martedì 24 novembre 2009
Alex Jones e i campi di concentramento FEMA
Servizio dal programma di Alex Jones sulla realtà dei campi di concentramento FEMA in tutti gli Stati Uniti. Una triste realtà che stà prendendo piede proprio ai giorni nostri senza che si abbiano risposte concrete sull'impiego di questi.
http://www.youtube.com/user/rivoluzioniamo
Il ministro Rotondi auspica il digiuno dei lavoratori
martedì 24 novembre 2009
Marco Cedolin
Negli ultimi anni sono stati molti gli attentati al desco dei lavoratori, portati dai sostenitori della legge 30 che li ha costretti giocoforza a mangiare a “singhiozzo”, dai fautori del modello americano che li ha indotti a consumare cibo spazzatura seduti alla scrivania, dalla grande imprenditoria impegnata nella delocalizzazione delle imprese che ha reso loro assai difficile riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.
Oggi, nel bel mezzo di una crisi economica potenzialmente catastrofica, indotta in larga parte anche dalla sovrapproduzione di merci, il ministro per l’attuazione del programma di governo Gianfranco Rotondi, nel corso di un’intervista alla web TV “Klaus Condicio” ha ritenuto giusto porre fine a questo stillicidio e dopo avere definito la pausa pranzo “un danno per il lavoro ed una ritualità che blocca tutta l’Italia”, ha auspicato che presto si possa mettere fine a questa insana pratica che nuoce gravemente alla produttività.
Larghi tratti dell’intervista in questione, comparsi sull’home page del sito web del Corriere della Sera, somigliano più ad una gag comica stile Bagaglino, piuttosto che non a delle serie riflessioni portate da un uomo politico, così nonostante il tema abbia un certo spessore, si finisce spesso per sorridere, anche se talvolta in modo sardonico.
Rotondi afferma “non possiamo imporre ai lavoratori quando mangiare, ma ho scoperto che le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare”.
Curioso come il ministro, pervaso da genuina bonomia, dichiari che non è possibile imporre ai lavoratori quando (e se?) mangiare, ma si dica altresì convinto che per qualche arcana ragione nota solo a lui che come il replicante di Blade Runner, Roy Batty può vantarsi di avere visto le “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione”, le ore più produttive risultino essere proprio quelle in cui il disgraziato lavoratore si accinge a pranzare. Basta insomma il verso di avvicinarsi al desco, per trasformare quel fatidico momento nell’acme potenziale della produttività
Continua Rotondi “Chiunque svolga un'attività in modo autonomo, abolirebbe la pausa pranzo”.
Affermazione anch’essa alquanto originale, dal momento che i lavoratori autonomi, trattandosi di esseri umani e non dei replicanti tanto cari al ministro, sono comunque costretti a pranzare se vogliono evitare di cadere preda del deliquio prima che faccia sera, anche se per forza di cose pranzano naturalmente quando hanno tempo per farlo.
Rotondi sembra poi farsi meno massimalista, arrivando a dichiarare “Casomai sarebbe meglio distribuirla in modo diverso, come avviene negli altri Paesi” ed a questo riguardo porta tutta una serie di esempi a suo avviso illuminanti ai quali sarebbe saggio adeguarsi.
“In Germania, ad esempio, per incentivare la produttività la pausa pranzo in alcuni posti di lavoro dura mezz'ora, mentre si estende a 45 minuti per chi lavora oltre le 9 ore. Tuttavia, secondo un recente sondaggio, un quarto dei tedeschi trascorre la propria pausa pranzo lavorando. Anche in Inghilterra molti dipendenti vi rinunciano o la riducono, sia nei minuti che nel numero di pause nel corso dell'intera settimana. Negli ultimi due anni, infatti, si è scesi da una media di 3,5 pause a settimana del 2006 a 3,3 nel 2008. Addirittura meno di 3 per le donne. In Francia lo statuto dei lavoratori riconosce 20 minuti ogni 6 ore, mentre in America la pausa pranzo non è proprio prevista dalla legge federale ed è regolamentata autonomamente dai singoli Stati, mentre in Canada e Svezia si pranza davanti alla scrivania”.
