mercoledì 18 novembre 2009

Nuove pesanti irrorazioni diffondono nuovi agenti infettivi in Europa? (articolo di Corrado Penna)















mercoledì, novembre 18, 2009

Come saprete ormai, se avete seguito le ultime notizie sul sito scienzamarcia e/o sul dossier relativo al vaccino per l'influenza suina, in Ucraina circola un nuovo agente infettivo molto pericoloso, al limite mortale, che non è certo influenza suina e che sappiamo bene non può essere una mutazione pericolosa del virus AH1N1 come l'OMS vuole fare credere (per spingere l'acceleratore delle vaccinazioni contro l'influenza suina).

Anche se il governo ucraino ammette l'esistenza di una nuova epidemia cerca in ogni caso di rivolgere l'attenzione sul virus AH1N1, e
portare avanti le vaccinazioni di massa iniziando con le donne incinte come obiettivo prioritario (nel frattempo dagli U.S.A. arrivano notizie di numerosi aborti causati dall'assunzione del vaccino contro l'influenza suina, la riduzione della popolazione è già una realtà, e c'è da temere che i bimbi nati dopo tali vaccinazioni siano vittime di atroci malformazioni neonatali, come già successo coi figli dei militari statunitensi vaccinati con lo squalene ai tempi della guerra del golfo nel 1991).

A quanto pare in nuovo agente infettivo è stato diffuso per mezzo di aerosol diffusi da aerei ed elicotteri, ma non si può escludere la diffusione di agenti infettivi anche
all'interno dei vaccini (sappiamo bene il precedente inquietante della baxter sul quale la magistratura ha deciso colpevolmente di non indagare, mentre la stampa prova addirittura a negare l'esistenza della denuncia nonostante l'esistenza di prove evidenti).

Probabilmente le nuove operazioni (a bassissima quota e persino in pieno giorno) condotte in Ucraina tra il 29 ed il 31 ottobre del 2009, sono servite a diffondere sia agenti infettivi sia sostanze volte ad indebolire ulteriormente il sistema immunitario (come del resto hanno fatto per anni le
scie chimiche per prepararci a questo terribile evento di pandemia artificiale): la notte del 29 ottobre molte persone in Ucraina hanno iniziato a sentirsi male, ed il giorno dopo sono state chiuse le scuole per tre settimane e vietati gli assembramenti di persone.

Ma ci sono
segnali che vengono dalla Francia che fanno pensare anche alla diffusione di agenti infettivi tramite il vaccino, esattamente come aveva previsto J.J. Crèvecoeur: egli aveva indicato la data del 15 novembre e la previsione è stata rispettata. Dopo anni di irrorazioni sempre più intense da parte degli aerei-cisterna, che hanno letteralmente riempito l'atmosfera di ogni sorta di agenti chimici e biologici (trasformando fin troppo spesso il cielo azzurro in una cappa grigia fatta di fitte ragnatele di materiale biancastro) non è difficile ipotizzare che le forze occulte che governano il nostro pianeta siano decise a scatenare delle epidemie mortali.

Sono di ieri le notizie di operazioni aeree analoghe a quelle dell'Ucraina (svolte sia di notte che di giorno)
in Polonia ed in Austria.

Questa è la testimonianza del gestore del canale youtube
Silberhorter:

Domenica sono uscito nel mio giardino (in una città dell'Austria meridionale vicino a Wr.Neustadt). Ho notato un'intensa attività di irrorazione, come mai osservato prima. Lo spargimento di sostanze è stato realizzato da un nuovo tipo di aerei decorati con colorazioni inusuali (in giallo e rosso).

Qui sotto la ripresa video di una di queste irrorazioni del 15.11.09








E' purtroppo possibile che i media tra un poco recitino un triste copione, annunciando che la mutazione del virus A/H1N1 si sta diffondendo dall'Ucraina al resto dell'Europa e tra pochi giorni potremmo vedere scuole chiuse, militari per le strade, leggi eccezionali per le vaccinazioni obbligatorie, sospensione dei diritti civili.

Adesso è il momento di diffondere queste notizie a tutto il mondo, anche gli scettici ed i duri di comprendonio devono sapere che bisogna guardare il cielo per vedere chi pratica la guerra chimica e batteriologica sulla popolazione umana, che bisogna controllare se chi prende il vaccino si ammala.

E ricordatevi che se il sistema di potere è arrivato a fare questo è perchè esso in questo momento è fragilissimo e rischia di crollare se gli diamo una vigorosa spallata. Non perdiamo le speranze, informiamo tutti di quello che sta succedendo, e siamo pronti a fotografare, riprendere, testimoniare quanto potrebbe avvenire nei prossimi giorni.

Riguardo alla nuova epidemia diffusasi in Ucraina riporto alcune informazioni che provengono
dalla dottoressa Rebecca Carley.

I medici descrivono questa nuova malattia come peste polmonare o febbre emorragica o influenza emorragica, ma se anche tale infezione fosse dovuta ad una ricombinazione del virus A/H1N1 con altri virus (ad esempio quello dell'aviaria) si tratta in realtà di un nuovo virus. L'O.M.S. nel frattempo ha avuto a disposizione molti giorni per sequenziare il virus (con l'emergenza che c'è avrebbe dovuto far di tutto per realizzare quest'analisi in pochi giorni) ma non ha ancora rilasciato nessuna notizia riguardo all'analisi dell'agente infettivo riscontrato in Ucraina.

L'O.M.S. per altro non ha imposto nessuna quarantena all'Ucraina né ha vietato i viaggi internazionali da e per l'aera dove è comparsa la nuova infezione, come non lo ha fatto quando è scoppiata la prima ondata infettiva di influenza suina nel Messico.

Questa nuova grave affezione delle vie respiratorie porta ad avere sangue nei polmoni; dai dati disponibili al momento sembra che sia mortale in una percentuale del 5% - 10% dei malati. Per altro sembra che stia colpendo fortemente anche persone giovani e sane.

Il
dottor Victor Bachinsky, medico legale e patologo, dopo avere eseguito le autopsie precisa che si tratta di un agente virale, che gli antibiotici non solo sono inutili, ma anzi controproducenti. Secondo tale medico le persone con un sistema immunitario forte resistono all'infezione e guariscono, mentre gli antibiotici (che in Ucraina si possono acquistare liberamente in farmacia senza previo consulto medico, cosa che molti purtroppo stanno facendo mettendo a rischio la propria vita) indeboliscono l'organismo abbassando le difese immunitarie. Il dottor Bachinsky attribuisce a tale uso improprio degli antibiotici l'alta mortalità riscontrata in Ucraina.

Adesso questa "nuova peste artificiale" si è diffusa in Polonia dove un quarto di milione di persone sono molto malate e ci sono notizie di diffusione in Bielorussia, Ungheria e nel resto dell'Europa Centrale. Si parla anche di 900.000 malati di influenza suina in Norvegia ma potrebbe essere ben altro.

Dossier Brasile: l' inferno nelle favelas























Lunedì 16 Novembre 2009 David Lifodi 

Le favelas brasiliane bruciano. Nel solo mese di ottobre non si contano più gli atti di violenza e gli scontri a fuoco tra i gruppi criminali e i militari inviati dallo Stato.

