giovedì 12 novembre 2009
BANCHE ITALIANE E ASSEGNI STRANI
Mercoledì, 11 novembre
DI ROBERTO SCORCELLA
ilribelle.com
Non solo i grandi colossi del credito hanno avuto (e hanno) condotte quanto meno criminali. Stavolta molto di strano c’è anche da “noi”.
Ecco la storia di Unicredit e Nazareno Gabrielli
Un'azienda sull'orlo del fallimento di questi tempi non è una novità. Particolarmente inquietante, ma anche questa purtroppo inizia a diventare una consuetudine, il fatto che a spingerla verso il baratro sia stata una banca. La vicenda riguarda un marchio che a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta è stato una griffe rinomata, sui livelli di Gucci e Cartier, con negozi in ogni parte del mondo e capi ricercatissimi. Stiamo parlando della Nazareno Gabrielli, azienda del maceratese fondata nel 1907 dall'uomo che le ha dato il nome. Per entrare nella vicenda bisogna capire che cosa è stata la Nazareno Gabrielli. Specializzata nel pellettiero, sotto la direzione del manager David Passini sceglie negli anni Ottanta di introdurre il design in ogni prodotto e buttarsi a capofitto in una politica di marchio con una netta predilezione verso il settore femminile.
La scelta è vincente e gli anni Novanta vedono la Nazareno Gabrielli sfiorare un fatturato di 130 miliardi con circa 600 dipendenti. Gli effetti di qualche operazione finanziaria azzardata, portano verso una parabola discendente e a un declino inesorabile. Passini vende nel 1999 l'azienda a Angelo Corona, manager abruzzese che due anni prima aveva rilevato il 100 % della fiorentina Pineider, dopo che Diego Della Valle aveva rinunciato all'opzione per rilevare i due stabilimenti della Gabrielli.
Nel 2005 il marchio viene rilevato da un giovane torinese rampante, Filippo Tarocco, amministratore delegato di Key Group. "La società" dichiara Tarocco ai giornali dopo l'acquisizione della Gabrielli "intende sviluppare un piano di rilancio triennale, con al centro un forte sviluppo internazionale del marchio, che sarà riposizionato all'interno del segmento alto del mercato. Prevista a tale scopo anche la prossima apertura di 30 negozi monomarca in Italia e all'estero. Tra gli obiettivi c'è la salvaguardia dell'occupazione e delle competenze del settore della pelletteria, come pure la garanzia della presenza di un sito industriale a Tolentino". Dopo due anni, nel 2007, Tarocco, con la Gabrielli sull'orlo del fallimento, venderà il marchio. Nel frattempo, però, malgrado tutto si realizza come esperto di economia aziendale scrivendo un libro: "Basilea 2. Nuovi scenari del rapporto banca-impresa". Uno dei capitoli riguarda il rapporto fra banche e imprese. Che evidentemente conosce molto bene, visto quello che succederà qualche mese dopo l'acquisizione del marchio Nazareno Gabrielli da parte dei nuovi proprietari, due imprenditori milanesi: Paolo Badile e Michele Spagna. Il passaggio di consegne ufficiale della proprietà di quella che ora si chiama Pelletterie 1907 da Tarocco a Badile e Spagna avviene il 4 ottobre 2007. Quanto successo nei giorni successivi lo racconta lo stesso Badile. “Penso sia opportuno partire dalle date. La nuova società si è formalmente insediata il 4 ottobre 2007. Abbiamo trattato con la precedente proprietà, preso visione dei bilanci e delle esposizioni nei confronti degli istituti di credito fino ad arrivare alla acquisizione della Nazareno Gabrielli. Magicamente, e per la nostra gestione drammaticamente, nell’estratto conto di Unicredit di fine ottobre 2007 ci siamo visti addebitare settantadue assegni per quasi un milione e trecentomila euro. Questi assegni erano stati emessi fra l’aprile e il giugno 2007 dalla precedente gestione e regolarmente pagati da Unicredit alla data dell’incasso.
Una somma tanto rilevante, però, è rimasta sospesa per così dire… nell’etere per circa sei mesi fino a ricomparire improvvisamente non appena noi ci siamo insediati. Per essere ancora più precisi, tutti i settantadue assegni ci sono stati addebitati con la medesima data: 22 ottobre 2007. Curioso, no? Soldi letteralmente scomparsi per così tanto tempo di cui nulla sapevamo e che hanno provocato il dissesto finanziario di Pelletterie 1907. Infatti, a seguito dell’addebito sul conto di una cifra così cospicua, Pelletterie 1907 è entrata nella Centrale Rischi di Banca d’Italia in quanto ha sconfinato dagli affidamenti concessi per oltre un milione di euro. Una cosa simile non l’ho mai vista né sentita in tutta la mia vita. Oggi un risparmiatore che deve pagare un assegno, se entro due giorni dalla data dell’incasso non ha i fondi sul conto, il titolo viene protestato. Ho sempre creduto che gli istituti di credito potessero in qualche modo aiutare privati e aziende, confidando nella buona fede e nella buona gestione del denaro loro affidato. Questa vicenda, al contrario, mi ha aperto gli occhi su come realmente funziona il sistema”. E quando chiediamo a Badile chi abbia incassato quegli assegni la risposta è semplicemente disarmante. "I soldi sono finiti a diversi soggetti. Una parte ai fornitori, una parte è stata invece incassata da società collegate alla precedente gestione”.