Oggi, nel bel mezzo di una crisi economica potenzialmente catastrofica, indotta in larga parte anche dalla sovrapproduzione di merci, il ministro per l’attuazione del programma di governo Gianfranco Rotondi, nel corso di un’intervista alla web TV “Klaus Condicio” ha ritenuto giusto porre fine a questo stillicidio e dopo avere definito la pausa pranzo “un danno per il lavoro ed una ritualità che blocca tutta l’Italia”, ha auspicato che presto si possa mettere fine a questa insana pratica che nuoce gravemente alla produttività.
Larghi tratti dell’intervista in questione, comparsi sull’home page del sito web del Corriere della Sera, somigliano più ad una gag comica stile Bagaglino, piuttosto che non a delle serie riflessioni portate da un uomo politico, così nonostante il tema abbia un certo spessore, si finisce spesso per sorridere, anche se talvolta in modo sardonico.
Rotondi afferma “non possiamo imporre ai lavoratori quando mangiare, ma ho scoperto che le ore più produttive sono proprio quelle in cui ci si accinge a pranzare”.
Curioso come il ministro, pervaso da genuina bonomia, dichiari che non è possibile imporre ai lavoratori quando (e se?) mangiare, ma si dica altresì convinto che per qualche arcana ragione nota solo a lui che come il replicante di Blade Runner, Roy Batty può vantarsi di avere visto le “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione”, le ore più produttive risultino essere proprio quelle in cui il disgraziato lavoratore si accinge a pranzare. Basta insomma il verso di avvicinarsi al desco, per trasformare quel fatidico momento nell’acme potenziale della produttività
Continua Rotondi “Chiunque svolga un'attività in modo autonomo, abolirebbe la pausa pranzo”.
Affermazione anch’essa alquanto originale, dal momento che i lavoratori autonomi, trattandosi di esseri umani e non dei replicanti tanto cari al ministro, sono comunque costretti a pranzare se vogliono evitare di cadere preda del deliquio prima che faccia sera, anche se per forza di cose pranzano naturalmente quando hanno tempo per farlo.
Rotondi sembra poi farsi meno massimalista, arrivando a dichiarare “Casomai sarebbe meglio distribuirla in modo diverso, come avviene negli altri Paesi” ed a questo riguardo porta tutta una serie di esempi a suo avviso illuminanti ai quali sarebbe saggio adeguarsi.
“In Germania, ad esempio, per incentivare la produttività la pausa pranzo in alcuni posti di lavoro dura mezz'ora, mentre si estende a 45 minuti per chi lavora oltre le 9 ore. Tuttavia, secondo un recente sondaggio, un quarto dei tedeschi trascorre la propria pausa pranzo lavorando. Anche in Inghilterra molti dipendenti vi rinunciano o la riducono, sia nei minuti che nel numero di pause nel corso dell'intera settimana. Negli ultimi due anni, infatti, si è scesi da una media di 3,5 pause a settimana del 2006 a 3,3 nel 2008. Addirittura meno di 3 per le donne. In Francia lo statuto dei lavoratori riconosce 20 minuti ogni 6 ore, mentre in America la pausa pranzo non è proprio prevista dalla legge federale ed è regolamentata autonomamente dai singoli Stati, mentre in Canada e Svezia si pranza davanti alla scrivania”.
Insomma questa stortura del metabolismo umano in virtù della quale il lavoratore per riuscire a produrre sia costretto anche a mangiare, il paffuto ministro Rotondi proprio non riesce a digerirla. Se il lavoratore deve proprio mangiare, almeno lo faccia in fretta, senza alzarsi dalla scrivania. O meglio prenda l’abitudine di pranzare un giorno si e l’altro no, imparando dagli interinali e comunque non si permetta mai di abbandonarsi ai richiami dello stomaco prima di avere prodotto per almeno 6 ore consecutive, se poi sono 9 meglio ancora.
