venerdì 27 novembre 2009

Avvistamenti UFO in tutto il pianeta






http://www.youtube.com/user/PindzMedia

Che giornate ! Avvistamenti  ovunque , Italia , Cipro ,Colombia , Perù , Corea , Spagna , Messico , Cina e Stati Uniti . So che molti mi daranno del pazzo , non importa ... li capisco . Quel che conta davvero è che ormai ci siamo , wake up gente sù la testa !!!

Napolitano, il più prono verso gli USA


















Giovedì 26 Novembre 2009  Gianluigi Maddalena 

Che l’Italia stia diventando ogni giorno di più un pantano politico che non ha eguali in Europa è sotto gli occhi di tutti. La “sinistra” accusa dello sfascio Berlusconi e il caravanserraglio del suo seguito governativo, ma le cause profonde e i responsabili di questo inaudito degrado risiedono in tutte le parti politiche sulla scena.
Anzi, quelli che hanno aperto il vaso di Pandora di questa involuzione fanno parte proprio degli antiberlusconiani, con in prima fila gli “ex comunisti” o, meglio, gli ex pcisti.

Sul “comunista più intelligente” Massimo D’Alema tanto si è già detto, ma non bisogna stancarsi di ricordare ancora una volta che il terribile strappo alla Costituzione nel suo articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra ecc…) è stato fatto proprio dal politico di professione pugliese allorché fece partecipare l’Italia all’aggressione contro la Jugoslavia.
Il tempo è galantuomo, e quando è emerso un quadro più verosimile della situazione nei Balcani “baffetto di ferro” non solo ha evitato il mea culpa ma si è auto lodato per quella feroce partecipazione bellica.
C’è però un’altra figura estratta bipartisan dalle fila dell’ex PCI che è stata messa addirittura a salvaguardia della Costituzione, e che molti, da varie parti, elogiano per equilibrio e dedizione al ruolo che ricopre (gentleman e grande leader lo ha definito “la Repubblica”).
In realtà Giorgio Napolitano è uno dei peggiori presidenti che il nostro Paese abbia mai avuto poiché è anche quello forse più prono verso gli Stati Uniti, oltre ad essere anche più disposto dei suoi predecessori a sorvolare sulle continue lesioni portate alla Carta dal ceto politico in generale e dall’esecutivo in particolare.
Quando ancora faceva parte del PCI, Napolitano era già ben considerato dagli americani, altrimenti non si spiegano le molte conferenze tenute nelle università di Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley, SAIS e CSIS di Washington. Come d’altra parte non si spiegherebbe la sua inclusione (1984-1992 e 1994-1996) nella delegazione italiana all'Assemblea dell'Atlantico del Nord.

Dell’atteggiamento filoamericano del Presidente della Repubblica si può trovare conferma negli elogi che gli hanno spesso rivolto gli Stati Uniti, come ad esempio quanto dichiarato dalla speaker della Camera Rappresentanti USA Nancy Pelosi nella sua visita in Italia del febbraio scorso: “Gli Stati Uniti non hanno miglior partner dell’Italia all’interno della Nato.” La senatrice americana ha inoltre ringraziato l’Italia per l’impegno in Afghanistan, “dove le truppe italiane aiutano il Paese a risollevarsi”. 16-2-2009

Ci sono poi le molte dichiarazioni fatte nei due anni appena trascorsi sulla guerra, la pace, le basi militari e gli armamenti:

“Non credo ci sia nulla da rivedere nella missione italiana in Afghanistan. Sono fermamente convinto che una partecipazione europea più attiva nelle operazioni di mantenimento e ristabilimento della pace in Afghanistan, come energicamente suggerito dall’amministrazione americana, dovrebbe essere seriamente presa in considerazione».(18 settembre 2009)

“L'Esercito italiano schiera oggi, nei Balcani, in Libano, in Afghanistan e in numerose altre missioni non meno importanti, oltre 6700 soldati, con il compito di garantire la sicurezza, sostenere lo sviluppo economico e sociale, promuovere la pacifica convivenza tra i popoli.
In tante aree di crisi, vicine e remote, le nostre Forze Armate, unitamente a quelle di altri Paesi e alle strutture della cooperazione civile, costituiscono oggi componente essenziale di qualunque strategia di pace, in linea con il ruolo primario che l'Italia svolge nell'organizzazione delle Nazioni Unite, nell'Unione Europea e nella Nato''.
(4 maggio 2008)

"Dobbiamo trovare le risorse per le forze armate e per le missioni in cui siamo impegnati all'estero. L'Italia non può sottrarsi alle sue responsabilità internazionali, siamo un grande Paese e dobbiamo avere il senso di questo ruolo storico e in quanto grande Paese, collocato in una condizione di prestigio, non possiamo sottrarci alle nostre responsabilità".
(21 dicembre 2007)

