venerdì 20 novembre 2009

Il trans-atlantico della trans-politica























20 novembre 2009 Nicoletta Forcheri

Il corpo del transessuale Brenda, coinvolta nella vicenda di Piero Marrazzo, è stato trovato carbonizzato a Roma. La trans era all’interno di un appartamento in via Due Ponti. Sul posto gli agenti della polizia scientifica della questura di Roma (Ansa, 20 novembre 2009)


La trans politica, quella del comitato trans-versale di fratellanza trans-atlantica, ricatta i politici in modo sistemico; non importa il colore, per la trans-politica – categoria che ha cambiato genere – solo importano le transazioni finanziarie, su cui vigila. Laddove le pedine non oliano, la trans-politica sguinzaglia i suoi sbirri.
Marrazzo non era l’unico ad andare a trans eppure è lui che è stato ricattato. Le ipotesi sono due: potrebbe essere stato preso di mira personalmente per alcune sue politiche, oppure la vicenda potrebbe essere interpretata come uno dei tanti avvertimenti mafiobancari al governo trasversale compreso il governo “ombra” del partito di Marrazzo (PD), per questioni ben più macro.
Più di un dettaglio di tutta la faccenda – adesso che è stato fatto fuori il trans Brenda – dovrebbe aprirci gli occhi, come in un flash, su quanto sia incantato il disco del dopo guerra italiano, un incanto che se evidenziato dovrebbe sortire l’effetto di disincantarci. E magari cambiare disco.
Innanzitutto il luogo del blitz dei carabinieri: Via Gradoli 96 (1), è forse un caso se si tratta proprio del civico della via del covo delle BR al momento del rapimento Moro, ed è un caso se già da allora l’immobile ospita diversi appartamenti gestiti da società facenti capo ai servizi segreti – deviati?
Poi il modo: i carabinieri, è un caso se fanno irruzione in una casa privata di un trans avendo già l’informazione riservata dello scoop, per ricattare ed eventualmente defenestrare politicamente quel politico? E se, pur di ricattarlo, i carabinieri compiono un reato palese e sfrontato, quello della violazione dell’habeas corpus, come avessero le spalle coperte?
Se avessero voluto agire per rendiconto personale, non avrebbero avuto a disposizione tante altre occasioni senza dovere rischiare l’arresto?
Poi, guarda caso, c’era già stato un altro morto, la pedina più importante della partita, Gianguarino Cafasso, l’informatore dei carabinieri che secondo i militari avrebbe girato il filmino di Marrazzo con il trans, e che sarebbe morto di overdose ai primi di settembre, in tempo utile per iniziare un processo nella migliore tradizione italiana dei depistaggi dei nostri principali “misteri”. E infatti la versione dei militari contraddice quella dell’avvocato di Cafasso che afferma il 29 ottobre scorso che il suo cliente gli disse che “quel video gli era stato dato dai carabinieri e che il suo compito era quello di commercializzarlo”. A chi? Al quotidiano degli Angelucci, deputato membro della commissione Finanza della Camera. Ed è davvero un infelice caso che adesso lui non sia più con noi per raccontarci esattamente come siano andate le cose, a chi avrebbe venduto il filmino, e chi altri avrebbe potuto esercitare pressioni politico-finanziarie
Ora, una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze rassomigliano a una prova. Ma la prova di cosa, di quale motivazione e per chi?
Sicuramente, l’affaire ruota attorno ai soldi, non quelli del ricatto a Marrazzo, né quelli dati alle trans – sia pur scandalosamente soldi nostri – ma soldi grossi, rendite. Politiche attorno ai soldi-rendite. Come tutto il resto d’altronde.
Allora, ammettendo la prima ipotesi, Marrazzo preso di mira personalmente, spunta tra gli altri un articolo di Repubblica che parla delle grosse rendite della famiglia Angelucci, a capo del gruppo Tosinvest, proprietario de Il Riformista e di Libero, oltre a dodici cliniche private nel Lazio, cui il governatore Marrazzo avrebbe negato ben trenta milioni di euro di finanziamenti (su 85 milioni) in seguito agli arresti domiciliari (2) il 3 febbraio scorso, di Giampaolo Angelucci – il padre Antonio deputato Pdl era scampato all’arresto grazie all’immunità e alla votazione omertosa dei suoi colleghi onorevoli – con l’accusa di associazione a delinquere per truffe al servizio sanitario per 170 milioni di euro tra il 2005 e il 2007.
Su Giampaolo Angelucci, pende anche dal 12 ottobre scorso, la richiesta di processo per finanziamento illecito nel 2005 della lista di Fitto (500000 euro) “La Puglia prima di tutto” – poi diventato deputato di FI – in cambio di appalti sanitari in monopolio di 198 milioni di euro per la gestione di undici residenze sanitarie in Puglia.
Gli Angelucci, acquirenti della Roma, la famiglia fidata cliente di Unicredit, che hanno citato il giornale Repubblica per l’articolo che ipotizzava la connessione Sanità…