Senza dubbio il ministro Rotondi, memore delle sue esperienze “vicino alle porte di Tannhäuser” preferirebbe sostituire i tradizionali lavoratori, vittime delle costrizioni imposte dalla carne, con una truppa di androidi che sarebbero certo più vicini alla sua visione del mondo del lavoro. Purtroppo però gli androidi digiunano ma non pagano neppure le tasse e per ironia del destino trovare qualcosa da mettere sul desco diventerebbe un grosso problema anche per lui che, neanche si trattasse di Piero Fassino, la pausa pranzo giura di “averla abolita da almeno 20 anni”.
Senza dubbio il ministro Rotondi, memore delle sue esperienze “vicino alle porte di Tannhäuser” preferirebbe sostituire i tradizionali lavoratori, vittime delle costrizioni imposte dalla carne, con una truppa di androidi che sarebbero certo più vicini alla sua visione del mondo del lavoro. Purtroppo però gli androidi digiunano ma non pagano neppure le tasse e per ironia del destino trovare qualcosa da mettere sul desco diventerebbe un grosso problema anche per lui che, neanche si trattasse di Piero Fassino, la pausa pranzo giura di “averla abolita da almeno 20 anni”.
Scudo, gite a Berna e prime cifre dall'Italia
Edoardo Capuano 23 novembre 2009
Come era fin troppo facile prevedere, dalla gita del Consiglio di Stato ticinese alla capitale scaturisce la solita risposta che in tutte le banche e le aziende viene adottata quando non si sa che pesci pigliare e, per non sbagliare, si vuole prendere tempo: si cercherà di trovare una “soluzione globale” e verrà formato “un gruppo di lavoro”.
Ma ecco i concreti, straordinari risultati che il governo del Canton Ticino ha saputo coraggiosamente strappare al geniale e fattivo ministro delle finanze Hans-Rudolf Merz: "pronto a discutere la possibilità, altresì disposto a valutare, possibilità di esaminare in modo approfondito le proposte, prendere sul serio le preoccupazioni, creazione di una task force interdipartimentale per studiare una soluzione a lungo termine, discutere, trattative rilanciate attraverso una nuova iniziativa, studiare possibili opzioni, disponibilità a discutere la possibilità di considerare, discussione molto costruttiva". Un trionfo. Adesso sì che l'Europa trema.
Intanto, della vertenza con Berna per lo scudo fiscale italiano l'Italia non si è neppure accorta - anzi chiediamo scusa prima ancora di protestare, mica di "alzare i toni" - le preoccupazioni del Ticino e della sua piazza finanziaria crescono esponenzialmente, e dell'amnistia fiscale a livello federale, degli sgravi fiscali per le imprese e dell'estensione a tutto il Canton Ticino degli aiuti federali in favore dell'insediamento delle società che sono provvedimenti urgenti, non si vede nulla di concreto.
Le banche ticinesi occupano circa 11'000 persone, e non parliamo dell'indotto e del gettito fiscale complessivo, ma invece di prendere posizioni e provvedimenti puntuali, immediati e concreti ce la si prende con i lavoratori frontalieri che, come dice il nome stesso, lavorano e sono tassati alla fonte, cercando d'infierire sulle loro tasse, che sono una goccia.
Naturalmente, le decisioni del Dipartimento federale delle finanze ‘potrebbero' (non esageriamo nel celebrare la vittoria della missione) giungere in tempi brevi...
Lasciando l'aria fritta a chi la merita, ricordiamo le cifre degli scudi precedenti e le possibili previsioni indicative su quello attuale.
Nel 2001, il primo Scudo ha fatto confluire in Italia 54,6 miliardi di euro di cui 33,2 in rimpatrio effettivo e 21,4 regolarizzati, ma rimasti fisicamente all'estero. Nel 2003 i numeri sono 18,5 miliardi di cui 10 fisicamente rimpatriati e 8,5 miliardi di euro regolarizzati, ma lasciati fuori dalla Penisola. Il totale dei miliardi di euro rimpatriati grazie ai due primi scudi è dunque di 43,2. Di questi, dalla Svizzera sono usciti 25,14 miliardi di euro di perdita effettiva, pari al 58% del totale scudato. Una cifra consistente, scomoda, ma che in quegli anni non ha provocato tragedie, desolazione e povertà diffusa né in Svizzera né in Ticino.
