lunedì 4 gennaio 2010

ALIEN BLACK PYRAMID & UFO RODS IN UNITED KINGDOM DEC 2009



http://www.youtube.com/user/dinosauro67

Uccidete la Democrazia



http://www.youtube.com/user/Artigianodelpc

Il film affronta il tema di presunti brogli che sarebbero stati effettuati nella notte del 10 aprile 2006 durante le elezioni politiche italiane e che avrebbe tentato di avvantaggiare la coalizione di centro-destra, la Casa delle Libertà.

Per amore di Gaia























02/01/2010

di Patricia Cori

Figli di Gaia, siamo sulla soglia. Un mondo governato da Re, guerrieri e Sacerdoti, nelle sue ore finali si è chiaramente rivelato un modello fallimentare di arroganza e onnipotenza che si auto annienta – inflessibile, crudele e distruttivo. Questa Era sta per finire (suonate campane!) e, andandosene, essa ci conduce al decisivo punto di rottura degli sconvolgimenti sociali e del declino ecologico. L’Età della Ragione, con tutti i suoi alti e bassi, si ritira senza ragione, malconcia e lacera – ferita e distaccata dalla bellezza di tutto ciò che fa della vita un onore magico e meraviglioso.
Mentre scivola nell’oscurità di un tempo che non è mai finito troppo presto, essa lascia dietro di sé una scia di distruzione: i campi di sterminio della guerra senza fine; l’incomparabile abuso di veleni contro il nostro magnifico pianeta; i sogni infranti di una civiltà. Ovunque intorno a noi, a quanto pare, regna il caos, mentre i cambiamenti della Terra si compiono con l’inquietante precisione di un orologio, onorando la cronologia dei Maya e di altre culture indigene, che furono in grado di prevedere il futuro. Le vecchie strutture stanno crollando tutt’intorno a noi, annunciando l’arrivo del Nuovo Mondo.
Dall’altra parte, a meno che non perdiamo di vista la natura dell’universo, essa cede il passo all’Età del Risveglio, la Nuova Aurora – il ritorno del Femminile Divino, un periodo di rinascita, guarigione e rinnovamento. Il pendolo, che marca il battito del tempo ciclico, ritorna alla vibrazione yin. Il tempo dei festeggiamenti è qui!
Gaia, la dea che con tanto amore ci conduce attraverso il reami dello spazio sacro, ne ha semplicemente avuto abbastanza. È stata portata fino al limite massimo, violentata e abusata e, finalmente, si ribella – pretendendo la nostra immediata attenzione! È giunto il momento di restituirle quello che è stato strappato, sporcato e macchiato sul suo corpo sconfinato e di ristabilire l’armonia di un mondo che noi sappiamo potrà essere migliore di questo... un mondo che ha bisogno di nutrimento e compassione: un mondo che possiamo nuovamente tessere insieme, sui fili luminosi del Cuore Unico. Per farlo, però, dobbiamo liberarci dalla mentalità del “disastro” e capire che tutto ciò che sta succedendo ora è per il bene più alto e richiede concentrazione e la visione di quello che siamo capaci di creare.
Chiariamoci bene sulla nostra attuale situazione globale, poiché essa influenza ogni uomo, donna, bambino ed essere vivente sul grande Pianeta Terra. Noi siamo qui, nell’ora zero dell’evoluzione umana su questo pianeta, consapevoli che il vecchio se ne deve andare, in modo che possiamo far entrare il Nuovo. Quando lasciamo andare la paura, la comprendiamo e ne traiamo potere. Quando ci pieghiamo, soprafatti dalla magnitudine della disarmonia che ci ha portato al “punto di rottura”, non facciamo altro che alimentare il meccanismo stesso che ci ha messo in ginocchio.
Nonostante gli allarmanti cataclismi di quello che sembra essere il disintegrarsi della nostra realtà, ciò che è effettivamente in atto è una forma di feng-shui globale – un processo dinamico di ripulitura dal disordine che c’era, per fare posto a ciò che può essere: quello che presto nascerà. Quando ricordiamo a noi stessi il perché e il come avviene questo processo di purificazione, per sgomberare la strada a ciò che le nostre comunità di luce creeranno nel prossimo futuro, lasciamo andare la paura che avvolge le strutture morenti di tutto quello che sta collassando proprio sotto ai nostri occhi. Troviamo la forza e alziamo la fiamma interiore per sollevarci, uniti, come una forza che può davvero cambiare il mondo – una forza determinata a far splendere la Luce nelle oscure terre dell’ignoranza, della rabbia e della rassegnazione.
Adesso la nostra generazione sta assistendo ad un picco senza precedenti di cambiamenti tumultuosi nell’evoluzione umana e planetaria – cambiamenti che sono stati previsti da tutti i profeti e veggenti nel corso delle epoche, a partire dagli antichi padri e madri indigeni, che hanno trasmesso la saggezza per così tante generazioni, fino ai visionari odierni.
È il momento in cui si verifica la profezia, proprio adesso – un tempo che gli Antenati riconobbero come il momento in cui avremmo affrontato le conseguenze generate dal nostro malaccorto orientamento verso il materialismo e il potere (un cammino di auto-gratificazione, separazione e distacco), che le nostre società hanno divulgato nella nostra razza, verso un’insaziabile avidità ad ogni livello.
Qualsiasi convinzione abbiamo riguardo al futuro, non possiamo negare che abbiamo raggiunto il punto di svolta evolutivo di enorme cambiamento e sconvolgimento, da cui moltissimi sono stati condizionati a credere che non ci sarà ritorno al buon senso e alla coesistenza pacifica. Ci troviamo, senza dubbio, al bivio galattico per la nostra specie e per la nostra abitazione planetaria, mentre ruotiamo attraverso l’immensità di questa tumultuosa tempesta di cambiamento e rinnovamento/rinascita a livello solare e planetario. In che modo reagiremo alle sfide inerenti la formazione di un mondo nuovo? In che modo noi, figlie di Gaia, entreremo nelle nostre posizioni chiave come guardiane della vita?
Esaminiamo a che punto siamo nell’esternarsi della dualità nelle sue manifestazioni più estreme, in questo momento dell’immensa trasformazione del nostro mondo e di tutta la rete di corpi celesti della nostra Divinità Solare.
Stiamo imparando, ogni giorno di più, in che modo siamo tutti responsabili della creazione e dell’esito di tutto ciò che accade nelle nostre vite e su questo globo verde-azzurro che ci trasporta attraverso lo spazio infinito.
Come donne abbiamo fatto passi enormi nel raggiungere una maggiore comprensione del nostro ruolo di Custodi della Terra, ma, incontestabilmente, c’è ancora molta strada da fare per ottenere il potere di porre in primo piano l’alternativa del dialogo rispetto alla guerra, della comunità invece della separazione, della vita invece della morte e dell’amore invece della rabbia e della violenza che segnano il nostro presente. Questo momento di leadership yang dominante, uomini contro uomini, donne e bambini – contro la vita – coincide con il momento del declino della nostra civiltà, è vero, ma è lo slancio per una rivoluzione attraverso cui lo spirito femminile divino si erge per guidare di nuovo i vivi al buon senso e all’amore.
