martedì 8 settembre 2009

Grillo168 - L'automobile è morta

Sono gli europei i più stupidi del mondo?






















lino bottaro  8 settembre 2009

Dopo aver letto diversi articoli della stampa europea e aver ascoltato le dichiarazioni di politici autorevoli, con qualche eccezione per quanto riguarda l’Italia, da qui sembra che gli europei siano, dal punto di vista politico, la parte del mondo più completamente in dissociazione dalla realtà. Nonostante che negli Stati Uniti sia in corso il più grande sollevamento rivoluzionario nella storia successiva alla seconda guerra mondiale, un vero e proprio sciopero di massa come fu descritto da Rosa Luxemburg e espresso nel celebre slogan “Wir sind das Volk” che accompagnò la caduta del regime di Honecker nella Repubblica Democratica Tedesca, l’opinione della grande stampa europea e quella dell’uomo della strada da me percepite, da qui, suggeriscono che nel complesso le genti d’Europa abbiano raggiunto quella parte della RDT che un tempo era denominata “valle degli smarriti”.
Tra gli “smarriti”, in questo caso, sono incluse la stampa e le figure politiche di spicco di una delle mie nazioni favorite, la Germania.
Per quanto possa ammettere la buona fede degli europei nel loro errato comportamento, la maggior parte delle opinioni espresse dai principali media e uomini politici sono simili a ciò che nell’Unione Sovietica si chiamava l’”opinione mascherata”; essi sembrano credere in ciò che detta in primo luogo la paura di Londra e in secondo luogo la linea “ufficiale” di una stampa americana straordinariamente sciocca.
L’espressione più pericolosa di questa follia dell’opinione pubblica europea viene dalla Russia, ove un elemento guida del pensiero politico è l’adozione, volontaria ma masochistica, di una posizione per cui si dà retta alla stupida presunzione che il collasso del dollaro americano non farebbe crollare l’intero sistema [finanziario] mondiale, cioè non vedrebbe la Russia tra le prime vittime di una tale calamità.
Il fattore che in modo più rilevante ha causato questo stupefacente stato di illusione dell’opinione europea è stato l’effetto del lavaggio di cervello di massa, esercitato sui circoli europei nel periodo in cui Helmut Kohl fu sottoposto a forti minacce dalla combinazione degli interessi imperialistici britannici rappresentati dall’allora primo ministro Margaret Thatcher, della presidenza francese di François Mitterrand e dal cane da salotto dei britannici, l’allora presidente americano George H. W. Bush. Con il rovinoso regime della moneta unica europea, messo in atto con un’implicita minaccia bellica rivolta alla Germania, tutta l’Europa occidentale e centrale è divenuta, emotivamente, un’accozzaglia di satrapie del corrotto imperialismo britannico “post-westfaliano” del guerrafondaio Tony Blair.
Ora, alla faccia della stampa dell’Europa centrale e occidentale e di autorevoli opinioni ufficiali russe, l’intero pianeta è entrato nella morsa dovuta alla fase accelerata di collasso del sistema economico-fisico, attraverso un processo di reazioni a catena, che interessa ogni cantuccio e ogni fessura del globo.
Il mercato globale dipende oggi dal margine cruciale di una massa di debito nominalmente denominata in dollari e in larga misura senza valore, debito di un sistema finanziario e monetario mondiale disperatamente in bancarotta, per il quale Joseph Stiglitz ha proposto la terapia consistente nel trasformare il FMI in una “bad bank” globale.
In altre parole, fermo restando l’assetto di questa forma tumorale di “globalizzazione” in cui, con l’illusione tipica della “Torre di Babele”, ogni nazione vede dipendere la sua esistenza fisica da ciò che è prodotto in altre nazioni e contemporaneamente tutte le nazioni sono controllate, dall’alto, dai mercati finanziari internazionali ormai in caduta accelerata dal settembre 2007, il collasso del dollaro americano potrebbe verificarsi in ogni momento, prima o dopo il 12 ottobre 2009. Ciò significa a sua volta il collasso a catena dell’intero pianeta in una nuova epoca buia, che porterebbe la popolazione mondiale, nel giro di due generazioni, dai livelli ora stimati di 6,7 miliardi di individui ai livelli di circa 2 miliardi o meno.
Nel frattempo, i governi delle nazioni pretendono di vivere in un pacifico sogno come farebbe un bambino in preda alle fantasie di Alice nel Paese delle Meraviglie, dicendo della crisi negli Stati Uniti: “Certamente, non capiterà a noi! Per favore, Maestà, possiamo prendere ancora una tazza di te assieme? Che cosa diavolo è accaduto, ultimamente, al gatto di Dick Whittington?”

Le menzogne sul genocidio in Darfur vengono alla luce


















lino bottaro  8 settembre 2009

Di menzogna in menzogna scopriamo che le stragi vere sono quelle perpetrate dai popoli invasori e non solo dai conflitti etnici, come si vuol far credere. Link: http://sitoaurora.altervista.org/Eurasia/Sudan4.htm
1.500 persone decedute nel 2008
Bruce A. Dixon Black Agenda Report 15/07/09 da Rebelion.org
Traduzione dallo spagnolo per
Resistenze a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
L’organizzazione “Salvare il Darfur” negli ultimi cinque anni ha prodotto un’abile e miliardaria campagna mediatica, infarcita di stelle dello spettacolo, per dipingere la spaventosa visione di una guerra di sterminio (arabi contro negri) con ben 400.000 morti. Uno scenario privo di spiegazioni di qualunque tipo, né storiche, politiche o di classe, ma soltanto un genocidio in cui sono in scena il bene contro il male, e che rende necessario un nostro interevento.