Le previsioni per lo Scudo ter del 2009 avevano dapprima parlato -a vanvera- di 300 miliardi nel convegno “Il destino dei paradisi fiscali” organizzato a Roma dalla Guardia di Finanza e dall'Agenzia delle entrate, di cui 125 miliardi solo dalla Svizzera. Questo dato sfatava le vecchie stime di un ritorno di 200 miliardi, poi ridotto a soli 60. Numeri subito corretti da Tremonti in "Un (1) euro" indicato nella relazione tecnica del decreto anticrisi che ha introdotto la misura per il rimpatrio o le regolarizzazione di attività detenute all'estero in violazione delle regole sul monitoraggio fiscale.
Ora emergono, da fonte italiana, le prime cifre sul rientro dei capitali scudati che dovrebbe interessare circa 80 miliardi delle attività detenute all'estero che, secondo la Guardia di finanza, ammontano a circa 300 miliardi.
Facciamo finta di prendere per buona questa previsione di 80 miliardi di euro scudati complessivi mondo, tra rimpatri e regolarizzazioni, e applicando le percentuali relative ai precedenti scudi, la fuoriuscita dai nostri istituti di credito ipoteticamente ammonterebbe a circa 26 miliardi di euro, ovvero di poco superiore al dato complessivo ‘Svizzera' dei due scudi precedenti. Un salasso, ma forse non un colpo mortale alla nostra piazza finanziaria. Tutto dipenderà dalla percentuale dei rimpatri giuridici rispetto ai rimpatri generali. Una percentuale che forse non conosceremo mai con esattezza, se lo Stato italiano non la comunicherà ufficialmente.
Ma Tremonti non si accontenta di spremere i grandi capitali in Ticino, se la prende anche con lo small fry, quella fascia di contribuenti composta dai lavoratori frontalieri che per la maggior parte è tassata alla fonte, esclusa dal monitoraggio fiscale e quindi dall'obbligo di dichiarazione al fisco italiano, in base al trattato del 1974 tra la Svizzera e l'Italia sulla doppia imposizione. Invece, si devono dichiarare al fisco italiano gli eventuali redditi percepiti in Svizzera non tassati alla fonte e finora non dichiarati: per farlo, si potrà beneficiare dello scudo fiscale, con sanzioni ridotte rispetto alla tassa del 5% applicata per gli altri contribuenti.
Secondo l'Agenzia delle entrate, tra le attività estere di natura finanziaria da scudare rientrano i depositi e i conti correnti detenuti presso le banche estere, indipendentemente dalla fonte di produzione delle disponibilità finanziarie confluite in detti depositi e conti correnti. È questo il caso, ad esempio, dei conti bancari su cui i frontalieri ricevono il salario che devono essere dichiarati al fisco italiano perché sono tassabili gli interessi percepiti sulle somme depositate non tassate alla fonte. Le sanzioni previste dalla legge italiana per chi non dichiara i depositi o i conti correnti vanno dal 10% al 50% dell'ammontare degli importi non dichiarati. La mancata dichiarazione è colpita anche con la confisca di beni di corrispondente valore.
La questione dei frontalieri è complessa e difficilmente decifrabile. Se la Svizzera pecca un poco di scarsa fantasia e troppa demagogia, la burocrazia italiana si distingue, come sempre, per poca chiarezza e per scarso rispetto per il contribuente.
Circolare n 48E del 17 novembre 2009 dell'Agenzia delle entrate italiana
Fonte: ticinofinanza.ch
http://www.ecplanet.com/
La destra sociale da Salò a Tremonti. Intervista a Guido Caldiron
di Emilio Carnevali
Perché gli operai votano a destra? Quali sono le ragioni del successo della “destra plurale” italiana negli insediamenti sociali tradizionali della sinistra? Intervista a Guido Caldiron, autore di "La destra sociale. Da Salò a Tremonti" (Manifestolibri).
Lo scorso 14 maggio Il Sole 24 Ore pubblicava un articolo intitolato: “Da Marx a Bossi. I nuovi operai”. L’ironico incipit di quel testo si soffermava sull’homepage del sito toscano della Lega Nord: il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo con il lavoratori ritoccati in camicia verde e la scritta “la classe operaia va col Carroccio…”.