La missione che ci attende è enorme. Siamo chiamati a liberarci da qualsiasi sottomissione abbiamo accettato fin qui e a raccogliere la sfida di ristabilire l’equilibrio nell’ambito planetario e comunitario. Noi, inspirando la meraviglia del nuovo paradigma per la razza umana, siamo nella posizione in cui ci uniremo insieme per guarire, nutrire e risanare.
Noi sappiamo di che cosa siamo capaci e che cosa dobbiamo fare.
Non è per essere elitari: quell’aspetto femminile del nostro essere, del nostro sé magnetico, non si limita al genere. Infatti è una festa vedere ora moltissimi uomini che raggiungono dentro di sé quel potenziale premuroso e amorevole, un riflesso di come tutti ci stiamo spostando verso la vibrazione yin. Eppure, guardando l’oscurità di così tanti misfatti e l’enormità della violenza dilagante che domina l’umanità, non possiamo fare a meno di notare che queste scene inumane sembrano, in linea di massima, essere perpetrate dall’impulso elettrico, quello maschile. Non possiamo fare a meno di osservare che, mentre fin troppi uomini si arrabbiano, fanno la guerra, combattono e distruggono, le donne piangono...curano...cercano di raccogliere i pezzi della casa e degli affetti.
Forse, se osserviamo la nostra realtà nei termini delle polarità elettromagnetiche opposte che definiscono il regno fisico, potremmo riuscire a capire le dinamiche che ci hanno portato al conflitto. Può essere che la nostra condizione, come collettivo di anime, sia dominata da un picco senza precedenti di campi elettrici, che si scontrano ed esplodono, mentre si riversano nel nostro regno, provenienti dalla nostra esplosiva Divinità Solare in transizione? Io mi azzardo a suggerire che il nostro stesso sole ci stia aiutando in questo grande cambiamento, caricando l’intero pianeta con un eccesso di quella forza elettrica, yang, che si manifesta così tramite la sovrabbondanza di testosterone, come una sfrenata esplosione emotiva!
Con quello che stiamo imparando sul multiverso e con la crescente comprensione di come noi co-creiamo il cosmo, ci stiamo velocemente rendendo conto di come la nostra percezione del tempo sia un’illusione e che la nostra esistenza nella cornice 3D non è che un mero punto nel continuum spazio-temporale con cui siamo in risonanza. È una frequenza con cui, per qualche motivo indefinibile, noi vibriamo. È dove abbiamo scelto di prendere parte al dramma che ora si dipana davanti alla razza umana. E per noi è reale – talmente reale che, a volte, ci riesce quasi impossibile immaginare che tutto ciò di cui siamo testimoni non è che una minima parte della nostra esperienza multidimensionale come essenza emergente di anima.
Guardiamo il nostro mondo e vediamo molta oscurità, questo non si può negare – l’oscurità c’è...come c’è la luce. I nostri leader sono corrotti – spudorati e implacabili; il tessuto della società si sta disfacendo e sgretolando nella crescente disarmonia e insoddisfazione; la Terra si sta ribellando violentemente al nostro abuso e disattenzione. La paura imperversa sulla coscienza collettiva umana – paura che viene scolpita nelle nostre menti, modellata ad arte, con precisione magistrale, cesellata nella nostra coscienza in quella che, apparentemente, potrebbe diventare una cicatrice permanente sul nostro spirito e sulla volontà del collettivo umano.
Eppure, sentiamo uno stimolo scorrere nelle vene – che ci spinge verso l’ignoto della nostra realtà emergente; ed è proprio questo senso di urgenza che ci costringe ad affrontare noi stessi come non abbiamo mai fatto prima, a cercare la spiegazione sempre sfuggente di ciò che sta succedendo ovunque intorno a noi...a interrogarci su come sopravviveremo a quello che ci aspetta e su che cosa possiamo fare per capire che tutto ciò che accade è in ordine divino.
Una cosa è certa: è arrivato il momento di decidere come vogliamo vivere questi anni – per quanto molti rimangano nella densità attuale. Gli eventi catastrofici sempre crescenti di oggi e la follia di coloro che ci governano stanno portando il genere umano a cercare di dare un significato alle nostre vite, spingendoci nel contempo a riflettere sulla nostra immortalità – e quella è una luce che brilla nel buio.
Noi guardiamo oltre il fumo e la distruzione, oltre le acque impetuose, oltre i segreti e le bugie, oltre lo sconforto e la disperazione e riconosciamo che il momento di essere nella nostra umanità più alta è arrivato. Per ognuno suona il richiamo – l’anima grida cristallina attraverso la cacofonia del chiasso. Noi facciamo scorrere le nostre menti sulle tastiere delle nostre anime, come i polpastrelli del maestro più grande, rendendoci conto che facciamo parte dell’orchestra della vita, tanto quanto ogni altro essere vivente, ed è musica...è tutta musica. Il tamburo...il flauto...e il sonaglio.
Per quanto stonati, per quanto magnifici, noi suoniamo la musica delle nostre anime con ogni pensiero che inviamo nel mare cosmico, con ogni parola che pronunciamo e con ogni azione che intraprendiamo.
Gaia, la madre archetipica, è la nostra maestra. Essa ci parla di ciò di cui ha bisogno ora – di depurazione e della restituzione di ciò che ha sempre donato agli esseri viventi della Terra, in modo che essa possa conoscere il dolce evento della sua rinascita in un corpo di luce.
Prendiamo il potere adesso: niente più paura, niente più colpa, niente più sofferenza. Abbiamo l’amore, abbiamo la saggezza, abbiamo l’esperienza per intessere un nuovo arazzo per l’umanità.
Unite, in un servizio privo di ego, noi possiamo creare un mondo migliore.
Possiamo.
Gaia chiede aiuto alle sue figlie, per essere nutrita in questo momento critico del suo straordinario passaggio.
In questa ora del Quinto Sole, troviamo quell’unità con la quale saremo all’altezza del compito che ci aspetta...per amore di Gaia.
© 2009 Patricia Cori
Autrice di Rivelazioni da Sirio
Figli, vi salutiamo. Vostro è il compito di raggiungere la luce e poi di assistere gli altri; e lo farete, perché siete cercatori di verità. I vostri cuori si stanno aprendo, le vostre menti sono attente e indagatrici e la luce delle vostre anime è sempre più brillante.
Voi siete gli emergenti – i volti limpidi e splendenti – che cercano quella radianza eterna che vi ha attirato verso l’alto...su e ancora più su, e noi vi riconosciamo, operatori di luce di Gaia.
Noi vi conosciamo”