Ma le grandi frottole raccontate sul Darfur ora si stanno sgretolando. Giornalisti, accademici e pure qualche inviato degli Stati Uniti, tornano dalla regione raccontando che se mai vi sia stato un genocidio, ora non c’è più. Il governo britannico ha deciso che “Salvare il Darfur” non può usare la cifra di 400.000 morti che compare continuamente negli spot lanciati negli USA, per il semplice motivo che non è vera.
Cent’anni fa W.E.B. Dubois in Souls of Black Folk scrisse: “..l’interesse per i fatti che riguardano i negri, si è spostato sui dolci”. Se oggi fosse ancora vivo, Dubois potrebbe dire lo stesso dell’interesse statunitense per i fatti del Darfur, del Sudan e il resto dell’Africa, dell’Iraq e del resto del mondo. I fatti sono una cosa complicata. I fatti provengono da un contesto storico e hanno conseguenze incerte. Le verità eterne, come il bene contro il male, invece, sono comprensibili: dolci come le caramelle, semplici e gradevoli.
Da quando è stata fondata nel 2004, “Salvare il Darfur” ha speso decine di milioni in sofisticate campagne mediatiche per descrivere uno scenario che è proprio quello di cui si parlava: facile da capire, dolce e consolatorio soprattutto perché noi siamo i buoni. Il Darfur, per usare le parole di Samantha Power, è “un problema uscito dall’inferno”, un caso di malvagità senza ambiguità in cui il potere globale degli USA può essere usato in modo costruttivo, perché un genocidio chiama all’azione e non a fare politica. Fermare un genocidio, ci dicono, è la prima cosa da fare.
La lezione di un genocidio è che le grandi potenze devono fare qualcosa, la gente di coscienza e buona volontà deve intervenire.
Ci sono vari problemi al riguardo, come proposizione generale e nell’attuazione specifica nel Darfur. Anzitutto, il genocidio si definisce come il tentativo di cancellare dalla mappa una nazione o un popolo. Ci sono così poche prove che in Darfur vi siano stati degli assassini di massa che, nel 2007, a “Salvare il Darfur” in Gran Bretagna è stato proibito l’uso della cifra di 400.000 morti, come invece accade negli Stati Uniti. Questo perché in Gran Bretagna esiste un ente chiamato Autorità per gli Standard Pubblicitari e questo ente ha verificato i dati citati da “Salvare il Darfur” sulla base della documentazione fornita sull’argomento dal GAO (Organismo di Ricerca dipendente dal Congresso USA che controlla le credenziali per gli esborsi dei fondi pubblici) statunitense. Lo studio del GAO aveva stimato che i morti erano tra i 50.000 e 70.000, provocati da un insieme di cause (che colpiva entrambe le parti in conflitto), dalle malattie alla carestia per la desertificazione. Quell’ente aveva anche precisato che il picco di decessi si era verificato fra 2004 e 2005, e che da lì in poi era andato scemando.
Il professore africano Mahmood Mamdani ha viaggiato per settimane in Sudan e Darfur per il progetto “Dialogo par il Darfur” dell’Unione Africana, intervistando funzionari, attivisti e popolazione locale in conflitto. In una conversazione presso l’Howard University il 20 marzo 2009 ha riferito che solo qualche giorno prima, il comando delle forze di pace dell’Unione Africana in Darfur ha stabilito il numero di morti complessivo (compresi i deceduti nei campi profughi e nei loro dintorni) in 1.500 decessi. Anche se la cifra totale di morti, che va dai 50.000 ai 70.000, è un fatto gravissimo, non può essere considerato un genocidio in corso.
Mentre alcuni membri del congresso si facevano arrestare nell’ambasciata sudanese a Washington, Afhin Rattansi, un reporter e presentatore di Al Jazzera, CNN, The Guardian, Bloomberg News e altri media, viaggiava nel Sudan parlando con africani, rappresentanti d’organizzazioni occidentali per le donne e testimoniava che poteva muoversi liberamente.
Anche il generale Scott Gration de l’USAF, inviato speciale nell’area è tornato la settimana scorsa a Washington dicendo che la situazione nel Darfur, al peggio, presentava solo “le tracce di un genocidio”, lasciando intendere che la violenza era terminata da un pezzo. Forse le dichiarazioni del generale Gration si spiegano alla luce delle differenze dell’amministrazione statunitense, anche se l’ambasciatrice alle Nazioni Unite, Susan Rice, appena due giorni prima aveva dichiarato che in Darfur era in corso un genocidio.
Di fatto, la storia del genocidio in Darfur è sempre meno credibile.
Ma “salvare il Darfur”, è una campagna pubblicitaria, e come tale non ha l’obbligo di dire la verità. Si tratta di un campagna mediatica, non di un movimento di base. E’ guidata da un’agenzia che ha clienti come Dupont, l’azienda chimica responsabile dell’assassinio di decine di migliaia di persone a Bhopal, quando è esplosa una delle sue fabbriche in India.
Come BAR (1) ha rivelato nel 2007, “Salvare il Darfur” è una campagna pubblicitaria per giustificare le guerre per il petrolio e le risorse in Africa.
Secondo il resoconto del Wasthington Post dell’estate 2007: “Save Darfur” è stata creata nel 2005 da gruppi preoccupati dal genocidio in corso nel paese africano.. il “American Jewish World Service” e il “Museo statunitense per la memoria dell’Olocausto”… Trenta persone con esperienza in politica e relazioni pubbliche.. Le sue risorse ammontano a circa 15 milioni di dollari… “Save Darfur”, che questa settimana ha cercato di mettere in cattiva luce la Cina – sede delle Olimpiadi del 2008 – a causa del suo sostegno al governo sudanese, rifiuta di far sapere quanto ha speso per la sua campagna pubblicitaria. Ma un portavoce dell’organizzazione dice che la spesa è nell’ordine di milioni di dollari”.
Anche se la campagna mediatica di “Salvare il Darfur” impiega tecniche di marketing viral (2), estesa a studenti universitari e bloggers africani, non è un movimento di base, come lo furono i movimenti contro l’apartheid o di appoggio ai movimenti di liberazione africani in Sudafrica, Namibia, Angola e Mozambico di una generazione fa. Piena di cristiani evangelici che predicano la prossima guerra della fine del mondo, e con elementi noti per l’appoggio incondizionato delle politiche israeliane in Medio Oriente, “Save Darfur” è una campagna di propaganda che usa milioni di dollari per creare consenso a favore dell’intervento militare statunitense in Africa con la giustificazione di fermare o prevenire un genocidio.
La costruzione di genocidi, “problemi usciti dall’inferno” negli angoli del mondo dove gli USA devono intervenire, sono molto utili. Sembrano essere i successori della cosiddetta “guerra al terrore” come giustificazione per le avventure dell’esercito statunitense nel mondo.
Lo si ascolti dalla bocca dell’ambasciatrice statunitense all’ONU, Susan Rice:
La Responsabilità di Proteggere, o cosiddetto R2P (acronimo dell’espressione inglese Right To Protect), è un passo avanti nella storica lotta per salvare vite e curare l’interesse dei popoli in pericolo a causa di conflitti. Stabilisce che gli Stati hanno delle responsabilità oltre agli interessi, e che hanno obblighi particolari in materia di protezione delle proprie popolazioni da depravati e assassini. Questa prospettiva è audace. E’ importante, e gli Stati Uniti le danno il benvenuto..
(…)
Il vero Darfur è un posto complicato, con una politica complicata che “Salvare il Darfur” non aiuta a capire. Ciò che “Save Darfur” non ci dice, è che c’è una guerra civile con molte formazioni ribelli e altrettante che vi lottano contro, e non un massacro indiscriminato di civili. “Save Darfur” non dice mai che l’area è stata inondata d’armi da USA, Francia e Israele da un lato, e da Libia e Unione Sovietica durante la decennale guerra del Chad. E dimenticano sempre di dirci che la linea che separa chi è “negro” da chi è “arabo”, in Darfur è stata fluida per secoli, e come spiega Mahmood Mamdani nel suo libro “Saviors and Survivors” (Salvatori e Sopravvissuti) ha più a che vedere con la cultura e lo status che con la “razza” in termini occidentali.
L’orribile immagine descritta da “Save Darfur” non fa altro che prolungare il conflitto civile in questo sfortunato paese, animando una o l’altra fazione in modo da evitare il negoziato ed alimentare la speranza che l’intervento occidentale li porterà al potere.
La dottrina della “responsabilità di proteggere” promossa dall’ambasciatrice Rice serve a garantire che nonostante i fatti, “Salvare il Darfur” guadagnerà l’attenzione dei legislatori per fornire le pubbliche motivazioni utili ad intervenire in altri paesi.
Note:
1- Black Agenda Report, radio statunitense ascoltabile anche in Internet.
2- Il marketing virale o la pubblicità virale sono termini usati per riferirsi alle tecniche di marketing che cerca di sfruttare reti sociali e altri media elettronici per produrre processi di autoriproduzione virale analoghi all’espansione di un virus informatico.