Marrazzo, però, ha sicuramente dato fastidio soprattutto per avere iniziato un esperimento inedito in Italia, quello del reddito minimo garantito (3), cui aveva destinato un fondo di 135 milioni nel triennio 2009-2011. Probabilmente per reperire i fondi dovette tagliare alcune voci, come appunto quelle della sanità.
Il 4 marzo 2009, infatti, il Consiglio regionale del Lazio approvava la legge “L’istituzione del reddito minimo garantito. Sostegno al reddito per disoccupati, inoccupati e precari”, una misura inedita in Italia, sperimentale, che prevede l’erogazione di una somma fino a 7000 euro l’anno (pari a 580 euro mensili) ai disoccupati, i suboccupati e i precari, residenti nel Lazio. Tale reddito può essere integrato dai comuni con prestazioni gratuite (mezzi pubblici locali, libri di testo scolastici, sport e attività culturali ecc) e agevolazioni per i canoni di locazione. I requisiti? Un reddito inferiore agli 8000 euro annui, una fascia di età compresa tra i 30 e i 40 anni e basta. La condizione dei 24 mesi di iscrizione nelle liste dei disoccupati, aumenta solo i punteggi ma non costituisce una condizione obbligatoria.
Il regolamento attuativo della legge è stato pubblicato il 27 giugno 2009 e lui Marrazzo, è stato “filmato” dal trans ai primi di luglio. Ma è solo un caso.
Marrazzo aveva anche varato un programma casa decennale (2009-2018) molto ambizioso, ad agosto, con 635 milioni di euro oltre a risorse per l’edilizia agevolata (+97 milioni di euro) e per l’emergenza abitativa a Roma (+62,5 milioni), agevolazioni per l’acquisto di case da 150000 euro, con un voucher da 15000 euro messo a disposizione dalla regione, e rate/canoni da 500-550 euro.
Nella relazione sul reddito minimo garantito, si evidenzia come l’Italia e la Grecia siano gli unici paesi senza un reddito minimo garantito, contrariamente al “revenu minimum d’insertion” francese, al “sozialhilfe” austriaco, al “minimex” belga o al “Beistand” olandese, fino ai modelli scandinavi e anglosassoni, e persino alla recente “renta basica” spagnola istituita in diverse regioni; aveva destinato 135 milioni nel triennio 2009-2011 (per il reddito minimo garantito) sicuramente togliendoli da altre voci, e soprattutto affermava frasi come: “Non venderemo i beni della Regione”. (4)
Sarà un caso ma anche Sarah Palin (5), governatrice dell’Alaska subì un avvertimento-ricatto con un video a sfondo sessuale girato da una sosia in allegra compagnia di un collega del marito, ricatto cui lei non cedette. Lei aveva tutelato un fondo sovrano dell’Alaska, che distribuisce un reddito di cittadinanza ricavato dagli introiti degli investimenti petroliferi del paese, e che nel 2005 è ammontato a un assegno di 845,76 dollari per ogni residente alaskese idoneo, compresi i bambini. In 24 anni di storia del fondo, sono stati erogati un totale di 24775,45 dollari a ogni residente. (6)
Ora questo ricatto sessuale, come non collegarlo anche a tutti i ricatti a sfondo sessuale tentati – e non riusciti – a Berlusconi e come non connetterli a quella mentalità predominante dei banchieri anglosassoniamericani, che se fossero visitati da psichiatri sani di mente verrebbero immediatamente rinchiusi per turbe psichiche gravi, come la credenza di agire su mandato divino (7) (cfr. Blankfein di Goldman Sachs: “facciamo il lavoro di Dio”) o tutte le altre perversioni sessuali provenienti da certa repressione puritana.
La vicenda Marrazzo è avvenuta contestualmente ai casi ripetuti di “deviazione” e di “sbandamento” delle forze dell’ordine nel giro di poco tempo. Tutti hanno anche in mente l’atroce fine di Stefano Cucchi, ucciso dai maltrattamenti delle forze dell’ordine, dopo essere stato detenuto per piccole quantità di canapa, non dopo avergli presumibilmente prelevato gli organi per l’espianto/trapianto, a pochi giorni di distanza. Ma tutti avranno anche pensato che la brigatista trovata morta suicida proprio a qualche giorno da una sua udienza dove doveva testimoniare, è anch’essa troppo coincidente.
Brenda testimone scomoda degli altarini dei ricatti della lobby finanziaria ai politici, fatta sparire, così come a sua volta sparì opportunatamente la trans al centro dello scandalo di Lapo Elkann: silenzio generale, nessuna o quasi notizia sul net (8). La solita manina invisibile che nasconde le tracce di un delitto degli Invisibili o che ci annega nei dettagli di apposite distrazioni di massa.
La manina invisibile del transatlantico della trans-politica. Quella che ha cambiato genere e che pecca ogni giorno contro natura.
Nicoletta Forcheri
Fonte: www.stampalibera.com – blog: mercatoliberotestimonianze.blogspot.com
20 novembre 2009