Proposte per il clima
















Riccardo Petrella

È inutile che i dirigenti politici, economici e scientifici cerchino di arrampicarsi sui vetri: Copenhagen si è risolto in un vergognoso ipermediatizzato megavertice mondiale. La Cop 15 è stata preceduta da anni di annunci clamorosi sulla gravità e sull'accelerazione dei processi di riscaldamento dell'atmosfera, di grandi programmi di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'urgenza di misure drastiche e strutturali da prendere, e di impegni solenni da parte di governi, imprese, università. Si è conclusa con un documento insulso, convenuto all'ultimo momento tra quattro paesi (Usa, India, Cina e Sudafrica, senza nemmeno l'Ue, il Brasile, la Russia), di cui la plenaria della Conferenza ha solo «preso atto». A partire da questa considerazione si possono elaborare alcune proposte di azione.
La
prima proposta, di valenza immediata, s'impone da sola: è quella di rifiutare di minimizzare il fallimento di Copenhagen e metterne in risalto eventuali risultati positivi (quale il fatto che la conferenza abbia avuto luogo con la partecipazione di migliaia di delegati ufficiali di tutti i paesi del mondo, o che il documento scarabocchiato alla fine parla della necessità di non superare i due gradi centigradi di riscaldamento al 2100). Bisogna invece denunciare le mistificazioni e le scelte operate dai gruppi dominanti, documentandone con rigore i presupposti sbagliati e gli inevitabili errori di prospettiva.
Per questo, propongo la diffusione di "Quaderni della vergogna", con l'obiettivo di documentare le responsabilità dirette per il fallimento di Copenhagen. Un "Quaderno" dovrebbe essere dedicato al rifiuto da parte degli Usa e dell'Ue di modificare il regime dei diritti di proprietà dei brevetti industriali e di quelli sul vivente (una delle principali cause dell'impossibile accordo politico). Un altro dovrebbe essere dedicato alle disfunzioni e alle derive dei mercati delle emissioni e, in particolare, dei Clean development mechanisms.
Inoltre, non si può accettare come positivo il fatto che niente sia stato detto su come modificare il sistema energetico ed economico di produzione e di consumo attuale al fine di migliorare le condizioni di vita di tre miliardi di esseri umani sotto la soglia della povertà assoluta. Questi tre miliardi di persone non sanno cosa farsene del "piccolo passo" compiuto a Copenhagen. E, viceversa, l'oligarchia mondiale non dà alcuna priorità al diritto alla vita di quest'ultimi. Non si può accettare il fatto di non identificare i colpevoli della vergogna di Copenhagen, primi fra tutti gli Usa.
Tenaci sostenitori della «non negoziabilità del modo di vita americano», della loro sicurezza nazionale e del principio dell'unilateralismo decisionale in materia di impegni internazionali da parte di ogni Stato, e fedeli indefessi del mercato e della finanza liberi, gli Usa hanno reso impossibile la redazione e la firma di un accordo mondiale sul clima. Hanno preso in ostaggio il futuro dell'umanità e del pianeta. Come nel 1997 a Tokyo, gli Stati Uniti hanno imposto la ragione della loro forza e dei loro interessi. A Copenhagen è rispuntato un detto assai eloquente: «Obama non è certamente Bush, ma gli Stati Uniti restano gli Stati Uniti». Spinti dalle stesse logiche (preservare la loro sicurezza nazionale, mantenere la competitività delle loro imprese e tirare il massimo dei vantaggi dalla transizione verso un'economia fondata sulle energie rinnovabili) gli altri paesi sviluppati si sono allineati su posizioni intransigenti. L'Unione europea, in particolare, non ne esce più amata e rispettata, nonostante prima di Copenhagen abbia giocato a fare la migliore allieva della classe.
Pertanto, se e fintantoché i poteri forti dei principali Stati negoziatori resteranno abbarbicati ai principi negoziali imposti a Copenhagen (abbandono del Protocollo di Kyoto come quadro giuridico di riferimento, mercificazione dell'aria, dell'acqua, della terra e del sole, monetizzazione delle foreste, mantenimento dei diritti di proprietà intellettuale sul vivente), la
seconda proposta consiste nel suggerire che la società civile abbandoni di correre dietro i negoziati intergovernativi nella speranza di farvi una "piccola" breccia positiva. Propongo invece che la società civile mondiale, approfittando della convergenza intervenuta in preparazione e nel corso di Copenhagen tra le grandi correnti dell'altermondialismo (a vocazione sociale, anticapitalista e politica) e quelle dell'ecologismo e della giustizia climatica, lanci l'organizzazione di un'Assemblea costituente cittadina mondiale. L'obiettivo sarebbe quello di definire e precisare le grandi linee (principi fondatori, valori fondamentali, regole di base mondiali) di un Patto mondiale del vivere insieme (una specie di Carta Costituzionale dell'umanità e del pianeta) centrata sull'idea «salviamo la vita e il pianeta».
A tal fine, l'Assemblea costituente mondiale dovrebbe: a) affermare il carattere di beni comuni pubblici, patrimonio dell'umanità e della madre-terra di cinque beni essenziali e insostituibili alla vita e al vivere insieme: l'acqua, l'aria, il sole, la terra, la conoscenza. L'Assemblea dovrebbe solennemente riconoscere la loro indisponibilità al mercato, la loro destinazione universale, il loro legame con la sacralità della vita e il diritto alla vita per tutti;
b) elaborare delle soluzioni alternative di economia pubblica e cooperativa per la promozione di un'economia di giustizia ambientale e di condivisione sociale. Le soluzioni esistono. Non v'è bisogno di far ricorso al mercato delle emissioni o al prezzo mondiale della tonnellata di CO² per impedire che l'atmosfera si riscaldi più di 1,5 gradi centigradi da qui al 2.100;
c) a partire da quanto sopra, riconcettualizzare i principi di sovranità e di sicurezza per arricchirli sul piano dei contenuti e delle istituzioni in funzione della co-responsabilità, della condivisione, della mutualità e della comunanza mondiale e planetaria.
Il World political forum presieduto da Mikhaïl Gorbaciov, il cui compito è di promuovere la riflessione, il dialogo e l'innovazione di favore di una "Nuova Architettura Politica Mondiale", potrebbe dare il suo sostegno. Non si tratta di snobbare e boicottare i lavori dell'Unfccc Cop 16, ma di darsi un luogo proprio e un momento operativo finalizzato all'elaborazione di un Patto per il Pianeta (alcune settimane prima della Cop 16) e poi cercare di modificare le scelte dei negoziati sul clima in coerenza con le proposte dell'Assemblea costituente.
La
terza proposta si situa sulla scia precedente. Fra i perdenti di Copenhagen, è stato fatto notare da molti parti, v'è non solo l'Ue ma soprattutto la democrazia rappresentativa europea. Mentre tutto il destino della Conferenza è stato pregiudicato dai limiti e vincoli posti ai negoziatori degli Usa dal Senato americano (dove i forti gruppi di potere economico e finanziario hanno un peso enorme), il Parlamento europeo non ha potuto svolgere che un piccolo ruolo discreto di lobbying politico per iniziativa dei vari gruppi parlamentari. Si tratta di un deficit democratico che non è più tollerabile e accettabile. La vergogna di Copenhagen deve e può diventare l'occasione di un passo avanti del potere rappresentativo del Parlamento europeo. È urgente e indispensabile che l'Europarlamento abbia i poteri formali che appartengono a una istituzione rappresentativa di 570 milioni di cittadini. Propongo che alla ripresa dei lavori il Parlamento esamini le condizioni giuridiche e istituzionali necessarie per dare alla rappresentanza eletta europea, a partire dalle Commissioni parlamentari più direttamente incaricate dei temi relativi al cambio climatico, un potere speciale di co-decisione in materia di sicurezza ambientale e di negoziati mondiali sul clima. Certo, il Parlamento europeo non garantisce per se stesso che le scelte da lui operate e promosse vadano nel senso dell'interesse generale e non siano fortemente influenzate dai potenti gruppi economici e finanziari privati europei, com'è il caso del Congresso americano. Però si potrà almeno affermare che, se rispettose del Trattato di Lisbona, tali scelte hanno la duplice legittimità derivata dalle elezioni e dalla conformità ai principi fondatori del Trattato.
Infine la
quarta proposta. È indispensabile che l'Italia si interroghi sul misero ruolo svolto a Copenhagen affinché ciò non si riproduca più. Non si tratta solo del duplice ridicolo (il ministro italiano per l'ambiente è stato obbligato a fare la coda per ottenere l'entrata nel luogo ufficiale dei negoziati. Inoltre, l'intervento ufficiale dell'Italia è stato programmato tra l'1.30 e le 2 del mattino del 18 dicembre e ministro ha parlato dinanzi a soli due spettatori) . Si tratta soprattutto dell'assenza di qualsiasi influenza del governo italiano sui negoziati globali. L'unico peso avuto dall'Italia è stato in senso negativo all'interno dell'Ue, dove insieme alla Polonia si è battuta per ottenere una debole riduzione dei loro livelli di emissioni di CO²! Occorre promuovere una forte "Coalizione italiana per i beni comuni, la vita e la sostenibilità" per far cambiare gli orientamenti attuali del governo. Il mondo del lavoro e dell'educazione/scienza dovrebbero parteciparvi con maggior forza di quanto ne abbiano messa finora in questi campi. Il 2010 è stato dichiarato dall'Onu l'anno della biodiversità.. Approfittiamone per far fare un salto culturale importante al mondo italiano della politica.
 