Rio de Janeiro ultimamente ha rappresentato l’epicentro di una vera e propria guerra tra la polizia militare e le bande armate che combattono per il controllo del territorio: le immagini di un elicottero rubato alla polizia e bruciato dalla criminalità organizzata durante la battaglia campale al Morro dos Macacos dello scorso 17 ottobre hanno fatto il giro del mondo e generato un ampio dibattito sulla sicurezza pubblica nelle favelas di Rio e di tutto il paese.

Le associazioni che operano nel campo dei diritti umani hanno diffuso un documento in cui chiedono l’immediata fine delle violenze commesse dalla polizia, contestato le politiche repressive del governatore dello stato di Rio de Janeiro Sérgio Cabral (Democratas) e sottolineato le responsabilità istituzionali: il pretesto dell’intervento immediato nelle favelas per porre fine al conflitto tra bande armate criminali rivali ha rappresentato il cavallo di Troia per giustificare un’occupazione poliziesco-militare a tempo indefinito di ampie porzioni di territorio su cui vivono le comunità più povere della società brasiliana. La realtà delle favelas presenta molteplici sfaccettature, tutte accomunate dallo stesso capro espiatorio, la gente comune, che deve guardarsi dagli scontri a fuoco tra le organizzazioni criminali, dalla presenza delle milicias (veri e propri gruppi paramilitari), e dalla violenza della polizia che considera tutti gli abitanti delle singole comunità come delinquenti.

Di tutto ciò da anni si interessa Marcelo Freixo, attivista per i diritti umani e deputato dello stato di Rio de Janeiro nel file del Partido Socialismo e Liberdade (Psol). Presidente dal 2008 della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle attività criminali delle milicias, Freixo è stato in Italia ad ottobre su invito di Amnesty International, che ha promosso un’azione urgente in sua difesa in seguito alla scoperta di un piano per assassinarlo nel maggio 2009. Nel suo tour nel nostro paese Freixo ha parlato a Roma di fronte alla Commissione Esteri della Camera e a Torino in occasione della rassegna Festival CinemAmbiente all’interno della sezione “Focus Diritti Umani”. In entrambe le occasioni ha raccontato il suo lavoro come ricercatore per la ong brasiliana Justiça Global indagando soprattutto sull’uso della violenza da parte della polizia e i legami dei suoi settori più deviati con le milicias paramilitari, da cui lui stesso ha ricevuto minacce di morte, oltre che gli stessi abitanti delle favelas, a loro volta minacciati, torturati e in certi casi assassinati quando hanno osato denunciarne le attività illecite. Le milizie controllano tutta la vita delle favelas, sono composte da gruppi di ex agenti di polizia, guardie carcerarie e delinquenti comuni che offrono sicurezza agli abitanti, impongono il pizzo e cercano di infiltrare loro affiliati (talvolta con successo) nelle istituzioni al fine di raggiungere un potere assoluto sul territorio a livello economico e politico. Sono riusciti ad affiancare e spesso ad eliminare i narcotrafficanti nel controllo delle favelas, trasformandosi velocemente in un cancro difficile da estirpare in una sorta di Gomorra in versione brasiliana. Proprio un’indagine della polizia è riuscita a salvare Freixo da una sorta di vera e propria condanna a morte emessa nei suoi confronti da parte delle milicias dopo aver trovato delle lettere nelle mani di un ex-sergente della polizia militare (divenuto capo-zona) in cui si chiedeva l’appoggio ad un altro gruppo paramilitare per assassinare lui e il suo assistente Vinicius George. La presenza delle milicias sul territorio è talmente radicata che nel 2008 il deputato dello stato di Rio Natalino Guimarães (anche lui dei Democratas, al pari del governatore Cabral) è stato arrestato dalla polizia, colto in flagrante durante una riunione con i membri di un gruppo paramilitare.

Tuttavia la presenza delle milicias rappresenta solo una causa delle difficili condizioni in cui vivono gli abitanti delle favelas, costretti a subire
ingiustizie, soprusi e violenze di ogni tipo. L’inchiesta di Raphael Gomide, giornalista presso la Folha de São Paulo che ha partecipato ad un corso di reclutamento della polizia militare dello stato di Rio de Janeiro per capirne l’origine della violenza, ha mostrato uno scenario sconvolgente. Il reportage, pubblicato a settembre da Le Monde Diplomatique/Il Manifesto, ha svelato la vita di uomini che “per 300 euro al mese affrontano la morte, ma che anche troppo spesso la provocano”. E’ una certa tolleranza e l’incoraggiamento della violenza omicida ad opera dei vertici della Polizia Militare (Pm) a far dichiarare frasi agghiaccianti a più di una recluta: “Quando prendi un delinquente… un buon colpo di bastone e hai risolto ogni problema”. E ancora: “Partecipi ad una sparatoria con un delinquente in una favela. Il tipo si arrende. Che fai, lo arresti? Io lo uccido”. La stessa sezione brasiliana di Amnesty International ritiene che il principale problema del Brasile in questo momento sia la sicurezza. Gli ultimi dati nelle mani di del portavoce di Ai in Brasile Tim Cahill, relativi al 2008, parlano chiaro: da Gennaio a Settembre 2008 la Polizia Militare ha ucciso 353 persone nel solo stato di San Paolo rispetto alle 325 dello stesso periodo nel 2007. Si pone quindi un problema di democratizzazione della Polizia e in particolare del Batalhão de Operaçoes Policiais Especiais (il famigerato Bope, gruppo di pronto intervento della Pm protagonista anche del film di José Padilha Tropa de elite), la cui visione degli abitanti delle favelas è molto spesso distorta. Il Programa Nacional de Segurança Pública com Cidadania (familiarmente conosciuto come Pronasci) era stato lanciato nel 2007 allo scopo di ridurre la violenza nelle favelas per quanto attiene alla criminalità, agli assalti, alle rapine, aumentare la partecipazione attiva favorendo un maggior inserimento degli abitanti delle comunità più povere a livello sociale, infine investire nelle attività di formazione della polizia per ridurne le violenze. In realtà il Pronasci non è riuscito però a raggiungere risultati significativi, non tanto per scarsa volontà del governo federale (che pure ha deviato fondi e risorse verso il Programa de Aceleração do Crescimento), quanto per il mancato interesse di quello statale. Sotto il governatorato di Sérgio Cabral infatti le favelas di Rio de Janeiro hanno subito un’ulteriore, eccessiva militarizzazione con l’invio di una forza militare denominata Polícia Pacificadora che di fatto ha occupato a tempo indeterminato il territorio a sud della città dove sorgono numerose baraccopoli. La politica esclusivamente repressiva verso gli abitanti delle favelas, in particolare quelli di Rio, è testimoniato dalle continue affermazioni dello stesso Cabral, che più di una volta li ha assimilati totalmente ai narcotrafficanti, giustificando così le violenze della Pm e gli interventi del Bope. Sugli abusi commessi dalle forze di polizia pesano sia una mancata formazione a livello di senso civico sia una inesistente attività di indirizzo che porta spesso le reclute ad operare secondo i metodi propri delle bande criminali: sono sprovvisti cioè di un modus operandi che li renda ben accetti agli abitanti delle favelas. Di fronte alle proposte di carattere solamente repressivo provenienti dai partiti della destra in un contesto come quello delle favelas, in cui la maggior parte delle persone restano ai margini della società, sono disoccupate e quindi finiscono per rappresentare un’invitante manodopera per la criminalità di qualsiasi tipo, le associazioni che si occupano di diritti umani avevano proposto di lavorare per la formazione di un corpo di polizia civile e democratico che lavori nell’interesse delle comunità più povere, ma su questo fronte non sono state prese misure o iniziative concrete. In un momento così critico, soprattutto per Rio de Janeiro, teatro di una guerra senza quartiere tra narcotrafficanti, polizia militare e milicias, la Pm continua ad ispirarsi al film Tropa de elite. Il concetto di bandido come sinonimo di favelado è talmente assimilato nella polizia che il Bope può permettersi di entrare in forze in nelle baraccopoli proteggendosi con il cosiddetto caveirão, un tipo di carroarmato su cui è disegnato un teschio con due pistole incrociate, come è successo più volte negli ultimi anni. Inutile dire che la maggior parte delle vittime innocenti delle irruzioni poliziesche sono gli abitanti delle favelas secondo il principio per cui viene criminalizzata un’intera comunità. A questo proposito è risultata umiliante l’installazione di nove telecamere nella favela di Santa Marta (Rio de Janeiro) e contemporaneamente la presenza fissa di tre posti di blocco della polizia. “Se siamo una favela pacificata” si chiedono gli abitanti, “perché continuiamo ad essere ritenuti pericolosi: quando saremo trattati come cittadini al di sopra di ogni sospetto?” E ancora: i casi di morti innocenti per balas perdidas sparate da reclute della Pm sono all’ordine del giorno.

