mercoledì 26 agosto 2009
Hopi Prophecy
Handed down from ancient times, the Hopi Prophesy delineates the path of peace, and harmony with nature. Where we have deviated from that path, the prophecy has correctly predicted the results. Which path lies before us? What does the future hold? Hear a message of tribal elders for our modern world. Originally broadcast on New Mexico PBS station KNME.
http://www.youtube.com/user/NewMexicoPBS
Silvestrini (Kyoto Club): «L'Italia non andrà fino in fondo sul nucleare. Farà la fine del Ponte»

26 agosto 2009
LIVORNO. «Non credo proprio che l'Italia andrà fino in fondo sul nucleare, come del resto è già successo per il Ponte sullo Stretto». Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, risponde così a greenreport alla luce delle nuove dichiarazioni del ministro Scajola e alle parole dell'Ad di Enel Fulvio Conti pubblicate dal Sole24Ore, che oggi dà ampio risalto alla notizia pubblicando anche un dossier sulla legge sviluppo del governo. Sfogliando il quotidiano di Confindustria il ritorno all'atomo del nostro Paese sembrerebbe certo, ma nella realtà non è - per fortuna dal nostro punto di vista - così scontato.
Silvestrini, visto che questo governo difficilmente cadrà prima della fine della legislatura e visto che il primo mattone di una nuova centrale nucleare lo vorrebbe porre prima che questa finisca, non c'è il rischio che trovati eventualmente gli investitori non si possa più fermare il treno neppure con un governo di un altro colore politiche, ammesso poi che questo sia contrario al nucleare?
«Io guardo a quello che è successo per il Ponte sullo Stretto, è l'esempio di un fallimento che credo accadrà anche per il nucleare. Certo si getteranno via un po' di soldi, ma il punto più delicato è proprio la difficoltà che incontreranno nel trovarli questi soldi per non parlare della localizzazioni delle centrali stesse»
Per la localizzazione delle centrali e dei siti di stoccaggio delle scorie il governo ha detto che fisserà solo i criteri (parole del sottosegretario Saglia), mentre sarà il mercato a trovare le aree destinate: può funzionare questo meccanismo e quali garanzie ha il cittadino?
«Il governo escluderà soltanto una serie di aree, dicono, e poi le aziende troveranno quelle giuste. Che cosa ne penso? Che è molto complicato questo passaggio malgrado tutti i paletti che sono stati imposti per limitare i poteri decisionali alle regioni e agli enti locali. Scanzano insegna che le imposizioni dall'alto, se poi c'è un rigetto dal basso, sono assai problematiche. Quindi andare ad identificare i siti sarà dura. Inoltre credo che ci siano già conflitti tra aziende che vogliono entrare nel nucleare come quelli già emersi tra Enel e A2A, ma anche sull'idea di sposare l'Epr francese con Scajola che però annuncia un prossimo accordo anche con gli Usa, insomma anche questa partita non credo che filerà tanto liscia.».
Scajola ha detto che ci sono molti enti locali già disposti ad ospitare impianti nucleari. Le risulta?
«Li voglio vedere anch'io...quand'anche un sindaco si fosse fatto avanti mi piacerebbe sarebbe che cosa ne pensano i suoi concittadini».
Quali sono allora le reali necessità del governo per il ritorno al nucleare?
«E' la combinazione di tre fattori. Investimenti colossali almeno potenziali, anche se poi questi soldi andrebbero in gran parte all'estero; messaggio ideologico come quello del Ponte, di un governo quindi che si rifà l'immagine con grandi opere pensando al futuro; grande mancanza di informazione per cui soprattutto quando l'anno scorso il petrolio ha raggiunto prezzi altissimi al barile è stata individuata nel nucleare la soluzione salvifica che risolve tutti problemi italiani, una soluzione tranquillizzante fatta da chi non sa cosa fare».
Lei sa qual è il costo reale della costruzione di un impianto?