Il “Massacro di Srebrenica” inventato da Bill Clinton e Alija Izetbegovic






















lino bottaro  7 settembre 2009

Ricordate, con il pretesto della presunta strage di Sebrenica gli USA hanno messo le mani sul cuore indomito dell’Europa facendo scoppiare e poi disgregando la Yugoslavia. Il piano perverso si sarebbe poi concluso con il terrificante bombardamento con proiettili all’uranio impoverito di Belgrado. L’epilogo arriva con il distacco forzato del Kossowo e la sua annessione all’impero USA che ha provveduto ad installare qui la più grande base navale del Mediterraneo…
Link: http://sitoaurora.altervista.org/Eurasia/Balkanija54.htm
De-Construct 12 agosto 2009
Traduzione di Freebooter
Dopo 14 anni che investigo i fatti che ebbero luogo a Srebrenica nel 1995 posso attestare che in quella enclave non vi è stato nessun genocidio di musulmani — il mito sul massacro di musulmani è stato inventato dallo scomparso leader di guerra musulmano bosniaco Alija Izetbegovic e dall’allora presidente USA Bill Clinton“, ha affermato in una esclusiva intervista alla stampa quotidiana di Belgrado il ricercatore svizzero Alexander Dorin, autore del libro Srebrenica — La storia del razzismo da salotto.