Il Fondo permanente dell’Alaska è stato istituito per Costituzione ed è gestito da una società dell’Alaska dal 1976, grazie all’iniziativa dell’allora Governatore Jay Hammond. Quando il petrolio di North Slope, Alaska, cominciò a essere commercializzato attraverso il sistema di oleodotti TransAlaska, venne creato il Fondo permanente per emendamento alla Costituzione del paese per essere destinato a investimenti di minimo il 25% degli introiti delle royalties di petrolio e gas. Il Fondo non include tasse sugli immobili delle compagnie petrolifere né tasse sul reddito delle stesse, cosicché il deposito del 25% è più vicino all’11%. Il Fondo permanente accantona una certa quota di redditi petroliferi per poterle distribuire alle generazioni presenti e future di Alaskesi.

Molti Alaskesi pensano che sia un fondo permanente di dividendi, in contrasto con gli intenti degli inizi. Il sostegno al programma di distribuzione dividendi è talmente unanime e forte da garantire una continuità e la tutela del capitale principale del Fondo poiché qulasiasi misura che influisca negativamente sulle distribuzioni dei dividendi è una perdita per tutta la popolazione. I legislatori che desiderino appropriarsi dei redditi annui del Fondo sono vincolati dalla natura politicamente suicida di qualsiasi riduzione dei dividendi pubblici.

Lo Stato di Alaska distribuisce quindi una forma di dividendo cittadino dal Fondo che impiega investimenti inizialmente alimentati dal reddito di stato proveniente dale risorse mierariae in particolare il petrolio. Nel 2005 ogni residente alaskese idonei (compresi i bambini) ha ricevuto un assegno di $845.76. Nella storia di 24 anni del fondo ha pagato in totale $24,775.45 ad ogni residente. “
(7)
(8)

Dis-parità scolastica














Giovedì 19 Novembre 2009  Erika Gramaglia 

L' ’Onda studentesca torna in piazza e puntuali tornano la criminalizzazione: – per il ministro Gelmini non sono gli studenti a manifestare ma i centri sociali – e la repressione, con le forze di polizia in tenuta antisommossa.
Mentre i tagli impoveriscono la scuola primaria e secondaria e trasformano le università in fondazioni di diritto privato, i finanziamenti erogati ogni anno agli istituti privati ammontano a quasi un miliardo di euro. L’intento non confessato è quello di tornare alla ‘scuola di classe’ della riforma Gentile del 1923: una scuola pubblica, svuotata di risorse e una privata, in grado di fornire una completa istruzione alle future classi dirigenti...

