del suo governo. In primo luogo ha una responsabilità morale, in quanto è stato tra i primi a proporre un modello che è andato, come possiamo ora constatare, a pezzi; ma ha anche una responsabilità reale in quanto non può farsi scudo dello stato giuridico di Icesave – fatto dipendere formalmente dalle autorità bancarie islandesi – e affermare che il Regno Unito non ha i mezzi e il diritto di monitorarne le attività. Qualcuno può veramente credere che un pugno di uomini a Reykjavik avrebbe potuto controllare in modo efficace le attività di una banca nel cuore della City? Bisogna inoltre tener presente che le direttive europee sui conglomerati finanziari sembrano indicare che gli Stati membri dell'UE che autorizzano le istituzioni di paesi terzi a stabilirsi sul proprio territorio devono assicurarsi che le autorità dei paesi di origine garantiscano un livello di controllo pari a quello previsto dalla legislazione europea. Durante la crisi finanziaria, non c'è quindi stato per caso un errore delle autorità inglesi su questo punto (cosa che non sarebbe particolarmente sorprendente, tenuto conto dei "risultati" di altre banche inglesi, in nessun modo legate all'Islanda)? In tal caso, l'iperattivismo di Brown contro un piccolo paese potrebbe giustificarsi con il desiderio di apparire potente agli occhi del suo elettorato e dei contribuenti, le cui perdite non possono essere cancellate. Le istituzioni islandesi hanno ovviamente una gran parte di responsabilità in questo affare, ma questo vuol forse dire che bisogna ignorare le enormi responsabilità delle autorità inglesi, scaricando tutte le colpe sulle spalle del popolo islandese?
L'Islanda, la cui sola fonte d'entrate è ora rappresentata dalle esportazioni, non sarà sicuramente in grado di rimborsare i debiti. L'accordo Icesave, su cui il parlamento dovrebbe pronunciarsi tra poco, imporrà al paese un debito di 700 miliardi di sterline, 5,6 trilioni di dollari USA. L'isola non potrà rimborsare la somma in meno di cinque anni, con i deficit nazionali in crescita a un ritmo più vivace che mai, anche nel caso delle grandi potenze: ancora una volta UK e USA ci forniscono ottimi esempi. Se non viene adottato un nuovo approccio, Europa e FMI si apprestano a compiere un nuovo misfatto: ridurre in miseria un paese il cui indice di sviluppo umano era salito in poche decadi al primo posto nel mondo... La conseguenza è che gl'islandesi - in massima parte molto qualificati, plurilingue e con forti legami professionali coi paesi nordici, dove si integrano con estrema facilità – stanno già cominciando ad emigrare: alla fine FMI, Regno Unito e Paesi Bassi non riusciranno comunque a farsi rimborsare. L'Islanda resterà con poche migliaia di pescatori in pensione, con le sue risorse naturali e con una posizione strategica a portata di mano del migliore offerente: ad esempio, la Russia potrebbe trovare l'opportunità interessante.
Ma ancora adesso esistono soluzioni alternative. In effetti i paesi dell'Unione europea potrebbero trovare un meccanismo per portare in luce le proprie responsabilità nella situazione attuale, per migliorare la regolamentazione dei mercati finanziari e al limite per farsi carico – cosa che la legislazione europea non proibisce – di una parte del debito, avendo fallito nel loro ruolo di supervisione del sistema bancario. Potrebbero anche offrirsi di aiutare l'Islanda, che non ha ovviamente sufficiente esperienza nel settore, ad analizzare dettagliatamente le cause del disastro per capire che cosa è veramente successo. Potrebbero anche cogliere l'occasione per cominciare a discutere la creazione di un servizio pubblico europeo d'indagine che si faccia carico dei crimini transnazionali, particolarmente di quelli finanziari, cosa che ancora una volta la legislazione europea non impedisce. Il FMI e il suo direttive potrebbero anche cogliere l'opportunità per riesaminare a fondo le condizioni che assortiscono i loro prestiti, rendendoli più realistici, più orientati sul lungo termine, più sensibili almeno a qualche problema sociale. Potrebbe essere un primo passo verso una vera riforma delle istituzioni multinazionali di questo tipo e delle procedure di solidarietà internazionale, e, per quel che concerne Strauss-Kahn, un'occasione per lasciare il segno come direttore del FMI.
Impegnarsi in un tale dibattito richiederebbe ovviamente un sacco di tempo ed energia, e molta attenzione (soprattutto nel Parlamento europeo dove nei prossimi mesi verranno tenute varie discussioni). La presidenza svedese dell'UE, tuttavia, non sembra avere fretta di migliorare la normativa dei settori finanziari, e i pertinenti comitati del Parlamento sono dominati, oggi più che mai, dai liberali, in particolare da quelli inglesi. Ci sono tutti gli strumenti e i mezzi per un vero progresso; una catastrofe come quella che ha colpito l'Islanda potrebbe in ultima analisi dar vita a una reazione internazionale significativa, e non solo alle ciniche e irresponsabili pressioni che ancora oggi possiamo rilevare.