Evidentemente Tarocco aveva proprio studiato bene il capitolo del rapporto banche-imprese. Ma le dolenti note devono ancora arrivare. Entrare nella Centrale Rischi di Banca d'Italia oggi per un'azienda vuol dire aver chiuso con il credito. La stessa cosa che capita ai privati che non pagano la rata dell'aspirapolvere e si ritrovano nelle black list come il famigerato Crif: credito precluso per almeno un decennio, sempre che la plutocrazia bancaria sia benevola nei suoi confronti. E a Pelletterie 1907 cosa è successo dopo essere stata inserita nella Centrale Rischi? “Alcune banche" spiega Badile "ci hanno bloccato l’utilizzo delle linee di credito in essere e negato la possibilità di ricorrere a linee di credito aggiuntive. Inoltre, mi sono state chieste ulteriori garanzie personali per linee di credito già esistenti, peraltro stranamente concesse per importi rilevanti alla precedente gestione senza alcun tipo di garanzia. Un’azienda di pelletteria che lavora in un settore “stagionale” come quello del fashion deve obbligatoriamente ricorrere al finanziamento bancario per finanziare un ciclo produttivo che si chiuderà con l’incasso del cliente dopo oltre un anno. Questo comportamento di Unicredit ha fatto sì che gli aumenti di capitale versati su Pelletterie 1907, circa tre milioni e mezzo di euro, non siano stati utilizzati in maniera efficiente per poter ristrutturare il debito dell'azienda, ma per finanziare il corrente ovvero la produzione e per pagare oltre tre mesi di decine di stipendi arretrati, eredità della precedente gestione. Da qui, quindi, si è innescato un effetto domino con il sistema bancario che, con il tempo, ha portato prima alla crisi di liquidità e poi alla situazione attuale”. Insomma, piani di rilancio e di investimento azzerati ancor prima di cominciare, carenza di liquidità, ritardi nei pagamenti degli stipendi e a luglio 2009 un'istanza di fallimento promossa dai dipendenti e pendente al Tribunale di Macerata. Con il rischio che un marchio ultracentenario, segno della storia e della laboriosità di un intero territorio, finisca magari nelle mani di qualche cinese facoltoso per quattro denari. Intanto i 50 dipendenti della Gabrielli sono tutti a casa. E per loro non sembrano esserci prospettive, soprattutto nell'eventualità che l'azienda venga dichiarata fallita. Pelletterie 1907 si è rivolta al Tribunale civile di Milano chiedendo il rigetto dei decreti ingiuntivi di pagamento emessi da Unicredit ad aprile 2009, sostenendo il dolo negoziale con richiesta di risarcimento dei danni finanziari e d'immagine. Il Tribunale, dopo una prima udienza ha aperto un giudizio di merito per una valutazione tecnica. Prima, però, c'è stato un tentativo di accordo? “Certamente.
Una società ceduta dopo regolare visura dei libri contabili. A cessione effettuata, assegni stellari addebitati sul conto corrente. Firmati dalla precedente proprietà. 50 lavoratori per la strada. E una causa in corso.
Ci siamo seduti a un tavolo” dice Badile "e ho dovuto accettare fidejussioni personali per oltre 5 milioni di euro, oltre a un piano di rientro assolutamente insostenibile per un’azienda in evidente difficoltà finanziaria”. Unicredit, dal canto suo, chiarisce la propria posizione affermando che "gli assegni non furono addebitati alla data del loro ricevimento in quanto la procedura non prevede addebiti in assenza di provvista". Furono perciò "allocati a sospesi in attesa che si verificassero alcuni eventi prospettati dall'azienda (aumento di capitale e incasso crediti), in considerazione dei quali la banca aveva deciso di accordarle la sua fiducia". Ma gli assegni, in assenza di provvista, non finiscono nelle mani di un notaio per poi essere eventualmente protestati? Perlomeno questa è la regola applicata con i poveri cristi. Qui, invece, si tiene 1 milione e 300mila euro allocato chissà dove in attesa che si verifichino eventi aleatori prospettati da un'azienda in crisi! Dove saranno finiti tutti quei soldi fra il maggio e la fine di ottobre del 2007? Mistero. Così, mentre il presidente del consiglio a Tripoli cerca di ottenere da Gheddafi ossigeno (denaro fresco) per finanziare Unicredit in difficoltà e il ministro Tremonti da mesi suona una tremebonda carica contro le banche che non finanziano le imprese, cinquanta persone si trovano per strada, senza più un lavoro, senza più uno stipendio, senza più una prospettiva anche e soprattutto per un comportamento quantomeno anomalo di un istituto di credito che paga assegni senza copertura finanziaria sulla base di "promesse". E c'è da riflettere perchè se questo è capitato a una piccola azienda come Pelletterie 1907, si può immaginare cosa possa succedere quando il discorso si allarga verso le grandi industrie. Ma in tempi di plutocrazia non c'è da aspettarsi altro che storie come questa.