«Non lo sa nessuno! I nuovi impianti Epr come quello di Olkiluoto in Finlandia hanno extracosti enormi e lo si potrà calcolare solo alla conclusione, tra tre anni, ricordo infatti che la centrale doveva essere inaugurata il mese scorso... In sostanza, comunque, i costi sono in ascesa e ben più alti dei 4 miliardi di euro paventati dal governo, realisticamente una centrale nucleare da 1600 mw dovrebbe costare circa sei miliardi, quasi quanto il poste sullo Stretto, valutato in 8»
Quanto saranno penalizzate le rinnovabili da questa corsa all'atomo?
«Questo è il problema più serio. Da un lato se si vogliono realizzare queste potenze nucleari, anche se nel 2020-2030, c'è un conflitto con gli accordi europei che prevedono per l'energia elettrica una produzione per l'Italia pari al 28/30% e quindi con l'atomo sarebbero sottoutilizzare le centrali termoelettriche esistenti. Ma il punto è il dopo 2020 per le rinnovabili: raggiunto l'obiettivo europeo che per l'Italia è del 17%, tutto fa pensare che il boom vero sarà dopo il 2020 quando il fotovoltaico avrà un costo molto più basso e questo è incompatibile con la scelta di puntare sul nucleare. Altro elemento è che il cittadino non ci guadagnerà niente: le poche esperienze americane ci dicono che le aziende che investono nel nucleare prevedono incrementi in bolletta del 3-5%. Alla fine solo le grandi industrie energivore da 50miliardi di chilowattora in su avranno un vantaggio in Italia, mentre alcuno ne avranno la piccola azienda e il cittadino».
Infine nel decreto si velocizzano le autorizzazioni per i rigassificatori e per l'estrazione di idrocarburi, inoltre sono previsti incentivi alle aziende energivore per costruire nuove reti elettriche di interconnessione con l'estero. Nascerà inoltre la borsa del gas: che ne pensa?
«In tutto il mondo, basti vedere la Cina, si investe più sulle rinnovabili che sul nucleare e tutto il resto. Chi mette i soldi sull'atomo lo fa per ristrutturare l'esistente e anche chi lo fa per nuove centrali, destina più soldi per le rinnovabili. L'Italia non ha un piano energetico nazionale, Scajola annuncia che lo presenterà in autunno ma a me risulta che non è neppure in preparazione. Sul gas va ricordato che qualche giorno fa Fatih Birol, Direttore degli Studi Economici all'IEA, ha detto che sono troppi i gasdotti previsti con il rischio che molti di questi neppure funzionino visto che la domanda di energia in Ue è in calo».
Come valuta quindi questa strategia energetica del nostro Paese e cosa si può fare, nel caso, per opporsi?
«Si rischia di far perdere al paese delle grandi opportunità. Sul nucleare tantissimi annunci, ma poi anche negli Stati Uniti gli investitori, quando vedono i costi, si ritirano. L'Italia ha già perso il treno delle rinnovabili dopo il referendum sul nucleare e ora se non lo prende in questa fase storica di prossimo boom rischia di perderlo di nuovo proprio perché vuol tornare all'atomo. Ci ritroveremo ad aver investito risorse economiche e umane sul nella direzione sbagliata, anche perché le chiavi del know how del nucleare le hanno gli altri, quindi questa è decisamente una strategia perdente».
Alessandro Farulli
La Russia dichiara guerra agli orsi siberiani

LIVORNO. Oggi il direttore del dipartimento delle risorse naturali e dell'ambiente della Federazione Russa, Viktor Drozdov, ha convocato una conferenza stampa per lanciare l´allarme orsi in Siberia Occidentale che ormai avrebbero raggiunto una popolazione di 6.500, non esattamente un sovraffollamento vista la vastità del territorio di cui si parla.
Ma secondo il funzionario russo «Possono rappresentare un pericolo per gli abitanti della regione di Tomsk. La popolazione di orsi, che è considerevolmente aumentata negli ultimi anni, può essere una minaccia per gli abitanti. Inoltre, gli orsi uccidono cervi, alci ed altri animali».
Insomma i plantigradi sono accusati di fare il loro dovere di grandi carnivori...Secondo Drozdov «Gli orsi bruni nella regione di Tomsk sarebbero 6.500, oltrepassando largamente la norma di 4.500 individui». Molto probabilmente, però, più che la pericolosità degli orsi per gli uomini, visto che Drozdov non ha menzionato un solo caso di attacco diretto e provato alle persone, il dipartimento delle risorse naturali e dell'ambiente punta a vendere più licenze di caccia all'orso, fermatesi nel 2009 a sole 400 e nemmeno tutte acquistate.