Negli ultimi anni articoli come questo si sono susseguiti sempre più numerosi sulla stampa italiana, registrando il fenomeno della trasmigrazione a destra di cospicui settori sociali che fin dagli albori delle democrazie moderne avevano costituito la base elettorale dei partiti di sinistra, legati al movimento operaio e socialista.
Cosa c’è dietro questo epocale mutamento della geografia politica e delle culture sociali del nostro Paese? In realtà – come testimoniano anche le recenti elezioni europee, che hanno visto la considerevole affermazione di forze politiche di ispirazione populista e xenofoba un po’ in tutto il Continente – il fenomeno non interessa solo l’Italia. Tuttavia nel nostro Paese la dinamica sintesi fra varie e talvolta assai diverse “anime” della destra dà vita ad un “laboratorio politico”, la cui indagine può certamente essere utile per una comprensione più generale del pericolo neoautoritario a livello globale.
Nel suo La destra sociale. Da Salò a Tremonti (appena pubblicato da Manifestolibri) Guido Caldiron affronta proprio questa analisi, andando a rintracciare le radici culturali della moderna destra nelle esperienze storiche del novecento per poi individuare i tratti di continuità/discontinuità con i movimenti contemporanei e le loro traiettorie di sviluppo. Una analisi tanto più utile quanto più il disagio sociale legato alla crisi economica nella quale siamo immersi non sembra affatto avvantaggiare le opposizioni di sinistra (e le risposte tradizionalmente riconducibili alla categoria della “classe”), quanto piuttosto il territorialismo difensivo bandito dall’asse Tremonti-Lega.
Giornalista di Liberazione, Caldiron ha pubblicato in passato diversi ed interessanti saggi sulle nuove destre, come Gli squadristi del 2000 e Lessico postfascista (entrambi editi da Manifestolibri).
Caldiron, quali sono secondo lei le principali cause di questo sfondamento della destra in larghi settori popolari del nostro Paese?
I motivi del successo delle destre tra i lavoratori italiani credo vadano ricercati nell’incrociarsi di diversi fenomeni, di natura politica come anche sociale e economica. Mi spiego. Da un lato le destre hanno saputo sfruttare paure e ansie emerse nei settori sociali un tempo tradizionalmente vicini ai partiti della sinistra, hanno saputo indirizzare il timore della globalizzazione prima e della crisi poi verso i temi della “sicurezza” e dell’immigrazione, facendo sì che per molti lavoratori che vedono messo in discussione il proprio posto ci sia un “colpevole” da indicare facilmente: lo straniero, colui che ha comportamenti ritenuti socialmente devianti e via dicendo. Non c’è però solo questa costruzione del capro espiatorio nel repertorio delle destre italiane. In alcune aree del paese, e penso in questo caso soprattutto al settentrione, la destra, soprattutto quei suoi segmenti più innovativi in termini di culture politiche, perché meno legati alla storia del Novecento, hanno saputo tradurre in rappresentanza politica le grandi ristrutturazioni produttive degli ultimi vent’anni: al capitalismo che mutava diventando sempre più diffuso sul territorio la destra ha saputo proporre una sorta di politicizzazione del territorio stesso, con tanto di invenzioni identitarie ad hoc.
La destra italiana è però tutt’altro che un corpo omogeneo di culture ed interessi. Pensiamo alla considerevole distanza tra il neoterritorialismo della piccola borghesia leghista e al neostatalismo corporativo delle burocrazie meridionali postfasciste. Come è stato possibile attuare una sintesi così stabile ed “efficace”?