Roberto Scorcella
Fonte: www.ilribelle.com/
Novembre 2009 - Anno 2 Numero 14
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La Cina disse “pioggia” e pioggia fu… o quasi
di Alessandra Profilio
Dopo un periodo di siccità, il governo cinese ha deciso di intervenire provocando artificialmente la pioggia. A causa delle basse temperature, però, la pioggia si è trasformata in una inaspettata nevicata su Pechino. Un incidente di percorso o, forse, un “segnale” della natura a chi crede di poter dominare il mondo…
E il settimo giorno i cinesi crearono la pioggia, o meglio, la neve.
Ebbene sì, dopo due lunghi mesi di siccità, le autorità cinesi hanno deciso di intervenire. Affidarsi ad una danza propiziatoria sarebbe stato troppo "rischioso" e così i metereologi, qualche giorno fa, hanno preferito passare alle maniere forti “bombardando” le nuvole con agenti chimici capaci di indurle a produrre pioggia.Qualcosa, però, non è andato come previsto: i manipolatori del clima non avevano fatto i conti con il forte freddo che ha trasformato la pioggia in tanti candidi fiocchi di neve. Le strade di Pechino, del tutto impreparate alla nevicata, sono quindi rimaste paralizzate per diverse ore.
Al di là dell’imprevisto pare proprio che la realtà abbia superato la fantasia… ancora una volta.
Già in passato, infatti, la Cina aveva prodotto artificialmente la pioggia per contrastare la siccità e, viceversa, aveva limitato le precipitazioni per far sì che un limpido cielo facesse da sfondo ad eventi importanti (come è avvenuto ad ottobre durante la parata della festa nazionale e nel 2008 in occasione delle Olimpiadi).
Ad aprire la strada alla manipolazione del clima sembra sia stato Albert Stiger, viticoltore e sindaco della città austriaca di Windisch-Feistritz, che nel 1896 mise a punto un esemplare di cannone antigrandine.
Mezzo secolo dopo, nel 1946, Bernard Vonnegut, scienziato americano della General Electric, constatò come nuclei di ioduro d’argento fossero in grado di catalizzare l’umidità contenuta nelle nubi trasformandola in acqua o in neve in base alla temperatura dell’aria.
Tale processo è divenuto nel tempo assai diffuso: si pensi che ad utilizzare questa tecnica sono oggi oltre 40 Paesi per un consumo mondiale annuo di circa 50 tonnellate di sali d’argento. Nel frattempo, però, cresce anche l’allarme per la possibile pericolosità di queste sostanze per la salute umana.
I principali Paesi interessati alla modificazione del clima sono l’Israele, che tenta di sfruttare ogni possibile risorsa idrica per il irrigare il proprio suolo estremamente arido, e gli Stati Uniti. Gli USA, infatti, da una parte vedono nella pioggia artificiale una possibile soluzione ai problemi delle zone più aride dell’Ovest, dall’altra nutrono l’ambizione di poter controllare i tornado e gli uragani che con la loro forza dirompente tormentano il Paese.
Tuttavia, negli ultimi tempi ad aver compiuto i progressi più rilevanti nel campo della manipolazione climatica è proprio la Cina che può contare su un esercito di oltre 35mila tecnici (impiegati presso il Dipartimento per la modifica del clima) ed un budget di 500 milioni negli ultimi cinque anni.
Grandi risorse, quindi, impiegate in una colossale impresa, quella di controllare il sole e la pioggia, la grandine e la neve… in altre parole cambiare il clima.
Un’impresa da dio, o forse da uomo. Quello stesso uomo che, per incoscienza o credendosi onnipotente, con il clima “gioca” ormai da tempo…
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Vivere senza soldi, è possibile?
di Andrea Boretti
E' possibile vivere senza soldi? Secondo una mentalità occidentale si tratta di un’impresa impossibile da sostenere, eppure è proprio un occidentale ad averci provato. Le difficoltà sono state tante e il suo sogno è durato poco, ma il suo entusiasmo lo ha spinto a riprovarci di nuovo. Leggete come.
A marzo 2008 Mark Boyle, ex-businessman di 28 anni, divenne famoso per aver tentato di raggiungere a piedi l'India senza neanche un soldo in tasca. Il viaggio avrebbe dovuto durare due anni e mezzo e nelle intenzioni di Boyle avrebbe dovuto dimostrare che l'umanità è fondamentalmente buona. L'idea era di raggiungere il luogo di nascita del Mahatma Gandhi raccontando la sua storia e il suo viaggio e ricevendo in cambio cibo e accoglienza.