“Le modalità di attuazione (della nuova base USA Dal Molin a Vicenza n.d.r.)saranno concordate con gli Stati Uniti. L’alleanza con Washington è un patrimonio bipartisan che è essenziale per i nostri impegni in politica estera e lo è ancor di più per quanto riguarda il nostro rapporto con un alleato fondamentale come gli Stati Uniti. Le ragioni dei cittadini si devono combinare con quelle della (udite, udite!) collettività nazionale” (21 settembre 2008)

sul Vicino Oriente, Israele e Iran:

“Siamo impegnati a evitare una nuova proliferazione nucleare per bloccare quei programmi che da parte iraniana sconfinano (sottolineatura nostra) nella produzione di armamenti”.
(2 novembre 2008)

“Anche quando le decisioni del governo di Israele possono risultare controverse, deve restare netta la distinzione tra ogni critica, sempre possibile, e la negazione, esplicita o mascherata, per esempio come antisionismo, delle ragioni storiche dello stato di Israele, del suo diritto all’esistenza e alla sicurezza, del suo carattere democratico.” (2 novembre 2009)

Nel presidente Napolitano non c’è solo filoamericanismo ma, uniformandosi in ciò con il ceto politico ed il politicamente corretto in auge, anche disinvoltura nel rievocare le vicende storiche non secondo verità, bensì adottando le versioni del pensiero unico dominante vulgato dai media. Ecco che su una ripercussione della seconda guerra mondiale, e in particolare dell’aggressione dell’Italia fascista alla Jugoslavia, il Presidente snobba la vasta documentazione storica che inquadra la vicenda e la dimensione delle cosiddette foibe e fa propria la versione, ampiamente sbugiardata, della destra fascista.
Ecco quindi che sulla neonata “Giornata del ricordo” si erge coraggiosamente a faro di verità:

“(…) non dobbiamo tacere, assumendoci la responsabilità dell' aver negato o teso a ignorare la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica e dell'averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali (…) (fu) un moto di odio e di furia sanguinaria (e) un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri connotati di una "pulizia etnica".
(10 febbraio 2007)

Per quanto riguarda poi la tutela della Costituzione e l’obbligo di farne osservare le regole, stiamo assistendo ad un vero e proprio dileggio. Ci si domanda come la più alta carica dello stato abbia dimenticato gli impegni rinnovati pubblicamente un anno fa:

“In Italia si governa - come in tutte le democrazie parlamentari - con leggi discusse e approvate dalle Camere nei modi e nei tempi previsti dai rispettivi Regolamenti, e solo «in casi straordinari di necessità e di urgenza» con decreti (cioè «provvedimenti provvisori con forza di legge») che al Parlamento spetta decidere entro sessanta giorni se convertire in legge. Continuerò a esercitare a questo proposito - nessuno ne dubiti - con rigore e trasparenza le prerogative attribuitemi dalla Costituzione”. (07 ottobre 2008)

Certo i mali del Paese non vengono dal Presidente della Repubblica, ma chi vede l’on. Giorgio Napolitano come diga al degrado politico e sociale, forse non coglie le vere direttrici del suo operare.

Gianluigi Maddalena
- Campo Antimperialista -

http://www.reportonline.it/

CROLLA DUBAI: LA CRISI ARRIVA IN PARADISO


















DI ATTILIO FOLLIERO
folliero.it

Chi pensa che la grande crisi sia già arrivata e magari da credito alle voci di coloro che gridano che ormai il peggio è passato, si sbaglia di grosso!
Oggi in USA è il giorno del ringraziamento ed è festa; tutte le banche, le borse e gli uffici finanziari sono chiusi. Domani, venerdì, molti faranno ponte in vista del sabato e della domenica. Quattro giorni di quasi totale chiusura delle attività finanziarie. Se non ci fosse stata questa festività, oggi avremmo assistito ad un grande tracollo di Wall Street o per meglio dire Wall Street si sta salvando dal tracollo solo perché è chiusa per festività! La storia si ripete. Corsi e ricorsi che ritornano. Lo schema della crisi odierna continua ad essere quello della crisi del 1929-1933.
In queste ore è arrivata la notizia bomba della crisi della Dubai World (famosa per la sua controllata Nakheel, quella che ha costruito in pieno golfo l'Isola delle Palme), la finanziaria di uno degli stati più ricchi del mondo, gli Emirati Arabi Uniti.

La Dubai World ha chiesto ai suoi creditori una moratoria di sei mesi, ossia ha chiesto di sospendere i pagamenti dei debiti per sei mesi, perché ovviamente non è in grado di pagare. I creditori in parole povere non hanno molte alternative: accettare o dire addio a una parte consistente dei soldi prestati, che ammontano a circa 59 miliardi di dollari, che non sono degli spiccioli.