La logica gentiliana di un'istruzione di classe nella riforma Gelmini


Se lo scontro rovente che l’autunno scorso ha incendiato il mondo della scuola, in rivolta verso i provvedimenti del governo in materia di finanziamenti e riorganizzazione del sistema scolastico, fosse parso a qualcuno argomento di recente attualità, sarebbe solo la dimostrazione di quanto la coscienza e la memoria degli italiani abbia ormai raggiunto livelli di guardia preoccupanti. Nella realtà giuridica si tratta di argomento di lunga data, all’ordine del giorno fin dalla nascita dello Stato moderno, in quanto attiene, in senso generale, alla piena espressione dei principi democratici dello Stato liberale moderno. È chiaro infatti che solo una pubblica opinione in possesso di adeguati strumenti intellettuali è in grado di interagire efficacemente con gli organi istituzionali, sviluppando appieno il concetto di partecipazione democratica alla vita politica dello Stato. In questo contesto l’offerta scolastica è fondamentale, ma facilmente strumentalizzabile.
Un buon esempio in tal senso è la riforma Gentile, promulgata nel 1923 e definita dallo stesso Mussolini “la più fascista delle riforme”. Essa prevedeva, accanto all’innalzamento a 14 anni dell’obbligo scolastico, un corso elementare di cinque anni uguale per tutti, al termine del quale l’alunno aveva possibilità di scegliere tra la scuola di avviamento al lavoro, che precludeva qualsiasi ulteriore scolarizzazione, e la scuola media, che consentiva l’accesso ai licei scientifico e classico, tra cui solo quest’ultimo permetteva l’ingresso all’università. La riforma Gentile realizzava il concetto di scuola di classe: da una parte una scuola elitaria, destinata alla formazione di una classe dirigente plasmata sui principi ideologici conservatori e dominanti; dall’altra una scuola ‘del popolo’, funzionale a fornire un livello d’istruzione prettamente manuale alla classe lavoratrice, nella quale le materie umanistiche avevano minor spazio di quelle scientifiche (saper contare è necessario al lavoro di un operaio, saper pensare no). Una scuola che negava le risorse culturali necessarie alla formazione di una coscienza collettiva, indispensabile non solo per opporsi alla deriva dittatoriale delle istituzioni ma anche per comprendere i meccanismi economici del capitale; lo stesso capitale che appoggiava il fascismo e che necessitava di manodopera ignorante e sottomessa da sfruttare.
Su questo assetto incidono i successivi articoli 33 e 34 della Costituzione, che sanciscono la libertà di insegnamento quale presupposto e conseguenza della libertà di espressione. Ben consapevole che curare, organizzare e diffondere la formazione culturale e civile di un popolo significa garantire la qualità della democrazia, il legislatore si è preoccupato di farne materia costituzionale, imponendo allo Stato, senza alcun monopolio, il compito di istituire scuole di ogni tipo, ordine e grado, in modo da garantire a tutti la possibilità di accedere a un’istruzione scolastica libera e adeguata. A questo dovere statale corrisponde un vero e proprio diritto allo studio dei cittadini, da esercitare nella forma a essi più congeniale, in un’ottica di perseguimento comune del progresso economico e sociale del Paese.
Nonostante i principi posti dalla Costituzione, la concreta difficoltà di mettere mano all’ordinamento scolastico, dovuta alle istanze particolaristiche dei differenti gruppi politici presenti in Parlamento, ha di fatto bloccato ogni intervento fino all’inizio degli anni Sessanta. La differenziazione della scuola secondaria viene definitivamente superata solo nel 1962 con la legge 1859, attraverso la previsione di una scuola media unificata che permetta l’accesso a tutte le scuole superiori. Nel 1968 viene istituita la scuola materna statale, mentre nel 1969, sotto la spinta dei movimenti studenteschi, viene riformato l’esame di maturità e liberalizzato l’accesso alle università. Con la legge 820/1971 viene riformata la scuola elementare mediante l’introduzione del tempo pieno, pensato sia come risposta ai mutamenti intervenuti nel tessuto sociale italiano – primo fra tutti il progressivo inserimento delle donne nel ciclo produttivo – sia come laboratorio dove sperimentare forme di apprendimento mirate alle necessità dei singoli alunni.
Un’altra novità importante di quegli anni è l’approvazione, nel 1974, dei cosiddetti Decreti delegati, che introducono nella vita della scuola le rappresentanze dei genitori, del personale amministrativo, tecnico e ausiliario e, limitatamente alla scuola superiore, degli studenti.
Il filo conduttore di questi interventi, frutto delle spinte rinnovatrici di quegli anni, è quello di rendere la scuola meno impermeabile alla società, fornendo all’offerta scolastica una duttilità tale da adattarsi alle diverse realtà italiane, fatte di centri urbani a forte densità di popolazione ma anche di regioni a vocazione agricola caratterizzate da piccole comunità. Un filo conduttore che trascende le azioni dei singoli governi e che, come vedremo, si pone in netta antitesi con i provvedimenti successivi.
La spinta rinnovatrice nel mondo della scuola si sopisce provvisoriamente durante gli anni Ottanta per poi tornare d’attualità politica nel decennio successivo. Non a caso: l’ondata di privatizzazioni avviata nel 1993 non poteva lasciare fuori dal libero mercato e dalla corsa al profitto un settore importante come l’istruzione. A partire dal 1996 vari sono stati i tentativi di riforma che si sono affastellati al fine di riorganizzare il sistema scolastico – molti dei quali mai entrati in vigore o cancellati da provvedimenti successivi – il cui unico effetto è stato di creare un disordine normativo capace di disorientare anche il più attento degli osservatori.
Il primo tentativo di riorganizzazione del sistema scolastico attribuibile alla seconda Repubblica è la cosiddetta riforma Berlinguer, varata con legge 425 del 1997 dal ministro della Pubblica Istruzione del primo governo Prodi, Luigi Berlinguer, ex rettore dell’università di Siena. La riforma si proponeva l’innalzamento a 15 anni dell’obbligo scolastico, la riforma dell’esame di maturità, l’autonomia scolastica e il riordino dei cicli di apprendimento. Non è possibile valutarne gli effetti sul sistema nel suo complesso poiché, con il cambio di maggioranza seguito alle elezioni del 2001, la riforma Berlinguer è stata interamente abrogata dalla legge 53 del 2003, meglio nota come riforma Moratti, la quale a sua volta ha seguito la stessa sorte, finendo la sua parabola giuridica – senza neppure entrare in vigore – con l’abrogazione a opera del successivo governo di centrosinistra; che però non è stato in grado di emettere un provvedimento sostitutivo. Onere lasciato al governo Berlusconi, che il 29 ottobre 2008 ha portato ad approvazione la legge 169/2008, la cosiddetta riforma Gelmini, relativa alla scuola primaria e secondaria. Capisaldi della riforma sono la reintroduzione del maestro unico, contro i tre ogni due classi previsti dal sistema precedente introdotto nel 1990, e la riduzione del modulo orario applicato al tempo pieno, con possibilità per i singoli istituti di provvedere, a proprie spese però, al mantenimento del modulo precedente. Sul versante dei finanziamenti statali alla scuola pubblica il provvedimento recepisce l’articolo 64 della legge 133/2008 (legge finanziaria triennale) che prevede forti riduzioni di spesa per il triennio 2009/2012; tradotti in cifre, in base alla definizione dei criteri operativi stabiliti con decreto di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze, i tagli di spesa corrispondono a 87.400 esuberi tra il personale docente e a 44.500 tra il personale ausiliario. Lo stesso decreto consente inoltre alle università di trasformarsi, previo voto di maggioranza assoluta del senato accademico, in fondazioni di diritto privato, ossia in enti dotati di autonomia gestionale, organizzativa e contabile; in altre parole si aprono le porte alla progressiva privatizzazione della scolarizzazione superiore, con le conseguenze prevedibili sulla reale effettività del diritto allo studio così come concepito dalla Costituzione. Tale norma infatti si pone in modo sinergico con un altro provvedimento emesso dal ministro Gelmini, il decreto legge 180/2008, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 10 novembre 2008 e approvato dalla Camera l’8 gennaio scorso, intitolato “Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario della ricerca”, che prevede l’innalzamento del turn-over dei docenti dal 20 al 50% per gli istituti considerati “non onerosi” (ossia con una spesa per il personale inferiore al 90% dello stanziamento statale), fino al blocco, previsto per gli istituti considerati “onerosi”, dei bandi di assunzione per nuovi docenti, ricercatori e personale amministrativo.