Ha aggiunto che, contrariamente alla mitologia popolare che ancora domina i media mainstream occidentali, i musulmani che persero la vita a Srebrenica erano degli uomini cresciuti piuttosto che dei “ragazzi“, e sono stati colpiti mentre combattevano contro l’esercito serbo bosniaco. Il che, come osserva, non può essere in nessun modo uguagliato ad un massacro, per non parlare di “genocidio“.
- Dopo molti anni che investigo gli eventi bellici a ed attorno a Srebrenica, ho raggiunto la conclusione definitiva che non vi fu nessun genocidio. Nel luglio del 1995, mentre la città veniva conquistata dalle forze serbe, persero la vita circa 2.000 musulmani — non 8.000 come pretende la macchina della propaganda musulmano bosniaca, con il sostegno di certi politici e media occidentali. Quei 2.000 caddero in battaglia contro l’esercito serbo, mentre stava sfondando verso Tuzla. Il “genocidio di Srebrenica” è un’invenzione di Izetbegovic e Clinton, – ha dichiarato Dorin.
D: Su che cosa basate le vostre asserzioni che il “massacro” di Srebrenica è stato inventato da Izetbegovic e Clinton?
R: Si dovrebbe tenere in mente che persino i media americani scrissero abbastanza sul fatto che gli Stati Uniti stavano armando da anni le forze di Izetbegovic. L’amministrazione Clinton era molto ostile verso i serbi — i generali di Clinton erano persino coinvolti nell’operazione croata “Tempesta”, l’espulsione e l’eliminazione della nazione serba dalla Repubblica della Krajina serba e da parti occidentali della Bosnia-Herzegovina.
Allo stesso tempo, uno dei signori della guerra di Srebrenica — Hakija Meholjic — continua ad asserire che dal 1993 Clinton offriva ad Izetbegovic un massacro fabbricato contro i musulmani di Srebrenica, come una manovra che avrebbe posto fine alla guerra civile in Bosnia-Herzegovina [a vantaggio dei musulmani bosniaci].
D: Cosa ci dice questo?
R: Ci dice che hanno avuto due anni per avviare quella manovra, il tempo durante il quale Izetbegovic e Clinton venivano mitizzati ed elevati alla posizione di eroi attraverso i più influenti media occidentali.
Le “vittime di Srebrenica” votano
D: Questo libro offre prove aggiuntive?
R: Il libro presenta inoltre le prove che dimostrano che 2.000 musulmani che hanno perso la vita a Srebrenica sono caduti in battaglia. Per essere in grado di pretendere che fu commesso il “genocidio” e dal momento che non avevano i corpi sufficienti per sostenere la pretesa iniziale di presumibilmente 8.000 musulmani uccisi, hanno elencato come vittime di Srebrenica numerosi combattenti musulmano bosniaci che sono morti molto prima della conquista di Srebrenica o che vennero uccisi in altre battaglie durante la guerra civile, dal 1992 al 1995. La lista delle presunte vittime di Srebrenica contiene anche i nomi di quelli che sono ancora vivi.
D: Intendete quelli che più tardi votavano alle elezioni…?
R: Esatto. Nelle elezioni bosniache del 1996, le liste elettorali contenevano circa 3.000 musulmani bosniaci che erano anche elencati come “vittime di Srebrenica“. Ciò sottolinea ulteriormente il fatto che il cosiddetto Tribunale dell’Aia non ha ancora nessuna prova del “genocidio di Srebrenica“. Invece, conta sulle affermazioni del croato Dražen Erdemovic, provate essere assolute menzogne, come ha dimostrato nel suo ultimo libro il giornalista bulgaro Germinal Civikov.
D: Il Tribunale dell’Aia non ritiene così…?
R: L’ex portavoce della NATO Jamie Shea nel 1999 ha enfatizzato che, senza la NATO, tanto per cominciare, non vi sarebbe nessun Tribunale dell’Aia. Ha asserito che la NATO ed il Tribunale dell’Aia sono “alleati ed amici“. Tra gli altri, l’esempio che conferma la sua affermazione è il caso del [Colonnello] Vidoje Blagojevic, condannato ad un lungo periodo di prigione a causa dei fatti di Srebrenica anche se è assolutamente innocente e non ha fatto del male a nessuno. Così, la NATO punisce i suoi avversari attraverso il Tribunale dell’Aia mentre, allo stesso tempo, protegge i suoi alleati.
La storia della guerra civile jugoslava è stata scritta dagli aggressori
D: Perché hanno premuto sui serbi?
R: I serbi non si sono mai alleati con forze aggressive. Nei secoli passati, i serbi combatterono contro tutti gli aggressori e le forze fasciste. Invece di rispetto e gratitudine, sono stati ricompensati con sanzioni e bombe dalla comunità internazionale e con una meticolosa e completa demonizzazione da parte dei media occidentali. Il mondo di oggi è dominato dai criminali e dagli psicopatici che chiamano se stessi democratici.
D: Cosa vi ha motivato ad investigare i fatti di Srebrenica?
R: Da 14 anni interi investigo Srebrenica ed il presunto genocidio che l’esercito serbo bosniaco apparentemente commesso contro i musulmani bosniaci perché, già verso la fine della guerra in Bosnia-Herzegovina, è divenuto evidente che l’occidente non ha intenzioni oneste verso le nazioni di quel paese. Non potevo accettare il pensiero che il mondo sarà lasciato con un quadro di quella guerra che si accorda esclusivamente con gli interessi della NATO. Sfortunatamente, questo è precisamente ciò che è avvenuto.
D: Perché siete restio a promuovere personalmente il vostro libro?
R: A questo punto, dopo una scrupolosa ricerca che ha preso molti anni, quando ho scoperto prove irrefutabili su quello che è realmente successo a Srebrenica di cui il vasto pubblico è inconsapevole, non voglio attirare l’attenzione su me stesso. E’ il libro che è importante, il libro dice tutto.
D: “Srebrenica — La storia del razzismo da salotto” sarà presto pubblicato in tedesco. Sarà tradotto in serbo o in qualche altra lingua?
R: L’editore del mio libro, Kai Homilius - di Berlino, intende pubblicarlo in entrambe le lingue serba ed inglese. Abbiamo deciso che venga prima pubblicato in tedesco, dal momento che il pubblico di lingua tedesco non ha veramente nessuna idea della propaganda sul quale è basato il mito di Srebrenica. L’edizione tedesca del libro sarà pubblicata attorno alla metà del prossimo mese.

Esercito colombiano accusato di massacro














Martedì 08 Settembre 2009 11:36 ANC 

Il portavoce degli indigeni Awá, Eder Burgos, ha segnalato che ci sono seri indizi sulla partecipazione dell'Esercito colombiano nell'omicidio di 12 membri di questa etnia, fra i quali 6 minorenni ed un bimbo di un anno, il 26 agosto scorso.

Per Burgos esistono oscuri interessi che intendono coprire i veri autori del massacro che ha commosso la società colombiana e l'opinione pubblica internazionale, perpetrato nella riserva Gran Rosario nel Tumaco, sud-ovest del paese. Le dichiarazioni di Burgos sono state rilasciate quando si è venuti a conoscenza della detenzione dell'indigeno Airo Miguel Paí il quale, secondo le autorità, sarebbe il principale responsabile della mattanza. A sua volta, Burgos ha chiarito che la detenzione di Paí è avvenuta in seguito alle accuse di estorsione che lo avevano colpito, e che era stato espulso dalla comunità per i suoi legami con i gruppi paramilitari.

La versione dei fatti per cui l'autore del massacro sia un indigeno non è condivisa dagli Awá. Membri di questa comunità indigena colombiana chiedono piuttosto che le indagini si concentrino sul particolare che i fatti sono avvenuti nella casa di Sixta Tulia García, una indigena di 35 anni che aveva denunciato in precedenza la morte di suo marito, Gonzalo Rodríguez, freddato dall'esercito.
A quanto hanno espresso i nativi colombiani, si intende sviare l'attenzione con questa detenzione e minimizzare la gravità della denuncia sulle responsabilità dell'Esercito in questo barbaro crimine.

Secondo le ricostruzioni un gruppo armato, incappucciato e vestito con indumenti militari, la mattina di mercoledì 26 agosto ha sterminato 12 persone. Dopo il massacro il presidente della Unità Indigena del Popolo Awá, Gabriel Bisbiscus, ha denunciato che questi atti di violenza mostrano uno sterminio del suo popolo da parte di forze oscure, con la complicità di organismi di sicurezza dello Stato; e che questo gruppo indigeno è stato spiato, perseguitato e costantemente minacciato.  Come sempre, il messaggio è chiaro: chi in Colombia denuncia le malefatte dell'Esercito -e dei poteri forti- subisce la violenza mafiosa, che si esprime in massacri disumani o assassinii mirati. E, al solito, le conseguenze sono il fumo negli occhi e i depistaggi, orchestrati dai media di regime.