La crisi arriva in Paradiso!
Questa finanziaria degli Emirati Arabi Uniti è proprietaria di una parte delle azioni della London Stock Exchange LTD, la Borsa di Londra e di conseguenza anche della Borsa Italiana fusasi con quella di Londra. Non solo: i principali creditori di questa finanziaria (Royal Bank of Scotland, Barclays, Hsbc, Lloyds e Credit Suisse), quelli che rischiano di perdere i 59 miliardi di dollari prestati a questa finanziaria, sono quotati appunto alla borsa di Londra. Oggi, con la chiusura di Wall Street, la Borsa di Londra è stata il punto di riferimento mondiale, ossia scende la borsa di Londra, scendono tutte le altre.
Le banche creditrici sono ovviamente tutte fortemente scese; fortunatamente il panico è stato arginato grazie ad un provvidenziale guasto tecnico che ha messo fuori uso la borsa di Londra per varie ore. Solo questa festività forzata di alcune ore alla borsa di Londra è riuscita a limitare il crollo.
Guasti tecnici provvidenziali e festività sono eventi che appaiono magicamente a salvare dai crolli; peccato che hanno effetti momentanei. Il crollo sarà inevitabile.
Ricordiamo ancora che tra le principali banche creditrici di questa finanziaria araba ci sono HBOS e Royal Bank of Scotland, che all’indomani del crollo della Lehman Brothers furono segretamente salvate da un provvidenziale intervento della Banca d'Inghilterra che concedette loro prestiti segreti per 62 miliardi di sterline, un centinaio di miliardi di dollari! Il tutto per evitare il panico ed il crollo generale del sistema. La notizia è stata rivelata proprio oggi da Swissinfo (1)

Parlavamo dei corsi e ricorsi storici e della crisi del 1929. Nel 1933 il nuovo presidente USA, Franklin Delano Roosevelt (in carica dal 4 marzo 1933 al 12 aprile 1945), subito dopo aver assunto l’incarico, nel bel mezzo della grande depressione, inventò una festività bancaria di 4 giorni, ossia le banche furono chiuse per 4 giorni ed i clienti non potettero prelevare i risparmi. Alla fine della provvidenziale lunga festività, quando le banche riaprirono, oltre 2000 continuarono a fare festa, ossia non aprirono mai più; erano fallite ed il provvidenziale intervento di Roosevelt è riuscito ad impedire che i clienti ritirassero i loro risparmi (2). Oggi siamo nella stessa situazione: banche e borse chiuse negli USA ed annuncio di questo immenso crack proprio durante questa lunga provvidenziale chiusura.
Se l’annuncio del default di Dubai fosse intervenuto con Wall Street aperta, qui si sarebbe diffuso il panico, che si sarebbe subito propagato a tutto il mondo, perche Wall Street è la borsa di riferimento mondiale: crolla lei, crollano tutte le altre borse.
Pensare che l’annuncio del default della Dubai World nel giorno della chiusura di Wall Street sia solo semplice coincidenza è cosa che ovviamente possono credere solo chi crede ai Babbo Natale e a coloro che gridano alla fine della crisi.

La crisi non è passata, anzi la vera crisi sta per arrivare e arriverà perche al contrario di quanto hanno voluto farci credere, il vero motivo della crisi è nella caduta del saggio di profitto delle imprese ed analizzando i dati della economia USA del terzo trimestre (quello in cui c’è stato un lieve rialzo del PIL che ha fatto gridare alla fine della crisi) il saggio di profitto delle imprese continua a cadere.

Attilio Folliero, Caracas
Fonte: www.folliero.it
26.11.2009

Note

(1) Inirizzo: http://www.swissinfo.ch/ita/rubriche/notizie_d_agenzia/mondo_brevi/Banca_Inghilterra_erog_in_segreto_62_mld_sterline_a_RBS_e_HBOS.html?siteSect=143&sid=11533067&cKey=1259076672000&ty=ti&positionT=46
(2) Per approfondimenti sul tema dei provvedimenti di Rooslvelt consiglio il Blog “Informazione scorretta” a questo indirizzo: http://informazionescorretta.blogspot.com/2009/11/default-di-dubai-pagamenti-in-ritardo.html

http://www.comedonchisciotte.org

COME LA LUCE SULLE NAZIONI























DI GILAD ATZMON
gilad.co.uk

“Israele è la luce sulle nazioni” dice la Torah. E in effetti lo è, e non perché lo dica la Torah. Israele primeggia sulle altre nazioni su molti fronti: si prenda per esempio il terrorizzare le popolazioni civili o la pratica di devastanti tattiche omicide su vecchi, donne e bambini.

Il Jerusalem Post ha riportato ieri che il presidente del comitato militare della NATO, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, ha visitato Israele all’inizio di questa settimana per studiare “le tattiche dell’ IDF [Israel Defence Forces: le forze armate Israeliane, ndt] e i metodi che l’alleanza militare potrebbe usare per la guerra in Afganistan.” Un ufficiale superiore della difesa Israeliana ha aggiunto: “L’unico pensiero nella mente della NATO oggi e come ottenere la vittoria in Afghanistan… Di Paola è stato molto colpito dall’IDF che costituisce una principale fonte di informazioni grazie alla sua esperienza operativa”.

Nella foto: L' ammiriaglio Giampaolo Di Paola

Suggerirei sia all’ufficiale Israeliano che all’ammiraglio Di Paola di tenere a freno i loro entusiasmi. L’IDF non ha vinto una sola guerra dal 1967. Sì, ha assassinato molti civili, ha raso al suolo molte città, ha affamato milioni di persone, ha commesso quotidianamente crimini di guerra per decadi ma … non ha vinto alcuna guerra.