L’occupazione delle favelas ad opera della polizia non è sempre volta ad una supposta pacificazione delle faide tra bande rivali o ad un’azione di prevenzione contro il traffico di droga. Spesso vengono svolte vere e proprie operazioni di limpeza social per compiacere il mercato immobiliare di una certa zona. Paraisópolis è una favela di San Paolo sgomberata dalla polizia perché sorta nelle vicinanze del bairro Morumbi, attualmente in una fase di forte espansione urbanistica (con conseguente speculazione edilizia) che richiede la costruzione di nuovi edifici adibiti ad uffici ed attività commerciali. Ma c’è di più. Il Brasile ospiterà nel giro di pochi anni la Coppa del Mondo di calcio (nel 2014) e le Olimpiadi (previste per il 2016): già sono iniziati i lavori affinché il paese sia tirato a lucido per questi due grandi eventi e le favelas scompaiano dalla vista di autorità, sportivi e turisti insieme alla povertà e alle disuguaglianze di cui il Brasile soffre. Che il paese verde-oro abbia preso nota dal Sudafrica, che sta mettendo in atto le stesse politiche di pulizia sociale in vista dei mondiali di calcio del 2010? Nelle favelas si denuncia un vero e proprio massacro in corso nei confronti della popolazione povera e nera di Rio e di tutto il paese per compiacere gli interesse delle lobby propugnatrici del grande capitale e delle proprietà privata. Uno degli slogan dell’amministrazione paulista in vista dei mondiali del 2014, São Paulo de Portas Abertas, rappresenta in questo senso un ossimoro significativo, mentre il malessere delle fasce più povere delle popolazione aumenta. Proprio la municipalità di San Paolo ad agosto ha inviato la polizia a sgomberare violentemente l’ocupaçao Capao Redondo al termine di una battaglia violentissima durata alcuni giorni. “Non è possibile giocare con i poveri e i neri come fa lo Stato tramite processi di criminalizzazione della povertà e disprezzo per i diritti umani”, hanno scritto alla fine di ottobre le organizzazioni sociali, indignate per la gestione della sicurezza messa in pratica a Rio de Janeiro e in tutto il paese.
Tra le forze di polizia non passa il concetto di abitante della favela come sinonimo di dignità. Eppure proprio nelle favelas non mancano esperienze significative di vita e lavoro comunitario. Un esempio è la nascita dell’Agência de Notícias das Favelas (Anf), lanciata dalla ong Casa da Cidadania in collaborazione con sociologi, antropologi e formatori professionali. Prima agenzia al mondo ad occuparsi della situazione delle favelas ed a rappresentarle senza la visione preconcetta o deformata dei media mainstream, l’Anf ha lanciato il 30 Ottobre scorso il giornale A Voz da favela, ventimila copie che saranno distribuite gratuitamente in quaranta favelas e nelle sedi di sindacati, movimenti sociali e università: un passo avanti ed un tentativo in più per restituire dignità e diritti ai suoi abitanti e migliorarne la loro percezione all’esterno per distruggere i muri di pregiudizio e costruire ponti di contatto con le città in cui sono inserite e le istituzioni, sempre se lo vorranno.

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Segreto di Stato: i rifiuti argomento da servizi segreti

















Martedì 17 Novembre 2009 Roberta Lemma

Il 1° Maggio 2008 in Italia è entrato in vigore il Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) che allarga il campo d’applicazione del segreto di Stato, in nome della tutela della sicurezza nazionale, ad una lunga serie di infrastrutture critiche tra le quali “gli impianti civili per produzione di energia”.

Questo significa che i siti per il deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori/termovalorizzatori sono coperti da segreto di Stato. Segreto che si estende anche agli iter autorizzativi, di monitoraggio, di costruzione e della logistica di tutta la filiera quindi anche delle discariche. Dpcm: “nei luoghi coperti dal segreto di Stato le funzioni di controllo ordinariamente svolte dalle aziende sanitarie locali e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, sono svolte da autonomi uffici di controllo collocati a livello centrale dalle amministrazioni interessate che li costituiscono con proprio provvedimento” e le amministrazioni “non sono tenute agli obblighi di comunicazione verso le aziende sanitarie locali e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco a cui hanno facoltà di rivolgersi per ausilio o consultazione”. Di fatto vengono poste sotto il segreto di Stato anche le informazioni, le notizie, i documenti, gli atti e le attività attinenti alle materie di riferimento. In altre parole un vero e proprio divieto di divulgazione, in quanto chiunque dovesse rendere noto, per esempio, l’esistenza di una discarica di scorie nucleari nel proprio comune, rischierebbe fino a cinque anni di reclusione (art. 261 del Codice penale: rivelazione di segreti di Stato Chiunque rivela taluna delle notizie di carattere segreto indicate nell'articolo 256 e' punito con la reclusione non inferiore a cinque anni. Art. 256 del Codice Penale:Procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato Chiunque si procura notizie che, nell'interesse della sicurezza dello Stato o, comunque, nell'interesse politico, interno o internazionale, dello Stato, debbono rimanere segrete e' punito con la reclusione da tre a dieci anni. ) Naturalmente eviteranno di punire penalmente possibili reporter di professione o reporter civili, non gli conviene tirare troppo la corda ma fatto sta, che hanno reso le aree off-limits, ecco a cosa è servito e come hanno inteso la militarizzazione. Questo Dpcm contrasta significatamente con la direttiva n. 2003/4/CE adottata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio dell’Unione Europea in data 28 Gennaio 2003 che disciplina l’accesso del pubblico all’informazione ambientale. Ma in pratica, questo Dpcm cosa significa? Significa che chiunque tenti di appropriarsi di informazioni inerenti alla gestione delle discariche e le divulghi è penalmente perseguibile. Significa che i comitati civici non possono ricercare notizie o informazioni relative alla gestione della discarica, significa che le amministrazioni locali non hanno né l'autorizzazione, né il potere di richiedere informazioni o documenti inerenti alla gestione delle discariche. Ma tutto ciò fa pensare a ben altro, visto il discorso nucleare e l'esigenza e la volontà politica di riutilizzarlo in Italia e considerando che nel Dpcm è stato incluso anche il discorso scorie nucleari, lascia pensare che nelle normali discariche potrebbero, nell'assoluto segreto, venir sversate scorie nucleari. Il tutto senza dover imformare amministrazioni e cittadini. A cosa servono quindi, e qui la domanda sorge spontanea, le interrogazioni parlamentari, i ricorsi, gli esposti e le denunce? A niente, perchè su tutto vige il segreto di Stato. Su tutto vige una commissione ministeriale tecnica che non deve dar conto a nessuno del suo operato. Sulla base di ciò, di questo Dpcm si deve discutere e programmare o avanzare proposte, sempre cè né siano. Non esistono precedenti storici o giuridici in questo senso, non esistono sentenze della Cassazione, niente su cui appigliarsi, non è mai accaduto venisse posto il segreto di Stato su servizi pubblici quali la gestione dei rifiuti. Solo i servizi segreti avranno accesso alle notizie, ai dati, ai resoconti e documenti inerenti la gestione delle discariche più discusse, neanche alle ASL e a Vigili del fuoco sarà concesso per alcun motivo di entrare in contatto con questi impianti che saranno gestiti direttamente dallo Stato attraverso agenzie e funzionari preposti. Anche tutta la documentazione sulle navi dei veleni è stata posta sotto il segreto di Stato. I cittadini e le amministrazioni locali tagliati fuori dai giochi.

