lunedì 23 novembre 2009

Reportage da Milano : la reazione del potere
















Lunedì 23 Novembre 2009  Andrea Ferrario 

Arresti di studenti e militanti di sinistra con accuse pesantissime, manganellate sui liceali, neofascisti che rialzano la testa in strana coincidenza con le azioni di polizia, il Corrierone che si fa interprete ideologico del regime, mentre in parallelo continua la campagna razzista contro rom e immigrati. Così la macchina del potere milanese si appresta ad affrontare l’emergente questione giovanile e la crisi economica.

Nel giro di una sola settimana a Milano si è verificata una serie di fatti che dipingono un’immagine della città dai toni neri, nerissimi, in senso sia figurato che politico. I giornali li hanno riportati con ampi particolari, ma senza metterli in reciproco collegamento, come se non fossero attraversati tutti da un unico filo comune (un filo impersonato in particolare da uno che di nero e di fascismo se ne intende molto: il vicesindaco Riccardo De Corato). Vale pertanto la pena di ripercorrerli tutti insieme.

POLIZIA, MANGANELLI E CORRIERE DELLA SERA

Il 13 novembre, all’alba, con un blitz che ha visto la presenza spropositata di addirittura 90 poliziotti, sono stati arrestati tre militanti di sinistra del
Collettivo autonomo Ringhiera in Ripa di Porta Ticinese, mentre altri due sono stati arrestati presso le loro abitazioni. L’accusa è quella pesante di rapina e minacce in seguito a un episodio in realtà molto meno pesante avvenuto presso la Libreria Cusl dell’Università Statale (da sempre area Comunione e Liberazione) il 2 ottobre scorso: secondo quanto riferiscono i giornali, i cinque avrebbero fatto alcune centinaia di fotocopie rifiutandosi poi di pagare e ne sarebbe nato un alterco con insulti e minacce, qualche testata parla anche di rissa. Valerio Ferrandi, 24 anni e già sotto sorveglianza speciale, è tuttora in carcere, mentre gli altri quattro sono agli arresti domiciliari. De Corato elogia le forze dell’ordine “che hanno riaffermato che la legge è uguale per tutti”: per tutti, forse, ma di sicuro non per il Comune, come illustra con chiarezza il caso del liceo Gandhi. La sera dello stesso 13 novembre quindici studenti lavoratori e professori del liceo serale Ghadhi di via XXV aprile sono entrati nella loro scuola occupandola. Sono esasperati, da due mesi protestano accampati nelle loro tende di fronte alla scuola serale (l’unica di Milano) per protestare contro la chiusura dei corsi per volontà del sindaco Letizia Moratti. Il particolare interessante è che il 22 ottobre il Tar (Tribunale amministrativo regionale) ha emesso un’ordinanza che impone la riapertura della scuola, ma il Comune non la applica. Dopo poche ore, l’alba del giorno successivo, ben sei camionette di polizia e carabinieri in assetto antisommossa, accompagnati dai vigili del fuoco, arrivano alla scuola e con un blitz durante il quale sono stati usati addirittura una motosega e la fiamma ossidrica sgomberano a manganellate gli occupanti che gridano “vergognatevi, non siamo delinquenti: vogliamo tornare a studiare e voi fate a pezzi le nostre scuole”. Le forze dell’ordine intervengono insomma con la violenza per difendere chi non rispetto un’ordinanza, cioè il Comune, da chi protesta per rivendicare l’applicazione del proprio diritto allo studio, sancito peraltro da un tribunale. Mariolina Moioli, che non si capisce perché si fregi del titolo di assessore alle politiche sociali, visto che il suo lavoro ha come esito principalmente blitz di polizia, sgomberi, chiusure di scuole, licenziamenti e simili, rincara la dose: “L’occupazione ha provocato danni [presumibilmente si riferisce alle porte abbattute dalle forze dell'ordine con motosega e fiamma ossidrica - N.d.A.] e il Comune è intenzionato a procedere”. Passano solo tre giorni e ancora manganellate contro studenti e militanti di sinistra. Il 17 novembre si protesta in tutta Italia, ma anche in altre città d’Europa, all’insegna dello slogan “l’educazione non è in vendita” e centinaia di migliaia di studenti manifestano per le strade. Se a Torino gli studenti ricordano il loro compagno Vito Scaridi, ucciso un anno fa da un crollo dovuto all’incuria in cui versa la scuola italiana, a Milano si protesta anche per la chiusura del Gandhi e gli arresti dei cinque militanti di sinistra. Ma nella metropoli meneghina il corteo non è autorizzato, da piazza Cairoli qualche centinaia di studenti, quasi tutti delle superiori, si dirigono prima all’assessorato all’educazione in Largo Treves e poi in piazza della Scala per cercare di raggiungere Piazza Duomo. In Piazza Mercanti alcuni di loro vengono accerchiati dalla polizia, scattano la carica e le manganellate, con cinque studenti feriti e quattro arrestati per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, di cui due presto rilasciati in quanto minorenni. Gli arrestati sono due nomi noti tra gli studenti milanesi, perché da anni particolarmente impegnati nelle lotte studentesche, Gianmarco Peterlongo e Matteo Tunesi: i loro arresti appaiono quindi ben poco casuali. Così come appaiono ridicole le accuse di violenze contro i poliziotti, dato che questi ultimi erano a decine, ben messi, protetti da scudi e manganelli contro un piccolo gruppo di liceali pressoché tutti minorenni. Il giorno successivo i due arrestati vengono fatti scarcerare dal giudice (ma ora li attende un processo penale) e De Corato commenta acido: “per gli aderenti ai centri sociali vale il sistema delle facili scarcerazioni come per i clandestini”. Il Corriere della Sera di Ferruccio De Bortoli, giornale di proprietà tra gli altri di Banca Intesa e Salvatore Ligresti e che si sta trasformando sempre più nell’organo del nazional-populismo italiano, spara una raffica di articoli. Nel primo, un commento di Carlo Baroni dall’inopinato titolo “Quando si varca la sottile linea della violenza” (l’autore intende quella, inesistente, degli studenti e non quella, reale, della polizia) si parla della manifestazione con una retorica del tutto fuori luogo: i fatti vengono commentati usando termini come “rivolta sconsiderata”, “slogan urlati al cielo della violenza senza ragione” [!?! - forse Baroni si riferisce allo slogan "L'educazione non è in vendita"?], mentre in un altro articolo del Corriere si scrive, come esempio delle “violenze”, di “bidoni della spazzatura divelti”: rimaniamo in attesa che qualcuno ci spieghi come i cassonetti (e non bidoni) della spazzatura, che a Milano poggiano sui marciapiedi senza essere fissati, possano essere “divelti” – i vocaboli giusti sarebbero “rovesciati” o “spostati”, ma non suonano sufficientemente violenti… Due giorni dopo il Corriere condisce il tutto con un servizione mirato a discreditare le occupazioni, in cui tra le altre cose si rispolvera l’ipotesi del 5 in condotta per gli studenti che occupano. Per riassumere il quadro complessivo, quindi, in soli cinque giorni 9 arresti di studenti e militanti di sinistra, cinque studenti feriti, due blitz all’alba con decine di poliziotti in tenuta antisommossa, una carica a suon di manganellate, il tutto condito con i consueti due o tre sbrodoloni filoregime del Corriere.

NEOFASCISTI

A tutto questo va ad aggiungersi l’attivazione dei neofascisti, che a ottobre si sono presentati provocatoriamente due volte al Liceo classico Manzoni (il “più di sinistra” di Milano) e una volta al Parini per volantinare in gruppi composti da energumeni con caschi, che hanno tra l’altro effettuato filmati con i cellulari. In due casi l’iniziativa è stata di Lotta studentesca (Forza Nuova), in un caso invece di Blocco studentesco (Cuore Nero). Ieri poi quelli di Forza Nuova sono tornati al Manzoni con un’altra provocatoria azione “contro le zecche, ovvero gli studenti di sinistra”, uno slogan che va a braccetto con le manganellate della polizia. Vale la pena di ricordare a proposito un altro caso in cui i neofascisti, sempre quelli di Forza Nuova, hanno organizzato a Milano un’azione provocatoria che ha preceduto di poco le movimentazioni studentesche dell’Onda, durante le quali poi a Roma c’è stata la brutale aggressione da parte di un manipolo del Blocco studentesco contro alcuni liceali, sotto gli occhi della polizia che non è intervenuta. Nel settembre 2008 Forza Nuova aveva preso di mira il liceo linguistico comunale Manzoni di Lambrate. I locali del liceo sono di proprietà dei Martinitt, che li dà in affitto al Comune ma ne utilizza alcuni in un’ala adiacente per ospitare alcuni ragazzi minorenni stranieri. Forza Nuova ha prima attaccato striscioni e manifesti contro i Martinitt sul muro dell’edificio con evidenti fini di minaccia nei confronti dei ragazzi da loro ospitati, che infatti per paura di raid sono stati allontanati dall’edificio per alcuni giorni, poi ha organizzato un volantinaggio con slogan deliranti come “Il Manzoni agli studenti, Italia agli italiani”. I neofascisti nell’occasione hanno tra l’altro dimostrato di essere totalmente estranei alla scuola in questione e più in genere alla città: da sempre a Milano il liceo linguistico viene chiamato “la” Manzoni (che un tempo era femminile) per distinguerlo da “il” Manzoni liceo classico. Va notato poi, in relazione a quest’ultimo caso che ha colpito un’istituzione di beneficienza di Milano dalla tradizione secolare come i Martinitt, che il Corriere della Sera, altrimenti prodigo di articoloni sulla “violenza” degli studenti di sinistra, non ha nemmeno riportato la notizia. Quello che comunque risulta evidente è che negli ultimi tempi, e in particolare nell’ultimo mese e mezzo, c’è stata una particolare “attenzione” dei neofascisti nei confronti della scuola, che coincide, guarda un po’, con quella della polizia e i relativi arresti e manganellate: cadono in questi giorni i quaranta anni dall’autunno caldo e da Piazza Fontana, e alla luce della storia le coincidenze di tempistica tra le azioni dei neofascisti e quelle dei cosiddetti “difensori dell’ordine” suonano particolarmente inquietanti. Più in generale, la violenta campagna repressiva contro gli studenti va letta nel contesto del momento. Da una parte la riforma Gelmini entra nella sua fase applicativa con le relative concrete conseguenze deleterie. Dall’altra  la crisi ha effetti particolarmente pesanti per i giovani, in conseguenza soprattutto del crollo delle assunzioni che chiude loro prospettive per il futuro. Arresti, manganellate e provocazioni fasciste hanno quindi la funzione di prevenire eventuali più ampie proteste, isolando chi è più attivo e incutendo paura agli altri potenziali contestatori.