Al-Quaeda 2+2



http://www.youtube.com/user/corbettreport

02/01/2010 di Massimo Mazzucco 


Notizie apparentemente insensate si accumulano in questi ultimi giorni dell’anno.

Secondo le agenzie di stampa, Al-Queda avrebbe rivendicato il rapimento dei coniugi Cicala, i due italiani sequestrati in Mauritania una decina di giorni fa. Motivazione ufficiale: rappresaglia per la partecipazione italiana alle guerre di Afhghanistan e Iraq.

Contemporaneamente, Al-Queda avrebbe anche rivendicato il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit di qualche giorno fa, quando un passeggero ha cercato di dare fuoco ad un ordigno esplosivo legato alla sua gamba, finendo per riportare delle ustioni di terzo grado. Al giudice americano che lo ha interrogato, dopo l’atterraggio senza danni dell’aereo, l’uomo avrebbe detto che “ci sono molti di noi pronti a colpire in tutto il mondo”.

Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda rapisca dei cittadini italiani per lamentare una occupazione militare di cui noi siamo responsabili in misura irrilevante, e che lo faccia addirittura in un paese che si trova a 20.000 km. di distanza dal beneamato Afghanistan.

Nessun giornalista si domanda perchè mai la ferocissima Al-Queda mandi a fare gli attentati un imbecille che non è nemmeno capace a dare fuoco ad una miccia, ...

... e che si vanta oltretutto di non essere l’unico a rappresentare un pericolo così “mortale” per tutto l’occidente.

Nessun giornalista si domanda a chi siano intestati i famigerati “siti web” su cui continuano a comparire le fantomatiche rivendicazioni di Al-Queda che nessuno riesce mai a vedere.