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L'immunità della casta
















Domenica 15 Novembre 2009

di Nicola Lillo
Il Pdl non si è fatto attendere. Mentre si discute di “processo breve” (o meglio “morto”), di leggi e leggine pronte per il Cavaliere, la proposta di legge costituzionale per la reintroduzione dell’immunità parlamentare è stata presentata. Chi meglio di Margherita Boniver avrebbe potuto avanzare un simile “privilegio medioevale”? La “bonazza” o “biondazza” che dir si voglia, come disse a suo tempo Bossi, è la stessa che nonostante avesse criticato, nel 1993, l’abolizione dell’autorizzazione a procedere, al momento del voto sulla legge, in prima lettura votò a favore del nuovo articolo 68, mentre al momento della sua approvazione definitiva, in seconda lettura come prevede la Costituzione, si assentò. Non è chiara la linea di pensiero della Boniver, né la sua coerenza (cosa labile nella politica italiota).
L’ex craxiana, poi andreottiana e poi ancora berlusconiana, dichiara che “l'immunità, che esiste in molti ordinamenti europei, nonché al Parlamento europeo rappresentava uno dei pilastri della Costituzione italiana. Fu cancellata con un incredibile atto di vigliaccheria dall'Assemblea di Palazzo Madama nell'ottobre del 1993 in un clima di pesante intimidazione. La proposta di legge, composta di un solo articolo, ripristina un istituto volto a tutelate l'interesse della collettività, prevenendo eventuali condizionamenti del potere giudiziario sullo svolgimento della dialettica politica”.
Innanzitutto è bene far notare come storicamente i Parlamenti si siano battuti per garantire la protezione dei propri membri da azioni giudiziarie sostenute dal potere esecutivo. La ratio dell’immunità parlamentare nei moderni Stati democratici, consiste nella protezione del parlamentare da iniziative proprie di un giudice e nella tutela della composizione numerica dell’assemblea. Sono sicuramente principi virtuosi, che rispettano i principi dello stato di diritto, su tutti la tripartizione dei poteri e che devono al tempo stesso essere bilanciati con il principio, anch’esso fondamentale, di uguaglianza.
Oggi ogni parlamentare gode di una serie di immunità, secondo l’art. 68 della Costituzione. Le immunità sono di due tipi: l’insindacabilità, secondo la quale i parlamentari per come votano e per ciò che dicono “nell’esercizio delle loro funzioni” non possono essere in alcun modo chiamati a rispondere; e l’inviolabilità, per la quale i parlamentari non possono subire alcuna forma di limitazione della libertà personale, a meno che la camera di appartenenza non la autorizzi. Autorizzazione che viene dunque dagli stessi colleghi che, il più delle volte, cercano di difendere i compagni di seduta e se stessi. Ci sono eccezioni all’inviolabilità. Infatti, se il parlamentare è colto in flagranza di reato o se ha subito una condanna passata in giudicato, non deve passare al vaglio della Camera di appartenenza.
Questa è la disciplina risalente alla revisione costituzionale del 1993, votata il 12 ottobre dalla Camera con 525 sì, 5 no (tra cui Sgarbi) e un astenuto. Il Senato farà altrettanto il 27 ottobre con 224 sì, 7 astenuti e nessun no. In precedenza occorreva un’autorizzazione anche solo per procedere contro un parlamentare. Tale revisione fu frutto dello scandalo Mani Pulite, che portò alla richiesta da parte dell’opinione pubblica di una vera e propria uguaglianza, e di superamento di questo privilegio, abusato, da parte dei parlamentari. Uno strumento necessario esclusivamente a sottrarsi al corso naturale della Giustizia.
Se poi guardiamo all’Europa, ci accorgiamo di essere il solito unicum. In Germania, infatti, l’immunità è prevista per tutti i deputati. L’”unica” differenza rispetto al nostro ordinamento è che non viene mai esercitata. All’inizio di ogni legislatura è consuetudine autorizzare automaticamente eventuali indagini a carico di suoi membri. Così in Spagna, dove le Cortes non hanno mai negato, se non una sola volta in trenta anni, un’autorizzazione a procedere. In Inghilterra non c’è alcuna immunità e, per quel che riguarda il Parlamento Europeo, ciascun eurodeputato gode dell’immunità prevista nei rispettivi paesi di provenienza. Ma è raro che ci siano sviluppi giudiziari sui suoi membri (eccetto per l’Italia, come ci rammenta il buon Mastella).
È evidente come, oltre alla ormai normale abitudine di differenziarci dal resto degli stati civili europei, l’intento del Parlamento italiano sia quello di tutelare in tutto e per tutto i propri interessi. Più che una “casta”, una vera e propria “cosca”. E intanto la Boniver avanza, avanza proposte di legge costituzionali, col plauso della maggioranza e di una fetta dell’”opposizione”.

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Dopo Afghanistan, l’Irak, l’Honduras ed il Pakistan, gli USA si preparano a “esportare la democrazia”in Paraguay


















17 novembre 2009  admin

“Gli Usa si preparano a “diffondere la democrazia” in Paraguay ” scritto da www.zmag.org/Italy/dangl-paraguayesercitousa.htm il 17/10/2005
Analisti militari dall’Uruguay e dalla Bolivia sostengono che spesso la minaccia terroristica è utilizzata dagli Stati Uniti come scusa per un intervento militare e la monopolizzazione di risorse naturali. Nel caso del Paraguay, gli Stati Uniti potrebbero essere in procinto di mettere sotto controllo le riserve d’acqua del Guaranti e quelle di gas naturale della Bolivia [Benjamin Dangl].
Una tempesta di controversia si sta rovesciando in Paraguay, dove l’esercito USA sta conducendo delle operazione di massima riservatezza. Lo scorso 1 Luglio, 500 truppe statunitensi sono arrivate nel paese con aeroplani, armi e munizioni. Testimoni oculari riportano dell’esistenza di una base aerea a Mariscal Estigarribia, Paraguay, che si trova a 200 Km dal confine con la Bolivia e che potrebbe forse essere utilizzata dall’esercito statunitense.