Le destre, che in Italia hanno saputo trarre profitto da una stagione del tutto particolare quale è quella che è sorta con la caduta del vecchio sistema di potere inghiottito in gran parte da Tangentopoli, si sono andate definendo attraverso un profilo “plurale”. Culture tra loro anche molto diverse hanno saputo trovare una sintesi secondo due traiettorie: una politica e una culturale. Sul piano politico, è grazie all’emergere di una figura nuova, come è quella incarnata dal modello populista di Berlusconi – protagonista di un capitalismo che crea sogni e stili di vita quale è quello della televisione e dello spettacolo – che il vecchio mondo neofascista del Msi e la nuova destra del territorio della Lega si sono potuti incontrare. Quanto alla cultura, si è proceduto dapprima attraverso la ricerca di temi forti, dal ritorno di attenzione per l’“identità” e la “comunità”, variamente declinati, parole guida da contrapporre all’immigrazione “invasione”, usata per capitalizzare paure nuove cresciute nella società: l’esito è stato la trasformazione in termini di “sicurezza” di ogni dibattito sulla vita nelle città e più in generale sulla vita sociale. Via via sono cresciuti però anche elementi di sintesi tra i vari settori delle destre che all’inizio rappresentavano soltanto una coalizione elettorale. Il fatto che oggi si possa parlare dell’esistenza di un asse politico e culturale tra un ministro (ex) ultraliberista come Giulio Tremonti, già vicino ai socialisti, e il sindaco di Roma Gianni Alemanno, per anni punto di riferimento dei settori giovanili radicali del Msi, indica come si sia andati oltre la semplice giustapposizione di temi e simboli. Ciò detto, la crisi tra Fini e Berlusconi, che affonda anche nella ricerca del presidente della Camera di immaginare una destra che possa sopravvivere al pensionamento del Cavaliere, fa intravedere tutta la fragilità di una costruzione politica che, non va dimenticato, si è imposta in Italia a partire da una condizione di crisi delle istituzioni e di ristrutturazione economica di grande portata.
Quali sono – se ci sono – le responsabilità della sinistra (moderata e radicale) in questa avanzata della destra all’interno di territori sociali tradizionalmente presidiati da culture inclusive e solidaristiche?
Le responsabilità delle sinistre sono di diversi tipi. Su quella moderata pesa il fatto di aver cercato un’improbabile legittimazione tra ex o post, chi veniva dal Pci con chi veniva dall’Msi, – condita di aperture di credito a un revisionismo storico che nella vulgata popolare, più frutto di Porta a porta che di un vero dibattito storico, ha finito per descrivere le vittime alla stregua dei carnefici – non capendo che sarebbe dovuto essere sul terreno degli atti concreti che si misurava o meno l’approdo democratico di una forza politica: l’Msi entrò nel I governo Berlusconi del 1994 prima di dar vita alla nascita di An, tanto per citare un dato. In modo più rilevante su tutte le sinistre pesa però l’incapacità di aver saputo leggere sia le trasformazioni del lavoro che quelle della società. Sul terreno del lavoro si sono consegnati tutti i nuovi soggetti emersi dalla ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta alle destre: non si è visto come fuori dalla condizione di lavoratore dipendente non vi fossero solo “padroncini” ma anche tanti nuovi proletari, magari legati, anche se non solo, a produzioni immateriali, di senso o all’industria della comunicazione in senso lato. Stessa cosa si può dire di fronte all’irrompere dell’immigrazione nella società italiana: invece di interrogarsi sulla natura della propria cultura, cercando di darsi un profilo cosmopolita e di apertura al nuovo, le sinistre hanno o scimmiottato la destra sull’allarme “sicurezza” o visto i nuovi arrivati come membri di una “classe operaia di riserva” da organizzare secondo la tradizione del movimento operaio. In entrambi i casi buona parte della vita sociale cresciuta anche attraverso la presenza dei migranti, non solo nelle grandi città, è rimasta lontana e estranea a questi schemi.
I recenti episodi come le aggressioni verificatesi a Roma a danno di circoli e locali omosessuali possono configurare a suo parere il pericolo di un ritorno di forme di violenza diffusa su scala anche maggiore?