Eva Joly è consulente nell'indagine sul fallimento delle banche islandesi, membro del Parlamento europeo, ex Giudice d'istruzione in Francia (la sua indagine più famosa è quella su Elfi Aquitaine), ed ex consulente del governo norvegese sulla corruzione. È inoltre membro fondatore del The Tax Justice Network.
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=14683
7.08.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO PAPPALARDO
Questo articolo è stato pubblicato il 1 agosto 2009 in Le Monde (Francia), in Aftenposten (Norvegia) e in The Morgunbladid (Islanda). Global Research ha pubblicato il testo completo in inglese dell'articolo inviatoci dall'autore, e The Daily Telegraph una versione riassunta e modificata.
Clima: in 4 anni l'Artico ha perso una massa di ghiaccio grande come l'Alaska

Venerdì 21 Agosto 2009 09:24 Ecoportal
Secondo gli ultimi studi scientifici pubblicati, in quattro anni è andata perduta una massa di ghiaccio grande come l'Alaska e la calotta polare è sempre più fina. - L'Artico dà segnali di debolezza. Rispetto a ciò che è avvenuto negli ultimi anni, gli scienziati che hanno osservato l'evoluzione della calotta polare hanno tirato conclusioni molto negative. Un rapporto elaborato dalla NASA e dall'Università di Seattle (USA), pubblicato nella rivista Journal of Geographical Research Oceans, afferma che il ghiaccio dell'Oceano Glaciale Artico è sempre di meno. Dal 2004 al 2008, la massa ghiacciata si è ridotta di un una superficie pari all'estensione dell'Alaska, oltre ad aver subito una riduzione del suo spessore di più di mezzo metro. Inoltre il ghiaccio che resiste alle temperature estive è sempre di meno.
É la prima volta che si fanno stime di questo tipo, realizzate grazie ai risultati forniti dall'ICESat, il satellite della NASA creato per osservare le nubi, il ghiaccio e la Terra. In particolare, nel caso dell'Artico, c'è un fondamentale aspetto da considerare per studiarlo: il volume di ghiaccio non è costante durante l'arco dell'anno. In inverno, la mancanza di luce solare facilita sostanzialmente l'aumento della calotta. In estate, invece, l'arrivo del sole, del vento e delle correnti oceaniche provocano una diminuzione del ghiaccio di grande rilevanza. Rispetto a questo processo di contrazione, è stato osservato che l'aumento del ghiaccio in inverno non compensa le perdite del periodo estivo. Questo ha comportato una perdita di 1,54 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio negli ultimi quattro anni.
L'aumento del ghiaccio in inverno non compensa le perdite del periodo estivo. Meno ghiaccio antico
La diminuzione del ghiaccio non si osserva solo rispetto al volume totale, ma anche rispetto allo spessore della calotta glaciale. Le misurazione dell'ICESat stimano che, dal 2004 al 2008, l'Artico si sia assottigliato di 68 centimetri, ad un ritmo di 17 centimetri l'anno. È la prima volta che il ghiaccio nuovo è meno di quello antico. Il ghiaccio che è sopravvissuto all'ultimo periodo estivo è solo il 32% di quello totale, mentre il 68% si è formato nell'ultimo inverno.
Gli ultimi rapporti del Centro Nazionale di Dati sulla Neve e il Ghiaccio degli Stati Uniti (NSIDC), pubblicati il 6 luglio, confermano questo panorama. A giugno, l'Artico ha perso 2,05 milioni di metri quadrati, ad un ritmo di 68.300 chilometri quadrati al giorno.
Per ora la massa è un più grande di quella del 2007, l'anno del disgelo più forte
In questo modo, quando ancora rimane da superare la metà del periodo del disgelo, che termina a settembre, il ghiaccio che rimane nell'Artico è sotto la media misurata nel periodo che va dal 1979 al 2000. è a soli 337.000 chilometri quadrati in più rispetto ai dati del giugno del 2007, l'anno in cui si è battuto il record per la minor superficie di ghiaccio raggiunta. Il 16 settembre di quell'anno, il volume si era ridotto di 4,13 milioni di chilometri quadrati.
A giugno 2009, le temperature più elevate sono state registrate nel mare di Laptev e in quello di Beaufort, rispettivamente a nord della Russia e nel Nord America. Nella zona atlantica, invece, sono state registrate temperature un po' più basse del normale.
Livelli simili a quelli del 2007, anno record
La bassa pressione a nord della Russia e l'anticiclone a nord del Canada offrono una situazione molto simile a quella osservata a giugno del 2007, l'anno record. Allora il disgelo ha accelerato bruscamente in luglio, cosa che quest'anno non è avvenuta. Gli scienziati attribuiscono la diminuzione del ghiaccio al riscaldamento globale e ai recenti cambiamenti nella circolazione oceanica.