ROM E AMBROGINI

Al quadro repressivo/decoratiano vanno aggiunti altri episodi, sempre di questi giorni. Quello più odioso è quello dello sgombero del campo rom di via Rubattino, in zona Lambrate, a due passi dallo stabilimento Innse. 61 famiglie, ivi compresi 40 bambini che frequentavano le scuole del quartiere, sono state sbattute per la strada nel giro di solo un paio di ore con un’operazione di polizia. Il Comune in un primo tempo non ha proposto nemmeno la soluzione del dormitorio per le donne e i bambini (comunque solo d’emergenza e inaccettabile), contrariamente a quanto aveva fatto in passato. Poi, su pressione di associazioni e di alcuni politici dell’opposizione, il Comune ha proposto il dormitorio per le mamme e i bambini, ma questa volta “solo fino al settimo anno di età”, una novità senza alcuna logica e per questo particolarmente crudele e chiaramente persecutoria. Non a caso solo in dodici hanno accettato. Il risultato dello sgombero è il solito: la sera decine di rom si sono rifugiati alla bell’e meglio in qualche luogo della zona (in aree dismesse o sotto i ponti) per essere poi di nuovo sgomberati due volte. In realtà questo caso ha mostrato anche un volto di Milano molto più bello di quello truce del barbuto De Corato, che è il vero ispiratore della campagna sgomberi. Qualche giorno prima si era tenuta una fiaccolata di abitanti del quartiere che, pur segnalando l’inabitilità del campo, hanno manifestato contro lo sgombero preannunciato, in solidarietà anche ai bambini rom che frequentavano le stesse scuole dei loro figli. Alcune mamme e bambini sgomberati sono stati poi ospitati proprio da alcune di queste famiglie e dagli insegnanti di alcune di queste scuole, nonché in alcune parrocchie, una manifestazione di coraggiosa solidarietà come non si vedeva da tempo in città. Nel momento in cui scriviamo circa un centinaio di rom, tra i quali i quaranta bambini, si sono rifugiati in una chiesa di via Feltre chiedendo di essere ospitati in strutture della protezione civile, ma il Comune ha ribadito il suo no e offre solo soluzioni di emergenza parziali, rifiutando di prendere in considerazione soluzioni che non comportino la divisione dei nuclei familiari. Se le repressioni contro gli studenti milanesi erano già in odore di fascismo, lo sgombero di Lambrate puzza direttamente di nazismo. L’ultimo evento della serie, di gran lunga meno preoccupante ma anch’esso disgustoso, è quello dell’assegnazione degli Ambrogini d’oro, che ormai vengono spartiti in base al dettame dei partiti esattamente come vengono spartite le poltrone ai vertici del potere amministrativo, anche loro d’oro. Su richiesta della Lega uno degli Ambrogini è andato ai manovali di quella che è un’altra operazione in odore di fascismo, i 32 vigili del nucleo trasporto pubblico che vanno a caccia di stranieri senza biglietto da rinchiudere in un apposito bus con grate, come è stato denunciato e documentato da Repubblica in una serie di articoli di Franco Vanni. Gli italiani senza biglietto, che pure ci sono, non subiscono la medesima sorte. D’altronde, come ha rilevato perfino il Corriere della Sera e come ha riscontrato in più occasioni anche chi scrive, il più delle volte i controllori i biglietti li verificano solo agli immigrati.

Andrea Ferrario
- Milanointernazionale.it -

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Occupazioni di scuole e accademie in tutto il mondo



















Lunedì 23 Novembre 2009  Ya Basta Napoli 

L’Università della California è occupata. E’ occupata come l’Accademia Belle Arti di Vienna, e l’Istituto Tecnico di Graz; come lo sono state la New School, della Facoltà di Sciente Umane di Zagrabia e il Politecnico di Atene.


Queste non sono le prime e non saranno le ultime occupazioni. E neppure si tratta di un movimento di studenti: echeggia loccupazione delle fabbriche dell’Argetina o di Chicago, lavoratori immigrati che occupano quaranta edifici a Parigi, incluso il Centro Pompidou. C’è ancora vita nel museo del capitale.
Mandiamo i nostri primi saluti a ognuno di questi gruppi, in solidarietà. Siamo con tutti quelli che si trovano in un edificio oggi perché hanno scelto di starci, perché lo hanno liberato dai loro cosiddetti proprietari – sia per la suggestione del vero sapore della libertà, o per disperata necessità sociale o politica.

Questa dichiarazione e questa azione inizia con il disprezzo per che quelli che vorrebbero usare il loro potere per recintare la formazione, recintare il nostro mondo condiviso, per quelli che vorrebbere costruire ‘opportunità’ sulle spalle di quelli che devono necessariamente essere sfruttati Ecco perché inizia qui in questo ufficio con i suoi Capital Projects[1], i suoi Servizi Immobiliari, il suo oscenamente chiamato Ufficio della Sostenibilità – inizia nei corridoi dell’accumulazione, nel cuore della logica che mette i palazzi davanti alle persone. Ma inizia anche con l’amore per quelli che rifiutano queste recensioni, che sono impegnati nell’azione piuttosto che nella petizione, che sono impegnati alla deprivatizzazione in quanto atto. Questo antagonismo non può essere negoziato nel nulla. Non facciamo altre richieste ma la più basilare: che la nostra vita collettiva non ammette proprietari.

Chiunque ha visto la malattia della privatizzazione, precarizzazione, e finanzializzazione diffondersi attraverso l’Università della California non mancherà di riconoscervi la peste del neoliberalismo che si insinua in ogni angolo del globo, in ogni minuto delle nostre vite. Nella rivelazione più recente, abbiamo scoperto che gli osceni aumenti delle tasse universitarie sono usati non per la formazione, ma come collaterali per operazioni di credito e progetti edilizi. Questa è la volontà del Rettore. Se i bonds non sono ripagati, le tasse – cioè i nostri giorni e anni di lavoro, che si estendono in un futuro assente – devono essere usati per ripagarli.

C’è un’ironia grottesca in tutto ciò. Le tasse universitarie sono usate come garanzie e impacchettate esattamente come le azioni tossiche che hanno innescato quest’ultimo collasso finanziario. Quattro anni fa c’erano i ‘mutui subprime’, or c’è la ‘formazione sub-prime’, come dice Ananaya Roy. Le stesse strategie e schemi che hanno fatto fallire milioni di vite, e che hanno mostrato il fallimento della sfera economica – sono queste a cui l’università si è rivolta per la sua salvezza, anche se queste strategie hanno spettacolarmente fallito. I Rettori si rivelano non semplicemente disonesti, venali e indifferenti; sono troppo stupidi per imparare anche le lezioni più basilari della storia recente. O forse questa è la loro idea della solidarietà: che tutti i membri della comunità universitaria (a parte loro naturalmente) devono unirsi alla nazione e al mondo nel suo immiserimento, devono essere tutti malmenati allo stesso modo da un’economia incubo costruita su vere vite umane. Noi gli diciamo: se voi invocate tale solidarietà, non vi meravigliate se il suo potere vi sfugge.

La matricola quando arriva è trattata come un mutuo, e le tasse stanno crescendo. Ella è un futuro flusso di reddito, e i conti da pagare stanno aumentando. Lei è una garanzia per un debito che non ha mai scelto, e il costo è impressionante. Il suo lavoro e i suoi giorni sono stati già promessi per innalzare palazzi che potrebbero contribuire nulla alla sua formazione, e che potrebbe anche non esserle permesso di usare – palazzi in cui altri lavoreranno per meno di un salario vivibile, a rischio di non avere proprio nessun salario. Questa è la veritò della vita degli studenti, della vita dei lavoratori (spesso la stessa cosa). Questa è la verità della relazione tra loro e i palazzi dell’università agli occhi dei Rettori e dell’Ufficio del Presidente.

Fino a quando le cose staranno così, nessun palazzo sarà al sicuro dall’occupazione. Nessun progetto del capitale ma il progetto di finire il capitale. Ci appelliamo a altre occupazioni, per strappare i nostri edifici e le nostre vite dalla sua stretta.. Ci appelliamo a una università diversa a una società diversa in cui questa università è inserita. Ci appelliamo a una relazione diversa fra vite e edifici. Lo facciamo liberamente. Siamo il potere.


Tiziana Terranova
- Ya Basta! Napoli -

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Il Bilderberg Club dietro la nomina di Van Rompuy a presidente Ue


















20/11/2009

Designato a una cena segreta del gruppo tenutasi il 12 novembre nel Castello di Hertoginnedal, alle porte di Bruxelles.

 La decisione di nominare presidente permanete della nuova Unione europea disegnata dal Trattato di Lisbona il premier belga Herman Van Rompuy - membro del partito dei Cristiani Democratici Fiamminghi e appassionato di poesia giapponese - è stata presa la sera del 12 novembre in una cena a porte chiuse nel Castello di Hertoginnedal, alle porte di Bruxelles.
A organizzare la cena, cui ha parteciapto lo stesso Van Rompuy, il famoso Bilderberg Club: il più potente, riservato e discusso organo decisionale privato del mondo che dal 1954 riunisce i vertici politici, finanziari, industriali, militari e mediatici dei paesi occidentali.
Secondo la indiscrezioni apparse sulla stampa belga, in particolare sul quotidiano De Tijd (poi riprese anche dal Times di Londra), durante la cena il futuro presidente europeo ha dichiarato che una volta in carica si sarebbe fatto promotore di una tassa europea.
Proprio nel Castello di Hertoginnedal, di proprietà della famiglia reale belga e in passato sede di un antico priorato religioso femminile, nel 1956 si tennero i primi negoziati per la creazione della Cee e dell'Euratom, embrioni dell'odierna Unione europea.
Van Rompuy, nonostante il suo apparente basso profilo, è da tempo un frequentatore sia del Bilderberg Club che della Commissione Trilaterale, altro potente organismo sovranazionale fondato e presieduto da David Rockefeller.