Loro passano le notizie e basta. Come decerebrati senza volontà e senza spirito critico, accettano per buona qualunque notizia venga riferita dalle agenzie, e si dimenticano di cercare un minimo di senso logico in tutto quello che accade.

Nel frattempo – sempre secondo le agenzie di stampa - continuano in Iran le “pesanti repressioni” del governo di Ahmadinejad contro “ i poveri dimostranti privati del diritto di esprimere la propria opinione”, e già il ministro Frattini parla di “intollerabile violazione dei diritti umani”.

Gli fa eco dal Libano Gianfranco Fini, che sottolinea come il mondo occidentale non possa rimanere silenzioso dietro a fatti di questo genere. Sembra di sentire il coro delle Orsoline, da tanto sono in sintonia questi personaggi.

Nessun giornalista si ricorda che fu proprio Ahmadinejad ad accusare i servizi occidentali - leggi CIA e Mossad - di essere alla radice delle sommosse in Iran, e naturalmente nessuno di loro si ricorda che 2 + 2 ha sempre fatto 4.
 
Fonte: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3455

Come sono diventata un'attivista contro le scie chimiche



http://www.youtube.com/user/tankerenemy

Non chi ha il volto ringhioso, ma chi lo ha intelligente appare temibile e pericoloso, come è certo che il cervello dell’uomo è un’arma più terribile che l’artiglio del leone. (A. Schopenauer)
Pubblichiamo la testimonianza di un'attivista contro le scie chimiche. È un resoconto emblematico ed eloquente dell'incongruo, grottesco rapporto che si instaura tra il cittadino e le istituzioni, poiché le istituzioni, invece di agire in difesa della collettività o sono succubi dei poteri forti o si rivelano del tutto inutili. Tutto ciò non sorprende, ma è comunque una gravissima violazione del dettato costituzionale e la prova di come non si possa quasi mai far assegnamento su chi dovrebbe essere preposto a tutelare l'ambiente ed i diritti dei cittadini. Vero è che la Costituzione è ormai stata svuotata e calpestata, ma, come si deduce dal tragicomico resoconto che proponiamo, si può e si deve continuare a divulgare ed a sensibilizzare anche tra gli appartenenti alle istituzioni, molti dei quali ignorano sia le scie chimiche sia altre scottanti questioni. Il sistema basa la sua turpe forza sull'ignoranza: la conoscenza contribuisce ad indebolirlo.
Il 25 maggio si presentano in casa i Carabinieri, dicendo di voler parlare con me... Risponde al citofono la sorellina, dicendo loro che non ci sono (mi trovavo a Torino per seguire un festival di danza contemporanea). Lasciano un avviso nella buchetta delle lettere, con su scritto di presentarmi urgentemente nella loro sede.
Inizio quindi a ricevere una serie di telefonate da parte di mia madre che, celando a fatica la sua preoccupazione, mi chiede gentilmente di dirle che cosa ho combinato... le rispondo in sincerità che non ne ho la più pallida idea! Ben presto, però, inizio a sospettare il motivo della visita, confermato dall'sms di mia madre che, recatasi il giorno seguente dai Carabinieri per avere delle informazioni, mi scrive appunto che si tratta di una e-mail da me spedita ai Carabinieri del N.O.E. (Nucleo Operativo Ecologico) di Bologna. Bingo!
L'antefatto
Dopo aver partecipato a conferenze, letto articoli, guardato video nonché trasmissioni televisive e, soprattutto, dopo aver osservato ciò che avviene nei nostri cieli per circa un annetto, ritengo di avere un'idea abbastanza chiara circa le scie chimiche: al di là di tutte le possibili implicazioni (controllo climatico, controllo mentale, H.A.A.R.P. etc.), si tratta di un fenomeno reale e anomalo, sicuramente nocivo per la nostra salute, su cui gli organi competenti dovrebbero indagare, fornendo delle risposte serie ai vari interrogativi posti sul tavolo della discussione. Decido quindi di dare il mio piccolo contributo alla causa, inviando il giorno 20 aprile, giornata della telefonata al N.O.E., una e-mail al Nucleo Operativo Ecologico competente per il territorio della mia città. Di seguito l'e-mail.
Alla cortese attenzione dei Carabinieri del N.O.E. di Bologna.
Vorrei richiamare la Vostra attenzione sull'anomalo fenomeno che si può osservare nei nostri cieli ormai quasi quotidianamente: mi riferisco alla presenza di strane scie, rilasciate da aerei bianchi che girano sui nostri centri abitati senza targhe identificative, seguendo tracciati casuali e spesso intersecando le rotte fino a formare veri e propri reticoli.
Si tratta di scie che, già soltanto a prima vista, appaiono diverse da quelle normalmente rilasciate dagli aerei, ossia le scie di condensazione, formate da vapore acqueo e che svaniscono dopo pochi minuti (fenomeno abbastanza raro, che si verifica solo a certe condizioni di quota e di temperatura e a seconda dell'umidità presente nell'aria).
Le scie da me osservate sono, invece, molto lunghe, permangono per ore nel cielo e si allargano fino a creare uno strato di “nebbia” che oscura il sole.
Molti cittadini, allarmati dallo strano fenomeno, hanno già condotto analisi sul terreno e sull'acqua piovana in concomitanza con il passaggio di tali aerei: i risultati attestano la massiccia presenza di elementi chimici quali bario, alluminio ecc. ben al di sopra della media, cosa che risulta essere estremamente pericolosa per la salute dell'uomo (che inala queste sostanze sia attraverso la respirazione sia attraverso il cibo che ingerisce). Sono molte le malattie associate a questo avvelenamento, tra le quali figura un morbo non ancora riconosciuto ufficialmente, il Morgellons.
Vorrei quindi denunciare lo stato attuale di scempio dei nostri cieli ed esprimere il mio timore per le conseguenze nocive che tali irrorazioni possono avere sulla salute dell'uomo e degli esseri viventi in generale.
Sperando in un Vostro intervento e nella Vostra richiesta di un chiarimento da parte delle istituzioni (che in più occasioni hanno ignorato la lunga serie di interrogazioni parlamentari o hanno fornito soltanto risposte evasive), Vi ringrazio per la cortese attenzione.
Cordiali saluti
(firma)
Il colloquio
Tornata dalla trasferta torinese, mi reco nella sede dei Carabinieri accompagnata da mia madre (che, nel frattempo, dopo aver capito che si tratta di “questioni ecologiche”, sembra essersi tranquillizzata. Dal canto mio, sapendo che non solo di questioni ecologiche si tratta, continuo a ripetermi come un mantra che “non ho fatto niente di male”, “non ho fatto niente di male”, “non ho fatto niente di male”...). In realtà la curiosità vince di gran lunga il timore: non vedo l'ora di rapportarmi con questa istituzione per sapere che cosa hanno da dirmi e per vedere in che modo si esporranno circa un fenomeno così dibattuto. Mi riprometto di essere pronta a tutto, di mantenere la calma e di affermare solo ciò che io stessa in prima persona posso dimostrare.