Il sogno durò ben poco. Boyle giunto a Calais, dopo appena un mese, si scontrò con le difficoltà di una lingua che non sapeva parlare, incapace, quindi, sia di raccontare la propria impresa sia di recuperare del cibo. Mark veniva visto come un "homeless" e rischiava di morire di fame.Il viaggio senza soldi si interruppe quindi quasi subito, ma non infranse la fede di Mark che ci ha riprovato buttandosi in una nuova sfida: vivere un anno senza soldi. L'approccio filosofico che sostiene la scelta è semplice: i soldi hanno posto troppi gradi di separazione tra la gente (i consumatori) e ciò che viene consumato (la terra, gli animali, ecc, ecc...) creando quindi un'umanità - occidentale s'intende - incosciente dei danni e della sofferenza che ogni oggetto acquistato si porta dietro.
"Se coltivi il tuo stesso cibo, non ne butti via un terzo come facciamo oggi. Se costruissimo i nostri tavoli e le nostre sedie, non li butteremmo via per cambiare l'arredamento interno. Se dovessimo purificare la nostra stessa acqua probabilmente non la contamineremmo" dice Mark. Con questa convinzione nel cuore Mark, ormai da quasi un anno, vive in una roulotte vicino ad un campo di agricoltura biologica dove fa il volontario, cucina su una griglia alimentata a legna appena fuori dalla sua dimora, alimenta un cellulare (con i quale riceve ma non chiama) e un laptop con energia solare e si produce il dentifricio con ossi di seppia e semi di finocchio selvatico.
Giunto oramai verso la fine Mark dice di aver imparato che l'amicizia ti da molta più sicurezza dei soldi e che la povertà occidentale è soprattutto una povertà dello spirito.
Ma cosa possiamo imparare noi leggendo la sua storia? In un mondo devastato dalle guerre, dalla fame, dal riscaldamento climatico e da tanti altri problemi, a cosa dovremmo dedicarci per primi? Ad uno per volta? Forse a nessuno ci dice tra le righe Mark, forse dovremmo capire quale idea di mondo stiamo inseguendo - basato sulle relazioni? sulle emissioni zero? sul minor impatto ecologico possibile? in armonia con la natura? sui diritti umani? - e cercare di renderla reale anzitutto nella nostra vita.
Mark Boyle ne è stato capace, e noi?
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Yoani Sanchez la blogger con i lividi al culo
Alessandro Belmonte *, 11 novembre 2009
Dibattito In questi giorni ha trovato molto spazio sui quotidiani italiani la notizia del presunto pestaggio ad opera della polizia cubana della blogger Yoani Sanchez. Il tutto parte da un articolo della stessa Sanchez sul proprio blog, Generazione Y, in cui racconta, in modo alquanto fantasioso la presunta aggressione che lei ed i suoi amici avrebbero subito.
Cito testualmente: "(...)ci hanno riempito di botte e spintoni, mi hanno caricato con la testa verso il basso e hanno tentato di infilarmi nell'auto. Ho afferrato la porta, ricevendo colpi sulle mani, sono riuscita a togliere un foglio che uno di loro portava in tasca e me lo sono messo in bocca. Mi sono presa un'altra scarica di botte perché restituissi il documento.Orlando era già dentro l'auto, immobilizzato da una mossa di karate che lo faceva stare con la testa verso il pavimento. Uno ha messo le sue ginocchia sul mio petto e l'altro, dal sedile anteriore mi colpiva nella zona dei reni e sulla testa per farmi aprire la bocca e liberare il documento. Per un istante, ho temuto che non sarei più uscita da quell'auto. "Sei arrivata fino a qui, Yoani", "Adesso la finirai di fare pagliacciate", ha detto quello che era seduto accanto all'autista e che mi tirava i capelli (...)".
Da notare che la stessa afferma di essere stata "riempita di botte" e di avere ricevuto "colpi sulla testa e sulle mani". Sarà utile in seguito.
Ancora più fantasiosa la presunta fuga dai "terribili poliziotti" inviati dal regime per farla tacere per sempre: "(...) In un gesto di disperazione sono riuscita ad afferrare, dai pantaloni, i testicoli di questo personaggio. Ho affondato le mie unghie, supponendo che lui avrebbe continuato a schiacciare il mio petto fino all'ultimo respiro. "Uccidimi adesso", gli ho gridato, con il fiato che mi restava, ma quello che stava nei sedili anteriori ha detto al più giovane: "Lasciala respirare" (...)".
Innanzitutto non si comprende come sia conciliabile la presunta mancanza di libertà di espressione che la Sachez denuncia con il fatto che essa possa liberamente gestire un blog apertamente anti-castristra proprio da Cuba. Tra l'altro, sempre da Cuba, la stessa ha rilasciato proprio in questi giorni un'intervista al corrispondente della Bbc Fernando Ravsberg che, trovandola in perfette condizioni di salute (la foto dell'articolo è quella fatta dalla Bbc), giustamente le chiede come mai non abbia mostrato nessuna foto dei lividi causati dalle percosse che sostiene di aver ricevuto (nel post sul suo blog è inserito un video in cui vi sono una decina di ragazzi con dei cartelli e nessun pestaggio, nemmeno l'ombra della polizia).Tutta da leggere la risposta: "Ho diverse contusioni, in particolare sui glutei, purtroppo non posso mostrarli. Per tutto il weekend ho avuto gli zigomi e il sopracciglio gonfi. E soprattutto ho avuto molto mal di schiena. Ho perso molti capelli però avendo una capigliatura molto folta non si nota".