La riforma Gelmini, con i suoi tagli, la spinta alla privatizzazione e la conseguente riduzione del peso dell’offerta formativa pubblica a livello globale, si pone in modo lineare con le politiche economico-finanziarie seguite dai governi italiani, indipendentemente dal colore, negli ultimi anni. A partire dalla finanziaria del 2002 abbiamo assistito a una progressiva riduzione dei finanziamenti alla scuola pubblica. Detta con altre parole, e attuata con una modalità diversa, si sta ritornando alla scuola di classe della riforma fascista: una scuola pubblica svuotata di risorse umane e finanziarie che non potrà offrire altro che una povera educazione di base, alla quale, chi potrà permetterselo, non iscriverà i propri figli, scegliendo per loro una scuola privata in grado di dargli una più completa educazione. A far da contrappeso vi è stato infatti l’aumento dei finanziamenti previsti alle scuole private parificate. L’argomento merita una digressione sulla condizione giuridica di tali enti.
L’articolo 33 della Costituzione attribuisce agli enti privati la possibilità di istituire scuole e istituti di educazione, ma precisa che questo debba avvenire senza oneri per lo Stato. Eppure ogni anno la finanziaria predispone dei finanziamenti diretti agli istituti parificati, in base a una norma, la legge 62/2000, varata dal ministro Berlinguer, che fissa i criteri relativi alla parità scolastica tra scuole pubbliche e private. La norma, in via preliminare, afferma l’appartenenza delle scuole parificate al sistema nazionale di istruzione, riconoscendo quindi ai titoli di studio da esse rilasciati validità legale equipollente a quelli rilasciati dagli istituti pubblici; garantisce inoltre alle scuole parificate piena libertà per quanto riguarda l’orientamento culturale e gli strumenti pedagogico-didattici da utilizzare. In merito ai finanziamenti la norma, per aggirare il divieto costituzionale, pone in essere un sottile artifizio: non prevede nuovi capitoli di spesa diretti esclusivamente agli istituti privati, ma li inserisce, con vincolo di utilizzo, nei capitoli di spesa già previsti in finanziaria per il sistema pubblico nazionale. Inoltre, la legge 60/2000 introduce il meccanismo dei buoni pasto, ossia di contributi diretti riconosciuti alle famiglie che scelgono di iscrivere il proprio figlio a una scuola parificata, che altro non sono che contributi indiretti alle scuole stesse. A questi vanno sommati gli sgravi fiscali derivanti dall’applicazione alle scuole paritarie del regime fiscale relativo agli enti senza fini di lucro.
Si stima che a partire dalla finanziaria del 2002, i contributi, diretti e indiretti, alle scuole parificate ammontino ormai a un miliardo di euro all’anno. La maggior parte degli istituti paritari, che rappresentano ormai il 20% dell’offerta educativa nazionale, è gestita direttamente o indirettamente da ordini religiosi facenti capo alla Chiesa apostolica romana. Per questo motivo, la Conferenza episcopale italiana, nella persona del monsignor Stenco, ha fortemente osteggiato il tentativo di Tremonti, nel dicembre scorso, di ridurre il capitolo di spesa relativo alle scuole paritarie nella finanziaria 2008; tentativo immediatamente abbandonato dal ministro, probabilmente intimorito dall’ira dei prelati. Che strano Paese il nostro: migliaia di studenti, centinaia di cortei in tutta Italia, mobilitati per difendere la scuola pubblica contro i tagli della riforma Gelmini, non hanno fermato il progetto del governo, mentre alla Chiesa, per difendere il proprio status quo, è bastato lanciare un’occhiata di traverso.
Lo scenario si presenta fosco e foriero di cattivi presagi. Mai come ora la scuola pubblica è stata attaccata su più fronti: da una parte la riduzione dei finanziamenti, dall’altra l’ingresso nel mercato dell’istruzione, perché di mercato in senso economico si tratta ormai, di soggetti privati dotati di una indiscutibile capacità concorrenziale. Come abbiamo visto, la situazione attuale altro non è se non il risultato di un decennio di interventi che progressivamente hanno modificato, minandola alla base, la struttura finanziaria della scuola pubblica italiana. Un pericolo evocato da molte voci, anche in periodi che potrebbero essere considerati non sospetti. Voci che il discorso pronunciato da Pietro Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN) tenutosi a Roma nel lontano 1950, ben sintetizza: “Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada. Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, a impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. E allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori, si dice, di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figliuoli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A ‘quelle’ scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private”. La profezia di Calamandrei, per quanto catastrofica, è stata superata dalla realtà dei fatti. Se Calamandrei parla di un partito dominante a cui presumibilmente si oppone un partito minoritario, l’amara constatazione che nasce dall’analisi fin qui svolta è che ci troviamo di fronte a un disegno condiviso da entrambe le ali del Parlamento. Se è vero infatti che le coalizioni di centrodestra hanno emesso un numero superiore di provvedimenti in materia, è altrettanto vero che le coalizioni di centro-sinistra hanno avuto la responsabilità di iniziare, almeno formalmente, l’intero processo di parificazione tra scuola pubblica e scuola privata. Si tratta insomma di un fenomeno espressione non di un partito dominante, ma di una trasversalità di forze politiche, non scevre da influenze di altri poteri forti: uno è la Chiesa, per la quale le scuole private cattoliche rappresentano introiti economici e controllo ideologico; l’altro è il capitale, che si avvantaggia non solo di una classe lavoratrice formata esclusivamente sulle necessità produttive – le tre ‘i’ di Berlusconi, inglese impresa informatica – ma anche di università divenute fondazioni private nelle quali potrà controllare la direzione della ricerca a proprio proficuo vantaggio, trasformandola da cultura a bacino di brevetti industriali finalizzati al profitto d’impresa.
Il dubbio è quello di trovarsi di fronte ai primi capisaldi di una nuova forma di dittatura: la dittatura della cultura. Come non pensare immediatamente a 1984? Una società quale quella concepita da Orwell nel famoso romanzo, in cui il potere si manifesta attraverso il controllo delle coscienze e la rimozione del passato, è possibile solo nel momento in cui l’istruzione diventa strumento di omologazione ai principi stabiliti dal potere stesso. In questo modo, escludendo a priori ogni forma di opposizione, stroncandola sul nascere proprio negando quegli strumenti culturali necessari alla sua stessa formazione, il potere conserva se stesso. Nel romanzo, il protagonista Winston Smith, scolarizzato educato e controllato, fa parte della classe privilegiata; sotto di lui milioni di prolet, l’85% della popolazione di Oceania, rimasti l’unica speranza di riscatto e cambiamento sociale; ma da parte loro “non vi è nulla da temere: abbandonati a se stessi, continueranno – generazione dopo generazione, secolo dopo secolo – a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. Potrebbero diventare pericolosi solo se il progresso tecnico-industriale rendesse indispensabile alzare il livello della loro istruzione”, ma poiché non è al momento necessario, “il livello di istruzione della popolazione sta in effetti peggiorando”.