Enrico Piovesana

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Cose d'Italia


















di Ilvio PannulloPer nostra fortuna accade anche in Italia. Accade anche qui, nella periferia degradata dell'Occidente avanzato, che lavoratori sfruttati, stufi di sentire sempre false promesse, decidano di riprendersi quella dignità che gli spetta come uomini, prima ancora che come lavoratori. Passando dalle parole ai fatti, dalla mobilitazione all'azione dimostrativa, circa 200 dei 1300 operai della Fiat di Termini Imerese, hanno infatti occupato il municipio e la stanza del sindaco Salvatore Burrafato.
I lavoratori della fabbrica siciliana, che da oggi sono di nuovo in cassa integrazione, temono che l'azienda possa smantellare il sito. A dimostrazione che la sovranità è ancora del popolo, dopo aver occupato la sede del comune, gli operai hanno anche “eletto” un proprio sindaco tra le tute blu: l'operaio ha, dunque, simbolicamente indossato la striscia tricolore. “Se le istituzioni non prendono in considerazione i nostri problemi - dicono gli occupanti - cercheremo di fare da soli”. Parole sante.
L'azione dimostrativa degli operai siciliani della Fiat è molto importante soprattutto per ragioni simboliche. Bisogna, infatti, interrogarsi se un sistema che incentiva i capitali industriali a migrare verso quei paesi dove, per ragioni contingenti, il costo della manodopera garantisce ampi margini di guadagno, sia un sistema sostenibile. Se poi si comprende come ciò che accade oggi a Termini Imerese sia, in definitiva, il risultato di dinamiche sulle quali i comuni cittadini non hanno alcun tipo di controllo, rispondere a simili interrogativi diventa ancor più pressante. Se, com'è vero, l'economia non serve ad altro che a fornire a ciascuno ciò di cui ha bisogno, la costante deindustrializzazione del nostro paese e il conseguente impennarsi del tasso di disoccupazione dovrebbero imporre un ripensamento circa il modello di sviluppo da seguire nel secolo appena iniziato, un modo per rispondere alla crisi che parta da quei fondamentali che ne sono all’origine. Il rischio dell’immobilismo è di ritrovarci, di qui a qualche anno, cittadini di un ricchissimo stato del terzo mondo.
In questi giorni, anche un altro caso sta tenendo banco grazie alle ripetute prese di posizione da parte dei lavoratori: è il caso della Eutelia. Le storie sono diverse, ma la sostanza rimane sempre la stessa. L’Eutelia, che discende dalla Bull, che discende dalla Olivetti, che è un ramo dismesso di un grande centro di eccellenza che era tutto il settore elettronico informatico di Adriano e di Roberto Olivetti, rappresenta un caso limite, paradigmatico del fallimento dell’attuale sistema economico. I dipendenti della Eutelia, infatti, hanno una buona competenza professionale e ottimi studi alle spalle. Il loro lavoro, quello di informatici e gestori di sistemi di programmazione, si basa su una lunga preparazione e su di una grande esperienza, entrambi elementi che richiedono tempi lunghi per essere acquisiti.
I loro committenti sono lo Stato, la polizia, la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica, il Comune di Roma, amministrazioni regionali, privati di grandi dimensioni, oltre alle cooperative che insistono su tutto il territorio nazionale. Nonostante, dunque, il prestigio, il lavoro, i clienti, il personale specializzato di alto valore, questa azienda è in crisi. Una crisi non dovuta a motivi strettamente industriali o tecnologici, ma figlia di quella vorace e brutale voglia di profitto che sta alla base del modello mercatista a cui il nostro paese, con straordinaria fiducia, ha spalancato le braccia. Accade così che le aziende specialistiche come Eutelia vengano impunemente vendute, svuotate da proprietari sempre più opachi, coperti da prestanome, senza che si possa controllare il senso di ciò che accade, senza che nessuno voglio saperlo.
Coloro che ancora credono nei benefici della mano invisibile dovrebbero, infatti, osservando questi esempi, rendersi conto che questa altro non fa se non ripulire le tasche dei molti a vantaggio dei soliti pochi, tanto nei micro quando nei macro scenari economici. L'attualità ce lo mostra ogni giorno ed impone che urgentemente si dimostri quanto l’ultracapitalismo, sponsorizzato dalle istituzioni internazionali come l’unico mezzo per diffondere la ricchezza e la democrazia in ogni angolo del pianeta, sia in verità un sistema che, oltre a produrre sistematicamente un aumento del divario tra i ricchi e i poveri del pianeta, risulta completamente irrecuperabile.
Spesso si usa il termine “crisi sistemica” per analizzare il crack attuale, ma dovremmo piuttosto parlare di crisi strutturale. Quando, infatti, grandi realtà industriali chiudono, sfruttando il momento della crisi, per delocalizzare gli stabilimenti o, nei casi peggiori, compiere manovre speculative sulla pelle dei lavoratori, ad essere in crisi non è soltanto l'economia, ma l'intera struttura che sostiene una simile idea di sviluppo.
Dei grandi discorsi, dei grandi obiettivi restano solo le macerie: giovani senza  lavoro, famiglie abbandonate a se stesse, eccellenti professionalità cestinate senza rispetto ed un sistema produttivo oramai svuotato di qualsiasi significato. In una simile situazione, tanto grande quanto tragica, il governo vegeta, sicuro che il popolo non lo incalzi. A mancare, infatti, siamo noi, ancora convinti che quanto sta accadendo fuori non ci riguardi, almeno non ancora.
Bernard Stiegler, filosofo francese e direttore del dipartimento di sviluppo culturale del Centre Georges-Pompidou, ha riassunto l’attuale stato di sviluppo delle società occidentali affermando che “il capitalismo del XX secolo ha catturato la nostra libido e l'ha sviata dagli investimenti sociali”. Il tutto finendo col resettarci tramite il feticismo dell'oggetto. Sta dunque a noi cittadini, elemento passivo di questo sistema, riappropriarci dei nostri diritti e rifiutare che simili storie avvengano e si ripetano, prima di tutto riconoscendoci in esse e sentendo le loro battaglie come le nostre. Presupposto di questo sarà la convinzione che gli uomini e le donne vengono prima del profitto. Sempre.

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Goldman Sachs: nemico pubblico?

