Quindi, l’IDF non può veramente insegnare alla NATO come vincere in Afghanistan. Se i generali della NATO saranno abbastanza stupidi da seguire le tattiche dell’IDF, come i generali Israeliani, inizieranno a vedere accumularsi accuse di crimini di guerra contro di loro. Potrebbero anche essere abbastanza fortunati da dividere le celle con alcuni Israeliani a tempo debito, quando sarà fatta giustizia.

L’Ammiraglio Di Paola ha passato due giorni con il famigerato capo di stato maggiore dell’IDF Generale Gabi Ashkenazi, l’uomo che guidò l’IDF a Gaza lo scorso Dicembre.

Nello stato Ebraico sono stati molto entusiasti della visita dell’Ammiraglio Di Paola. E’ stata vista come un’altra assicurazione del ‘business as usual’ [il solito procedere degli affari, ndt]. “La visita di Di Paola è significativa”, scrive il Jerusalem Post, “per il fatto che avviene in un momento in cui l’IDF è oggetto di una crescente critica sulla scia del rapporto Goldstone sull’operazione Cast Lead [nome in codice della guerra/massacro di Gaza, ndt] come anche della decisione della Turchia – un membro della NATO – di bandire Israele dalle esercitazione aeree congiunte”.

Sarebbe comunque cruciale approfondire l’emergere di mutui interessi tra le due parti : Israele e la NATO. “Durante il loro meeting di Mercoledì , Ashkenazi e Di Paola hanno discusso tanto i percorsi per aggiornare i legami militari Israele-NATO quanto il piano per includere un vascello della Marina Israeliana nella 'Active Endeavour', una missione NATO fondata dopo gli attacchi dell’11 Settembre che prevede la sorveglianza del Mediterraneo da parte di navi NATO per prevenire traffici terroristici illegali”. Questa è in effetti una mossa necessaria per Israele. Al momento la marina Israeliana sta operando nel Mediterraneo come un manipolo di pirati Yiddish (Yidisshe Piraten), assaltando, dirottando e derubando navi in acque internazionali. Una volta operanti sotto la bandiera NATO, gli Israeliani sarebbero in grado di terrorizzare ogni imbarcazione in alto mare nel nome dell’ ‘Occidente’. Per lo stato Ebraico questo sarebbe un grosso passo avanti. Finora gli Israeliani hanno commesso atrocità in nome degli Ebrei, una volta operanti sotto la bandiera NATO, potranno infierire con la loro pirateria nel nome dell’ ‘Europa’. Tale mossa è una ulteriore evidenza della transizione spirituale e ideologica all’interno del Sionismo dalla “terra promessa” al “pianeta promesso”.

Mentre gli Israeliani hanno un disperato bisogno della legittimazione della NATO, quest’ultima ha ben più modeste pretese. Tutto quello di cui ha bisogno è competenza e strategie. Per qualche ragione insiste nell’apprendere da Israele come infliggere dolore alla popolazione civile. Ossia, più dolore di quello che sta già infliggendo. “Gli ufficiali della difesa della NATO dicono che Di Paola ha usato i suoi meeting con l’IDF per apprendere le nuove tecnologie che possono essere applicate alla guerra in Afghanistan”. Il Jerusalem Post riporta che Israele è un “riconosciuto leader mondiale nello sviluppo di armature specializzate per la protezione da strumenti esplosivi artigianali (improvised explosive devices : IEDs), conosciuti anche come bombe a bordo strada”. E in effetti così è : i generali Israeliani hanno realizzato da tempo che i loro preziosi giovani soldati preferivano nascondersi nei loro carri armati piuttosto che ingaggiare battaglia con il ‘nemico’ cioè la popolazione civile, ragazzi, vecchi e donne. Ma non è tutto, Di Paola era anche interessato alle “capacità di raccolta informazioni di intelligence e i metodi che l’IDF usa quando opera nei centri urbani”. Di Paola ha notato che “la NATO e l’IDF stanno affrontando minacce simili – la NATO in Afghanistan e Israele nella sua guerra contro Hamas e gli Hezbollah”.

Suggerirei all’Ammiraglio Di Paola di leggere immediatamente in maniera approfondita il rapporto Goldstone, così da avere un’idea delle proprie conseguenze legali una volta che inizierà ad attuare le “tattiche Israeliane”. Se l’Ammiraglio Di Paola volesse servire il suo esercito, dovrebbe effettivamente visitare Israele, dovrebbe anche incontrare ogni criminale di guerra sia tra i militari che tra i politici per sapere cosa NON fare.

Le possibilità di vittoria della NATO in Afghanistan non sono limitate, sono praticamente nulle. Può solamente perdere. Alcuni analisti militari e generali veterani sostengono che ha già perso. La NATO ha portato abbastanza carneficine agli Afgani senza che sia stato raggiunto nessuno degli obiettivi militari o politici. Dato che Israele è stato seriamente umiliato in Libano nel 2006 da uno sparuto gruppo paramilitare Hezbollah e non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi militari nell’operazione Cast Lead, durante la sua guerra genocida con Hamas, non c’è nulla che la NATO possa imparare dagli Israeliani. Se la NATO si decidesse nell’implementazione delle tattiche dell’IDF, tutto quello che otterrebbe sarebbe un drammatico calo della sicurezza in Europa e in America.