I funzionari paraguaiani affermano che le operazioni militari sono standard routine umanitaria e negano che siano stati iniziati piani per una base USA. Eppure le organizzazioni per i diritti umani che operano nell’area sono profondamente preoccupati. La Casa Bianca sta usando tutta la sua retorica riguardo le minacce terroristiche nella zone dei tre confini (dove Paraguay, Brasile e Argentina si incontrano) in modo da poter avere un motivo per le loro operazioni militari, cosa che ricorda in molti modi la preparazione per l’invasione dell’Iraq.(1)
L’area dei tre confini ospita la Guarani Aquifer, una delle riserve di acqua più grandi al mondo. Vicino alla base aerea di Estigarribia ci sono le riserve di gas naturale della Bolivia, le seconde più grandi in tutta l’America Latina. Gli analisti politici ritengono che le operazioni degli USA in Paraguay siano parte di una guerra preventiva volta a controllare queste risorse naturale e sopprimere di conseguenza le insurrezioni popolari in Bolivia.
Il Nobel per la Pace argentino Adolfo Perez Esquivel ha così commentato la situazione in Paraguay: “Una volta che gli Stati Uniti arrivano, ci vuole sempre molto tempo perché se ne vadano. E questo mi spaventa molto”.(2) La base aerea di Estigarribia venne costruita nel 1980 per I tecnici statunitensi che lavoravano per il dittatore paraguaiano Alfredo Stroessner e può ospitare fino a 16.000 militari. Un giornalista che scrive per il giornale argentino Clarin ha recentemente visitato la base e ha notato come essa sia in perfette condizioni, in grado di gestire grossi aerei militari. È sovradimensionata per le forze aeree paraguaiane, che sono solo composte da una manciata di piccoli aeroplani. Questa a base ha un enorme sistema radar, hangar giganteschi e una torre di controllo del traffico aereo. La pista di atterraggio da sola è più larga di quella dell’aeroporto internazionale di Asunciòn, la capitale paraguaiana. Vicino alla base c’è un accampamento militare che recentemente è cresciuto in dimensioni.(3) “Estigarribia è ideale perchè è operativa durante tutto l’anno… Sono certo che la presenza degli USA continuerà a crescere” ha affermato l’analista della Difesa Paraguaiana Horacio Galeano Perrone.(4)
Opposizioni e Immunità
“Il governo nazionale non è giunto a nessun accordo con gli Stati Uniti riguardo lo stanziarsi di una base militare statunitense” in Paraguay, afferma un comunicato firmato dal Ministro degli Esteri Paraguaiano Leila Rachid. L’Ambasciata USA in Paraguay ha inoltre rilasciato comunicati che negano ufficialmente qualsiasi piano per stabilire una base militare nel paese.(5)
Il Pentagono ha usato lo stesso linguaggio nel descrivere le sue azioni a Manta, Ecuador, che ora ospita una base militare statunitense da 80 milioni di dollari. Prima affermarono che l’impianto non era una vecchia “striscia di polvere” che sarebbe stata usata per monitoraggio meteorologico e non avrebbe ospitato permanentemente personale americano. Giorni dopo, il Pentagono ha affermato che Manta sarebbe stata utilizzata come importante base militare incaricata di una serie di missioni relative alla sicurezza.(6)
Lo storico e analista politico paraguaiano Milda Rivarola ha detto che “in pratica c’è già stata una base (USA) operativa in Paraguay per più di 50 anni.” Rivarola afferma che le forze armate USA hanno avuto una presenza continua nel paese, “nel passato avevano bisogno dell’autorizzazione del Congresso ogni sei mesi, ma ora gli è stata garantita la presenza qui per un anno e mezzo”.(7)
Il 26 maggio 2005, il Senato Paraguaiano ha gaarntito alle truppe USA la totale immunità dalla giurisdizione dell Corte Crimini Internazionali e Nazionali fino al Dicembre 2006. questo tipo di legislazione è automaticamente prorogabile. Dal Dicembre 2004, gli USA hanno pressato Perù, Ecuador, Venezuela e Paraguay per firmare un accordo che avrebbe garantito l’immunità all’esercito USA. L’amministrazione Bush ha minacciato di negare a questi paesi fino a 24.5 milioni di dollari in aiuti economici e militari se si fossero rifiutati di firmare l’accordo di immunità. Il Paraguay è stato l’unico paese ad accettare l’offerta.(8)
Rischio di colpo di stato in Bolivia
La vicinanza della base di Estigarribia alle riserve di gas naturale boliviane, e il fatto che le operazioni militari coincidano con le elezioni presidenziali in Bolivia, è un altro motivo di preoccupazione. Le elezioni sono previste per il 4 dicembre 2005. Jaime Solares, leader dell’Unione Lavoratori Boliviana, e Antonio Peredo legislatore del Movimento Verso il Socialismo, hanno avvertito di piani statunitensi per un intervento militare per sopprimere le elezioni. Solares sostiene che l’ambasciata americana appoggia la posizione di destra dell’ex presidente Jorge Quiroda nella sua candidatura, e farà di tutto per impedire la vittoria di qualsiasi altro candidato.(9)
I più recenti sondaggi nazionali mostrano che la corrente di sinistra guidata da Evo Morales del Movimento Verso il Socialismo è solo ad un punto percentuale dietro Quiroga nella corsa verso le elezioni. Solares afferma che già nel giugno 2005 ci sono stati tentativi di golpe militare durante le proteste di massa che hanno fatto vacillare la poltrona del presidente Carlos Mesa. Recenti operazioni militari statunitensi nel vicino Paraguay faciliterebbero un tale intervento.(10)
L’amministrazione Bush ha giocato un ruolo chiave nel colpo di stato del 2002 contro il presidente Hugo Chavez in Venezuela e nell’espulsione del 2004 del presidente haitiano Bertram Aristide.
La Teoria del Terrore ai Tre Confini
In Marzo, William Pope, il principale deputato del Dipartimento di Stato statunitense per il controterrorismo, ha affermato che Khalid Sheik Mohammed, la mente dietro gli eventi dell’11 Settembre, sembra abbia visitato l’area dei tre confini per diverse settimane nel 1995. L’Ufficio della Difesa comunica che Hezbollah e Hamas, gruppi estremisti islamici del Medio-Oriente, “ricevono molti fondi” da questa area dei tre confini e che ulteriori disordini nella regione potrebbero creare un “buco nero” politico che eroderebbe qualsiasi altro sforzo democratico.(11)