Lunedì 23 Novembre 2009

 di Mario Braconi
Goldman Sachs è la sola tra le banche d'affari sopravvissuta quasi indenne alla crisi finanziaria: pur non essendo la più grande del mondo (30.000 dipendenti, 11 volte di meno della Industrial and Commercial Bank of China), né quella con il bilancio più robusto (totale attività pari a circa 900 miliardi di dollari, contro i 2,4 del colosso britannico HSBC), è di gran lunga la più redditizia (222.000 dollari per addetto - la seconda in classifica, JP Morgan, arriva "appena" a 133.000). Simbolo quintessenziale del liberismo più spericolato, icona del mondo finanziario, conventicola infiltrata nelle stanze dei bottoni dell'universo mondo, c'è chi la chiama Goldmine Sachs ovvero Miniera d'oro - Sachs, chi Government Sachs, ovvero Governo - Sachs.
La banca d'affari fondata a New York nel 1869 da due ebrei bavaresi (Marcus Goldman e Samuel Sachs) è stata per quasi un secolo e mezzo oggetto di ammirazione quanto di odio: il giornalista freelance John Arlidge è riuscito a penetrare all'interno del quartier generale di Goldman Sachs, un edificio anonimo al numero 85 di Broad Street, a New York, e a raccontare la Goldman ai lettori del Sunday Times.
Arlidge intervista Lloyd Blankfein, CEO di Goldman Sachs, nato 54 anni fa nel Bronx da un postino e una receptionist, laureato ad Harvard con borsa di studio. Con una busta paga da 68 milioni di dollari (nel 2007), mezzo miliardo di dollari di azioni della sua banca nella sua custodia personale, un appartamento da 30 milioni di dollari a Central Park West e un buen retiro di 2.000 metri quadri negli Hamptons, Blankfein è uno di quelli che ha risalito la scala sociale a tre gradini alla volta. Parla da iniziato (il che non è poi così strano, visto che è il capo supremo di un'organizzazione che assomiglia più ad una chiesa laica che ad una banca) e la sua autostima è apparentemente illimitata: "Noi (le banche) siamo importanti. Aiutiamo le aziende sostenendole nel processo di reperimento di capitali. Le società creano benessere. Questo crea posti di lavoro, che stimolano nuova crescita e nuovo benessere. Abbiamo una missione sociale". Più una professione di fede che una provocazione, pare.
La situazione patrimoniale di Goldman Sachs è molto diversa da quella delle concorrenti: innanzitutto ancora esiste, cosa che non può dirsi ad esempio di Lehman Brothers (lasciata fallire e poi suddivisa tra Nomura e Barclays), della Bear Stearns (acquistata per pochi dollari dalla JP Morgan grazie anche all'aiuto delle autorità pubbliche americane); inoltre, ha subito perdite accettabili (i mutui le sono costati 1,7 miliardi di dollari), cosa che le ha impedito di fare la fine di Citi (salvata con i soldi pubblici), o di Merrill Lynch (spinta a forza tra le braccia di Bank of America). E poi, pur avendo incassato 10 miliardi di dollari dal TARP (Troubled Asset Relief Program - programma di recupero di attività di difficile liquidazione), li ha restituiti dal Governo con gli interessi (si dice di oltre il 20%). Cosa che peraltro consente alla Goldman di pagare tranquillamente bonus stellari ai suoi dipendenti anche in tempi di crisi e di grande quanto giustificata impopolarità per le banche: per quest'anno sono stati messi da parte a questo scopo 21 miliardi di dollari, pari ad un bonus medio di 700.000 dollari per ogni dipendente, dal CEO all'ultimo dei contabili.
Come ha fatto GS a passare indenne attraverso lo tsunami che ha sbaragliato tutte le sue concorrenti? Se lo si chiede ai suoi dirigenti, come ha fatto Arlidge, le risposte tenderanno all'autoincensamento. Secondo Liz Beshel, madre single quarantenne nonché tesoriera di gruppo (la più giovane nella lunga storia di Goldaman), si sono evitati i danni esplosivi sui subprime grazie ad una politica molto prudente di gestione del rischio. Tutte le posizioni in essere, continua Beshel, sono valutate quotidianamente al loro valore di mercato; quando si è visto che il portafoglio dei mutui non stava producendo la performance desiderata per più di una settimana, "quella che in altre banche sarebbe stata considerata una differenza irrilevante, o addirittura un arrotondamento, scatenò in Goldman Sachs un processo di verifiche culminato con un meeting tra i suoi grandi capi", nel quale si decise di alleggerire la posizione della banca su quel mercato. Certo, vi furono comunque perdite rilevanti, ma stiamo parlando di poco meno di 2 miliardi di dollari (si consideri ad esempio che UBS in questo modo ne ha persi quasi 60).
L'infallibilità di Goldman Sachs è uno di quei miti così pervicacemente alimentati, che metterlo in dubbio sembra quasi un'eresia. Goldman ha una sua filosofia, basata su alcuni presupposti: innanzitutto, una patologica attrazione per il denaro. Dice un ex Goldman che la cultura della banca è "completamente ossessionata dal guadagno. Mi sentivo come un asino davanti alla più grossa e succulenta carota che avessi mai immaginato. Il denaro è il metro con cui si misura il tuo successo. Se non compri una casa o una barca più grande, significa che stai rimanendo indietro". In secondo luogo, Goldman alimenta nelle sue persone il culto dell'insicurezza.
Come dice Mr. Sherwood, capo dell'ufficio di Londra, "c'è un clima di costante e profonda paranoia in tutto quello che facciamo". Si dice che i candidati per un posto di lavoro in Goldman vengano sottoposti mediamente a venti colloqui prima di essere assunti, anche se si registrano casi limite in cui le selezioni si sono concluse solo dopo la trentesima intervista. Se ci fosse ancora qualche dubbio sull'osservanza “darwinista” del dipartimento Capitale Umano (non risorse umane, "capitale umano"), è bene sapere che la regola, in GS, è "cresci o te ne vai", non c'è spazio per le mezze tacche.
Il terzo pilastro è quello delle relazioni: per inveterata tradizione, gli ex Goldman Sachs occupano poltrone rilevanti in tutti i gangli del sistema economico, finanziario, politico e mediatico, negli USA come in Europa. Hanno alle spalle una carriera in Goldman Sachs, ad esempio, il segretario del tesoro di Clinton (Hank Paulson), l'attuale presidente e il precedente direttore della Federal Reserve di New York, il capo dello staff dell'attuale Segretario di Stato (Mark Patterson), il consigliere economico di Hillary Clinton, i capi di ieri e di oggi nel New York Stock Exchange (la Borsa di New York), e perfino il capo delle operazioni della SEC (la CONSOB americana). Anche Mario Draghi, attuale Governatore della Banca d'Italia, è un ex Goldman.
Ma per capire veramente che cosa è Goldman Sachs, è necessario allontanarsi dall'ortodossia dei dogmi che essa stessa ammannisce alle folle. Innanzitutto, uno dei punti di forza della banca è quello di essere contemporaneamente advisor (consulente, non di rado dei Governi) e trader (operatore di mercato). Ciò significa che con una mano fa consulenza ai clienti in grosse operazioni e con l'altra prende posizione su mercati (azioni, obbligazioni, materie prime) sui quali si muove da maestra grazie alla sua esperienza di advisor. Ovviamente, qualsiasi Goldmanite ribatterà citando la mitica regola secondo cui i due bracci del business della banca sono separati da rigorose "muraglie cinesi"; si dice che, se un banchiere d'affari di Goldman entra nella sala operativa della sua stessa banca, verrà immediatamente interrogato dai suoi capi.
A costo di sembrare qualunquisti, questo idilliaco quadretto mostra la corda quando si tenti di rispondere alla domanda: qualora un grosso affare con ritorni da capogiro renda necessario non dico saltare, ma semplicemente anche solo sbirciare dall'altra parte della "muraglia", il tipico uomo (o donna) Goldman - praticamente un tossico del denaro - saprà resistere alla tentazione?
Inoltre, quella che viene spudoratamente  spacciata per sagacia nell'interpretazione delle tendenze dei mercati è in realtà la capacità di pompare certi settori per specularvi sopra, salvo poi abbandonarli repentinamente a missione compiuta. Non sono pochi gli analisti che attribuiscono a Goldman Sachs un ruolo essenziale nella creazione di bolle speculative (è stato così per la febbre delle dot.com, per il boom delle materie prime, e poi del mercato immobiliare) dalle quali la banca ha beneficiato con collocamenti azionari e trading sul debito - salvo poi tirarsi indietro subito dopo aver portato a casa il profitto - circa un minuto prima che tutto andasse in malora.
Un altro caso interessante è quello che ruota attorno al destino della AIG (American Investment Group), venditrice dei celebri credit default swaps, assicurazioni sul rischio di fallimento dei prenditori di fondi. Risulta che quando l'AIG, ormai decotta, fu rilevata dal Tesoro e dalla Fed, la prima, inspiegabile mossa del nuovo proprietario pubblico della compagnia assicurativa fu quella di liquidare il 100% del valore dei CDS alle banche che a suo tempo li avevano comprati, questo quando da mesi ormai AIG stava negoziando per pagare solo il 60% del loro valore facciale.
Una differenza che vale 13 miliardi di dollari in più passati direttamente dalle tasche dei contribuenti ai forzieri dei clienti di AIG (tutte le principali banche, tra cui anche Goldman Sachs). Stranamente, al timone della Federal Reserve ai tempi c'era Henri Paulson (ex boss della Goldman Sachs); stranamente Paulson, che pure aveva giurato di non farlo, ha incontrato i suoi ex colleghi del board di Goldman Sachs ad un "evento sociale" a Mosca (un luogo dove ci potrebbero essere problemi di giurisdizione); ancor più stranamente, proprio mentre Paulson lavorava al salvataggio di AIG, i tabulati telefonici provano che, in soli sei giorni, egli si sia sentito ben 24 volte con Blankfein, il nuovo CEO di Goldman Sachs.
Eppure Goldman ha avuto l'arroganza di sostenere pubblicamente che, se pure AIG fosse andata in bancarotta, la banca non sarebbe affondata, dato che era protetta da una combinazione di cassa e di garanzie. Peccato che David Viniar, CFO di GS, si sia rifiutato di rendere note le controparti di questi fantasmatiche operazioni di copertura, cosa che rende "ridicola", nonché controproducente, la sua prova muscolare. Sembra dunque che il vero volto di Goldman Sachs assomigli molto più a quello dipinto dai molti cospirazionisti che alle fattezze rassicuranti che ci propongono i suoi capi.

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LA CORSA DEGLI AEREI TELECOMANDATI VERSO UN FUTURO GIÀ NOTO

















DI TOM ENGELHARDT
TomDispatch

Perché falliscono i sogni militari – e perché questo non importa

Per quanti impazzisono per gli aerei telecomandati (e in questi giorni Washington ne sembra stracolma) ci sono delle buone notizie.

I mezzi telecomandati sono all’apice! Non molto tempo fa, per essere esatti nel 2006, l’Aeronautica militare riusciva a malapena a produrre pochi aerei telecomandati (UAVs) e a farli volare di tanto in tanto, ora il loro numero è salito a 38; dal 2011 saranno, probabilmente 50 dopo di che, in tutti i sensi, il loro limite sarà il cielo.

Meglio ancora, per gli aerei militari telecomandati di sorveglianza, dell’ultima generazione, quelli che la fantascienza chiama Predatori o Mietitori simili a quelli presentati come la Morte con la falce in mano, saranno presto disponibili nuove tecnologie che permetteranno una sorveglianza globale. I loro sistemi video più nuovi, che sono stati impiegati lo scorso anno, hanno dato vita ora al modello Gorgon Stare, creato e così chiamato seguendo la leggenda della mitologica Gorgone greca che con uno sguardo impietriva le sue vittime.

Secondo quanto afferma Julian Barnes del Los Angeles Times, il Gorgon Stare offrirà un “pilota”, proveniente dalla migliore tradizione del centro di ricerca Langley, VA, quartier generale della CIA, il quale sarà in grado di “fissare” (guardare o sorvegliare attentamente Ndt) attraverso 12 video sensori (mentre ora ne esiste solo uno) un territorio di 1,5 miglia quadrate, e poi, con i missili Hellfires e le bombe, è probabile che potrà ridurre tutto in macerie. Entro l’anno, la capacità di visuale di questo aereo telecomandato si stima che sarà raddoppiata e quindi potrà agire su un’area di 3 miglia quadrate.

Ciò che sto cercando di spiegare qui è che lo sguardo di un oggetto, messo a punto nei modernissimi laboratori americani che lavorano per produrre combattenti telecomandati, è uno sguardo che può essere puntato su qualsiasi cosa che corre, cammina, si muove o striscia in qualsiasi angolo del pianeta 24 ore su 24, e di distruggerla all’istante. E ciò che è reale per quanto riguarda la capacità dei video non è meno reale per quanto concerne la nuova generazione dei sensori di questi oggetti, e naturalmente delle armi di questi droni, come il “missile” che pesa 5 pound (circa 2 chili) ed ha la dimensione di un filone di pane francese destinato in un futuro robotico a sostituire gli attuali missili Hellfire che pesano quasi 50 Kg, cosa possibile per gli Avenger o per i Predator C, la nuova generazione di aerei telecomandati che sono attualmente allo studio del Sistema generale atomico dell’aeronautica (General Atomics Aeronautical Systems). Tutto questo, infatti, sarà progettabile quasi all’infinito, dal momento che siamo ancora nell’era in cui la robotica equivale all’epoca della ricerca per le “carrozze senza cavalli”, come assicura Peter Singer della Brookings Institution. (Tenete duro per un momento e, per esempio, immaginate il primo “nano-drone” che entra in scena! Questi potranno, come ha scritto Jane Mayer sul New Yorker, essere in grado di “volare via dopo la loro missione come un’ape killer, e fuggire attraverso una finestra aperta”).

Ed ecco un altro flash che giunge dagli studi sullo sviluppo dei droni: la marina militare li vuole. Il capo delle Operazioni navali, ammiraglio Gary Roughhead, come riporta Jason Paur nel suo blog Danger Room di Wired, sta cercando “un aereo telecomandato d’attacco che possa decollare e atterrare muovendosi da un vettore”. Per fortuna, secondo Paur, l’ X-47B, che in teoria potrebbe farlo, è ancora allo stadio dei primi voli di prova che non inizieranno prima di fine anno. Sarà possibile testare questa ipotesi non prima del 2011 ed avere una piena operatività dal 2025.

Non solo questo. I droni telecomandati stanno anche arrivando sui mari dove assumeranno il nome di veicoli di superficie telecomandati (USVs). Infatti, Israele, che insieme agli Stati Uniti sta guidando la produzione di mezzi telecomandati, dice che presto lancerà il primo di questi veicoli USVs lungo le coste di Gaza nella parte controllata da Hamas. Gli Stati Uniti non possono essere molto più indietro e sembra che, come i loro cugini dell’aria, queste navi saranno a loro volta dotate di armi.

Valutiamo l’impatto di una miniaturizzazione degli armamenti

Guerra di Robot. Nulla potrebbe essere più freddo, non vi pare? Specialmente se il solo sangue che fate sgorgare è quello degli altri, dato che i nostri “robot piloti” stanno volando su quegli aeroplani mille miglia lontano. A quanto pare, ben presto il mondo sarà una festa di robot. Il presidente Obama, nei suoi primi nove mesi di governo, ha autorizzato più attacchi di aerei telecomandati nelle zone interne del Pakistan, di quanti non ne abbia ordinati l’amministrazione Bush nel corso dei suoi ultimi tre anni di governo ed ora sta prendendo in considerazione la possibilità di utilizzarli anche nelle zone rurali dell’Afghanistan dove le truppe americane saranno insufficienti.