Associazione Nuova Colombia

www.nuovacolombia.net

La pace, gli ultimi, la fame: le battaglie di una donna vera



http://www.youtube.com/user/tramporio

di Susanna Turco, l'Unità, 2 settembre 2009

«Teresa era una fiamma, era tutta nella sua chioma di capelli rossi che raccontava bene la sua ostinazione, la sua combattività e anche la sua totale ingenuità. Ci conoscevamo da dieci anni, una amicizia abbastanza profonda e non priva di conflitti, perché era una donna morbida, ma molto ferma. E anche i litigi, non erano mai gravi, perché condividevamo i principi, i valori. A lei l’hanno guidata per tutta la vita, io ero un neofita al confronto. Ma non so, da dove vogliamo cominciare? Dal fatto che Teresa non c’è più direi, mi sembra il dato più concreto».

Vauro è asciutto come le sue vignette. Teresa Strada la ricorda, dice, come se fosse viva, e come se lui stesse solo contribuendo a costruire un articolo,un ritratto. Fuma sigarette a ripetizione, intanto. Un sibilo al telefono, pare che piangano al posto suo. «Una donna, anzitutto questo. Teresa è soprattutto una donna, capace come lo sono le donne di essere ingenua a partire da una profondissima intelligenza e sensibilità. Questa ingenuità, unita a una forte passione, la portava a non capire. Per intelligenza e caparbietà. Come sia possibile, per esempio, che tre quarti dell’umanità non abbiano da mangiare. Come si possa concepire la guerra come una delle scelte possibili. Non lo capiva. E io, che sono un tizio piuttosto incazzoso, devo a lei molto, per la sua ingenuità che mi ha insegnato fino a che punto il valore dell’idea sia legato all’esperienza e al sentimento, piuttosto che al cinismo della politica».

«Mi ricordo che quando eravamo in Iraq e Gino la sentiva per telefono, Teresa veramente non capiva come fosse possibile trasformare un Paese in un mattatoio. A volte, per questo suo caparbio non capire mi faceva anche innervosire, ma è era soprattutto un formidabile strumento per comprendere la mancanza di senso – reale - che hanno la guerra, la fame, la miseria. Si capisce, al confronto con la sua ingenuità, che sono cose incomprensibili: e se non ci fosse un apparato pseudo informativo che ce le fa digerire, saremmo a buon punto sul percorso verso la pace. Ecco, lei non capiva: emi ha contagiato, non lo capisco nemmeno io».

«Non capisco cosa è un clandestino, per esempio. È parola priva di significato: viviamo sulla terra insieme ad altre specie, clandestino potrebbe essere un marziano, uno che non appartiene a questa terra. Invece, ci stanno abituando a contenuti venefici oltre che idioti, ai dibattiti tra destra e sinistra su chi ne ha espulsi di più, su chi è più efficiente a negare un diritto fondamentale». «In questo senso era una formidabile politica. Fuori dai Palazzi naturalmente. Lei, infatti, non capiva come certi valori come la pace, nel suk della politica potessero essere scambiati con la governabilità, per esempio. Non capiva come forze della sinistra, che avevano gridato il no alla guerra, arrivate al governo hanno coperto tutti i “senza se e senza ma” possibili, fino a votare il rifinanziamento di missioni come quella afghana. Ecco, io lo so che quando una persona muore diventa santa, tutti i morti lo diventano, e che ci saranno commossi ricordi di lei anche da parte di costoro. Ma spero che chi li esprime, ricordi anche la sua arrabbiatura rispetto scelte che non si sarebbe mai aspettata, soprattutto da chi a parole si dichiarava più vicino a Emergency oltreché ai suoi valori».

«Ricordo Teresa, ricordo quanto soffriva, anche negli ultimi periodi difficili di Emergency. Ha sofferto molto, ma con gioia. Perché sapeva che quello era un prezzo - alto, certamente - da pagare. Come la consapevolezza che la realtà, della guerra soprattutto, è quella roba lì: i mutilati, i feriti. Soffriva, e questo le dava un calibro, anche per i problemi che aveva come persona, nel privato. Perché non si annullava nel suo lato pubblico, era una donna capace di molto amore, anche come madre, e non so come facesse, sono misteri che solo le donne conoscono».

«Ma forse è troppo presto per ricordarla, perché non ho ancora realizzato che non c’è più. La malattia? La malattia non aiuta mai a prepararsi, perché tutti sappiamo però poi quando accade davvero scatta l’ingenuità di Teresa, che uno non capisce perché. E lei, poi ha affrontato la malattia come la salute: una sfida che ha tentato in ogni modo di contenere, oltre il limite del possibile. Gliel’ho anche detto una volta datti una calmata, ma non c’era niente di eroico. Anzi, farne un’eroina sarebbe ridurla a nulla. Era fatta così, come molte donne».

«Cambia qualcosa per Emergency che lei non ci sia più, certo. Negli ospedali ho imparato a non ragionare più per categorie. I popoli, le vittime di guerra. Piuttosto: le persone, che hanno un nome, una storia. Solo così ti accorgi che sono insostituibili, che il valore sta nella peculiarità della singola vita, non nella categoria. È per questo, fra l’altro, che pagare per una guerra il prezzo di una singola vita non è equo: è troppo. È per questo che anche Teresa è insostituibile. Lo so, sarebbe più facile dire dei valori che resteranno. Vero. Ma non lo è del tutto, perché io domani non potrò sentire Teresa al telefono. Non potrò litigarci. E nemmeno farla bere troppo. Come avevo il brutto vizio di fare, in Cambogia, tanto tempo fa».