La fortezza videosorvegliata ci accoglie con un Carabiniere sulla cinquantina, molto serioso e taciturno, che, dopo aver letto l'avviso che mi diceva di presentarmi da loro, ci fa accomodare nel suo triste ufficio in penombra. Noto subito dei monitor con le riprese della strada che circonda l'edificio. Passa una serie di minuti interminabili in cui tale signore legge più e più volte un fascicolo che ha tra le mani, in cui noto un foglio con l'intestazione Wind (mi stanno già controllando il cellulare?) mentre mia madre sbuffa per il caldo e si slaccia la cerniera della maglia (o era una tattica?!?) ed io non posso fare a meno di pensare al romanzo “Delitto e Castigo”, quando Raskòl'nikov subisce tutta la pressione dell'interrogatorio fino a svenire! Penso esattamente così: che quest'attesa, questo rimandare l'inizio del discorso sia una tattica per farmi capitolare... ma il delitto in questo caso non c'è e con me non funziona.
La prima a rompere il silenzio è mia madre, che evidentemente non resiste più al gioco e chiede qualcosa del tipo “È grave?”.
Il povero Carabiniere, interrotto nei suoi studi, risponde “Siamo qui per valutarlo” e la invita subito a tacere, intimando di farla uscire dalla stanza, perché in teoria non dovrebbe assistere... poi si rivolge subito a me chiedendo “Hai un'idea del perché sei qui?”. Sorrido. “Penso di sì. Praticamente ho inviato una e-mail...” Mi interrompe subito “Esatto, esatto”. Di nuovo silenzio.
Ciò che segue è una discussione talmente patetica che forse vale la pena riportarne i passaggi peggiori!
Da una parte c'era questo rappresentante delle forze del (dis)ordine che diceva cose tipo “Ma le vedi solo te tutte queste cose! Chissà che strumenti usi, cannocchiali...” ed io “Ma no, basta osservare il cielo, ad occhio nudo” e lui “Va be' che in effetti ti chiami (cognome)... hai proprio una vista d'aquila!” Risatine finte isteriche di tutti. Oppure continuava rivolgendosi a mia madre: “Eh signora, quando ero giovane anch'io volevo cambiare le cose... Poi per fortuna si cresce, si capisce”.
E qui interviene mia madre, stupendomi, dicendo cose del tipo: “Ma guardi veramente bisognerebbe sempre continuare ad interessarsi di queste cose, che cosa vuol dire che da grandi bisogna rinunciare, non bisogna più occuparsi delle cose giuste?” E lui “Adesso, giuste... tutto è giusto allora. Tutto è inquinamento... Ma se abitavi in America cosa facevi? Io ho dei parenti che abitano in America e lì con il traffico aereo che hanno, cosa facevi, una denuncia al giorno?!? Ahahah!”
Dopo questa ho lasciato perdere (non avendo segnalato la pericolosità delle scie rilasciate dal consueto traffico aereo, ma la pericolosità delle scie chimiche, rilasciate appositamente da aerei non identificati) e la discussione è andata avanti ancora un bel po' tra lui e mia madre, per luoghi comuni ovviamente. “Ad esempio, la droga: ma se lo Stato volesse, non l'avrebbe già debellata da un pezzo? Eh? E invece perché non succede?” Qua non ce l'ho fatta: “Evidentemente perché gli conviene, perché ci guadagna”. “Esatto!”, risponde lui.
Non male detto da uno sbirro. Mi fa pensare al gioco delle parti: questo qui vede sicuramente molto più schifo di quello che vedo io, però la cosa non lo sconvolge; il suo mestiere è eseguire degli ordini senza farsi domande, il suo ruolo nella società è quello, è stabilito. Guardo per un attimo gli stemmi e le stellette che ha attaccate sulla giacca, ma è inutile: non è da quelle che so riconoscere il grado, il valore di una persona.
Passiamo ai motivi della convocazione: devo dichiarare di essere stata io a inviare la e-mail, informazione richiesta dal N.O.E. di Bologna che aprirà o ha già aperto un'indagine sulla base della mia segnalazione. Bene. Faccio finta di crederci, ma chiedo innanzitutto di vedere l'e-mail in questione, perché non voglio dichiarare nulla senza essere sicura che ciò che ho effettivamente spedito è ciò a cui si stanno riferendo. Mi passa il fascicolo piegando il foglio a metà, in modo che posso leggere la mia e-mail (effettivamente è quella), ma non gli appunti che hanno trascritto a lato. Noto comunque che il mio scritto è stato suddiviso in paragrafi, dalla a alla f, mi sembra... mi hanno studiata bene. Rilascio la mia dichiarazione, firmo e saluto.
Sulla soglia il Carabiniere dice che il mio caso gli ricorda il film “Il rapporto Pelican”, che mi consiglia di guardare... Tratto da Wikipedia: “Una studentessa di Legge formula una teoria sulla morte violenta di due giudici della Corte suprema: il mandante degli omicidi potrebbe essere un potente industriale che aveva finanziato la campagna elettorale del Presidente in carica degli Stati Uniti. Il rapporto finisce nelle mani dell'F.B.I.: la studentessa va eliminata. Solo con l'aiuto di un giornalista nero, la bella riesce a sopravvivere”.
Conclusioni
Ho scritto questo articolo non solo per diventare la giornalista nera di me stessa (eh eh), ma anche per sapere se a qualcun altro è stato riservato un simile trattamento in seguito alla segnalazione al N.O.E. e, soprattutto, per contribuire a diffondere la conoscenza del fenomeno delle scie chimiche... Sono lì, lampanti, sopra le teste e davanti agli occhi di tutti, vengono sparate di notte e di giorno, ma non ce ne accorgiamo perché non siamo più abituati ad osservare, a porci domande ed a pretendere delle risposte; se ce le fanno notare, non vogliamo crederci, perché per noi, se un fenomeno non è stato ufficialmente riconosciuto, non esiste...
Preferiamo non pensarci o preferiamo pensare che sia una “bufala” internettiana, come certi disinformatori ci suggeriscono... Permettiamo che il virtuale si sostituisca al reale, quando basterebbe aprire gli occhi per capire che qualcosa non va. In fondo, anche se ce ne accorgiamo, anche se ci lamentiamo ogni giorno, uscendo di casa la mattina per andare al lavoro, siamo comunque restii a passare all'azione, abbiamo paura di esporci in prima persona, non siamo più abituati all'azione, alla rivoluzione. Siamo pavidi, come dice Paolo Barnard nel suo ultimo post. Proviamo a smentirlo? Fermiamoli!
Leggi qui il testo tratto da myspace.com
Articolo originale commentato dai lettori
Autore: Zret
Fonti: tankerenemy.com - Scie Chimiche (Chemtrails) - TANKER ENEMY TV