A Washington i droni sono anche considerati da alcuni critici come l’opzione per “de-intensificare” l’azione nella guerra in Afganistan, mentre invece il direttore della CIA Leon Panetta, la cui agenzia gestisce l’uso dei mezzi telecomandati nella guerra in Pakistan, li ha salutati come “l’unico gioco, in termini di confronto, che può cercare di distruggere i capi di Al-Qaeda”. Fra le poche persone che non impazziscono per questi robot, ci sono soldati intransigenti che non vogliono un’armata di aerei robot che sostituisca l'invio di una maggiore quantità di truppe. Comunque il vice presidente è un fanatico dei robot. Li ama da morire e si dice che voglia aumentare le loro missioni, specialmente in Pakistan, piuttosto che mandare un sacco di altri soldati.

Il segretario alla Difesa Robert Gates è saltato sul carro dei robot per primo. Da tempo faceva pressione sull’aeronautica militare perché investisse quanto meno in costosi mezzi aerei – ha definito l’F-35, ancora allo stato di sviluppo, l’ultimo modello di aereo guidato da persone – e ancora di più negli aerei robot. Dopo tutto sono così affidabili, intelligenti e con una tecnologia così sexy – secondo Newsweek ricadono addirittura nella categoria di “armi porno”– e quindi perché non amarli?

Va bene, ma potrebbe anche esserci in giro un bizzarro taccagno, come Philip Alston, specialista ONU sulle esecuzioni extra giudiziarie degli Usa, il quale di recente ha parlato alla stampa lamentando che il programma potrebbe coinvolgere gli Usa in crimini di guerra che ricadono sotto la legge internazionale: “Abbiamo bisogno – ha detto – che gli Usa affrontino questo problema e dicano ‘Va bene noi siamo disposti a discutere alcuni aspetti di questo programma’ altrimenti si dovrà affrontare il reale problema che sta alla base e cioè che la Cia sta procedendo con un programma che sta uccidendo un notevole numero di persone e non si può assolutamente fare affidamento in modo rilevante sulle leggi internazionali”.

Ma dato che sta arrivando Natale, c’è sempre qualcuno che dirà:”Bah, Humbug!”. E, guardiamo in faccia alle cose, i media continueranno a sottolineare che i mezzi telecomandati sono molto più “precisi” nell’eseguire “le loro azioni extra giudiziali” di quanto non lo siano “i metodi aerei tradizionali” e possono così facilmente sbagliare. Meglio ancora, quando sembra che in Afghanistan e in Pakistan nulla vada per il giusto verso, i robot sono quelli che fanno realmente il lavoro. Si dice che essi mettano KO i cattivi a destra e a sinistra. Almeno 13 fra i principali leaders di al-Quaeda ed un leader dei Talebani (anche detti “obiettivi di notevole valore”) sono stati uccisi dai droni secondo quanto riportato dal Long War Journal e anche molti altri soldati di fanteria sono stati abbattuti.

E quindi non rappresentano solo un sistema di miniaturizzazione delle armi perché per i nostri attuali problemi in Afghanistan e in Pakistan essi sono potenzialmente la strada maestra verso il futuro quando si parla di guerra, cosa che rende sicuramente entusiasti.

Il meraviglioso successo di queste armi – a casa

Così, perché dovrei amare questi droni che, oltre al fatto che stanno anche uccidendo dei civili, in numero incerto, ma rilevante nei villaggi tribali del Pakistan, creando così animosità e inimicizia dovunque, ci fanno apparire come una nazione di assassini 24 ore su 24 al di là di ogni legge e di ogni sorta di responsabilità?

Guardiamo la cosa da un altro punto di vista, i droni hanno messo le ali durante il periodo di Bush, nell’era di Guantanamo, secondo principi in base ai quali gli Americani hanno l’inalienabile diritto di agire come giudici mondiali, come giuria e come esecutori, e nel fare questo essi sono al di sopra di qualsiasi corte di giustizia.

E qui c’è un altro fattore che riduce ogni mio eccitatamento al minimo - se la storia della guerra aerea ha dimostrato una cosa, è questa: i bombardamenti non hanno mai spezzato le popolazioni. Al contrario, hanno solo aumentato il senso di unità, come a Londra durante il Blitz all’epoca di Wiston Churchill, in Germania sotto Adolf Hitler, nel Giappone imperiale sotto l’imperatore Hirohito, nella Corea del Nord sotto Kim Il Sung, nel Vietnam del nord sotto Ho Chi Minh, e naturalmente (benché non siamo mai stati nelle condizioni di questi Paesi, unica eccezione nella storia) gli Stati Uniti dopo l'11 settembre sotto George W. Bush. Perché mai le popolazioni rurali dell’Afghanistan e del Pakistan dovrebbero essere diverse?

Oh, e qui c’è anche un’altra ragione che mi viene in mente: succede che mi posso figurare il futuro, quando i droni arriveranno, ed esso è tetro e triste. Non sono un profeta è solo che ho già vissuto una buona parte di questo futuro. Come in effetti tutti noi.

Militarmente parlando, potremmo benissimo trovarci nel film “Il giorno della marmotta” nel quale Bill Murray e Andie MacDowell sono costretti a rivivere le stesse 24 ore più e più volte, con tutte le schifezze di questa cosa e senza lo charme degli attori. Nel corso della mia vita ho ripetutamente visto sistemi avanzati di armi o sbalorditive tecnologie belliche ritenuti come possibili percorsi per la vittoria e per una futura pace (solo perché la bomba atomica è stata sganciata prima della mia nascita). Nella guerra del Vietnam le glorie della “battaglia elettronica” sono state descritte come un antidoto alla brutale ed inefficace potenza aerea americana. Questo genere di battaglia con alte tecnologie avanzate, fatte da sensori invisibili, doveva portare alla fine delle guerriglie e delle infiltrazioni nemiche. Non riuscendo a muoversi a lungo in alcun luogo senza essere individuati, non si sarebbero potuti nascondere da nessuna parte.

Nel 1980, fu la Iniziativa di Difesa Strategica del presidente Ronald Reagan, subito soprannominata “Guerre stellari” dai critici, etichetta che egli accettò divertito. (“Se perdonate il fatto che copio la linea del film –la Forza è con noi”! disse con la sua solita maniera geniale). Il suo sogno, come disse al popolo Americano, era di creare uno “scudo impermeabile” anti - missile sopra gli Stati Uniti – “come il tetto che protegge la famiglia dalla pioggia” – che avrebbe posto fine alla possibilità di un attacco nucleare da parte dell’Unione Sovietica e quindi creare la pace nel nostro tempo (oppure, se aveste avuto in mente un’idea più cinica, la possibilità di attuare un assalto nucleare contro i Sovietici).

Nella Guerra del Golfo, “bombe intelligenti” e missili intelligenti venivano celebrati dai militari come mezzi di salvezza del momento. Avrebbero dovuto dare alla guerra un tipo di precisione tale da abbassare il numero dei civili uccisi quasi a zero e, come Bush avrebbe poi rivendicato nel corso della successiva decade di mandato, permesso ai militari di “decapitare” qualsiasi regime odiato. Tutto ciò sarebbe stato possibile senza toccare troppo la popolazione civile (la quale ovviamente, poi ci avrebbe accolto come liberatori). E più tardi, è stata la volta della “guerra informatica” favorita dall’alta tecnologia dei seguaci di Rumsfeld. Questa formula promette che, informazioni avanzate insieme ad alte tecnologie, possono mutare le truppe Leggere in una forza aggregata in modo così pratico da cambiare la realtà del campo di battaglia e con un tale impatto che una o due semplici dimostrazioni avrebbero condotto qualsiasi “stato canaglia” o qualsiasi insurrezione ad essere sottomessi.

Naturalmente conoscete come me i risultati di questo genere di idee in merito alle armi sorprendenti (o alle tecnologie) ed alle loro proprietà. La bomba atomica non ha posto fine a niente, ma ha portato ad un incubo nucleare di super potenze atomiche in perenne stato di pre allarme, durato quasi mezzo secolo, alla proliferazione nucleare e anche alla possibilità che, un giorno, anche i terroristi possano possedere armi simili. Il campo di battaglia elettronico non è stato in grado di evitare la disfatta in Vietnam. Quello scudo impermeabile anti- missile non si è mai realizzato, nemmeno vagamente, nei nostri cieli. Quelle bombe intelligenti della Guerra del Golfo si sono dimostrate rimarchevolmente stupide e i 50 attacchi lanciati nei primi giorni del 2003, durante l’invasione dell’Iraq, dall’amministrazione Bush contro Saddam Hussein per decapitare il regime, non hanno toccato un solo leader, ma hanno ucciso dozzine di civili. E la storia della guerra “intelligente” in Iraq è ben nota. Il suo “successo” ha spedito il segretario della Difesa Rumsfield all’ignominia e a dare le dimissioni.

Allo stesso modo, i mezzi robotici usati come armi di assassinio dimostreranno di essere solo un altro genere di arma anziché una panacea per i combattenti americani. A tutt’oggi, infatti, è molto evidente che in Pakistan e in Afghanistan i mezzi telecomandati stanno aiutando molto più ad ampliare che a ridurre il conflitto in atto.

Tuttavia, quanto riassunto sin qui rispecchia, al massimo, la metà della vicenda. Nessuna di queste armi e di queste tecnologie stupefacenti, è riuscita nel proprio intento, o come reclamizzato, ma ciò non ha fermato nessuna di queste novità impedendo che impregnassero di sé il nostro mondo Americano. Dalla bomba atomica è scaturito un intero panorama nucleare che include lo Strategic Air Command, i laboratori di armi, la produzione di impianti, silos per i missili, interessi di varie società ed un enorme arsenale in grado di distruggere il mondo (così come la proliferazione di versioni delle stesse, in grande e in piccolo, attraverso tutto il pianeta). E nemmeno i campi di battaglia elettronici non sono spariti. Anzi, è successo quasi l’opposto, queste realtà sono rientrate in patria e si sono inserite nella nostra vita quotidiana sotto forma di sensori, apparecchi fotografici, sistemi di sorveglianza e simili, che ora sono installati ovunque dai nostri confini alle nostre città.

E’ vero, lo scudo impermeabile di Reagan era la più pura delle fantasie nucleari, ma “i grandi capi” si sono riuniti e, prendendo una considerevole parte del budget militare, hanno proseguito per una decade in una frenesia di ricerca, in piani di guerre e comandi spaziali e in sprechi di ogni sorta, compresi gli straordinariamente costosi, ma non ancora operativi sistemi anti missile che le amministrazioni di Bush ed ora di Obama volevano e vogliono a tutti i costi piazzare da qualche parte in Europa. Analogamente, ogni bomba intelligente di nuova generazione e qualsiasi missile con performances più brillanti sono stati, e tuttora sono, studiati e progettati all’infinito.