Michael Moore alle prese col caso Italia



http://www.youtube.com/user/luna0noire


Cristina Piccino 07/09/2009

"Non ho tempo di venire in Italia a girare un film che spieghi perché il vostro primo ministro, Berlusconi, sia ancora lì. E poi non avete bisogno di me, ci sono persone bravissime per farlo, Roberto Benigni, Sabina Guzzanti...". Ecco Michael Moore, star planetaria e "reticente", come dice di sé. Il fatto che oggi i politici americani siano disposti a rispondere alle sue domande, quando solo qualche anno fa voltavano la testa dall’altra parte, sembra non piacergli. "Sono ancora più arrabbiato e spero che questo film modificherà il loro parere" - dice. "In America le cose stanno cambiando ma non con la velocità che vorrei. So di essere un privilegiato, ho un pubblico che mi segue e con la forza del cinema ho dato un contributo al cambiamento". Però nel corso del nostro rapido incontro - i tempi di Moore sono monitorati, seguiti da assistenti solerti – spiega anche che il cinema, o meglio questo tipo di cinema in prima persona "agit prop", ha intenzione di abbandonarlo. "Sono stanco, faccio queste cose da vent’anni e ora sono gli altri, i cittadini americani, che devono muoversi. Non può essere tutto sulle spalle di Obama o sulle mie, vorrei vedere risultati più concreti. Forse in futuro farò dei film di finzione o documentari. Non so, ma non voglio continuare a bruciarmi da solo".
L’altra notizia è invece che Moore lavorerà insieme a Sabina Guzzanti. "Non c’è niente di definitivo, ma l’Italia è uno di quei paesi dove meglio si può applicare quanto spiega Capitalism: A Love Story. Stiamo pensando di fare una tournée teatrale e di filmarla".
Una specie di 'Viaggio in Italia' con Sabina Guzzanti. Cercando cosa?
È strano perché ogni volta che vengo qui non riesco a conoscere una sola persona che abbia votato per Berlusconi. Eppure è lì da anni, è stato confermato. Non è un fatto sorprendente, anche in America Bush ha vinto due mandati presidenziali nonostante le sue bugie e le catastrofi interne causate dalla sua politica. Capisco che per voi è imbarazzante trovarvi con quell’uomo, e quindi nessuno lo ha votato. Però c’è, col potere dei media e delle tv.
'Capitalism a Love Story' racconta momenti di disperazione e di rivolta. Nel parallelo tra Obama e Roosevelt, di quest’ultimo lei mostra il discorso alla nazione prima della morte. E la fine della sua politica, quando insieme a lui, sparisce ogni progetto di cambiamento. Oggi, nonostante Obama, ogni sette secondi in America qualcuno perde la casa. La scena del crimine, ovvero Wall Street, è intoccabile?
Non sono pessimista, non sono neppure ottimista perché so che viviamo in un’epoca buia. Nonostante questo, vedo segnali promettenti. Credo molto nella volontà degli americani, nella capacità che hanno di cambiare le cose, come un Superman all’ennesima potenza, anche in modo un po’ folle. Siamo riusciti a andare sulla Luna, a inventare la televisione, internet. A mandare alla Casa bianca un african american anche se negli Stati uniti c’è un forte razzismo. Riuscite a immaginare voi in Italia un primo ministro di origini etiopi? È chiaro che ci sono questioni complesse in America, come la sanità. Il partito democratico non ha una struttura forte. Obama ha presentato alcuni mesi fa al Congresso una proposta per chiudere Guantanamo e solo pochi del suo partito hanno votato a favore del finanziamento per farlo. È incredibile, ma si spiega col fatto che Obama è più progressista del suo partito e questo nel tempo potrebbe essere per lui un grave problema. Ripeto: Obama non può fare tutto da solo, chi lo ha votato deve adesso partecipare. La democrazia funziona così.
Nel film ci dice che le grosse banche del paese, dopo avere ottenuto il salvataggio dallo stato con Bush, si sono avvicinate a Obama sentendo che le cose stavano cambiando. E Golden Sachs ha sostenuto la sua campagna con 17 milioni di dollari...
In realtà, è un milione di dollari. Ma Obama è un uomo libero, se le banche pensano di controllarlo col supporto dato alla campagna elettorale si sbagliano. Voglio però che gli americani lo sappiano. È come una lente per osservare da vicino e meglio le sue mosse.
'Capitalism: A Love Story' spiega il senso del libero mercato, l’intreccio tra capitale e politica che causa il crollo delle classi meno protette. Qual è il suo metodo di lavoro, e quali sono le sue priorità?
La prima cosa che conta è fare in modo che i miei film siano compresi dal pubblico americano. Che non ha un’adeguata istruzione sul resto del mondo, forse di certi paesi non sa neppure l’esistenza. L’America eleggendo Obama ci ha mostrato una trasformazione. Negli anni precedenti, scegliendo Bush, sosteneva la guerra e la politica economica in terna. Ora la maggioranza dei cittadini ha detto basta ed è ancora più importante capire le cose. Si deve comunicare, emozionare. Io cerco di farlo anche con la musica: alla fine del film, c’è una versione swing dell’Internazionale, ma se avessi usato quella classica sovietica non avrebbe funzionato. Ho preso il pezzo di Tony Bambino e l’ho rimontato. Agli americani arrivano quei valori che non riguardano il socialismo, ma che già Jefferson o Gesù avevano insegnato, che i poveri cioè devono essere aiutati e non calpestati. Marx, che dio l’abbia in gloria, non ha inventato nulla.

“Non togliere vita alla vita”: Terzani dimenticato



di Fillipo Schillaci

L’interdipendenza di tutti gli esseri viventi: ecco la radice del pensiero di Terzani, l’idea fondante da cui deriva tutto il resto. La nonviolenza, il rispetto della vita in tutte le sue forme e la scelta vegetariana discendono proprio dalla consapevolezza che non può porsi confine all’interno del Pianeta.

Non che io abbia qualcosa contro la mortadella, che anzi considero un nobile insaccato…(Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio)
…venite in anticipo (...) con un bel panino con la mortadella…
(Massimo de Martino, invito a partecipare a una “serata Anam”, sulla newsletter del sito web www.tizianoterzani.com del 27 marzo 2006)
…era un brav’uomo, un lavoratore; aveva realizzato un allevamento biologico…
(messaggio apparso sul forum del sito web www.tizianoterzani.com)
…anche il mio essere vegetariano è una scelta morale. Ma come si può allevare la vita per ucciderla e mangiarsela?(…) Hai mai sentito gli urli di un macello di maiali? E come puoi poi mangiare il maiale?
(Tiziano Terzani, Anam il senzanome)
Già questa semplice sequenza di citazioni può indurci a riflettere su quanto è accaduto attorno alla figura e al pensiero di Tiziano Terzani dopo la sua morte: una rimozione totale di un aspetto fondamentale del suo pensiero, anzi del fulcro attorno a cui si muove tutto il resto, il “non togliere vita alla vita”, a qualunque vita. E’ un argomento cui Terzani dedica poche ma decisive pagine del suo libro Un altro giro di giostra, ma è in realtà un tema che pervade ogni sua pagina e che la motiva. E’ il vero punto d’arrivo di una ricerca partita dal desiderio di vincere il cancro e giunta a un lieve rapporto con la vita imparato insieme a un altrettanto lieve rapporto con il suo specchio, la morte vista come momento naturale dell’esistenza.
Ecco, cosa ne hanno fatto di tutto ciò?
In un primo tempo avevo temuto che, passato il breve periodo del successo commerciale, Terzani sarebbe stato dimenticato nella sua totalità, come è già accaduto a molti altri grandi del pensiero nonviolento. È invece accaduto di peggio: la macchina pubblicitaria dell’editore si è spinta fino a creare a sostegno del proprio business una sorta di pseudo religione, il “terzanismo”, che, per poter diventare fenomeno di massa, e dunque redditizio, doveva essere estremamente banalizzata e resa inoffensiva. Il risultato sta al pensiero di Terzani come una sigletta televisiva sta a una sinfonia di Beethoven: una profusione di massime orientali, di riferimenti alla reincarnazione conditi con un generico pacifismo, e chi più ne ha più ne metta; tutto ciò che può essere utile a creare un alone di inoffensiva consolazione, a circoscrivere terapeutici momenti di evasione che lasciano la propria vita e il mondo così com’è.