http://www.rivistapaginauno.it/
http://www.reportonline.it/

Lo Stato privatizzatore criminalizza il lavoro


















Giovedì 19 Novembre 2009  Comidad 

Il saccheggio dei patrimoni immobiliari delle Università a favore dei privati, alla fine dell’ottobre scorso ha assunto il pomposo nome di Riforma Gelmini.
Ciò che l’articolo 16 della Legge133/2008 (più nota come Decreto Tremonti) dava ancora come opzione, ora è diventato obbligo di legge, perciò ai Rettori delle Università si assegna il ruolo istituzionale di organizzare e perpetrare il furto.

Pare che alcuni Rettori abbiano accolto con entusiasmo la notizia, resa più gioiosa dal fatto che la sedicente riforma del ministro Gelmini, come già faceva la 133/2008, assegna alla Università trasformate in Fondazioni private anche i beni demaniali dello Stato attualmente in uso alle stesse Università. Le Fondazioni universitarie private potranno così incamerare qualsiasi bene immobile con cui siano venute in qualche modo in contatto, e non è da escludere che questo anno di attesa tra le due leggi sia servito proprio ad allargare a dismisura, con ogni pretesto, la lista dei beni in oggetto.
Vi è stato entusiasmo anche da parte della Confindustria, ed è pienamente comprensibile, se si considera che gli imprenditori privati, una volta entrati di diritto nelle Fondazioni, potranno mettere le mani su patrimoni immobiliari sterminati e di valore incalcolabile. La cosiddetta opposizione, come sempre, non si è opposta, dato che al saccheggio sarà ammessa anche la Lega delle Cooperative.
Piovono intanto le finte critiche di rito, del tipo: se i privati mettono i loro soldi nelle Università, le useranno a loro vantaggio; oppure si accusa la pseudo-riforma di essere “meritocratica”, come se il merito potesse essere valutato da persone che si distinguono solo per i loro demeriti.
Anche la fiaba secondo cui “gli imprenditori privati mettono i loro soldi” fa il paio con quella degli americani che invadono gli altri Paesi per portarvi la democrazia. I privati veri, a differenza dei privati delle fiabe, i soldi se li portano via, non li mettono. Nel caso delle Università poi non si tratta solo di soldi, ma anche di patrimoni immobiliari.
Ci si è sempre raccontato che c’erano due soggetti: i privati da una parte e lo Stato dall'altra, salvo poi scoprire che esiste in effetti un solo soggetto, cioè lo Stato privatizzatore, che distribuisce ai ricchi il denaro pubblico ed i beni pubblici accumulati tassando i poveri. Infatti, sempre in ossequio alla solita 133/2008, articolo 23bis, in questi giorni il parlamento viene chiamato a privatizzare anche la distribuzione idrica, così gli acquedotti costruiti con i soldi dei contribuenti e degli utenti saranno regalati ai privati; e, per le prevedibili rivolte popolari causate dalla mancanza d'acqua, il Trattato di Lisbona ha già previsto per il reato di insurrezione nientemeno che la pena di morte, da eseguire con rito sommario.
Se la Gelmini può ora pavoneggiarsi di aver varato una “riforma”, il ministro Brunetta viene addirittura accreditato dai media di star attuando una “rivoluzione”, che, manco a dirlo, consiste nel distribuire appalti pubblici a ditte private legate allo stesso ministro, che non solo fa comprare allo Stato sistemi informatici di dubbia funzionalità, ma persino tornelli. In questo ruolo di collettore di denaro pubblico per aziende private, il ministro Brunetta può essere definito il “Rumsfeld Italiano”. Come il Rumsfeld originale, anche Brunetta è uno squilibrato, ma svolge diligentemente il suo ruolo di saccheggiatore della spesa pubblica, agitando di volta in volta slogan di intransigente moralismo o efficientismo, a seconda del pubblico da abbindolare.
Che dei ministri sfacciatamente impresentabili, come l’abietto Brunetta e l’abulica Gelmini, che per di più fanno parte di un governo presieduto da un latitante, riescano poi ad accreditarsi comunque di un ruolo efficientistico e moralizzatore, è l’effetto di una criminalizzazione del lavoro, per cui chiunque lavora è sospettabile, come minimo, di essere un “fannullone”. Questa criminalizzazione non è accidentale o episodica, ed era riscontrabile anche prima delle campagne propagandistiche di un Pietro Ichino. Si tratta di una criminalizzazione ideologica e preventiva, che non si dà quindi caso per caso, semmai sono i lavoratori a doversi discolpare e a cercarsi di liberarsi dai sospetti singolarmente, poiché, come categoria, si trovano sempre in uno stato di inferiorità morale.
Si è sempre raccontato che il cosiddetto capitalismo - che sarebbe più realistico definire "assistenzialismo per ricchi" - abbia rappresentato una rottura rispetto al feudalesimo; si è raccontato anche che il sedicente capitalismo abbia liberato il lavoro dai vincoli feudali proiettandolo sul mercato, riducendolo a merce. In realtà neppure la Rivoluzione Francese ha mai liberato il lavoro da questi vincoli feudali.
Nella sua Storia della Rivoluzione Francese, Kropotkin notava con stupore che una delle misure dei governi “rivoluzionari” era stata quella di istituire dei “tetti” salariali, impedendo perciò ai lavoratori di vendere il proprio lavoro alle migliori condizioni. Il lavoratore quindi non poteva considerarsi proprietario della sua forza-lavoro, anzi questa era considerata di proprietà dello Stato.
A questo punto non ci si stupirà di scoprire che anche nell’Inghilterra ultra-liberista si limitavano per legge i salari, e il padronato inglese gridò allo scandalo di un ritorno al feudalesimo soltanto quando la legislazione limitò lo sfruttamento della manodopera infantile, grazie anche alle denunce di scrittori di grande popolarità come Charles Dickens. Il Diritto Civile napoleonico sancì ufficialmente la disuguaglianza tra padrone e lavoratore, stabilendo che nei conflitti di lavoro per il tribunale solo il padrone era da ritenere credibile sulla parola, mentre l’operaio era tenuto a portare prove tangibili. Ciò che il Codice napoleonico stabiliva in modo esplicito, oggi costituisce ancora un implicito senso comune. La condizione servile del lavoratore, il suo stato di inferiorità morale, conferisce automaticamente un piedistallo di superiorità morale a chiunque voglia criminalizzarlo, proprio perché l’onere della prova risulta rovesciato. Ad esempio, molti lavoratori del Pubblico Impiego sono finiti sotto il mobbing di Brunetta e al ludibrio dei media, non perché lavorino poco e male, ma, al contrario, perchè il loro buon rendimento mantiene basso il costo del servizio, e quindi impedisce di giustificare la cessione di quello stesso servizio in appalto a una ditta privata amica del ministro.
Le privatizzazioni sono furti, ma a causa dello status di subordinazione feudale del lavoro, possono essere fatte apparire come ventate moralizzatrici che mettono in riga dei lavoratori discoli.
Nel “Manifesto dei Comunisti”, Marx ed Engels contribuirono a perpetuare l’equivoco, proponendo di organizzare i lavoratori delle campagne in un esercito agricolo a leva obbligatoria, e quindi suggerendo che il comunismo non consista tanto nella proprietà comune dei mezzi di produzione, ma nella proprietà comune della forza lavoro; quindi un comunismo feudale, in cui il lavoratore vede confermata la sua condizione di servo della gleba.
Il distacco progressivo dell’idea comunista dalla difesa del lavoro, la deriva moralistica ed educazionistica del comunismo attuale, sempre impegnato nell’autocritica e nell’autofustigazione, costituiscono l’effetto di questo ingorgo ideologico, cioè del non aver mai affermato con chiarezza che la condizione preliminare del comunismo è la libertà del lavoro: la forza-lavoro deve appartenere al singolo e i mezzi di produzione a tutti.