E’ raro che armi stupefacenti o tecnologie fantastiche deludano tanto da sparire. Ciascuna di queste cose, infatti, ora ha intorno a sé una proliferazione di mini versioni del complesso industriale militare, con un suo set di giocatori - imprenditori, soprattutto i lobbisti di Washington, interessi precisi e congressi promozionali. Ciascuna di esse ha installato una tipica porta girevole che i più importanti funzionari ed ufficiali del Pentagono possono far ruotare una volta che la loro carriera militare è a posto. Ciò (non è meno vero) avviene anche per quelle meravigliose armi dei nostri giorni, che sono i droni robot.

Infatti potete già vedere la formazione composta dal complesso dell’industria militare per la robotica. Solo per darvene un’idea, Tony Tether, che per sette anni è stato a capo dell’Agenzia di progettazione per la ricerca avanzata della Difesa (DARPA), ha condiviso le sue ricerche sulla robotica avanzata. Quando ha lasciato il Pentagono, in settembre, lo ha fatto, secondo Noah Shachtman che gestisce il blog Danger Room di Wired, per inserirsi in “una commissione di consulenza” della società Scientific Systems Inc., che opera nell’ambito della progettazione di robot per il Pentagono. In giugno, egli si è inserito nel consiglio dell’Aurora Flight Sciences Inc, che progetta aerei telecomandati. E’ diventato anche “tecnico consulente e consigliere strategico part-time”, per varie raccomandazioni, del “Livingstone Group” il quale rappresenta alcuni importanti fornitori della difesa quali Northrup Grumman e Raytheon.

Anche l’industria dei droni ha già i propri rappresentanti congressuali. Ad esempio il congressista Repubblicano, decano e presidente dell’House Armed Services Committee Duncan Hunter, è uno dei maggiori sostenitori dei droni. Nell’aprile del 2009, ha insistito dicendo “dobbiamo anche accelerare la progettazione e produzione della nuova generazione degli UAVs, compreso il Predator C. Nel corso del mio servizio nel Corpo dei Marines, ho impegnato in combattimento puntando su obiettivi i Predator della serie A e B, e ho potuto vedere i vantaggi che offre il Predator C”. Nel 2008 la General Atomics le cui “affiliate” costruiscono i Predator robot, ha dato 6,000 dollari per la campagna elettorale di Hunter, diventando il suo tredicesimo maggior sostenitore per via di contributi. Quella società è anche la numero due nel contributo a sostegno del Comitato di azione politica di Hunter Peace Through Strength.

Nella filigrana Americana

Questo è quindi il futuro che potete prevedere, esattamente come me. Quando l’amministrazione Obama deciderà di aumentare l’uso dei robot aerei in Pakistan e Afganistan, così come sta per fare, ciò non porterà alla fine di al-Qaeda o dei Talebani, ma ad una lunga guerra di robot nell’ambito della nostra società sempre più militarizzata. E man mano che questi sogni robotici falliranno senza successo, ciò non avrà importanza. Tuttavia un altro mini settore del complesso industriale militare sarà inciso nella filigrana Americana.

Qualsiasi vantaggio a breve termine possa essere giunto, in questi ultimi anni, grazie all’introduzione dei robot nei conflitti in atto, adesso noi siamo stati inclusi nel numero degli assassini 24 ore su 24, con tutti i nostri set di bombardieri non suicidi al lavoro, per l’eternità. Ciò può anche passare per buon senso a Washington, ma di certo aiuta a lastricare la strada per l’inferno.

Qualcuna di queste persone ha mai visto un film di fantascienza? Nessuno di loro è un fan della serie “Terminator”? Sono ben sicuri di voler aprire la strada a un’illimitata guerra di robot, tenendo presente che, se questo è il gioco all’ultima moda della città, non rimarrà a lungo soltanto un gioco americano? Aspettate solo che il primo Predator Iraniano faccia fuori la prima guerriglia Baluchi, sostenuta dai fondi americani in qualche zona del Pakistan. Poi vediamo che cosa penseremo circa il diritto che ogni nazione ha di far fuori sommariamente i propri nemici, e chiunque altro che sia nei suoi pressi, con i robot droni.

E’ proprio così, proprio per queste cose che noi americani vogliamo essere conosciuti? E se permettiamo che ciò accada, e la General Atomics sta lavorando al doppio o al triplo dei turni per dare sempre di più, sempre nuove generazioni di guerrieri robot, mentre la nazione soffre per la disoccupazione salita al 10,2%, chi davvero poi penserà a fermarli?

Titolo originale: "Drone Race to a Known Future"

Fonte: http://tomdispatch.blogspot.com
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11.11.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PAOLA BOZZINI

UNA LETTERA DAL FUTURO: UN CITTADINO SPIEGA LA PRIVATIZZAZIONE DELL'ACQUA A UNA SENATRICE
















FONTE: ALTRECONOMIA.IT

Al “Forum italiano dei movimenti per l'acqua”
A tutti i cittadini che hanno scritto ai Senatori della I Commissione

Roma, 12 novembre 2009

Negli scorsi giorni noi parlamentari abbiamo ricevuto tantissime vostre e-mail che ci segnalavano lo sdegno dei cittadini per il provvedimento del Governo che di fatto rende più concreto il processo di privatizzazione di un bene pubblico fondamentale: l'acqua.
Peraltro il Governo ha fatto tutto questo inserendo una norma in un decreto legge che parla di tutt'altro, piuttosto che affrontare in Parlamento una seria e aperta discussione della riforma dei servizi pubblici locali. Da tempo, infatti, giacciono sia alla Camera che al Senato dei progetti di legge di iniziativa parlamentare in cui si affronta la questione in maniera organica e strutturata. Invece il Governo, per la quarantacinquesima volta dall'inizio della legislatura, ha scelto la via più semplice, e più opaca rispetto alla pubblica opinione, del decreto-legge.


Come sapete in quel contesto si trattava di INCLUDERE l'acqua nell'elenco dei servizi esclusi dall'applicazione della modalità privatistica di gestione e affidamento (criticabile anche per altri aspetti), com'è stato fatto per energia e trasporti regionali, che hanno una normativa diversa ad hoc. Non si è voluto fare, parificando di fatto l'acqua a qualsiasi altro servizio, ad esempio lo smaltimento rifiuti. Il che risulta ancora più paradossale perché in sede europea e internazionale si sta tornando indietro, rispetto alle scelte più spinte di liberalizzazione, proprio sull'acqua. L'opposizione del gruppo del partito Democratico è stata dura. Abbiamo presentato numerosi emendamenti sia soppressivi che migliorativi, purtroppo incontrando solo un muro di chiusura da parte del Governo, che non ha accettato neppure la costituzione di un'Authority nazionale.
Siamo riusciti però, ed è un piccolo ma importante risultato, a fare accogliere un punto di principio cui appellarsi in fase applicativa, che riafferma “...piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche, in particolare in ordine alla qualità e prezzo del servizio, in conformità a quanto previsto dal decreto legislativo 152 del 2006, garantendo il diritto alla universalità ed accessibilità del servizio”.
Ora il testo è alla Camera e, visto anche l'approssimarsi della scadenza del decreto (24 novembre), sarà ancora più difficile, ma non per questo verrà meno il nostro impegno, forti anche del vostro contributo.

A tutti voi un cordiale saluto

Sen. Marilena Adamo, Segretaria I Commissione Affari Costituzionali - Senato della Repubblica
Gruppo Partito Democratico


UNA LETTERA DAL FUTURO: UN CITTADINO SPIEGA LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA A UNA SENATRICE

DI ALBERTO DE MONACO
altreconomia.it

Egregia senatrice,
le risponde uno che viene dal futuro: noi a Latina siamo in piena privatizzazione ormai da 7 anni. Ad Arezzo anche di più. Le scrivo usando quel poco di tecniche finanziarie ed economiche apprese sul “campo di battaglia”: la proprietà pubblica delle acque è fuori luogo, quindi nulla di nuovo all'orizzonte;
per quanto riguarda la tariffa, è la volontà del privatizzatore che esige che queste le faccia il pubblico. La tecnica è: io, privato, con le tariffe che voi ci dite di applicare non ce la faccio; i Comuni ci hanno presentato una situazione che da gestire è più difficile del previsto; le reti sono peggio del previsto, piove e l'acqua è torbida, etc, etc. Sono cose che qui da noi sentiamo da anni. Poi dicono:
attenzione, qui siamo in regime di monopolio territoriale, al gestore deve essere assicurato il pareggio, ossia il pagamento dei costi. Ecco allora che tu, pubblico, che sei il responsabile di fare la tariffa (...sui dati del gestore privato che il pubblico non può avere per legge, visto che è spa di diritto privato e quindi protetta per diritto nel suo agire per fare l'interesse degli azionisti), mi devi aumentare le tariffe se vuoi gli investimenti. Poi c'è la solita tecnica: se non vuoi che aumentiamo subito, allora noi facciamo un bel project financing, chiediamo i soldi ad una bella banca d'affari che investe sul progetto gestionale, e cosi troviamo i soldi! Il problema è che la banca d'affari non fa carità, ma profitto, e se il progetto non rende non è che dice “mi ero sbagliata”. Al gestore dice: voglio comunque che tu onori il debito. Ecco allora che il gestore (che quasi sempre fa avallare questi prestiti con le garanzie della tariffa che il pubblico deve approvare) dice: “Cari sindaci, alzate la tariffa perché il servizio va male ma noi il mutuo (con interessi alla banca) lo dobbiamo pagare”. Ho letto piani d'ambito e richieste di finanziamenti in varie parti d'Italia, e le assicuro che spesso i gestori si lamentano perché magari quest'anno il consumo dell'acqua è diminuito e quindi ci sono meno introiti, anche se il costo corrente aumenta, il costo personale aumenta. E quindi dice ai sindaci: meno incassi, costi comunque elevati, la banca chiede di aumentare la tariffa, oppure diminuire gli investimenti, oppure ancora chiede che i comuni mettano soldi pubblici per fare investimenti in nuovi impianti che poi deve dare in gestione al privato.
Insomma, si riesce a capire che questo processo si chiama con un solo nome? Mercato sul bene acqua, grandi speculatori finanziari, multinazionali, banche d'affari, etc, etc.

Mi scusi se mi dilungo, ma vede noi che veniamo dal futuro possiamo descriverle bene cosa significa privatizzazione. Per non parlare poi della cattiva politica che in queste cose ci marcia e ci abusa.