Rimane escluso dal ‘terzanismo’, fra l’altro, uno dei punti cardine del pensiero di Terzani: l’imperativo del cambiamento, il cambiamento radicale a partire da dentro, e dunque nella propria vita («vivi una vita in cui puoi riconoscerti», dice il Swami di Un altro giro di giostra) e nel proprio rapporto col mondo esterno. Rileggiamolo allora, questo Terzani:Alla fine tutto va messo alla prova: le idee, i propositi, quel che si crede di aver capito e i progressi che si pensa di aver fatto. E il banco di prova è uno solo: la propria vita. (…) A che vale predicare la non violenza se si continua a profittare del violento sistema dell’economia di mercato?
(…)
Ma noi siamo pronti a cambiare la nostra vita che nella maggior parte dei casi giusta non è? Cambiare è una delle cose più difficili da fare. Il cambiamento ci fa paura e nessuno vuole davvero correggere il proprio modo di vivere.
Terzani, dunque, sottolinea la necessità di tradurre in scelte, in atti concreti, le idee, i propositi, senza di che essi restano sterili esercitazioni intellettuali sfocianti inevitabilmente nell’ipocrisia. Al pensiero di Terzani, infatti, non ci si accosta come ad un’astratta dissertazione filosofica; esso indica un diverso modo di essere cui corrisponde, come parte indissolubile, un diverso modo di fare.
Ed egli è anche molto esplicito nel chiarire che l’orizzonte del cambiamento deve essere ben più ampio di quello racchiuso nel recinto, ormai sappiamo quanto asfittico, della società umana. Millenni di pensiero integralmente centrato sull’umano e cieco verso tutto il resto della biosfera, nel ruvido grembo del quale siamo tutti cresciuti, ci hanno condotto al disastro planetario. Allargare la nostra visione fino a comprendere in essa la totalità della biosfera è condizione necessaria per uscirne. E Terzani torna ripetutamente su questo tema:
Più ci inciviliamo, più ci allontaniamo dalla natura, compresa la nostra natura che è quella di essere parte del tutto.
(…)
Ero solo, ma dovunque posassi lo sguardo c’erano decine, centinaia, infinite altre esistenze. Dovunque c’era vita, in varie forme, in vari stadi: vita in continua creazione.
(…)
… acchiappavo con un fazzoletto le mosche entrate nella mia stanza per poi liberarle dalla finestra. (…) non perché pensassi che fossero la reincarnazione di qualcuno, ma perché mi pareva un modo per essere in armonia con gli altri esseri viventi, un’occasione per non togliere vita alla vita.
(…)
L’uomo deve sviluppare una nuova coscienza di sé, del suo essere al mondo, dei suoi rapporti con gli altri uomini e con gli altri esseri viventi. (…) Dobbiamo creare un movimento che alzi, in ogni modo possibile, il livello della coscienza umana verso (…) la interbeing consciouness, la coscienza dell’interdipendenza di tutti gli esseri viventi. (Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra)

“L’interdipendenza di tutti gli esseri viventi”: è questa la radice del pensiero di Terzani, e del pensiero nonviolento in generale. E’ l’idea fondante, da cui deriva tutto il resto.Apriamo a questo punto una breve parentesi per ricordare che la scelta vegetariana, da cui è partito il nostro discorso, accomuna molti dei grandi maestri della nonviolenza: Tolstoj, Gandhi, Lanza del Vasto, Capitini, Schweitzer lo erano. E il ricorrere di essa dall’uno all’altro, la sua costante presenza nel pensiero e nella vita di tutti loro ci fa pensare che il legame fra pensiero nonviolento e rispetto della vita in tutte le sue forme non sia un’opzione accessoria ma un legame irrinunciabile, necessario alla coerenza interna del pensiero stesso.
Quella del Terzani vegetariano infatti non è una posizione soggettivamente sentimentale, bensì una conseguenza inevitabile proprio dell’idea di unità e interdipendenza delle forme viventi (e, più in generale, di tutte le cose). Questa a sua volta è un’idea che percorre la storia del pensiero umano lungo un arco di molti secoli, che va dall’oriente all’occidente, dal buddhismo fino a quegli studi del MIT per il Club di Roma che, negli anni ’70 del XX secolo, applicarono per la prima volta la dinamica dei sistemi all’analisi del sistema mondiale.
In molti modi, in molte lingue, in molti sistemi di pensiero è stata detta la stessa cosa: che non può porsi alcun confine all’interno del pianeta, che non possiamo pensare e agire per compartimenti stagni perché tutto è interconnesso. Che non possiamo pensare di rispettare A e massacrare B perché A e B sono parti di una stessa cosa e noi siamo un’altra, interdipendente, parte di quella stessa cosa. Scrive a questo proposito Gianpietro Sono Fazion:
Il riconoscere che non esistiamo soli e che non siamo solo per noi, che ci troviamo all’interno di un unico fluire in cui la sola certezza è data dalla coscienza di un’incredibile molteplicità di relazioni, induce a considerare l’altro da un punto di vista originario, di eguaglianza. (Gianpietro Sono Fazion, Una stella a oriente)