La domanda è: i lividi sono realmente sul culo oppure è lei che vorrebbe prenderci tutti per il culo?
E quei quotidiani come "Il Fatto Quotidiano" che, senza verificare la veridicità della notizia, si sono subito affrettati in una raccolta firme per esprimere solidarietà alla Sanchez, sono da considerasi vittime della presa per il culo oppure corresponsabili?
*www.ilbriganterosso.info
Italia, stop alle violenze in carcere
Benedetta Guerriero
11/11/2009
Un garante nazionale dei detenuti per vigilare sull'operato degli agenti penitenziari
Dopo la morte di Stefano Cucchi, brutalmente picchiato dalla polizia penitenziaria, si torna a parlare della violenza nelle carceri. Le immagini del corpo martoriato del giovane hanno scosso l'opinione pubblica, riportando l'attenzione su un problema del quale si è scritto e discusso tanto, senza, però, mai arrivare a una soluzione.
Arrestato, perché in possesso di una modica quantità di sostanze stupefacenti, Stefano è entrato in carcere in buone condizioni di salute, per non uscirne più. La sua morte si somma a quella di tante altre "misteriose" scomparse avvenute nei penitenziari nell'indifferenza e nell'omertà delle guardie carcerarie. In queste ore un'altra inchiesta è stata aperta per la notizia di un'altra morte in carcere, quella di Giuseppe Saladino, morto a 32 anni dopo la prima notte che passava in cella, per aver infranto gli arresti domiciliari. Peacereporter ha sentito sulla questione Susanna Marietti, responsabile dell'associazione Antigone, da anni impegnata nella difesa dei diritti dei carcerati.
Il caso di Stefano Cucchi ha riaperto il dibattito sulla violenza nei penitenziari. Pensa che anche questa volta, nel giro di pochi giorni, tutto tornerà a tacere?
Spesso è capitato che qualche settimana dopo il verificarsi di simili barbarie, la gente se ne dimenticasse, ma questa volta potrebbe non essere così. La determinazione della famiglia Cucchi potrebbe effettivamente riuscire a bucare il muro di silenzio che si crea intorno a questi episodi.
Da molti anni Antigone denuncia il ricorso alla violenza nelle carceri. In che modo si potrebbe cambiare questa situazione?
C'è molto da fare. Per prima cosa bisognerebbe evitare la creazione di una condizione di impunità in cui lo Stato e la polizia si rifugiano per coprire se stessi.
Che cosa intende per condizione di impunità?
Affermazioni come quelle del ministro La Russa che, senza sapere nulla, si è definito certo "del comportamento assolutamente corretto dei carabinieri" non aiutano a scoprire la verità.
Da un punto di vista giudiziario come si potrebbe agire?
Per prima cosa bisognerebbe velocizzare le pratiche dei procedimenti penali che, altrimenti, si insabbiano e cadono nel dimenticatoio. Stefano Cucchi purtroppo non è il primo a morire in carcere. Sorte analoga è toccata a Marcello Lonzi, morto in prigione nel luglio 2003. Il suo caso venne addirittura archiviato, ma nel 2006, grazie alla determinazione della madre, l'inchiesta è stata riaperta. Nell'ottobre 2007 è stata, invece, la volta di Aldo Bianzino. Arrestato perché scoperto a coltivare qualche pianta di marijuana, Aldo non è mai uscito dal carcere di Perugia.
Che cosa rende così difficile indagare su queste morti?
In realtà sono processi molto semplici. Le carceri sono strutture chiuse, non è difficile scoprire i colpevoli. Il problema è che non si vuole trovarli. Per la morte del giovane Federico Aldovrandi, gli agenti ritenuti responsabili del fatto sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per omicidio colposo. Una pena irrisoria. Questa impunità è un segnale preciso per le forze dell'ordine che si sentono libere di agire. Sono certi che nulla verrà loro fatto.
L'introduzione di una figura come quella del garante nazionale dei detenuti potrebbe servire a far diminuire gli episodi di violenza in carcere?
Abbiamo proposto la figura del garante nazionale dei detenuti per la prima volta a Padova nel 1998, ma da allora tutto è ancora fermo. Ci sono garanti a livello comunale, provinciale e regionale e funzionano molto bene.
Che compiti svolge il garante?
E' una figura indipendente che media tra l'istituzione carceraria e il detenuto. Ha inoltre una funzione preventiva perché, trattandosi di una persona terza, chi lavora in carcere sa di essere controllato. Fino a quando il garante non verrà riconosciuto a livello nazionale i suoi poteri rimarranno però limitati. Ora spetta alle singole strutture carcerarie decidere se aprire le porte ai garanti, ma, qualora venisse approvata la legge a livello nazionale, i penitenziari sarebbero costretti a far intervenire questo personaggio.