Analisti militari dall’Uruguay e dalla Bolivia sostengono che spesso la minaccia terroristica è utilizzata dagli Stati Uniti come scusa per un intervento militare e la monopolizzazione di risorse naturali. Nel caso del Paraguay, gli Stati Uniti potrebbero essere in procinto di mettere sotto controllo le riserve d’acqua del Guaranti e quelle di gas naturale della Bolivia.(12)
Nonostante i frequenti tentativi di collegare la erte terroristica alla zona dei tre confini, ci sono scarse prove di questa connessione. Tuttavia, questo non ha impedito agli Stati Uniti di “liberare” l’Iraq nel 2003. Come ha risposto il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld durante il dibattito sulle armi di distruzione di massa in Iraq, “Solo perché non abbiamo prove che qualcosa esista non significa che abbiamo prove che non esista.”(14)
Funzionari paraguaiani e statunitensi cercano con forza di comunicare verso l’esterno che le recenti collaborazioni militari siano unicamente volte a lavori di tipo sanitario e umanitario.(13) Tuttavia i report del Dipartimento di Stato non menzionano nessun fondo sborsato per operazioni sanitarie in Paraguay. Riportano però che i fondi per il Programma di Collaborazione contro il Terrorismo (CTFP) per quel paese è raddoppiato nel 2005. Il report spiega che “le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Paraguay sono forti, il Paraguay fornisce un’eccellente cooperazione nella lotta contro il terrorismo… il CTFP ha fornito al Paraguay fondi per partecipare a corsi sulle dinamiche del terrorismo internazionale e sull’importanza e l’applicazione dei servizi segreti nel combattere il terrorismo.”(14)
Il Colonnello Hugo Mendoza, dell’Esercito del Paraguay, ha affermato di essere grato che l’esercito americano stia aiutando il Paraguay a raggiungere attraverso una stretta collaborazione un livello di sicurezza adeguato contro questo tipo di minacce terroristiche. “Stiamo imparando cose nuove e lavorando con nuovo equipaggiamento e gli ultimi ritrovati tecnologici che, altrimenti, non saremmo stati in grado di premetterci.”(15)
Il giornalista e attivista per I diritti umani Alfredo Boccia Paz ha detto che “Queste missioni sono sempre mascherate come aiuti umanitari… Quello che il Paraguay non può controllare è il numero totale di agenti americani che entrano in paese.”(16)
Frattanto, le nazioni confinanti non hanno accolto calorosamente la notizia di questa attività militare. Il Partito Comunista Cileno a chiesto che il Presidente Paraguaiano Nicanor Duarte “riconsideri e cancelli” i recenti accordi militari con gli Stati Uniti in quanto sono “estremamente dannosi per l’America Latina.”(17)
In Paraguay organizzazioni per i diritti umanitari si sono mobilitate contro l’attività militare. Quando Donald Rumsfeld ha visitato il paese in Agosto, la manifestazione di protesta organizzata in concomitanza dell’evento ha accolto il suo entourage con cori come: “Rumsfeld, fascista, sei tu il terrorista!” mentre la banda militare lo salutava suonando l’inno “The Star Spangled Banner”.(18)
(1) Benjamin Dangl, “What is the US Doing in Paraguay ?” Upside Down World, 8-01-05 http://upsidedownworld.org/US-in-Paraguay.htm
(2) Alejandro Sciscioli, “U.S. Military Presence in Paraguay Stirs Speculation”, Inter Press Service, 8-4-05 http://www.oneworld.net/article/view/116435/1/
(3) Claudio Aliscioni, “Los marines de EE.UU. ponen un pie en Paraguay” Clarin, 9-11-05 http://www.clarin.com/suplementos/zona/2005/09/11/z-03615.htm
(5) Sciscioli
(6) Mary Donohue and Melissa Nepomiachi, “Washington Secures Long Sought Hemispheric Outpost,” Council on Hemispheric Affairs, 7-20-2005 http://www.informationclearinghouse.info/article9541.htm
(7) Sciscioli
(8) Dang
(9) US Encouraging Military Coup in Bolivia, Prensa Latina 9-13-05 http://www.plenglish.com.mx/article.asp?ID={5FC 4E7C4-49A3-4BCD-A796-08441FD72BEE}&language=EN
(10) US Encouraging Military Coup in Bolivia, Prensa Latina 9-13-05
(11) Josh White, Rumsfeld, in Latin America, Voices Democracy Concerns, Washington Post 8-17-05 http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2005/08/16/AR2005081601288_pf.html Joe Pappalardo, South America Hotspot Garners U.S. Attention, National Defense Magazine, 6-05 http://www.nationaldefensemagazine.org/issues/2005/Jun/uf-south_america.htm
(12) Raúl Zibechi, South America’s New Militarism, Foreign Policy in Focus, 7-18-05 http://www.fpif.org/fpiftxt/165 Juan Alfaro El Pentagono Logro Instalarse en el Cono Sur, Portal Alba, 7-15-05 http://www.alternativabolivariana.org/modules.php?name=News&file=article&sid=257
(13) Duarte: There will be no U.S. military base in Paraguay, EFE, 8-30-05 http://www.mexico.com/notimexico/?method=una&id=4459
(14) Jim Shultz, Bush Brings the False Intelligence Game to South America, Upside Down World, 9-6-05 http://www.upsidedownworld.org/shultz-bolivia.htm
(15) Bureau of Political-Military Affairs, Foreign Military Training, US Department of State, 5-05 http://www.state.gov/t/pm/rls/rpt/fmtrpt/2005/45677.htm
(16) Donna Miles, Rumsfeld Wraps Up Paraguayan Visit, American Forces Press Service 8-17-05 http://www.defenselink.mil/news/Aug2005/20050817_2471.html
(16) Sciscioli
(17) Chileans Demand Duarte Cancel Dangerous US Military Agreements, Prensa Latina, 8-30-05 http://www.plenglish.com/article.asp?ID=%7B383AA974-DB73-4300-B170-E36511639F13%7D)&language=EN
(18) Bill Weinberg, Paraguayans Protest Rumsfeld, World War 4 Report, 8-23-05 http://www.ww4report.com/node/971
ZNet, 16 Settembre 2005
Documento originale: “U.S. Military in Paraguay Prepares To “Spread Democracy”. Traduzione di MARQO per comedonchisciotte
Benjamin Dangl ha viaggiato e lavorato come giornalista in Paraguay e Bolivia. È il redattore di www.TowardFreedom.com, una prospettiva progressista sugli eventi mondiali e www.UpsideDownWorld.org, un magazine online sull’attivismo e la politica in America Latina. ben(at)upsidedownworld.org
Tratto da http://www.zmag.org/Italy/dangl-paraguayesercitousa.htm