Ma qual è la relazione fra tutto ciò e la scelta vegetariana? Perché la nonviolenza come metodo di vita conduce, fra l’altro, ad essa? Spesso omettiamo di pensare (preferiamo non pensare) che la produzione dell’alimento “carne” comporta inevitabilmente una fase, la macellazione, su cui è bene soffermarsi un momento. “Macellazione” è una parola che indica un insieme di tre azioni. Uno, sfondare il cranio; due, sgozzare provocando la morte per dissanguamento; tre, sventrare e squartare. Possiamo immaginare una pratica della nonviolenza che ammetta tali azioni? Possiamo farlo a una condizione: innalzare una barriera culturale fra noi e ciò che viene sfondato, sgozzato, squartato. Dobbiamo immergerci in un immaginario in cui noi e solo noi che siamo al di qua del confine siamo la Vita e tutti gli altri sono “cose”, “risorse”, infinitamente manipolabili, sfruttabili, cancellabili. Non soggetti, non esseri viventi, meno che mai esseri senzienti. Questo immaginario ha un nome: si chiama antropocentrismo, ed è nato per giustificare il dominio cruento dell’uomo su ogni altro membro delle comunità viventi della Terra. Condizione indispensabile a sua volta per consentire la crescita (velleitariamente) illimitata dell’uomo stesso.
Ma innalzare un confine significa negare l’interdipendenza di ciò che sta da una parte e dall’altra, significa pretendere che si possa agire a vantaggio di una parte sfruttando l’altra. Significa generare una cultura del dominio.
Ecco dunque perché Lanza del Vasto definiva il male come l’agire per un bene parziale, ecco perché Schweitzer definiva l’uomo giusto come «colui che, quando trova un lombrico che si è smarrito dopo un temporale e si sta seccando sull'asfalto rimette l'animale nell'erba senza chiedersi di quanta intelligenza o sensibilità o valore sia dotato», ecco perché la nonviolenza implica il rispetto necessario per ogni forma di vita senziente. A cominciare, ovviamente, dalle scelte relative alla propria vita materiale, fra cui quelle alimentari. Ecco dunque perché la scelta vegetariana deve considerarsi puramente consequenziale alla scelta nonviolenta.

New UFO Sightings 2009 No Joke Real Footage!



http://www.youtube.com/user/DiscloseTV

Controllo mentale e dell'umore



Proponiamo la traduzione di un articolo tratto dal sito ellenico enouranois, dedicato a scie chimiche, H.A.A.R.P. e temi correlati. E' un portale ricco di risorse e bilingue, in greco ed in inglese.

Nel mondo occidentale il controllo della popolazione fu inaugurato con la mind war, una guerra interna contro la cultura e la società. Così cominciò l'istupidimento del lavoratore statunitense, con l'intrattenimento, gli sport ed i media che furono gli strumenti dell'operazione. I vaccini, i dolcificanti artificiali, il fluoro nei dentifrici aiutarono molto: le scie chimiche sono la classica ciliegina sulla torta. Il controllo non ha una valenza meramente numerica. Il controllo implica il condizionamento di ciò che si sente e pensa. Riguarda il luogo in cui vivi, la salute, la diffusione di malattie, la procreazione. Controllo significa creare una matrix in cui non sono lasciate variabili al libero arbitrio ed alla natura. La matrix è qualcosa in cui qualcos'altro origina e si sviluppa.


E.L.F.



Il cervello umano usa e registra le E.L.F. (onde a bassissima frequenza) cui risponde. Frequenze intorno ai 10,8 hz causano insofferenza, quelle intorno ai 6,6 hz depressione. Con l'atmosfera resa conduttiva dai metalli ionizzati, le frequenze per così dire, sono portate tra noi. Consideriamo la ionosfera come un trampolino: la macchina per le frequenze nota come H.A.A.R.P. le spinge verso l'alto, poi le onde sono deflesse dalla ionosfera sulla terra. La nostra aria elettroconduttiva tiene queste frequenze, mentre il sistema G.W.E.N. (Ground Wave Emergency Network, rete ufficialmente installata per garantire le comunicazioni in caso di emergenza), riceve e dissemina queste frequenze a livello del suolo. E' stato anche ipotizzato che il sistema televisivo ad alta definizione, le cui apparecchiature sono installate nelle abitazioni, convoglierà onde elettromagnetiche in modo molto preciso e circoscritto per influire sull'umore e sulla mente.[...] Molte persone riportano disturbi collegati alle chemtrails, nei giorni di pesante irrorazione: problemi respiratori, allergie, riniti, forme influenzali, cefalee, improvvisi sbalzi di umore. La parola "stress" è relativamente nuova... cento anni fa molte persone conducevano vite più dure di quelle attuali, eppure non erano "stressate".[...]


La chimica dell'organismo umano

Siamo diventati cavie da laboratorio il cui equilibrio biochimico è stato alterato. Con l'atmosfera elettro-conduttiva, ormai stiamo ricevendo questa corrente. Le irrorazioni chimiche, che datano da almeno due decenni e che si sono intensificate nel 1998, hanno saturato l'aria di polimeri, nanoparticelle metalliche ed elementi biologici (inclusi cellule sanguigne e funghi) che sono penetrati nei nostri organismi. Come il suolo, le piante e gli animali, coesistiamo con questi elementi nocivi. Siamo stati impercettibilmente trasferiti dalla nostra vera natura in una matrix ingegnerizzata dove tutte le nostre funzioni possono essere dirette ed osservate. Che tu te ne accorga o no, è quanto sta avvenendo. Per citare Carnicom: "La saturazione è completa. Si tratta ora solo di mantenere e concentrare".

Le scie chimiche sono parte di un un sistema d'arma integrato. Sebbene il programma si riferisca apparentemente ad un disastroso intervento di modificazione meteorologica (che non è stato ufficialmente ancora ammesso), gli aerosol contengono parassiti che sono il risultato della bio-ingegneria. Secondo stimati ricercatori, ormai siamo tutti virtualmente contaminati. Forse "seminati" è la parola più adatta, se si pensa al Morgellons. La miscela di parassiti biotecnologici, patogeni, metalli, nano-robot è stata concepita per creare un substrato adatto all'informazione. Qualcuno ha forse intenzione di inserire dei microchips? Non pensare all'indignazione per i microchips R.F.I.D. (radio frequency identification). Siamo stati già inseriti in una Rete. E' già accaduto.


http://www.tankerenemy.com/