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Schedati perché musulmani
Luca Rasponi
11/11/2009
La proposta è di Enzo Bortolotti, sindaco leghista di Azzano Decimo
Far west. Uno straniero arriva in città, tutti lo guardano con sospetto. E poco dopo, inesorabile, ecco lo sceriffo. Con stella, pistola e la fatidica domanda: "Che sei venuto a fare nella mia città, gringo?". Prendete quello sceriffo, vestitelo in giacca e cravatta e trasportatelo dalle Terre selvagge al Friuli dei giorni nostri. Ed ecco magicamente comparire davanti a voi Enzo Bortolotti, sindaco leghista della cittadina di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone. Che alla fatidica domanda vuole sostituire un censimento: "In che Dio credi? Non sarai mica musulmano...?"
L'idea. Sembra un brutto film ma è proprio vero. Bortolotti e la sua giunta proporranno, alla riunione del consiglio comunale di giovedì 12 novembre, di censire i musulmani residenti ad Azzano. E non è neppure la prima volta che la Lega Nord avanza un'idea del genere. Pochi giorni dopo l'omicidio di Sanaa Dafani, uccisa dal padre perché aveva scelto di stare insieme ad un ragazzo italiano, il partito aveva presentanto una proposta analoga alla giunta regionale del Friuli, che l'aveva lasciata cadere.
I precedenti. Enzo Bortolotti è stato eletto per la seconda volta sindaco di Azzano nel 2007, con il 70 percento dei voti: un plebiscito. L'ampia base di consenso gli ha permesso di avanzare proposte sempre più estreme: dalle semplici ronde è arrivato infatti ad obbligare ogni immigrato a dimostare un reddito di almeno 5mila euro per accedere ai servizi sociali. Un provvedimento bloccato dall'Unione Europea, che lo ha ritenuto contrario alla sua Carta dei diritti fondamentali e al suo ordinamento legislativo. Senza considerare poi un vero e proprio precedente anti-islamico: la giunta comunale aveva vietato alle donne musulmane di indossare il burqa, con un'ordinanza poi vanificata dal Consiglio di Stato.
Le reazioni. Indignata l'opposizione, che definisce la vicenda "uno scandalo. Successe così anche nel '38 con le leggi razziali". Dubbi anche dagli alleati del Pdl: "Preferiamo dedicarci a cose più concrete e coerenti con il rispetto della persona. Italiani, stranieri o immigrati che siano" ha detto il coordinatore regionale del partito, l'onorevole Isidoro Gottardo. Le convinzioni in materia di fede "appartengono alla sfera privata di ognuno di noi". Dal mondo del diritto fanno notare che la proposta, oltre ad essere contraria alla privacy, viola gli articoli 3, 8 e 19 della Costituzione. Che sanciscono rispettivamente l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, la pari dignità di tutte le religioni e la libertà di culto.
L'imprevisto. Al momento però un ripensamento della giunta comunale non è l'unico fattore in grado di bloccare l'approvazione dell'ordinanza. La faccenda ha infatti un retroscena inaspettato: c'è un processo pendente nei confronti di Bortolotti che potrebbe costringerlo ad abbandonare la carica. Il sindaco ha contestato una multa, entrando così in un contenzioso con lo stesso ente che rappresenta, cioè il comune. Una condizione che la legge proibisce. In primo grado Bortolotti è stato condannato, ora si attendono gli altri due gradi di giudizio. Con una prospettiva singolare: sarebbe proprio strano vedere lo sceriffo in prigione.
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Le bugie sulla ripresa
Giovedì 12 Novembre 2009
di Ilvio PannulloC'è una grande confusione in Italia sullo stato in cui versa l'economia. Nonostante la discutibilissima politica dell'ottimismo voluta ed imposta dal Presidente del Consiglio, la stessa maggioranza appare infatti divisa circa la valutazione dei problemi che affliggono il sistema produttivo italiano. Dopo la contro-finanziaria depositata presso il Senato della Repubblica dall'onorevole Baldassarri, a confermare lo stato di agitazione in cui versa la maggioranza è arrivato lo stop imposto al governo. L'esecutivo è stato infatti battuto due volte nell'Aula della Camera su due emendamenti, uno del Pd e uno dell'Idv. Con uno scarto prima di quattro e poi di soli tre voti (263 voti a 259 e 262 voti a 259) sono state approvate due proposte di modifica sulle quali il governo aveva espresso parere contrario.
Sarà certamente un caso, ma i due emendamenti mirano nella sostanza a sgomberare il campo da eventuali possibili fraintendimenti circa l'interpretazione da dare agli indicatori normalmente utilizzati nell’analisi della contabilità dello Stato. Questo a pochi giorni di distanza dal trionfale annuncio, fatto in conferenza stampa dal Presidente del Consiglio e rilanciato immediatamente dal ministro dell'economia, dei dati provenienti dall’Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che apparentemente sembrano descrivere uno scenario in cui l'Italia è, per la prima volta, prima in Europa.