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Storie di crisi: Comune occupato a Termini Imerese, 173 licenziamenti alla Lasme occupata.














di Mattia Nesti, venerdì 20 novembre 2009,

L’Ocse ha reso pubblici oggi alcuni dati a proposito dell’evoluzione della crisi economica in Italia.
Secondo l’analisi dell’Economic Outlook presentato oggi, la recessione ha avuto effetti meno pesanti che in altri paesi europei, perché la crisi economica del nostro Paese è iniziata prima che altrove.
In ogni modo i dati sull’economia reale sono tutt’altro che rassicuranti: “la ripresa annunciata “potrebbe essere più debole del previsto sul medio-termine”, inoltre la disoccupazione, che attualmente si attesta al 7,6% (+0,8%) e che nei prossimi mesi è destinata ad aumentare fino all’8,6%, potrebbe subire un ulteriore impennata, conseguenza della fine della Cassa Integrazione per moltissimi lavoratori.
In ogni caso fino alla fine del 2011 la disoccupazione è destinata ad aumentare, con effetti devastanti sulla vita di milioni di lavoratori, che si ritroveranno senza salario.

Anche Federmeccanica, come riportato oggi dal Sole 24Ore, ha presentato oggi un documento che analizza la situazione del comparto metalmeccanico: un utilizzo spropositato della Cassa Integrazione e una prospettiva di stagnazione senza nessun segnale di crescita per tutto il 2010.
Il responsabile del servizio economico di Federmeccanica, Angelo Megaro, ha ammesso che “non riusciamo a vedere un punto di svolta per il nostro settore”.
E, come preannunciato dalla CGIL e dai sindacati di base nelle scorse settimane, i lavoratori cominciano a pagare gli effetti della crisi.
Mentre continua l’occupazione permanente del Comune da parte di alcune centinaia di operai dell’indotto Fiat di Termini Imerese, che hanno simbolicamente eletto un loro nuovo sindaco, oggi è arrivata la notizia che la Lasme, azienda dell’indotto Fiat di Melfi, licenzierà definitivamente i 173 operai.
Quattro operai sono tutt’ora in sciopero della fame.
Non è escluso, di fronte ad una simile contrapposizione, che l’occupazione della fabbrica da parte dei lavoratori si trasformi in autogestione operaia, sulla scia dell’esperienza milanese della INNSE. Presenti delegazioni della FIOM e della Federazione della Sinistra.
Quest’estate proprio alla Lasme alcuni vigilantes avevano esploso colpi di arma da fuoco durante un tentativo di occupazione da parte dei  lavoratori.
Ma d’altronde, come direbbero il premier e Tremonti, “la crisi è finita”.
“Laissez far”.
Mattia Nesti.
tratto da: http://www.newnotizie.it/2009/11/19/ocse-la-crisi-non-e-finita-a-melfi-173-nuovi-licenziamenti/

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Sulla questione carceraria


















Rita Andrenacci, Domenico Arena, Neris Cimini, Massimo Di Rienzo*,   19 novembre 2009

Lettera aperta     Le drammatiche notizie di cronaca di queste settimane ripropongono, in modo allarmante, la questione basilare del dovere, da parte degli organi di giustizia e delle forze dell'ordine dello Stato di diritto, di garantire l'incolumità e la salute delle persone che sono private della libertà ed affidate alla pubblica autorità