Se abbiamo a cuore la pace e desideriamo che prevalga, quello che dobbiamo fare è allontanarci quanto più ci è possibile da ogni affiliazione spirituale, ideologica, politica e militare con il Sionismo, Israele e le sue lobbies. Se ‘Israele’ è veramente ‘la luce sulle nazioni’, qualcuno ci dovrebbe spiegare, perché le sue prospettive di pace stanno assottigliandosi e incupendosi.

La mia risposta in effetti è semplice. Israele può essere facilmente vista come una ‘luce sulle nazioni’ fintanto che non si impari da Israele cosa non fare. In effetti questo è il messaggio che ci è stato passato dai grandi profeti umanisti Gesù e Marx. Ama il tuo prossimo, sii in mezzo agli altri, trascendi dal tribale all’universale. In effetti questo è proprio quello che gli Israeliani non riescono ad afferrare. Per qualche ragione, amano se stessi quasi quanto odiano i loro vicini.

Se l’ammiraglio Di Paola vuole conquistare i cuori e le menti della popolazione afgana (piuttosto che ‘vincere una guerra’), dovrebbe prima imparare ad amare. Questo è qualcosa che non imparerà a Gerusalemme o Tel Aviv. Forse a Gaza, Ramallah e Nablus potrebbe avere qualche possibilità in più.

Titolo originale: "As the Light onto the Nations"

Fonte: http://www.gilad.co.uk
Link
21.11.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di PABLOCAST

Wisconsin Environment, il nucleare è antieconomico e pericoloso

















di Andrea Boretti

Il nucleare è pericoloso e antieconomico. Lo dimostrano alcune recenti notizie, oltre ad un rapporto del Wisconsin Environment. Nonostante tutto, c’è chi ancora opta verso questa forma di energia anche dopo che un caposaldo come la Francia, per la prima volta in 27 anni, ha comprato energia a seguito dei frequenti danni ai reattori nucleari. 

 Mentre Copenaghen si avvicina inesorabilmente e il dibattito sulla quantità di emissioni da abbattere, sulla energie sulle quali puntare e sui metodi per raggiungere tali obiettivi si infiamma, alcune notizie, purtroppo poco discusse nei media tradizionali, segnano un nuovo brutto colpo per l'energia nucleare.

La prima viene dagli Stati Uniti, dove la centrale atomica di Three Mile Island ha avuto una nuova perdita di radioattività ad appena un mese dalla concessione della licenza. La centrale era già tristemente nota per l'incidente del 1979 in seguito al quale molte persone persero la vita e gli Stati Uniti, di fatto, fermarono la costruzione di nuovi impianti. Oggi l'episodio si ripete, fortunatamente in forma molto più lieve, con solo pochi operai contaminati in maniera non grave, ma con conseguenze simboliche decisamente di peso all'interno del dibattito sul nucleare.
Un'altra notizia che viene dall'America, ma che ci riguarda da vicino, è di qualche settimana fa e concerne la bocciatura da parte della Nuclear Regulatory Commission, l'agenzia nucleare americana, dei reattori Westinghouse di ultima generazione. Questi reattori non reggerebbero ad un incidente aereo e non avrebbero i requisiti minimi di sicurezza nucleare. Perché la notizia ci riguarda da vicino? E' semplice, questi sono i reattori attesi anche in Italia per il programma atomico del governo.
Proprio in Italia, però, ci sono problemi decisamente più stringenti. Solo due giorni fa Legambiente ha denunciato una perdita radioattiva nel centro di stoccaggio delle scorie di Saluggia in Piemonte. L'Agenzia regionale per l'ambiente dice che una perdita di migliaia di bequerel avrebbe contaminato il sottosuolo dell'impianto attraverso un condotto di scarico dell'impianto stesso. Lo scarico sarebbe situato molto vicino alla Dora Baltea con tutte le conseguenze che questo può comportare.
Insomma, non è per niente un bel periodo per il nucleare che tra grandi e piccoli incidenti che ne minano continuamente l'affidabilità - quest'anno la Francia per la prima volta in 27 anni torna a comprare energia proprio a causa dei frequenti guasti ai suoi reattori - e il costante e insoluto problema dello stoccaggio delle scorie, da sempre vero e proprio tallone d'Achille del sistema nucleare, sembra decisamente in ribasso.