Qui da noi questo processo ha nome e cognomi: legge Meta-Besson, che immagino lei conosca. Il noto ingegner Besson, dopo aver scritto la legge regionale sul servizio idrico, dividendo gli Ato del Lazio un poco come le province e senza il criterio di ambito ottimale, è passato in Enel Hydro. Di qui poi è stato chiamato come amministratore in Acqualatina spa (è ancora il vice presidente), è stato consigliere d'amministrazione in Acea Ato2 spa, e presidente della Sorical in Calabria. Mentre, per non far torto a nessuno, il presidente di Acqualatina spa è (già dal 2006) il senatore di Forza Italia Claudio Fazzone, di Fondi.
Guardi le chiedo scusa, sono molto arrabbiato e mi fa male lo stomaco a parlare delle nostre cose che vengono dal futuro, ma sentire tante sciocchezze e mezze misure su una cosa così delicata e fondamentale come la gestione dell'acqua mi fa male al cuore, alla mente e pure alla tasca!!!

Abbiate il coraggio di dire: vogliamo che i Comuni spariscono, che il pubblico non sia più capace a fare nulla (la questione del controllo è questione di lana caprina, quando non si può gestire..), che i sindaci devono arrendersi, che le comunità sono gestite in effetti dalle volontà dei vari consigli d'amministrazione (acqua, rifiuti, etc, etc,) e facciamola finita!

Con il rispetto per una persona che -come lei- accetta la discussione ed il confronto, le dico che ormai non desidero più andare a votare per sindaci e politici e spero di poter votare i vari membri dei consigli d'amministrazione. Magari ho più poteri verso di loro e decido anche io qualcosa! La lascio con un'ultima riflessione: le tariffe sono tutte aumentate per quanto previsto nei piani d'ambito privatizzati, ma gli investimenti fatti sono circa la metà di quanto previsto nei contratti a gara, quindi è come se noi cittadini pagassimo la tariffa doppia! Il tutto condito con investimenti totali negli anni privatizzati, meno di quelli che faceva prima il pubblico. Si chieda perché negli Stati Uniti d'America gli enti di gestione sono tutti pubblici, e Atlanta che aveva privatizzato ha avuto una pessima esperienza. Si chieda perché Parigi torna indietro. Noi che veniamo dal futuro lo abbiamo già capito bene sulla nostra pelle!

Alberto De Monaco, (Comitato acqua pubblica Aprilia)
Fonte: www.altreconomia.it
Link: http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=2176&fromHP=1
16.11.2009

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La creazione della realtà e la trappola planetaria





















di Brizzi Salvatore

Di fronte ai problemi del mondo, spesso ci sentiamo impauriti e cerchiamo qualcuno o qualcosa che "ci protegga"... ma in realtà non siamo vittime impotenti di eventi casuali: siamo esseri divini discesi nella materia per imparare a sviluppare maggiore coscienza...

Il globo terrestre è allo stesso tempo un pianeta-scuola e una trappola per le anime.

È un pianeta-scuola in quanto tutte le anime non sono altro che frammenti di Dio che si incarnano qui per sperimentare l’autocoscienza – la sensazione di esserci – e sviluppare qualità sempre nuove. Detto in altre parole, l’ anima usa il corpo materiale – una macchina biologica – per attirare intorno a sé persone e circostanze che le permettono di sviluppare sempre più amore, sempre più unità, fino a quando un giorno l’individuo non si percepirà finalmente "Uno con tutte le cose".

Ma questo pianeta è anche una trappola, in quanto ognuno di noi, una volta incarnato sul piano materiale, smette di essere l’Uno onnicomprensivo e si identifica totalmente con una particolare macchina biologica, dimentica il suo scopo evolutivo e, soprattutto, comincia a credere che esista un mondo "là fuori" sul quale non ha alcun controllo e del quale è succube.

Credere che il mondo sia qualcosa di separato da noi e non esclusivamente una nostra proiezione, è la causa prima di tutte le paure che ci affliggono. Le nostre paure originano infatti dalla superstiziosa credenza che possa esistere un mondo esterno alla nostra coscienza, separato da noi, il quale può agire su di noi indipendentemente dal nostro volere. Questo criterio totalmente fasullo di rapportarsi alla realtà è stato inventato, divulgato e viene tutt’ora alimentato da talune "forze" che governano il mondo nell’ombra. Ma essi stessi sono prigionieri della loro trappola.

Ognuno di noi crea, spesso inconsciamente, le situazioni e le persone che gli sono più utili per compiere il passo successivo sul suo cammino evolutivo. Le persone e le cose non sono fuori di noi, bensì dentro di noi. L’ anima – la coscienza – letteralmente materializza nel cosiddetto "mondo esterno" solo ciò di cui ha bisogno. Nella misura in cui noi siamo identificati – addormentati – nel corpo, non siamo coscienti di stare creando il mondo e quindi subiamo le decisioni della nostra stessa anima come se non fossero nostre. Solo l’incapacità di udire la voce della nostra vera essenza ci fa apparire improvvisi e inaspettati gli eventi della vita. Mentre nella misura in cui sentiamo di essere anima, diveniamo anche coscienti di stare materializzando tutto ciò che ci accade momento dopo momento. La conseguenza di questo nuovo atteggiamento è che svanisce ogni paura e diveniamo finalmente liberi.

L’élite che governa il mondo al soldo di certe "forze" è costituita da individui estremamente intelligenti, raffinati conoscitori della psiche umana. Essi sanno bene che alimentando fra la popolazione la stupida superstizione che esista un mondo esterno alla coscienza capace di influenzare l’essere umano, quest’ultimo rimarrà per sempre uno schiavo pieno di paura. Infatti non è un caso che la scienza, l’educazione, la politica, l’ economia... siano tutte basate su questo paradigma conoscitivo: io e il mondo siamo due cose separate. Così il Mondo diventa un idolo da adorare e temere. Questo è il paradigma della paura, della povertà, dell’insicurezza. Questo è il peccato dei peccati che ha costretto l’uomo ad abbandonare il Paradiso Terrestre. Crediamo che nel mondo possano nascondersi sorprese e pericoli inaspettati, quando invece nel mondo incontriamo sempre e solo noi stessi. Tutto appare inaspettato agli occhi di chi non si conosce.

Nani psicologici prigionieri della loro atterrita natura animale. Ecco in cosa si sono trasformati gli esseri umani. Come insetti strisciano sulla superficie del globo attendendo il momento in cui un piede li schiaccerà mettendo fine alle loro sofferenze. Quanto in basso siamo scesi noi guerrieri divini e immortali?!

Facciamo un esempio. Un giorno dall’ufficio del personale della nostra azienda ci comunicano che siamo stati licenziati. Cosa proviamo? Ognuno di noi reagisce con una manifestazione emotiva differente. Ognuno di noi reagisce secondo ciò che è. Qualcuno diventa aggressivo, un altro comincia a piangere, un altro è contento perché non vedeva l’ora di andarsene, un altro si sente perduto e tenta il suicidio... e così via. Un atteggiamento unico però li accomuna: tutti credono che un’entità temibile e onnipotente conosciuta come "il Mondo" si sia abbattuta su di loro dall’esterno. Chi di loro avrà invece il coraggio di pensare: "Io mi sono licenziato. Ho usato il mondo per licenziarmi. Affinché emergessero proprio le emozioni che mi stanno attraversando in questo momento!”. Vi ho appena dato una chiave magica, usatela in ogni circostanza e presto aprirete la Porta, non serve altro.

Sono le nostre emozioni a plasmare il mondo, e non viceversa. La realtà è fatta di luce, lo hanno scoperto anche in fisica, e questa luce è facilmente malleabile da parte della nostra coscienza, proprio perché è dentro la nostra coscienza. Siamo guerrieri, Portatori della Fiamma, signori incontrastati della nostra realtà... e invece deleghiamo al mondo esterno il potere di decidere quando ci è concesso essere felici e quando no. Abbiamo eletto il mondo esterno a nostro Dio, lo adoriamo, lo temiamo e ci prostriamo ai suoi piedi, infognati nella superstizione e ormai privi di ogni dignità dell’Essere. Credere alla materia è solo superstizione, perché il mondo è costituito unicamente di immagini. Le persone non esistono di per se stesse: i figli, i colleghi di lavoro, i partner... sono solo immagini che ci rimandano parti di noi che non vogliamo conoscere, non vogliamo affrontare, non vogliamo superare.

Lamentarsi, accusare gli altri, gli eventi, del nostro star male, è come accusare la nostra immagine allo specchio... e arrabbiarsi con lei... e aver paura di lei. Abbiamo il terrore di venire licenziati, di restare senza denaro, di subire un’aggressione per strada, di venire derubati, di ammalarci, di essere abbandonati dal partner... Siamo ipnotizzati da un fantomatico "mondo di fuori". Crediamo che le disgrazie possano colpire "a caso"... non riusciamo a concepire un’Intelligenza Nascosta – la nostra – che crea gli eventi intorno a noi secondo le nostre necessità evolutive... e allora ci preoccupiamo di cosa potrebbe riservarci il Mondo, quasi fosse una creatura divina onnipotente.

La nostra idolatria e la nostra superstizione vengono abilmente usate da chi governa il pianeta per tenerci in uno stato di apprensione: crisi economica, immigrazione, terrorismo, pandemia, pedofilia... Ma il mondo non possiede un’esistenza autonoma, è solo uno stupido schermo privo di vita sul quale ognuno di noi proietta immagini di se stesso. In noi è la vita, e noi siamo i registi del film.

Questo è un Appello. Per gli anni che verranno servono guerrieri impavidi, uomini e donne, Portatori della Fiamma. La tromba del Giudizio è già squillata: uscite allo scoperto e radunatevi. Non sentite ardere la Fiamma nel petto mentre leggete queste parole? Il Guerriero dello Spirito incarna il vero potere perché sa che il mondo non può fargli nulla di male, il guerriero sa che vivrà solo le crisi e le sfide che gli serviranno... che lui stesso andrà creando per autoiniziarsi. Pertanto non ha più paura del mondo, e un essere senza paura sfugge a ogni gabbia psicologica... diventa imprevedibile... pericoloso.

Fonte:

Boff: a pochi giorni da Copenaghen "La terra non ce la fa più"

















Lunedì 23 Novembre 2009  A Sud 

Leonardo Boff a pochi giorni dalla Conferenza sul clima di Copenhagen: ‘La Terra non ce la fa più’ - Tre crisi in una: quella della sostenibilità, la crisi sociale e del clima • Il dramma dell’ eco-miopia • L’attuale caos è creativo e generativo • Solamente la società civile internazionale può salvare il pianeta.