Caro Valentino Rossi, siamo disperati aiutaci a salvare il posto


















di Rinaldo Gianola

La sede della Yamaha Motor Italia dista circa un chilometro dal cancello di Villa San Martino, residenza di Silvio Berlusconi. L’ingresso della fabbrica di moto, in via Tinelli a Gerno di Lesmo, è vicino a una grande rotonda dove tutti giorni passano le auto blindate del premier e della sua scorta. Siamo a metà strada tra la villa di Arcore e quella di Macherio, dove abita la signora Veronica. Qui, nella placida Brianza berlusconiana, si consumano nuovi drammi personali e collettivi. Lavoratori sbattuti fuori dalle aziende, fabbriche che chiudono, migliaia di cassintegrati, famiglie che non ce la fanno. Gli operai della Yamaha, tutti licenziati da un giorno all’altro, hanno chiesto un aiuto all’Unità. Così ci occupiamo di nuovo di Arcore e dintorni, dove eravamo già stati un mese fa per raccontare la crisi industriale e sociale di un territorio ricco e ad alta densità imprenditoriale. Solo Berlusconi continua a non vedere, solo lui pensa che la crisi sia finita.

Il presidente del Consiglio dovrebbe dire al suo autista di fermarsi davanti ai cancelli della Yamaha, chiamare il delegato Rsu della Fim-Cisl Angelo Caprotti e farsi raccontare cosa sta succedendo, quali tragedie si consumano nel vergognoso silenzio dei giornali e delle televisioni di regime. «Per favore, dateci una mano» chiede Angelo. La sua è una storia drammatica, non c’è nulla da commentare. C’è solo da imparare da queste tragedie italiane. «Ioemiamogliesiamo entrambi dipendenti della Yamaha. Io ho 51 anni e non ho mai passato un periodo così tragico. Qualche mese fa ho perso mio figlio di 21 anni, adesso l’azienda ci ha comunicato il licenziamento. Dopo aver vinto quest’anno quattro campionati del mondo, dopo aver portato al successo Valentino Rossi, ci sbattono fuori. Tutto così, all’improvviso. Mi sono permesso di far presente all’azienda la mia situazione familiare, perdiamo il lavoro tutti e due, anche se dopo la morte di un figlio tutto perde valore... Mi hanno risposto che i loro consulenti non ritengono possibile mantenere aperta la fabbrica. Allora uno cosa deve fare? Si deve incatenare, buttarsi in mezzo alla strada, si deve ammazzareper difendere un straccio di diritto....». Angelo e i suoi colleghi non sanno più dove sbattere la testa. Il primo incontro con laYamahaall’associazione industriali è andato male: nessun ripensamento, linea dura enemmenola concessione della cassa integrazione straordinaria. Allora Angelo e i delegati hanno pensato di inviare tramite l’Unità un messaggio, un appello a Valentino Rossi: «Caro Vale, noi siamo disperati. La Yamaha ha deciso di chiudere la fabbrica e di licenziare i 67 dipendenti. Il prossimo 8 gennaio, se non ci saranno cambiamenti sostanziali, noi saremo tutti fuori, senza lavoro, senza futuro. Ti abbiamo aiutato tante volte a sistemare le moto, siamo stati contenti dei tuoi successi perchè ci sembrava che fossero il successo dell’azienda e anche del nostro lavoro. Adesso ti chiediamo una mano, aiutaci a salvare il nostro posto di lavoro». Nei giorni scorsi i lavoratorihanno cercato di mettersi in contatto con il supercampione, ma l’azienda, naturalmente, ha alzato un muro per evitare che la vertenza possa trasformarsi in una brutta caduta d’immagine, come se l’immagine Yamaha contasse qualcosa quando licenzia decine di lavoratori. La Yamaha Motor Italia è un’azienda eccellente, tecnologicamente avanzata. Fa capo alla multinazionale giapponese delle moto. I giapponesi hanno riconosciuto agli operai italiani una capacità professionale talmente elevata da consentire alla fabbrica brianzola di sviluppare produzioni che, nella logica della multinazionale, non potevano essere realizzate fuori dal Giappone.

Oltre alla produzione, l’impianto ospita anche la Racing Division, quella che si occupa delle moto da corsa. Da oltre vent’anni l’azienda macina profitti da primato, mai un problema. Sul sito dellaYamaha, sotto il titolo “We had a dream”, l’azienda oggi scrive: «Era il 1980 e, nell’hinterland milanese, nasceva un sogno. La sfida era impegnativa maaffascinante: promuovere le moto Yamaha in Italia. Un marchio famoso in tutto il mondo, già sinomimo di primato nelle competizioni, con fuoriclasse come “King” Kenny Roberts, Eddy Lawson, Giacomo Agostini... E il sogno si è realizzato. Oggi YamahaMotor Italia è leader di mercato, ha costruito autentici miti su due ruote. Ha contribuito a scrivere capitoli importanti nella storia delle moto, degli scooter, ma anche dello sport e del costume». Se il “sogno” è stato realizzato perchè Yamaha chiude la produzione in Italia e licenzia i lavoratori? Non ci sono motivazioni industriali, non ci sono problemi finanziari perchè i bilanci sono sempre stati positivi, non si possono accusare i lavoratori perchè gli stessi giapponesi riconoscono la loro professionalità e il loro impegno. E allora? Il presidente dellaYamahaMotor Italia, il giapponese Murata, non si fa vedere. Il direttore generale Enrico Pellegrino ripete una litania che gli viene suggerita dall’estero. La chiusura dell’impianto della Yamaha è ricondubile solo alle scelte, spesso incomprensibili, di una multinazionale che non guarda in faccia nessuno. La lotta dei lavoratori della Yamahaè durissima. Domani, assieme a molti altri dipendenti di aziende a rischio, sfileranno al Pirellone, sede della Regione Lombardia. Gli operai della Yamaha vorrebbero organizzare un “funerale pubblico” dell’azienda. Ma le brutte notizie non finiscono mai nella adorata Brianza del premier. Ieri all’Officina Meccanica Ventura la direzione ha deciso il licenziamento di tre operai, senza spiegazioni e senza confronto. L’azienda ha minacciato di tagliare il 30% dei dipendenti se i sindacati si opporranno al licenziamento. Questa è l’Italia 2009.

 
18 novembre 2009  http://www.unita.it/

Acqua, il governo la privatizza a colpi di fiducia

















Frida Roy,   17 novembre 2009

Il governo ha posto la fiducia sul decreto Salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l'acqua. A prendere la parola il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, il quale ha aggiunto che la fiducia sarà votata su un "maxiemendamento" con un testo "identico" a quello approvato dalla commissione che "è identico a quello arrivato dal Senato". Protestano le opposizioni parlamentari. 'Mugugni" anche dalla Lega. Prende corpo l'ipotesi di un referendum