A risolvere - si fa per dire - la questione delle scorie ci stanno pensando però i russi, la cui proposta è quella di smaltire le scorie nello spazio. Sì, avete capito bene, nello spazio. Senza voler entrare nel merito della sicurezza e dell'opportunità di una scelta del genere, viene immediatamente spontaneo chiedersi di quanto aumenterebbero i costi di smaltimento e di conseguenza di quanto aumenterebbe il costo dell'energia nucleare, già oggi poco conveniente se si tiene conto dei costi di costruzione e, appunto, di smaltimento di centrali e scorie.Tutte queste notizie formano un quadro abbastanza chiaro: il nucleare è potenzialmente pericoloso sia a causa delle centrali stesse che a causa dei rifiuti radioattivi che producono. Ma non è tutto, il nucleare è anche antieconomico e poco efficace nella lotta ai cambiamenti climatici, almeno se paragonato alle energie rinnovabili. Ad affermarlo è il Wisconsin Environment, un centro studi statunitense non governativo, secondo il quale se davvero per affrontare adeguatamente l'emergenza climatica bisogna ridurre consistentemente entro il 2020 le emissioni di anidride carbonica, allora il nucleare non è la scelta da fare. Per ridurre di 6 miliardi di tonnellate le emissioni di anidride, racconta il rapporto, bisognerebbe costruire 100 impianti nucleari e tenerli in esercizio per almeno 20 anni. Con lo stesso investimento in efficienza energetica ed energia rinnovabili si potrebbe invece ottenere un risultato doppio nello stesso periodo di tempo. Tutto ciò, ovviamente, senza contare i ritardi che caratterizzano da sempre la costruzione delle centrali atomiche (il prossimo reattore nucleare negli Stati Uniti è atteso non prima nel 2016).

Nel rapporto dell'istituto viene anche fatta una classifica delle azioni più convenienti in termini di rapporto costi/diminuzione di CO2. Per ogni dollaro speso si ottiene una riduzione di 8-12 chili di anidride se destinato ad efficienza energetica e alle biomasse, di 5-8 chili se destinato all'eolico, di 2-3 se speso nel solare e di massimo 1-2 chili se speso in energia nucleare. Game, Set, Match si direbbe nel tennis.
A volte l'evidenza della situazione ci porta a chiedere perché sia ancora necessario rilanciare certe notizie, perché continuare a spiegare come il sogno nucleare sia morto oltre 20 anni fa - anche la Francia comincia ad accorgersene - e come non ci sia ragione al mondo per calcare nuovamente questa strada. Poi arrivano le scelte anacronistiche del governo italiano, arrivano i vertici internazionali in cui i leader tentennano e il nucleare torna alla ribalta e tutto è chiaro. Ci sono interessi economici, ci sono lobby la cui esistenza è legata a doppio filo al nucleare, ma la realtà, come insegna la recente questione climatica, è che l'uomo per prendere una decisione radicale deve prima di tutto sbatterci la faccia e pagare le conseguenze di scelte sbagliate... e anche questo non sempre è sufficiente.