Intervista con Leonardo Boff

Sergio Ferrari*, dall’ONU/Ginevra, Svizzera.
La crisi ambientale irrompe a livello mediatico alla Conferenza sul clima di Copenhagen, Danimarca, prevista per il 13 dicembre prossimo. Le prospettive non sono ottimiste a causa della mancanza di un previo consenso necessario per raggiungere un accordo definitivo. “Nonostante gli scettici pronostici ho fiducia nella vittoria della speranza sulla paura e sono convinto che la vita è assai più forte della morte”, assicura il teologo brasiliano Leonardo Boff nel cominciare tale esclusiva intervista durante la sua recente visita in Svizzera. Boff, uno dei padri fondatori della teologia della liberazione ha ricevuto lo scorso 7 novembre il Dottorato Honoris Causa dell’Università di Neuchâtel. Pochi giorni prima, la stessa settimana, aveva animato un dibattito pubblico organizzato dalle ONG di cooperazione solidale E-CHANGER, e Missione di Belém Immense nella Casa della Solidarietà Romero (RomeroHaus) a Lucerna dove hanno partecipato 200 persone.
P: Tutto il mondo parla oggi della problematica climatica che sta vivendo il pianeta. Lei è stato uno dei primi, già negli anni ottanta, ad allertare riguardo tale tema. Qual è la sua analisi rispetto all’attuale situazione ambientale?

Leonardo Boff: Ci sono molti indicatori scientifici che mostrano un’imminente tragedia ecologica e umanitaria. Nulla in concreto è cambiato dalla redazione della Carta della Terra nel 2003 elaborata da un gruppo di personalità del mondo intero. Abbiamo affermato in questo meraviglioso documento: “Ci troviamo in un momento critico per la Terra nel quale l’umanità deve scegliere il suo futuro. E la scelta è questa: o viene promossa un’alleanza globale per prendersi cura della Terra o ci avviamo verso la distruzione della splendida varietà della vita.” “Si consuma più di ciò che la Terra può sopportare”
P: Un’affermazione tagliente che non accetta mezzi termini. Come viene difesa?

Boff: Nella confluenza attuale di tre crisi strutturali. La crisi dovuta alla mancanza di sostenibilità del pianeta; la crisi sociale mondiale; la crisi del crescente surriscaldamento terrestre.

P: Può esemplificare tale affermazione?

Boff: A livello sociale, quasi la metà dell’umanità vive oggi al di sotto del livello di povertà. Le cifre sono terrificanti. Il  20% più ricco consuma l’ 82.49 % di tutta la ricchezza mondiale e il 20 % più povero deve accontentarsi di un minuscolo 1.6%. Rispetto al surriscaldamento terrestre, la FAO (Organizzazione dell’ONU per l’Alimentazione) ha previsto per i prossimi anni tra i 150 e i 200 milioni di rifugiati climatici. Le previsioni più drammatiche parlano di un aumento entro il 2035 di   4°C . E si prospetta per la fine del secolo un aumento di 7°C . Se ciò realmente accadesse, nessun tipo di vita oggi conosciuto potrebbe sopravvivere. Per quanto riguarda la crisi della sostenibilità, do un esempio illustrativo: l’umanità sta consumando un 30% in più rispetto alla capacità di rigenerazione. Ciò vuol dire un 30% in più rispetto a quanto la Terra stessa possa rinnovarsi.
P: Senza dubbio questa tendenza consumista del pianeta non è nuova…

Boff: No. Pero ciò che risulta nuovo sono i livelli accelerati di questo deterioramento. Secondo studi di tutto rispetto, nel 1961 avevamo bisogno della metà della Terra per soddisfare i bisogni umani. Nel 1981 si era giunti ad un pareggio, ossia avevamo già bisogno della Terra intera. Nel 1995 abbiamo sorpassato di un 10 % la capacità di rigenerazione terrestre, nonostante fosse ancora sopportabile. Nel 2008, abbiamo superato il 30 %. La Terra sta lanciando segnali inequivocabili: non resiste più.
“Tra qualche anno ci sarebbe bisogno di due Terre”

P: Con prospettive future ancora più preoccupanti?

Boff: Se si mantiene la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale tra il 2-3% all’anno, secondo quanto previsto, nel 2050 avremmo bisogno di due pianeti Terra per dare risposta ai bisogni di consumo, il che è impossibile dato che abbiamo a disposizione una Terra solamente.
P: Tutto ciò ci obbliga a pensare un nuovo paradigma di civiltà?

Boff: Assolutamente. Non possiamo continuare a produrre come abbiamo fatto finora. L’attuale modello di produzione, quello capitalista, parte dal falso presupposto che la Terra è come un grande baule dal quale si possono tirar fuori risorse in modo incondizionato per ottenere benefici con il minimo investimento possibile nel tempo più breve. Oggi è chiaro che la Terra è un pianeta piccolo, vecchio e limitato che non sopporta un simile sfruttamento. Dobbiamo dirigerci verso un’altra forma di produzione e assumere abitudini di consumo differenti. Produrre per soddisfare le necessità umane in armonia con la Terra, rispettando i suoi limiti, con un senso di uguaglianza e di solidarietà verso le generazioni future. Questo è il nuovo paradigma di civiltà.
Copenhagen: l’influenza del potere economico

P: Tornando all’oggi e al qui…Tra poche settimane avrà luogo la Conferenza sul Clima a Copenhagen. Ci sono prospettive di un possibile accordo?

Boff: E’ anzitutto necessaria una premessa. Dobbiamo fare il possibile affinché il clima si stabilizzi evitando che il surriscaldamento globale sia maggiore dei 2 o 3 gradi cosi che la vita possa continuare. Siamo coscienti che tale riscaldamento implicherà una devastazione della biodiversità e l’olocausto di milioni di persone, i cui territori non saranno più abitabili, specialmente in Africa e nel sudest asiatico. Mi preoccupa, in tale scenario, l’irresponsabilità di molti governi, specialmente dei paesi ricchi, i quali non intendono definire obiettivi concreti per la riduzione delle emissioni di gas con effetto serra che permetterebbe di salvare il clima. Una vera eco-miopia!

P: Ciò deriva dalla mancanza di volontà politica per giungere ad accordi?

Boff: Soprattutto da un conflitto di interesse. Le grandi imprese, per esempio quelle petrolifere, non hanno intenzione di cambiare poiché perderebbero i loro enormi guadagni. Bisogna comprendere l’intima interdipendenza del potere politico ed economico. Il potere più importante è quello economico. Il potere politico è una sua semplice derivazione. Gli Stati, in molti casi, non rappresentano gli interessi dei popoli bensì dei grandi attori economici.
P: In caso di un fallimento a Copenhagen, quale sarebbe lo scenario seguente, calcolando una già grave situazione climatica attuale?

Boff: A mio avviso, se c’è una frustrazione politica, ciò può significare una sfida enorme per la società civile. Affinché si mobiliti, faccia pressione e promuova i cambi che partono sempre dal basso. Confido in questo: la ragione, la prudenza, la saggezza arriveranno dalla società civile. Ciò anche e soprattutto rispetto al tema del clima. Nessun cambiamento reale parte dall’alto, bensì dal basso.
E nonostante la complessità della situazione attuale, voglio credere che non si tratti di una tragedia che finirà male, bensì di una crisi che purifichi e ci permetta di fare un salto in direzione di un futuro migliore.

P: Con un programma comune per salvare la Terra?

Boff: Spingendo verso una bio- civiltà che dovrà promuovere quattro punti essenziali. L’uso sostenibile, responsabile e solidale delle limitate risorse e servizi della natura. Il controllo democratico delle relazioni sociali, specialmente nei mercati e nei capitali speculativi. Un ethos minimo mondiale che deve nascere dallo scambio multiculturale, enfatizzando la compassione, la cooperazione e la responsabilità universale. E la spiritualità, come dimensione antropologica e non come monopolio delle religioni. Deve svilupparsi come espressione di una coscienza che si senta parte di un Tutto maggiore, che percepisca una Energia potente e che rappresenti il senso supremo di tutto.

*Sergio Ferrari - Collaborazione stampa di E-CHANGER, ONG svizzera di cooperazione solidale
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Una vita votata all’impegno

Leonardo Boff è nato in Concordia, Stato brasiliano di Santa Catarina. Nel dicembre dello scorso anno ha compiuto 70 anni (è nato il 14 dicembre del 1938).
In quell’occasione ha pubblicato in Svizzera il libro: “Leonardo Boff: avvocato dei poveri”, rendendo omaggio al suo lavoro pastorale e di accompagnamento dei movimenti popolari e sociali Latinoamericani. E nel riconoscimento della sua produzione letteraria. Ha scritto finora 82 libri, molti dei quali tradotti in decine di lingue.
Negli anni settanta, fu uno dei “padri” fondatori della Teologia della Liberazione. Ciò scatenò una prima sanzione del Vaticano nel 1985. Davanti ad una nuova minaccia di sanzione Boff ha rinunciato alle sue attività sacerdotali nel 1992 e si è autoproclamato allo Stato laico.
Oltre al Dottorato Honoris Causa che ha ricevuto pochi giorni fa dall’Università di Neuchâtel, ha ottenuto uno stesso titolo onorifico, dall’Università di Lund (Svezia); Londra (Gran Bretagna); Torino (Italia) e San Leopoldo (Brasile).
Nel dicembre del 2001 ha ricevuto il Premio Nobel Alternativo della Pace per i suoi contributi alla lotta per la difesa del clima e per il suo impegno sociale.
Nell’attualità prosegue con i suoi contributi teologici, con un particolare accento sulla questione ecologica. E’ consulente del Movimento dei Lavoratori rurali senza Terra (MST) e delle Comunità Ecclesiastiche di Base (CEBs) in Brasile.
Collaboratore di Adital in Svizzera. Collaborazione E-CHANGER, ONG membro della Piattaforma Comunica-CH


Traduzione di Marica Ganelli
 

SARDEGNA BASI NATO MISTERY



Report di la7 sulle basi NATO in Sardegna .

http://www.youtube.com/user/Gys6

NAZICOMUNISMO - LA STORIA NASCOSTA



NAZISMO&COMUNISMO
Nazismo deriva da NAZIONAL SOCIALISMO! Il socialismo è di sinistra come il socialismo
marxista o comunismo dell' U.R.S.S. o qualsiasi socialismo... Ma
allora Hitler era comunista? Un Documentario che ci racconta una storia volutamente nascosta. Il documentario va visto tutto o non se ne coglierà l'aspetto dello stretto collegamento.

http://www.youtube.com/user/Gys6