Il primo articolo sul quale l'opposizione ha battuto la maggioranza è l'art.21, che disciplina il bilancio di previsione. Con l'emendamento dell'Idv, a prima firma Renato Cambursano, viene introdotto un raccordo tra i programmi di bilancio e la nomenclatura Cofog (Classification Of Function of Government, una classificazione definita a livello internazionale dalle principali istituzioni che si occupano di contabilità nazionale: Ocse, Fmi ed Eurostat, ndr). Con l'altro emendamento, a firma Linda Lanzillotta e fatto proprio dal Pd, si punta ad evidenziare il collegamento tra gli indicatori e i parametri che devono essere indicati negli stati di previsione e il sistema di indicatori ed obiettivi previsto dalla legge sulla trasparenza ed efficienza della pubblica amministrazione. Ora, visto il ristrettissimo margine con il quale i due emendamenti sono stati approvati, questo segnale potrebbe essere considerato come la prova, da parte di una minoranza all'interno del popolo della libertà, della volontà di una maggiore serietà nell'analisi dello stato dell'economia del paese.
Appena pochi giorni fa, il 7 ottobre, il Cavaliere si era infatti affrettato a comunicare che l' economia italiana, secondo quanto si evince dal superindice dell'Ocse, appare in testa al gruppo dei 30 Paesi più industrializzati per la performance segnata nell' ultimo anno. Rispetto al settembre del 2008 l'indice dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo che anticipa le fasi di crescita e rallentamento dell' economia, mostra per l' Italia, considerata in fase di "espansione", un più 10,8%, contro l' 8,4% della Francia, il 7% di Cina e Regno Unito, il 5,7% della Germania.
Dati che dipingono un'immagine apparentemente molto positiva dello stato dell'economia italiana a questo punto della crisi. Purtroppo per il paese, tuttavia, l'indicatore che si va tanto sbandierando in giro descrive semplicemente una particolare condizione dell'economia, un'attitudine, un possibile potenziale di crescita e non certo il concreto stato di avanzamento della stessa.
Addentrandosi nel meccanismo di formazione dell'indice si può comprendere, infatti, quanto questo in realtà non mostri altro che i punti di svolta del ciclo economico stimati con riferimento all'output gap. Un indice, cioè, che fa riferimento alla deviazione del livello dell'attività economica dal livello consistente con il pieno impiego. Rappresenta, dunque, il risultato di un rapporto e conseguenza di ciò è il fatto che l’indice finale può migliorare semplicemente perché è peggiorata la stima degli effetti della crisi sulla crescita di medio periodo. E purtroppo per l'Italia la caduta del tasso di crescita potenziale nel 2010 è più ampia rispetto ad altri paesi.
Come infatti ha puntualmente fatto notare l'economista Francesco Giavazzi, “l’Ocse non rivela quanto del miglioramento registrato nel mese di settembre dipenda da una chiusura dell’output gap e quanto invece dipenda da un peggioramento delle previsioni sulla disoccupazione di medio periodo”. Se, esemplificando, si stima, ad esempio, che il tasso di disoccupazione di medio periodo dopo la crisi sarà più elevato di quanto non si stimasse prima, questo è sufficiente a far migliorare l’indicatore. Ciò significa che un suo miglioramento non è necessariamente una buona notizia. Paradossalmente, potrebbe indicare una cattiva notizia, cioè un aumento della stima degli effetti della crisi sulla disoccupazione nei prossimi anni.
Nonostante l'amara verità, il governo tuttavia non perde occasione per vendere agli ignari cittadini un po' del suo fumo. Arrivano infatti immancabili le dichiarazioni di commento dei dati: «Ci sono forti segnali di ripresa un po' ovunque. In Italia non possiamo lamentarci, non va malissimo», così il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Ancor più soddisfatto il ministro dell' Economia, Giulio Tremonti: "Sono tanti anni che stavamo dietro, sembrava che altri fossero pecore bianche e noi quella nera. Invece il tempo è stato galantuomo, e ora dobbiamo insistere". Sempre Berlusconi, forse incredulo per la possibilità di commentare dati positivi che non siano sondaggi commissionati dalle sue società, ha insistito sostenendo: "Ho continui contatti con il mondo delle imprese. Certo ci sono quelle in difficoltà, ma nella generalità dei casi c' è ottimismo diffuso e una sensazione di ripresa". E ancora: "Siamo i sesti contributori delle Nazioni Unite e l' economia italiana ha recuperato la terza posizione in Europa, davanti alla Gran Bretagna" ha aggiunto non contento il premier, in evidente stato di estasi.