Ci sono due fenomeni che vanno considerati da questo punto di vista. Il primo è che con la nascita, nell’arco degli ultimi quindici anni, della “destra plurale” italiana anche la tradizionale collocazione del neofascismo giovanile, all’origine di una lunga scia di violenza nella storia repubblicana, è mutata: a livello locale i contatti tra esponenti dei partiti di governo e dei gruppi dell’estrema destra sono diventati abituali, quando non si è assistito all’ingresso di militanti di questi ultimi ad esempio nel Pdl – nella capitale gli animatori di un’occupazione di estrema destra sono confluiti in An alla vigilia della nascita del partito unico della destra, mentre presso un’altra di queste occupazioni, Casa Pound, si sono svolti dibattiti e incontri con protagonisti della politica governativa e del Pdl stesso. In contraddizione con questo processo, si deve però sottolineare come l’enfasi posta di continuo sulla presenza degli immigrati e sulla difesa di comportamenti giudicati socialmente accettabili, ha reso il dibattito pubblico estremamente aggressivo e violento. In un simile clima è chiaro come i settori della destra radicale rimasti estranei alla strategia dell’attenzione della destra governativa e quegli ambienti a metà strada tra la marginalità urbana e le sottoculture giovanili razziste, cresciute a dismisura nell’ultimo decennio, siano all’origine di un vero e proprio stillicidio di violenze, aggressioni e minacce. In questo si può già parlare di violenza diffusa.
(23 novembre 2009)
http://temi.repubblica.it/micromega-online/
Pentagono Immobiliare s.p.a.
Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci
Un «portafoglio globale di proprietà immobiliari»: 539mila edifici e altre strutture distribuite in 5579 siti militari. Lo possiede il Pentagono, il più grande proprietario immobiliare del mondo. Con questa statistica si apre l’ultimo inventario delle basi militari (Base Structure Report 2009), pubblicato dal dipartimento Usa della difesa. La crisi economica non lo tocca: il presidente Obama ha appena autorizzato un ulteriore aumento del bilancio base del Pentagono, che nell’anno fiscale 2010 (iniziato il 1° ottobre scorso) viene portato a oltre 680 miliardi di dollari, compresi 130 per le guerre in Iraq e Afghanistan che presto saranno aumentati. Si aggiungono 113 miliardi per i militari a riposo e altre spese di carattere militare, che portano il totale a circa un quarto del bilancio federale.
Oltre un quinto delle proprietà immobiliari del Pentagono si trova all’estero, in 716 basi e altre installazioni distribuite in 38 paesi, dodici dei quali europei. Nell’inventario ufficiale non figurano però altre basi in Europa, come quelle in Kosovo e Romania. In Italia il Pentagono possiede 1430 edifici, con una superficie complessiva di 830 mila m2, più quasi altrettanti in affitto o concessione. Essi sono distribuiti in 42 siti principali, cui se ne aggiungono 41 minori portando il totale a oltre 80. I siti delle forze armate Usa in Italia sono molto meno di quelli in Germania (235). Stanno però acquistando crescente importanza nel «riallineamento» strategico effettuato dal Pentagono, che sta ridislocando le proprie forze dall’Europa centrale e settentrionale a quella meridionale e orientale, per proiettarle più efficacemente in Medio Oriente, Africa e Asia centrale.
In tale quadro la 173a brigata, di stanza a Vicenza, è stata trasformata in squadra di combattimento formata da più battaglioni, potenziando il suo ruolo di unica «forza di risposta rapida» aviotrasportata del Comando europeo degli Stati uniti. Da qui la decisione di creare un’altra base Usa nell’area dell’aeroporto Dal Molin. Sempre a Vicenza è stato installato lo U.S. Army Africa (Esercito Usa per l’Africa), trasformando la Forza tattica nel Sud Europa in componente terrestre del Comando Africa (AfriCom), il cui quartier generale è a Stoccarda. E’ stata allo stesso tempo potenziata Aviano, una delle principali basi delle Forze aeree Usa in Europa, che dispongono di 42mila uomini e centinaia di aerei distribuiti in cinque basi principali e in altre 80 località. Ad Aviano è dislocato il 31st Fighter Wing, l’unico stormo di cacciabombardieri Usa a sud delle Alpi, composto di due squadriglie di cacciabombardieri F-16. Esso dispone anche di bombe nucleari, depositate ad Aviano e Ghedi Torre.