http://www.ecplanet.com/ 

Gli esuli del clima - Analisi sul fenomeno dei rifugiati ambientali



http://www.youtube.com/user/susanna0608

di Andrea Del Testa 
1. Introduzione.

Uno dei problemi maggiori nello studio degli effetti dei cambiamenti climatici sulle popolazioni umane è senza dubbio il carattere fortemente multi disciplinare, che  richiede un’analisi del fenomeno che incroci competenze e conoscenze che appartengono a diversi campi del sapere, come le scienze ambientali, per quanto riguarda i fattori scatenanti e le scienze sociali e giuridiche, per quanto riguarda le sue conseguenze.   Alla luce di questi motivi il tema dei rifugiati ambientali rappresenta un campo di ricerca interessante e ricco di molti spunti di riflessione, ma allo stesso tempo di  un’ di analisi complessa e non priva di una molteplicità di problemi epistemologici. Le principali difficoltà risiedono nella scarsità di documentazione e di letteratura sull’argomento. Nonostante non manchino gli studi ed  i documenti prodotti dalle principali organizzazioni internazionali che si occupano di ambiente e migrazioni internazionali in tutte le forme e varianti, il mondo scientifico internazionale, e in modo particolare quello italiano, non sembra aver ancora preso seriamente in considerazione il tema delle migrazioni internazionali causate dal mutamento delle condizioni climatiche, sia per cause naturali che per il degrado dell’ambiente prodotto dall’inquinamento e da un uso distorto delle risorse terrestri. La complessità estrema del fenomeno pone una serie di interrogativi riguardo all’individuazione dei soggetti che possono essere ricondotti alla categoria suddetta e in merito alla possibilità di riconoscere una qualche forma di tutela giuridica internazionale a questa categoria di persone, per i quali, sul piano strettamente giuridico è ancora improprio l’utilizzo del termine “rifugiati” per identificarli.
Ad aumentare le difficoltà già elencate vi è poi la scarsa attenzione dimostrata sull’argomento dai paese sviluppati in genere, ed in particolare i principali inquinatori, e la sempre crescente difficoltà da parte dell’occidente a rispondere ai problemi generati dai movimenti forzati di massa. Il mancato riconoscimento internazionale dei rifugiati ambientali complica ulteriormente la questione.

La Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati prevede che possa richiedere lo status di rifugiato chiunque si trovi “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato” definizione che non lascia spazio alle cause ambientali come fattore di spinta degli spostamenti di popolazione.

Il termine rifugiato ambientale, accettato orami a livello internazionale nel linguaggio comune, appare quindi improprio alla luce di questa considerazione e all’interno della comunità scientifica mondiale non è stato ancora sciolto il nodo di una definizione più propria soprattutto per la difficoltà di stabilire un legame diretto tra fattori ambientali e diversi casi di migrazioni internazionali massive.

Sulla via del riconoscimento internazionale dei rifugiati climatici si frappone inoltre il timore di compromettere la sensibilità che già è stata acquisita nei confronti dei rifugiati tradizionali e dal timore da parte di governi ed istituzioni di trovarsi in difficoltà nel mettere in atto misure di protezione e di reinserimento dei rifugiati provenienti da zone degradate e dovendo provvedere al loro sostentamento economico.