http://www.terranauta.it

Obama: sì alle mine antiuomo















Venerdì 27 Novembre 2009

A meno di due settimane dalla cerimonia ufficiale per la consegna del Premio Nobel per la Pace, Barack Obama e la sua amministrazione hanno annunciato che gli Stati Uniti continueranno ad abbracciare la politica di George W. Bush sulla proliferazione delle mine anti-uomo, rifiutando di firmare il trattato internazionale che ne sancisce il bando. La persistente mancata adesione da parte degli USA ad un trattato sottoscritto ormai da 156 paesi, tra cui tutti gli altri membri della NATO, non fa altro che alimentare la frustrazione di buona parte degli elettori americani che in questi primi mesi della presidenza Obama, nonostante alcuni innegabili progressi, hanno visto ribaditi puntualmente non pochi metodi ed eccessi che avevano caratterizzato i due sciagurati mandati del suo predecessore.La decisione di non firmare il cosiddetto Trattato di Ottawa è stata resa nota nel corso del briefing quotidiano al Dipartimento di Stato dal portavoce Ian Kelly, il quale ha spiegato che al termine di una revisione della propria politica, il governo degli Stati Uniti ha deciso non apportare modifiche in questo ambito alla strategia delineata dalla precedente amministrazione. Secondo Washington, la firma del trattato sulle mine anti-uomo non sarebbe compatibile con le esigenze della sicurezza nazionale americana e dei suoi alleati. Successivamente, il ministero degli Esteri USA ha chiarito che il processo di revisione sull’utilizzo delle mine è in realtà tuttora in corso, ma che in ogni caso il suo esito finale non porterà alla ratifica del trattato.
L’annuncio dell’invio per la prima volta di osservatori americani alla conferenza sulla revisione del trattato entrato in vigore nel 1999, che si terrà a Cartagena, in Colombia, dal 29 novembre al 4 dicembre prossimo, non ha placato le proteste delle organizzazioni umanitarie, né di alcuni parlamentari democratici. I più duri critici della decisione americana sono stati il senatore Patrick Leahy e il deputato Jim McGovern, entrambi tra i principali sostenitori del trattato al Congresso, i quali non hanno usato mezze misure per definire l’atteggiamento del loro governo un “errore” e un “insulto” nei confronti della comunità internazionale.
La posizione dell’amministrazione Obama sul bando di ordigni che fanno migliaia di vittime ogni anno - molte delle quali bambini - rappresenta anche una vittoria del Pentagono e dell’establishment militare americano, tradizionalmente ostile al trattato. La vicenda dimostra inoltre quanto negli USA rimanga estremamente diffuso il senso di diffidenza nei confronti dei trattati internazionali, visti come una limitazione alla libertà di azione americana sullo scacchiere mondiale.
Alle richieste dei vertici militari, Obama d’altra parte sta cedendo in maniera evidente in queste settimane anche su una delle questioni più delicate all’ordine del giorno. A dispetto della crescente avversione degli americani per il conflitto in Afghanistan, l’amministrazione democratica continua infatti a definirlo come una “guerra giusta” o “di necessità” e si appresta ad inviare altri 30.000 uomini a partire dal prossimo anno, rischiando una ulteriore destabilizzazione di un paese già completamente nel caos.
Se l’escalation militare in Afghanistan era quanto meno già contenuta nel programma elettorale dell’allora candidato democratico alla presidenza, su molti altri temi si è di fatto assistito ad una vera e propria sconfessione delle promesse di cambiamento. A dispetto della retorica di Obama sul multilateralismo, il ristabilimento della cooperazione internazionale o l’inversione di rotta rispetto ai metodi autoritari promossi nella lotta al terrorismo dal duo Bush-Cheney, in molti casi i miglioramenti sono risultati, nella migliore delle ipotesi, impercettibili.
La realtà con cui Obama una volta alla Casa Bianca si è scontrato è sembrata essere insomma quella di un sistema di potere consolidato che si estende ben al di là di un’amministrazione repubblicana ormai delegittimata agli occhi di gran parte dei cittadini americani. Malgrado la schiacciante vittoria elettorale sul rivale John McCain e l’ampia maggioranza democratica nei due rami del Congresso, Obama nel primo anno da presidente non ha saputo o voluto allontanarsi completamente dalla direzione intrapresa dagli Stati Uniti negli ultimi otto anni, sebbene il mandato popolare meritatamente conquistato nel novembre del 2008 avesse suggerito precisamente una svolta chiara e inequivocabile.
A partire dal suo insediamento alla Casa Bianca è iniziato allora un percorso accidentato, lungo il quale Obama da un lato ha lanciato segnali formalmente importanti, sia pure talvolta troppo timidi nella sostanza, come la chiusura del carcere di Guantánamo, il dialogo con i paesi rivali, la riforma di un sistema sanitario immorale e di un settore finanziario fuori controllo, così come la recentissima promessa di impegnare il proprio paese nella lotta al cambiamento climatico; dall’altro, in molti casi si è ritrovato a ricalcare le impronte lasciate dalla disprezzata amministrazione Bush.
Sul fronte dell’America Latina, ad esempio, i segnali incoraggianti dei primi tempi sono svaniti da qualche mese a questa parte. L’improvviso avallamento del golpe in Honduras ai danni del legittimo presidente, Manuel Zelaya, con l’annuncio del riconoscimento delle elezioni nonostante il mancato reinsediamento di quest’ultimo, rischiano di compromettere la cooperazione promessa con gli altri paesi sudamericani. Allo stesso modo, la firma di un accordo con il governo di Álvaro Uribe lo scorso mese di ottobre per ottenere l’accesso a sette basi militari in Colombia minaccia la stabilità e la pace dell’intero continente.
Alle parole di disgelo pronunciate da Obama nei confronti di Cuba e la cancellazione di alcune restrizioni relative ai viaggi e all’invio di rimesse in denaro verso l’isola, poi, ha fatto seguito la firma sul prolungamento dell’embargo per un altro anno, a dispetto del voto di condanna quasi unanime dell’ONU per il diciottesimo anno consecutivo. Così, sotto la spinta dei parlamentari anti-castristi, i passi avanti promessi verso la normalizzazione dei rapporti con L’Avana si sono risolti per ora in un nulla di fatto. E mentre Obama annuncia di attendere "segnali" da L'Avana, quelli che invia da Washington sono pessimi.
Lo sconforto dei sostenitori di Obama, soprattutto liberal e indipendenti, ha raggiunto però il culmine sulle questioni interne più delicate e sullo smantellamento della condotta antidemocratica dell’amministrazione Bush nella guerra globale al terrorismo. In questi ambiti infatti, sono stati quasi subito messi da parte, tra gli altri, gli impegni per la creazione di un sistema sanitario universale pubblico e per il controllo governativo sulle istituzioni finanziarie responsabili della crisi economica. Ugualmente, si è continuato a impiegare quei procedimenti dalla legalità quanto meno dubbia e tanto cari alla precedente amministrazione, come la detenzione indefinita per i sospettati di terrorismo o il trasferimento segreto di essi verso paesi terzi.
A nemmeno un anno dall’inizio della sua presidenza, Obama dispone teoricamente di tutto il tempo necessario per dare un’impronta di cambiamento al suo mandato. D’altro canto, tuttavia, le incertezze e i compromessi di questi primi mesi non prefigurano progressi sostanziali per l’immediato futuro. Soprattutto alla luce del fatto che il semplice avvicendamento alla guida del paese non sembra aver scalfito minimamente il sistema di potere americano né aver mutato gli interessi strategici di Washington su scala mondiale.