In questo potenziamento cresce il ruolo di Camp Darby, la base logistica che rifornisce le forze terrestri e aeree Usa nell’area mediterranea, africana, mediorientale e oltre. È l’unico sito dell’esercito Usa in cui il materiale preposizionato (carrarmati M1, Bradleys, Humvees) è collocato insieme alle munizioni: nei suoi 125 bunker vi è l’intero equipaggiamento di due battaglioni corazzati e due di fanteria meccanizzata. Vi sono stoccate anche enormi quantità di bombe e missili per aerei, insieme ai «kit di montaggio» per costruire rapidamente aeroporti in zone di guerra. Questi e altri materiali bellici possono essere rapidamente inviati in zona di operazione attraverso il porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Da qui sono partire le bombe usate nelle guerre contro l’Iraq e la Jugoslavia. Inoltre, come documenta Global Security, il 31° squadrone di munizionamento della base è responsabile di due depositi classificati situati in Israele, una succursale di Camp Darby le cui bombe sono state usate dalle forze israeliane nella guerra contro il Libano e nell’operazione «Piombo fuso» contro Gaza. Tale capacità non è però più sufficiente a Camp Darby: ha quindi necessità di velocizzare i collegamenti con il porto di Livorno attraverso il Canale dei Navicelli e di accrescere la capienza dei depositi. In questo viene aiutata validamente dalla Regione Toscana e dai sindaci di Pisa e Livorno, i quali «dimenticano» che i rispettivi consigli comunali, e anche la Provincia di Pisa, hanno approvato nel 2004-2007 mozioni per «la dismissione e la riconversione a usi esclusivamente civili di Camp Darby» (come chiede da anni il comitato formatosi ad hoc).
Stessa situazione a Napoli, dove già era stato trasferito da Londra il comando delle forze navali Usa in Europa. Ora vi è stato installato anche quello delle forze navali AfriCom. L’ammiraglio Mark Fitzgerald è così, allo stesso tempo, comandante delle forze navali Usa in Europa, della forza congiunta alleata e delle forze navali AfriCom. Un ruolo sempre più importante svolge anche la base aeronavale di Sigonella: con due centri di rifornimento della U.S. Navy fuori dal territorio americano, dalla quale opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa, insieme a una delle tre stazioni terrestri (le altre due sono in Virginia e nelle Hawaii) della rete di telecomunicazioni satellitari GBS, gestita dal 50th Space Communications Squadron, responsabile delle telecomunicazioni spaziali della U.S. Air Force. Sempre a Sigonella verrà installato l’Ags, un sistema di «sorveglianza» Nato, finalizzato non alla difesa del territorio dell’Alleanza ma al potenziamento della sua capacità offensiva «fuori area». Come se ciò non bastasse, nella vicina Niscemi, dove già sono in funzione 41 antenne del centro trasmissioni Usa dipendente dalla Navcomtelsta Sicily di Sigonella, saranno installate tre grandi parabole satellitari (18 metri di diametro) del Muos (Mobile User Objective System), il sistema di telecomunicazioni satellitari di nuova generazione della U.S. Navy. La stazione, una delle quattro su scala mondiale (altre due sono negli Usa e una in Australia), permetterà di collegare - con comunicazioni radio, video e trasmissione dati ad altissima frequenza - le forze navali, aeree e terrestri mentre sono in movimento, in qualsiasi parte del mondo si trovino.
L’Italia è certo destinata a svolgere un importante ruolo anche nel nuovo piano dello «scudo» antimissili, che gli Usa vogliono estendere all’Europa. Lo ha annunciato il segretario alla difesa Robert Gates. Nel presentare il nuovo «scudo», basato non su strutture fisse ma su sistemi mobili di missili SM-3 all’inizio a bordo di navi, ha scritto sul New York Times: «La seconda fase, che diverrà operativa attorno al 2015, prevede la dislocazione di missili SM-3 potenziati sul terreno in Europa meridionale e centrale». È praticamente certo che essi saranno dislocati nel meridione d’Italia, soprattutto in Sicilia.
Le basi in Italia (al cui costo il nostro paese contribuisce nella misura di circa il 40%) servono quindi non solo alla «proiezione di potenza» statunitense verso sud e verso est, ma svolgono sempre più funzioni di carattere globale nella strategia Usa. Queste basi (cui si aggiungono quelle Nato sempre sotto comando Usa) dipendono dalla catena di comando statunitense e sono quindi di fatto sottratte ai meccanismi decisionali italiani: quando e come vengono usate dipende non da Roma ma da Washington.
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