L'Oceano Glaciale Artico è un sistema che si retroalimenta. Il ghiaccio possiede un grande potere riflettente, così che le radiazioni solari che raggiungono questa zona apportano poco calore. La scomparsa di massa gelata, però, accresce l'effetto dei raggi del sole, che aumentano la temperatura dell'acqua e del mare, provocando un disgelo maggiore.
http://www.publico.es
www.ecoportal.net
Traduzione di Maddalena Natalicchio
Boldrini: "Migranti trattati come vuoti a perdere"

di Nello Trocchia
“E’ allarmante che un’imbarcazione sia stata alla deriva senza che altri abbiano lanciato l’allarme o li abbiano salvati. Si infrange il principio fondamentale del diritto del mare che è quello di prestare soccorso a chi è in difficoltà". Lo afferma Laura Boldrini portavoce dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, nel corso di un’intervista realizzata da Nello Trocchia per Econews e ItaliaRadioWeb.
"Abbiamo fatto una considerazione. - prosegue Laura Boldrini - Sembrerebbe quasi che ci sia una paura di soccorrere, che prevalga più il timore delle implicazione che il dovere di soccorrere le persone in mare. Questo è preoccupante. L’indifferenza è la stessa che regna sulle politiche dei respingimenti. Non sarei così sicura che il fatto che ci siano meno persone che arrivano sia una buona notizia. Se si inquadra rispetto ai rischi e alle conseguenze cui sono sottoposte queste persone, si capisce bene che quella che sembra una buona notizia ha implicazioni terribili sulle persone.
Sta diventando un fattore culturale, non si va più oltre il dato apparente, come se si volesse disumanizzare le vicende. Il Mediterraneo ha una grande tradizione di salvataggio, sia da parte degli Stati che dei pescatori. L’alto commissariato per i rifugiati ha indetto un premio per il salvataggio, affinché chi si opera per questo abbia un riconoscimento pubblico".
L'Alto Commissariato Onu è allarmato perchè in un "Mediterraneo in cui ci sono imbarcazioni turistiche, mezzi di contrasto, dove c’è possibilità di dare l’allarme, questo non accada”.
Dal mare non nasce la minaccia - afferma ancora Laura Boldrini - e si deve pensare che questa analisi della minaccia incide sulle persone. "La maggiorparte di loro chiede asilo. L’enfatizzzione degli aspetti negativi degli immigrati influenza l’opinione pubblica. Il governo Italiano rispetto a queste vicende ha adottato la politica dei respingimenti che entra in rotta di collisione col diritto d’asilo. Portare avanti questa politica penalizza queste persone che sono comunque alla ricerca di sicurezza e pace".
Giocate a "Rimbalza il clandestino". Bossi Jr a caccia di immigrati su facebook

di Stefano Corradino
Renzo Bossi, 21 anni figlio del più noto Umberto si è inventato un originale passatempo estivo che è apparso sul sito della Lega Nord. Si chiama "rimbalza il clandestino" e l'obiettivo del gioco è molto semplice come recita la spiegazione per gli utenti di facebook: "mantenere il controllo sui clandestini che arrivano in Italia!" Come? Durante i vari livelli del gioco alcune barche di varie dimensioni toccheranno a sorpresa il suolo italiano. Premendo su di esse un numero variabile di volte che va da 1 a 5 le rimanderai indietro ottenendo un punteggio a seconda dell'imbarcazione. Il giovane cacciatore di clandestini si sarà ispirato alla nota massima del compagno di partito Calderoli che nel 2006 sentenziava "ributtiamoli in mare".
Poteva fare anche di più, studiare ad esempio un sistema che, a seconda della pressione sul mouse aumentasse l'effetto deflagratorio sulle imbarcazioni: sfiori appena il mouse e scheggi minimanente la prua, clicci con più decisione e un raggio laser divide la barca in due. Tieni premuto il pulsante e la nave scoppia in mille pezzi.
Siamo sicuri che la prossima volta non ci deluderà, soprattutto ora che, dopo tanti sforzi e tre bocciature, Bossi junior è riuscito brillantemente a superare l'esame di maturità. Già, maturità... "...l’avere raggiunto un avanzato stadio di sviluppo in relazione alla legislazione, al comportamento sociale e al grado di civilizzazione..." E' la definizione estensiva dell'Enciclopedia Treccani. Per la commissione esaminatrice Renzo è maturo. Siete proprio sicuri?
P.S. La nostra redazione invita gli utenti di Facebook ad inventare un nuovo gioco: "rimbalza l'immaturo". Clicca sul mouse e fai rimbalzare il figlio di Bossi nelle facoltà universitarie italiane di Giurisprudenza. Vince chi lo farà restare più a lungo incollato sui libri di diritto.
Scie chimiche ( chemtrails ) 21 agosto 2009 - Emilia - Italy
Praticamente in diretta...
Scie chimiche ( chemtrails ) 21 agosto 2009 - Emilia - Italy - Notevole attività di tanker sopra la provincia di RE .
Proprio ieri sera a Super Quark in un servizio hanno dichiarato " le scie chimiche non esistono". Senza parole ..