http://www.altrenotizie.org

La guerra segreta di Blackwater in Pakistan


















di Massimo Mazzucco

È riuscito a tentennare per oltre un mese, ma alla fine il presidente Obama ha dovuto cedere: manderà in Afghanistan altri 34 mila soldati, mentre gli Stati Uniti chiederanno l’Europa di aggiungerne altri diecimila di supporto. In questo modo il numero dei militari NATO presenti in Asia Centrale è praticamente destinato a raddoppiare nell’arco di pochi mesi.
Come già previsto da molti analisti, la situazione in Afghanistan si sta complicando a vista d’occhio, al punto che la “nuova strategia“ americana si limiterà a cercare di rafforzare il controllo delle grandi zone urbane – soprattutto Kandhar e Kabul – mentre abbandoneranno definitivamente l’idea di togliere ai talebani il controllo delle campagne.
Si potrebbe anche dire che l’oppio è perduto, ma resta ancora il gasdotto.
Ma il vero problema dell’ Afghanistan, come sappiamo, inizia in Pakistan. E’ quella la pedina che è in gioco ormai da molto tempo, sullo scacchiere internazionale, con una delle poche nazioni atomiche che rischia di passare definitivamente sul fronte orientale (alleandosi con la Cina), rendendo così del tutto inutili gli sforzi degli americani per portare fino al mare il loro gasdotto.
L’Afghanistan infatti non ha sbocchi sul mare e l’unico percorso possibile per il gas degli americani è quello di raggiungere le coste pakistane dell’oceano indiano, da dove il gas viene spedito in Oriente via mare. Se invece il Pakistan rinunciasse all’alleanza con gli Stati Uniti potrebbe realizzare un gasdotto che dall’Iran sale verso le montagne, attraversa l’Himalaya e raggiunge Cina e Giappone direttamente via terra. (La questione energetica naturalmente non è l’unica a rendere il Pakistan una pedina di importanza fondamentale in Asia Centrale, ma è certamente la più vistosa).

In tutto questo Obama si è chiaramente trovato di fronte ad una situazione nella quale tornare semplicemente a casa avrebbe rappresentato un disastro politico ed economico irreparabile. (Si può addirittura ipotizzare che Obama si sia “giocato l’Afghanistan per l’Iraq”, in campagna elettorale, ben sapendo che questa era comunque una situazione irrisolvibile in tempi brevi).
In ogni caso, è evidente che la situazione è molto peggio di quanto lui stesso potesse immaginare, visto che non solo i militari sono riusciti ad avere praticamente tutti i rinforzi che avevano chiesto due mesi fa, ma è emerso di recente che esiste in Pakistan una struttura parallela, paramilitare, gestita dalla Blackwater, che porta avanti la propria guerra privata – attentati e omicidi sotto falsa bandiera – in territorio pakistano, all’insaputa del Congresso americano. Mentre infatti la CIA, bene o male, deve sempre rispondere ad un comitato senatoriale delle proprie azioni, gli uomini della Blackwater agiscono direttamente ai comandi del vice-ammiraglio William McRaven, l’attuale capo del JSOC (Joint Operations Support Center), che guarda caso è stato fino a ieri il numero due del Gen. McChrystal, oggi comandante in capo delle forze americane in Afghanistan.
Queste rivelazioni si trovano in un articolo di Jeremy Scahill, intitolato “Blackwater’s Secret War in Pakistan”, uscito l’altroieri su “The Nation”.
E’ stato lo stesso Scahill a denunciare l’esistenza di questa struttura di potere paramilitare parallela, che agisce indipendentemente dalle decisioni prese ufficialmente da Washington, nel suo libro intitolato “Blackwater, l’ascesa della più potente armata di mercenari del mondo”.
Come spesso accade con gli americani, siamo di fronte alla solita ambiguità operativa, che sembra aver caratterizzato tutti i loro interventi militari all’estero nella storia (vedasi, ad esempio, Laos e Cambogia): questa ennesima struttura parallela infatti può permettersi di agire senza stare troppo a preoccuparsi del numero di civili uccisi, e questo da una parte “sveltisce” di molto la presunta “caccia al talebano“ in territorio pakistano, ma dall’altra mette a rischio le relazioni ufficiali fra i due paesi, che già sono tutt’altro che cristalline.
È chiaro quindi che il presidente Obama si trova di fronte ad un problema profondo e complesso, che affonda le sue radici nella stessa cultura militare americana: non solo non riesce a mettere sotto controllo i generali che lavorano a cielo aperto, ma deve anche fare i conti con questa struttura parallela, sulla quale evidentemente non ha il minimo potere.
L’unica cosa certa, a questo punto, è che la guerra in Afghanistan sia destinata a trascinarsi per lunghissimi anni.
Massimo Mazzucco
QUI una intervista di Scahill a GRITtv, sullo stesso argomento.

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UFO China November 2009 (Jamie Maussan)



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Stunning UFO Snake Mexico 2009 (Jamie Maussan)



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UFO Snakes Filmed in Mexico 2009 (Jamie Maussan)



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