«Possiamo deliberare 1.000 licenze, ma l´orso è un animale pericoloso e non tutti i cacciatori sanno cacciarlo. Gli orsi sono particolarmente pericolosi dopo il letargo fino alla seconda metà dell'estate, possono penetrare nei villaggi alla ricerca di nutrimento», spiega il funzionario russo. Intanto, anche su internet, fioriscono le agenzie di viaggi che pubblicizzano safari di caccia all-orso in Russia, dalla Siberia occidentale alla Kamciatka.
Ma questo, ad esempio in Italia, non rappresenta un buon motivo per dichiarare guerra agli orsi ed alle schioppettate si preferisce la dissuasione con altri mezzi. Invece la Russia oltre a vendere licenze di caccia grossa mette anche le taglie «Un premio di 5.000 rubli (120 euro) versato per ogni orso ucciso che rappresenta una minaccia per gli abitanti spiega serafico Drozdov. Quest'anno abbiamo registrato 17 casi di orsi abbattuti per difendersi».
Chi abbia determinato la necessità di difendersi da un orso da parte di un uomo evidentemente munito di fucile e che probabilmente pensava alla taglia da riscuotere, alla carne da fare arrosto e alla pelliccia da vendere, è un mistero.
Omicidio, non catastrofe

tratto da Fortresse Europe
Le reazioni degli eritrei in Libia alla notizia della tragedia che ha colpito i loro 75 connazionali morti nel tentativo di raggiungere l'Europa
''Caro, hai saputo della tragedia? 75 eritrei sono morti... ANSA, che Dio li benedica! Buona notte''. Con questo sms, il 20 agosto alle 23:04 un amico eritreo a Tripoli mi informava dell'ultima strage nel Mediterraneo. Lui su quella barca aveva un'amica. Una ragazza di nome Adada, il cui nome compare nella lista dei morti. Era una cara amica. Per questo si era interessato dall'inizio della sorte di quel gommone.
E si è fatto un'idea precisa: ''Non è stato un incidente in mare, è stato un omicidio''. Lo scrive in una mail spedita a mente fredda, due giorni dopo, dopo aver controllato le notizie sui siti in lingua inglese. ''Nell'era della tecnologia una barca così grande non può sfuggire agli occhi d'aquila che pattugliano ogni angolo di questo mondo''. I primi giorni dopo la partenza, avvenuta all'alba del 28 luglio, tra gli eritrei a Tripoli si diffuse la notizia che il gommone era arrivato a Malta. I dallala, come sono chiamati in lingua tigrigno gli intermediari, ovvero gli organizzatori dei viaggi, avevano detto di aver ricevuto una telefonata col satellitare la sera del 29 luglio, in cui i passeggeri dicevano di vedere le luci di Malta. Ma che qualcosa era andato storto lo capirono subito. Selamawi - lo chiameremo con questo pseudonimo - aspettò invano una telefonata dai centri di detenzione di Malta. Passava ore negli internet point della capitale libica per cercare notizie sugli sbarchi e sui respingimenti.
Fino a metà agosto, quando iniziò a circolare un'altra versione dei fatti. Nella comunità degli eritrei in Libia c'era chi diceva che il gommone avesse lanciato un sos e che metà dei passeggeri fossero morti, altri invece dicevano che il gommone era stato respinto in Libia dagli italiani. Ogni verifica però era impossibile perché il telefono satellitare era scarico. In questo rincorrersi di voci e ricostruzioni, la notizia della strage il 20 agosto ha seminato il panico tra la comunità eritrea. "Gli stessi intermediari sono terrorizzati". Nessuno riesce a farsi un'idea di come il gommone possa essere stato abbandonato in mezzo al mare per tre settimane. Nemmeno a Tripoli esiste una lista delle vittime. Le partenze sono tenute segrete, per motivi di sicurezza. A volte chi parte non informa nemmeno gli amici fidati e i parenti. E i dallala non vogliono che in giro si facciano troppe domande sui loro affari. Inoltre il periodo non è dei migliori. Il ramadan è appena iniziato e i poliziotti approfittano delle retate per arrotondare lo stipendio. "In Libia i rifugiati eritrei sono usati come moneta di scambio. Ci valutano in dollari americani - dice Selamawi -. I poliziotti cercano sempre soldi. Ti sequestrano quello che hai quando ti arrestano, e poi si fanno pagare per lasciarti andare. Il prezzo di un'evasione va dai 500 ai 900 dollari".