Lungi dall'essere catastrofisti, va tuttavia sottolineato come il dovere di ogni giornalista economico sia quello di commentare i dati e possibilmente contestualizzarli nella realtà politica e sociale del paese. Non è infatti pessimismo, ma realismo, osservare che l’entità di una ripresa non è indipendente dall’entità della caduta iniziale. Come ricorda, infatti, sempre Francesco Giavazzi nel suo ultimo articolo su La voce. Info, “fra settembre 2008 e la primavera del 2009 l'indicatore era caduto di 32 punti in Italia e Germania, ma di soli 14 punti in Francia, 12 negli Stati Uniti, 10 in Gran Bretagna. Ciò significa che nella fase più acuta della crisi l’output gap, o almeno la stima calcolata dall’Ocse, si era allargato di oltre il doppio in Germania e in Italia rispetto agli altri tre paesi”. Non ci si deve dunque sorprendere se dopo una caduta tanto pronunciata, la ripresa sia ora più ampia.
Se a questo si unisce la caduta del tasso di crescita potenziale nel 2010, calcolato dall'Ocse e pubblicato nel giugno scorso nell’Economic Outlook no. 85, si comprende come l'indicatore possa migliorare semplicemente perché ad essere peggiorata è la stima degli effetti della crisi sulla crescita di medio periodo dell'economia. In altre parole la spiegazione del miglioramento dell’indice è, almeno in parte, una chiusura dell’output gap non perché sia migliorata la stima del livello di produzione, ma perché si è ridotta la stima del livello potenziale. Appare dunque evidente quanto sia parziale e faziosa l'interpretazione data dal governo ai dati pubblicati dall'organizzazione internazionale.
Ancora una volta da un'analisi attenta dei dati e da una comprensione della logica seguita nel corso della loro elaborazione si evince quanto la politica del sorriso, del sole in tasca, abbia contaminato il rapporto tra governanti e governanti. Se la semplice menzogna, infatti, in altri paesi è causa di sdegno e biasimo e può talvolta portare addirittura alle dimissioni dalle cariche pubbliche, in Italia questa è innalzata a livello di strumento di governo, mezzo attraverso il quale creare e mantenere il consenso, per la gioia di tutti coloro che sognano un governo seriamente impegnato nella gestione degli interessi pubblici.
http://www.altrenotizie.org
Vaccino particolare solo per la polizia ?
mercoledì 11 novembre 2009
Sul sito del Sindacato Autonomo di Polizia - sezione provinciale di Palermo è comparsa questa notizia che ricorda lo scandalo che è scoppiato in Germania quando si è saputo che le forze armate ed i membri dell'élite avrebbero ricevuto un vaccino privi di alcune delle più pericolose sostanze contenute nei vaccini predisposti per il resto della popolazione.
Si legge infatti verso il fondo della pagina web sotto il titolo Influenza H1N1 e vaccino per il personale che tale sindacato di polizia richiede vaccini senza squalene e/o mercurio, ritenendo che sia scientificamente accertato che si tratti di sostanze altamente tossiche e dannose. A parte una confusione nel citare il tamiflu come componente del vaccino, è notevole che in tale richiesta venga indicato correttamente tale farmaco come tossico e pericoloso.
Evidentemente dopo lo scandalo scoppiato in Germania c'è chi, all'interno delle nostre forze dell'ordine, si preoccupa (e giustamente) per la propria salute. Due domande però vorrei porre ai dirigenti di tale sindacato.
1) Perchè non vi preoccupate anche della nostra salute? Vorreste dei vaccini sicuri o quanto meno un po' meno pericolosi, ma solo per la vostra categoria?
2) E se avete raccolto sufficienti prove scientifiche della dannosità di tali vaccini, perchè non denunciate pubblicamente la cosa? Non avete forse come compito istituzionale quello di difendere l'incolumità del popolo italiano? Non sarebbe compito vostro denunciare questo orrendo crimine, (avvelenamento di massa, se non peggio) smascherare ed arrestare i colpevoli?
Ma ecco quanto si legge alla pagina già citata (l'enfasi coi caratteri più grandi è stata aggiunta dal sottoscritto):
Secondo le ultime notizie, i casi di influenza H1N1, comunemente denominata “suina”, sono sempre più numerosi, sicché forte si fa l’esigenza di tutelare il personale della Polizia di Stato con la somministrazione di un vaccino idoneo a stigmatizzare le probabilità di contagio. A tal proposito il SAP ha rilevato la necessità, ancora una volta, che il Dipartimento proceda garantendo un’adeguata profilassi, che preveda la somministrazione di un vaccino privo di eventuali sostanze nocive per la salute degli operatori interessati.
Difatti, è scientificamente accertato che taluni di questi vaccini (ne esistono di diversi tipi) contengano tamiflu, squalene e/o mercurio, tutte componenti altamente tossiche e dannose.
Pertanto, abbiamo chiesto al Ministero di verificare con estrema urgenza se la vaccinazione che si intende somministrare agli operatori di polizia contenga o meno le indicate sostanze, al fine di assicurare e tutelare al meglio la salute del personale interessato.
E adesso cari lettori divulgate questa notizia con ogni mezzo possibile, scrivete mail a tutti i giornali locali e nazionali e costringeteli ad interessarsi della questione affinchè venga sollevata la questione e venga informata la popolazione.
Si ringrazia Claudio per l'importantissima segnalazione
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