Fallisce il tentativo delle opposizioni in parlamento di fermare la privatizzazione dell'acqua.
Il decreto legge 'salva-infrazioni' del ministro Andrea Ronchi per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia europea viene 'blindato' dal governo con l'apposizione della fiducia nell'aula della Camera.
Il testo resta quindi quello uscito dal Senato, dove è stata introdotta anche la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, tra cui la gestione dell'acqua. E' su questo punto che si sono incentrati la maggior parte dei 177 emendamenti di Pd, Idv e Udc, che però, vista la questione di fiducia, decadono automaticamente.
Le opposizioni avevano tentato di 'stoppare' il provvedimento anche con due questioni pregiudiziali (appoggiate dall'Idv) che sono state respinte dalla maggioranza. Le pregiudiziali chiedevano di non procedere all'esame del decreto vista "l'eterogeneità" delle norme, che "non sarebbero connesse alle finalità originarie del decreto" licenziato da Palazzo Chigi per evitare 'multe' salate in sede europea. E anche perché, per alcune misure, "non ci sarebbero i requisiti di necessità e urgenza".
Nel corso dell'iter a Palazzo Madama sono state aggiunti 13 articoli ai 21 originari. Visto l'ampliarsi del testo il decreto è stato quindi bollato come l'ennesimo caso di "provvedimento omnibus".
Tra le norme che più preoccupano e indignano c'è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali (prevista dall'articolo 15), che comprende la gestione dell'acqua. Anche se nel testo si precisa che la proprietà pubblica del bene acqua dovrà essere garantita. Una modifica sostenuta dalla lega che pure ancora oggi la giudica "insufficiente". Tanto che il vicepresidente dei deputati del Carroccio, Marco Reguzzoni, spiega che pur -non essendo in dubbio il voto sulla fiducia posta dal Governo al decreto legge salva-infrazioni- "il Carroccio non nasconde la sua insoddisfazione per le norme sull'acqua previste dal provvedimento", preannuncia "la presentazione di un ordine del giorno al decreto", e non esclude la presentazione "di modifiche già in Finanziaria".
L'articolo 15 prevede che la gestione dei servizi pubblici locali sarà conferita "in via ordinaria" attraverso gare pubbliche e la gestione in house sarà consentita soltanto in deroga e "per situazioni eccezionali". Questa formulazione, è la denuncia delle opposizioni parlamentari e del mondo dell'associazionismo, apre la strada alle privatizzazioni.
Non rientrano nella riforma la disciplina della distribuzione del gas naturale e dell'energia elettrica, il trasporto ferroviario regionale e le farmacie comunali.
"Pochi grandi gruppi faranno affari d'oro a discapito dei cittadini che subiranno l'aumento delle tariffe dell'acqua", la vicepresidente del Partito democratico, Marina Sereni, interviene così nell'aula di Montecitorio. "Sconcerto, rammarico e arrabbiatura - dice Sereni - perché il ministro Vito, riproponendo come una pratica burocratica l'ennesimo voto di fiducia, mostra disprezzo e scarsa stima verso il Parlamento e i deputati, anche quelli della maggioranza. Non avete avuto il coraggio di discutere e di stralciare l'articolo 15 - continua la vicepresidente Pd rivolgendosi al governo - perché non vi fidate neanche dei vostri parlamentari. Avete passato il segno, ma non sento levarsi nessuna voce libera da parte del centrodestra". "Vi state abituando ad una pratica che è anche contro di voi - ha detto Sereni rivolgendosi ai parlamentari del Pdl -, contro la vostra libertà di giudizio, contro la vostra dignità di parlamentari della maggioranza. Questo provvedimento sarebbe stato approvato in pochissimo tempo, con un voto unanime di questo Parlamento, se voi aveste accettato di stralciare l'articolo 15, un articolo importante che riguarda i servizi pubblici locali, che voi non avete il coraggio di discutere, non volete discutere. Voglio capire come farete ad andare a spiegarlo ai sindaci, ai vostri comuni".
Verdi e IdV annunciano di essere pronti ad un referendum. "L'Italia dei Valori continuerà ad essere impegnata su questo fronte, promovendo un referendum, da abbinare eventualmente a quello contro il nucleare e, in caso, anche a quello contro la prescrizione breve", spiega il portavoce Leoluca Orlando.
"Con la privatizzazione progressiva dell'acqua, e il rischio che essa diventi proprietà di strutture e società private - ha detto Orlando in una conferenza stampa - i nostri territorio saranno spogliati della democrazia. Pensate a cosa accadrà dove c'è mafia, camorra, e n'drangheta, visto che la criminalità è nata proprio controllando l'acqua sul territorio. Solo che ora non avremo tanti piccoli don che magari controllano i pozzi in un latifondo, ma multinazionali con il monopolio della distribuzione dell'acqua nei centri urbani. Si tratta di una drammatica mortificazione della democrazia". Ha parlato di "offesa alla democrazia" il capogruppo dell'Italia dei valori alla Camera Massimo Donadi che in Aula ha dichiarato: "Per la diciottesima volta in questa legislatura umiliate il Parlamento, offendete la democrazia, ormai senza più alcun ritegno. Ormai è diventata davvero una formalità burocratica: il ministro Vito viene qui, con aria distratta ci dice che ancora una volta in questo Parlamento non si discute dei problemi del Paese e una maggioranza appecoronata si guarda tutta contenta, perché per una giornata non lavora. Questo è il livello a cui abbiamo ridotto i lavori parlamentari" ha detto Donadi che ha denunciato il rischio di "dare a poche lobby multinazionali" un bene "che dovrebbe essere un diritto sacrosanto di ogni essere umano".
"Dobbiamo dire ai cittadini italiani - ha spiegato Donadi - che allo Stato, ai comuni, agli enti pubblici resteranno soltanto i costi di manutenzione di una rete idrica che già oggi fa acqua da tutti i lati nel vero senso della parola e lasceremo il rubinetto - ma non quello dell'acqua, quello dei soldi - a poche aziende multinazionali, che sulla pelle degli italiani lucreranno".
Critiche anche da parte del deputato Udc Giuseppe Vietti che parla di "prevaricazione nei confronti della Camera" e si domanda "se è normale, in un assetto bicamerale come è quello del nostro Parlamento, che un decreto-legge venga trattenuto da una delle Camere per 45 giorni, che quella Camera intervenga pesantemente sul merito del provvedimento accrescendone vieppiù l'eterogeneità, introducendo addirittura ex novo intere materie, e poi questa Camera che si trova messa di fronte all'alternativa o la fiducia o niente".
Trattare il tema dell'acqua così come si sta facendo in questi giorni in Parlamento è "irresponsabile". Lo affermano Federconsumatori e Adusbef, secondo cui "non vi è solo una questione di metodo, per cui si intende liquidare alla svelta la questione, anche attraverso ipotetici voti di fiducia, ma vi sono anche questioni di merito assai rilevanti". Prima fra tutte la decisione di privatizzare "in termini definitivi e tassativi la gestione del servizio idrico, passando cioè da un monopolio naturale a un monopolio privato, senza poter contare, in questo modo, sulla concorrenza di mercato e, secondo l'esperienza che nel Paese già si è fatta, determinando maggiori tariffe per questo servizio. La seconda questione - osservano le due associazioni - è che tale legge espropria i poteri degli enti locali, e, teoricamente, delle cittadinanze locali in merito al servizio idrico". "Noi siamo pre-giudizialmente contrari ad affidare una risorsa fondamentale come l'acqua, considerato un bene dell'umanità, in mano a privati - dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef - Per tale motivo ci siamo opposti e ci opporremo in maniera molto determinata a tale operazione. Qualora non ci siano sussulti di ‘dignità parlamentare' che determinino uno scorporo delle normative sulla questione del servizio idrico, metteremo in campo tutte le iniziative in nostro potere perché tale misura non diventi operativa, a partire dalla raccolta di firme per un Referendum abrogativo".
Cancellata tale norma, "si apra finalmente nel nostro Paese una riflessione istituzionale sul sistema idrico, sulla razionalizzazione e sulla gestione funzionale dello stesso, basandosi sui criteri fondamentali di efficienza ed efficacia, che devono trovare spazio nella gestione pubblica. Inoltre, a differenza di altri settori dei servizi pubblici, la copertura economica del servizio idrico - osservano - si dovrà realizzare sia attraverso le tariffe da parte delle famiglie, e sia da parte della fiscalità generale, con norme chiare e trasparenti".

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Paolo Barnard Ecco come morimmo



Come le destre hanno riconquistato il potere.

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