Eppure l'Italia sostiene che la Libia sia in grado di accogliere i rifugiati del Corno d'Africa che si imbarcano dalle sue coste. Forse il premier Berlusconi dovrebbe approfittare della visita a Tripoli il prossimo 30 agosto per incontrare i rifugiati eritrei detenuti dal 2006 a Misratah. Oppure i rifugiati somali detenuti a Benghazi, sei dei quali sono stati recentemente uccisi dalla polizia durante una sommossa. I rifugiati detenuti a Benghazi non sapevano niente della strage in mare dei 73 eritrei. Li ho raggiunti telefonicamente. ''Che tragedia!'', è il loro commento a caldo. Dello sbarco dei 57 eritrei ieri pomeriggio invece dicono ''Finalmente una buona notizia!''. Già perché il sogno di tutti è andar via. E ottenere il riconoscimento dell'asilo politico per rifarsi una vita, anche a costo di attraversare nel Mediterraneo sfidando la morte. Selamawi ne è certo: ''Nessuno sa esattamente quando, ma tutti qui aspettano il giorno in cui tutte queste sofferenze avranno fine e tornerà la libertà!".
Gabriele Del GrandeArgentina: aumenta il numero di fabbriche recuperate

Martedì 25 Agosto 2009 Pulsar
Dopo il boom delle autogestioni delle fabbriche da parte degli impiegati ed operai rimasti senza lavoro come conseguenza della crisi del 2001, i dati indicano che nel 2009 aumenta il numero di fabbriche recuperate dagli stessi operai - In seguito alla crisi economica, lavoratori e lavoratrici argentini si sono organizzati ed hanno cominciato a gestire da sè le proprie fonti di lavoro. Nell'ultimo semestre 20 nuovi stabilimenti sono stati recuperati per l'autogestione operaia.
Secondo il presidente del Movimento Nazionale delle Fabbriche Recuperate, Luis Caro, gli imprenditori avrebbero chiuso le loro fabbriche prima dello scoppio della crisi, piuttosto che assumere rischi.
I settori più colpiti sono il metallurgico, l'automobilistico ed il tessile.
Il dirigente ha affermato che ci sono circa 10mila lavoratori in tutto il paese che stanno sviluppando il proprio operato attraverso sistemi di autogestione operaia.
I beneficiari di questo modello, spiega, si raddoppiano se si prendono in considerazione anche i fornitori.
Luis caro sostiene che lì dove sono richieste prestazioni di mano d'opera da parte dei lavoratori, è possibile applicare questo modello di recupero del lavoro.
Il movimento ha istituito un fondo solidale alimentato dalle fabbriche già recuperate per poter coprire i costi necessari ad avviare nuove attività e ad aiutare gli operai sul posto di lavoro.
Il processo di recupero è nato e si è sviluppato in seguito alla crisi economica subita dall'Argentina nel 2001, quando i grandi investitori sono fuggiti dal paese lasciando gli operai per strada.
Fonte: Agencia Pulsar
Influenza "A"/ In Italia vaccinazione al via il 15 novembre

A questo link è comparsa oggi questa notizia . L'articolo è scritto con i piedi e non lo pubblico ma rimane importante rimanere sintonizzati per non farsi cogliere alla sprovvista .
http://www.affaritaliani.it/ultimissime/flash.asp?ticker=250809172138
Questo video invece parla della proposta fatta negli USA di multare di 1000 dollari al giorno le persone che non si volessero vaccinare . In alternativa la deportazione in un lager di quarantena.
Pensateci bene tutto questo accade negli USA , e se accadesse pure qua ?