E' un diritto fondamentale da parte di ogni donna o uomo (cui corrisponde un preciso dovere di salvaguardia da parte delle autorità) quello di avere la certezza che, in caso di fermo, arresto, reclusione, detenzione amministrativa, la propria persona sarà garantita da qualsiasi offesa nel corpo e nella psiche e curata in modo adeguato, se le sue condizioni di salute lo richiedono. E' del tutto evidente come queste considerazioni, che dovrebbero costituire delle ovvietà, nel momento attuale rischino - viceversa- di apparire rivoluzionarie. L'on. Giovanardi ha ben rappresentato, intervenendo sul caso Cucchi, il venticello di rancoroso cinismo che aleggia sul Paese e che - sempre più - tende a disconoscere l'esistenza di diritti universali, quasi che la vita e la salute fossero prerogative riservate ai cittadini italiani non devianti e non a qualsiasi essere umano.
Si usa recitare, in casi come quello di Stefano Cucchi, il rassicurante mantra secondo cui, nel confermare assoluta fiducia nelle autorità inquirenti, si auspica che il singolo episodio non divenga un pretesto per criminalizzare le istituzioni e le diverse forze dell'ordine: insomma, per "non fare di tutta l'erba un fascio". Epperò, al di là del rischio di facili quanto errate generalizzazioni, resta un fortissimo senso di disagio e di preoccupazione in chi osservi un po' più da vicino il concreto e quotidiano mondo della giustizia penale nel nostro paese. Perché è purtroppo una percezione diffusa quella per cui la cultura della legalità e dei diritti va subendo, nell'ultimo periodo, l'onda lunga del clima di impunito arbitrìo che si respira nel paese: ed i primi luoghi a rischio, quando l'argine del diritto cede, sono - com'è ovvio - quelli laddove la legge smette i panni eleganti dei raffinati ragionamenti giuridici, per indossare quelli decisamente più concreti della custodia e della gestione dei corpi.
Sta divenendo senso comune la percezione che ciò che alberga dentro le mura del carcere non debba avere nulla a che fare con la società civile, quasi che le regole, le norme, le garanzie cui i comuni cittadini sono (più o meno) avvezzi possano o debbano subire una sospensione non appena si varchi quella soglia. Anche perché, se quella soglia si varca, si è - nella maggioranza dei casi - perdenti (cioè stranieri, tossicodipendenti, malati psichiatrici: categorie che, da sole, assommano a ben più della metà dei detenuti italiani) ed, in quanto tali, destinati a non essere tutelati.
Come se il sistema dei diritti e delle garanzie fosse posto a tutela dei vincenti, di coloro che, a prescindere dalla propria colpevolezza, possono permettersi di non sperimentare cosa sia concretamente il carcere (o di viverlo protetti dal riconoscimento di una certa "aristocrazia criminale"), piuttosto che le fasce deboli della popolazione.
Questa ipertrofia di "sfigati" ai confini della legalità che gonfia le mura del carcere oltre ogni sovraffollamento possibile, nella sorda indifferenza di governanti impegnati a tutelare sé stessi, svuota e snatura quel po' di rispetto della legalità che faticosamente si era costruito anche nelle carceri: quale il senso e la possibile applicazione di regole penitenziarie pensate per persone giudicate colpevoli e da reinserire in un percorso sociale graduale e complesso, quando la maggioranza dei detenuti non supera l'anno di reclusione? Par che sia molto più importante, per chi continua a sfornare pacchetti sicurezza, "mandare in galera" categorie eterogenee ed indeterminate, piuttosto che giudicare, eseguire e gestire la condanna di soggetti che veramente pongono in essere reati allarmanti.
Così, le patrie galere vengono sempre più attraversate da una folla indistinta di corpi all'ammasso, senza la possibilità di capire, governare, gestire; così l'ordinamento penitenziario, il suo sistema di regole, sanzioni, benefici, agonizza dentro istituti sempre più sinistramente simili a centri di detenzione temporanea; così un personale esausto tenta sempre più flebilmente di frenare la deriva dell'illegalità montante; così, dentro le carceri, le ragioni della forza prendono il sopravvento sulla forza della ragione.
Nel frattempo, al furore sanzionatorio di iniziativa governativa fa da controcanto l'assoluta e silenziosa impotenza di un'Amministrazione Penitenziaria che continua a produrre ossessivamente bozze di Piani Carceri e circolari arditamente tese a sfidare il principio dell'impenetrabilità dei corpi, riducendo il proprio mandato al reperimento di posti letto (che, peraltro non reperisce, se non in misura assolutamente inadeguata): così, può accadere che una condanna della Corte Europea per il trattamento degradante cui il sovraffollamento (ma anche la assoluta mancanza di attività tratta mentali) conduce nei confronti dei detenuti, sia tradotta in una direttiva ministeriale che autorizza e dispone di aumentare la capienza degli istituti sino a ridurre la superficie a disposizione del singolo detenuto a tre metri quadri; siamo, oramai, di fronte al teatro dell'assurdo e del grottesco.
Noi dirigenti penitenziari della Fp Cgil siamo assolutamente convinti che il tracollo del sistema penitenziario italiano imponga una riflessione seria e profonda, assolutamente irriducibile a facili o demagogiche prese di posizione: occorre ridare coerenza ad un sistema penale che è andato smarrendo il senso della propria funzione; occorre ristrutturare dalle fondamenta una Amministrazione Penitenziaria ormai irrimediabilmente aliena dai dettami costituzionali in materia di esecuzione penale.
Occorre ridare dignità a quanti, ogni giorno,si ostinano a considerare i luoghi di detenzione come luoghi del diritto e non dell'arbitrio. Ed occorre farlo presto, prima che si producano conseguenze ancor più devastanti di quelle alle quali stiamo, purtroppo, già assistendo.
*Dirigenti Penitenziari della Fp Cgil
Rita Andrenacci, Domenico Arena, Neris Cimini, Massimo Di Rienzo

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Lettera del padre di Aldo Bianzino



















di Giuseppe Bianzino*

Pubblichiamo di seguito la lettera aperta del padre di Aldo Bianzino, morto misteriosamente nel carcere di Capanne (PG) nell'ottobre del 2007. Le vicende processuali risulatano al momento ferme, al momento unico imputato, un agente della polizia penitenziaria addetto alla sorveglianza. La prima udienza è fissata per il 25 novembre.
Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma (Il Manifesto dell'11 novembre), hanno richiamato l'attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch'essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e sopratutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose.
Il P.M. dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14, Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere "Capanne" di Perugia. Era stato visto da un medico, che l'aveva riscontrato sano e da un avvocato d'ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei carabinieri. A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d'allarme ed aveva invocato l'assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall'assistente del corridoio, la guardia carceraria Gian Luca Cantore, attualmente indagato. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto. L'autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato. Di certo ci fu un'emorragia celebrale e un'altra di 200 ml., al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa C.I.A. insegna). Ora, l'emorragia cerebrale è stata amputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d'aver fatto tentativi in tal senso. Ora, può accadere quando si è nelle mani delle "forze dell'ordine", lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L'emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l'angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni. In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l'archiviazione del caso.
Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto ed ottenuto una legge sulle "droghe" come l'attuale, persone che nella loro profonda ignoranza, considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge fascista e clericale, da stato etico e peggio, da stato che manda in galera (con le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire comunque che un paese che considera delitto la detenzione e l'uso di droghe, magari solo marijuana, o l'essere "clandestino", pur non avendo colpe e quasi sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno stato che avendo preso in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e della loro salute, uno stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura, uno stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno stato che non può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare la propria patria.
*tratto da http://veritaperaldo.noblogs.org/

Tra menzogne, bestemmie e malaffare



Un tempo bastava una sola parola profetica per irritare il potere, oggi puoi anche avere dalla tua tutta la Bibbia, e tutto tace. La verità è impotente, la menzogna non trova ostacoli. È il tempo dellinganno. E così tutto è normale: tradire gli amici, cambiare i padroni, usare dio come la carta igienica, stringere nellombra patti carnali diabolici e alla luce del sole proclamare la propria verginità. 

http://www.youtube.com/user/dongiorgiodecapitani 

National Geographic - La Fine dell'Universo



http://www.youtube.com/user/INVASIONEALIENA2012

http://www.youtube.com/user/Fedeguzzo

Adam Kadmon e le scie chimiche (19/11/09) - Zoo di 105



http://www.youtube.com/user/TechnoBoyITA