Già nel 1999, con la pubblicazione del libro “Esodo ambientale”, Norman Mayer metteva il luce le difficoltà incontrate dalla comunità scientifica mondiale sulla via di una definizione sia del fenomeno, sia del livello di tutela giuridica internazionale che dovrebbe essere riservata a questa categoria di persone.  In particolare, per quanto riguarda la definizione, egli pone l’accento sulla necessità di soffermarsi sulla differenza tra “ persone in condizioni modeste ma tollerabili in patria che cercano altrove la possibilità di una vita in condizioni economiche  migliori” e quelle persone che migrano perché sono “spinte da fattori di base del degrado ambientale” Condizione che appare come la caratteristica principale per definire il concetto di rifugiato ambientale. Sono stati proposti numerosi termini alternativi per classificare i rifugiati ambientali, tra cui “persone sfollate per motivi ambientali” e “emigranti costretti da motivi ambientali”, che pur essendo precisi risultano assai meno efficaci e, in effetti, sono quasi ridondanti. Altri suggerimenti spaziano da “eco-migranti” e “eco-evacuati” a “eco-vittime”; però i primi due termini non connotano l’idea di migrazione coatta, mentre l’ultimo non suggerisce affatto l’emigrazione. In ogni caso, sostiene Mayer:“esistono prove lampanti che queste persone, comunque le si voglia designare, sono un’ampia componente fra tutti gli altri rifugiati e, entro i primi anni del prossimo secolo, potrebbero addirittura superare di varie volte il numero degli altri rifugiati”.  Egli propone quindi la seguente definizione operativa: “I rifugiati ambientali sono persone che non possono più garantirsi mezzi sicuri di sostentamento nelle loro terre di origine principalmente a causa di fattori ambientali di portata inconsueta.
Questi fattori comprendono siccità, desertificazione, deforestazione, erosione del suolo e altre forme di degrado del suolo; deficit di risorse come, ad esempio, quelle idriche; declino di habitat urbani a causa di massiccio sovraccarico dei sistemi; problemi emergenti quali il cambiamento climatico, specialmente il riscaldamento globale; disastri naturali quali cicloni, tempeste e alluvioni, e anche terremoti, con impatti aggravati da errati o mancati interventi dell’uomo. Possono concorrere fattori aggiuntivi che inaspriscono i problemi ambientali e che spesso, in parte, derivano da problemi ambientali: crescita demografica, povertà diffusa, fame e malattie pandemiche. Altri fattori ancora comprendono carenze delle politiche di sviluppo e dei sistemi di governo che ‘marginalizzano’ le persone in senso economico, politico, sociale e legale. In determinate circostanze, alcuni fattori possono fungere da ‘scatenanti immediati’ della migrazione, per esempio colossali incidenti industriali e costruzioni di dighe smisurate. Molti di questi fattori possono agire in concomitanza, spesso con effetti cumulativi. Di fronte ai problemi ambientali, le persone coinvolte ritengono di non avere alternative alla ricerca di sostentamento altrove, sia all’interno del loro paese che in altri paesi, sia su base semipermanente che su base permanente”. E sulla questione del mancato riconoscimento internazionale dei rifugiati ambientali sempre Mayer polemizza con chi teme una ricaduta negativa sulla sensibilità che il la comunità internazionale nutre per i rifugiati sostenendo che “È un’opinione che ha una qualche validità operativa, cui si può però controbattere che, attualmente, i più gravi problemi ambientali esercitano, di fatto, un sopruso sul diritto umano ad un accettabile e sostenibile tenore di vita (e si tratta sicuramente di un diritto fondamentale).
Non c’è alcun motivo di pensare che chi fugge da condizioni di privazione estrema in conseguenza di collassi ambientali su vasta scala abbia una più attenuata percezione della propria marginalità sociale e una disperazione minore rispetto a chi fugge da oppressioni politiche o religiose. Non sta forse anch’egli cercando la stessa forma di sicurezza nel senso più definitivo del termine, ossia una sicurezza in grado di farlo sentire nuovamente accettato dalla società, in qualche luogo?”  e poi agiunge “Per decenni la scena è stata dominata dalle categorie di rifugiati che definiamo “convenzionali”, ma ora è giunto il momento di abbandonare formule e definizioni che si rivelano troppo restrittive. Ciò non significa, peraltro, trascurare l’esistenza di fattori che favoriscono la “maniera consolidata di fare le cose”, ossia fattori che rafforzano lo status quo. Esiste una ponderosa struttura di procedure legali e di precedenti istituzionali a garanzia dell’approccio tradizionale (…) ma di fronte ai mutamenti che avvengono nel mondo reale non dovrebbero cambiare allo stesso modo anche le nostre categorizzazioni?

Alla fine di questo primo approccio a ciò che si connota come un vero e proprio esodo ambientale, siamo già in grado di formulare una considerazione fondamentale: è necessario agire sui sintomi, prima che il problema inizi a causare “effetti collaterali” cui sarà tremendamente più difficile porre rimedio.”

Di diversa opinione appare invece il rapporto sul tema pubblicato dall’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che sottolinea l’importanza di non utilizzare il termine rifugiati per indicare categorie di persone diverse da quelle previste nella Convenzione di Ginevra.

A livello italiano, si è parlato del fenomeno in relazione della mancata tutela giuridica di coloro che sono costretti ad emigrare per questo genere di cause e possono essere quindi oggetto di provvedimenti di espulsione, e nel caso dell’Italia del possibile trattenimento nei centri di identificazione che precedono il rimpatrio. E’ certo che storicamente vi è sempre stata  una qualche correlazione tra cambiamenti climatici, disastri naturali, modificazioni del clima  e flussi migratori, ma molti sono convinti che il deterioramento dell’ambiente prodotto dal cambiamento climatico porrà negli anni a venire il tema del rifugiato ambientale al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e degli organismi internazionali. Questo è un elemento di novità che in relazione alla rapidità con la quale si sta evolvendo il processo di cambiamento climatico, rende un fenomeno millenario ricco di spunti di ricerca, di riflessione e di azione mirata. Le vittime delle conseguenze del surriscaldamento sono una categoria di migranti ancora sconosciuta ai più, priva di uno statuto ufficiale, ma destinata a crescere rapidamente. E a pagarne lo scotto ancora una volta sono i paesi più poveri ed in primis le zone costiere e le isole del Sud-est asiatico, così come le aree in via di desertificazione dell’Africa subsahariana. Senza più casa, costretti ad abbandonare la propria terra perché zona a rischio, stravolta dai processi di desertificazione, stress idrico o innalzamento del livello del mare, e in attesa di futuro incerto fatto di piani di trasferimento e reinsediamento. . La nuova ferita apertasi sulla pelle di questo millennio allarma e fa discutere, per poi scivolare nuovamente nel dimenticatoio mediatico, assecondato da un’opinione pubblica oramai sempre più immune al dramma del disastro. 


2. La dimensione del fenomeno

Secondo i dati forniti dal World Disaster Report 2001, dedicato al tema dell’assistenza delle vittime dei disastri ambientali, il degrado dell’ambiente e le catastrofi naturali producono un maggior numero di persone costrette ad abbandonare il loro paese che non i conflitti armati e le persecuzioni politiche e religiose

E’ possibile già individuare delle popolazioni che a causa dei cambiamenti climatici dovranno nei prossimi decenni abbandonare le loro terre. Principalmente si tratta di popoli collocati nelle isole dell’Oceano Pacifico. In Papua Nuova Guinea, i millecinquecento abitanti delle isole Carteret saranno costrette all’evacuazione totale entro il 2020 a causa del progressivo innalzamento delle acque oceaniche e a cui è stato riconosciuto il primato di essere i primi effettivi profughi ambientali a causa del riscaldamento globale.  Sempre nel Pacifico i duemila abitanti dell’Isola di Ontong Java rischiano di vedere inghiottite dal mare le loro terre entro il 2015. In quest’isola già sono ingenti i danni causati dall’intrusione dell’acqua salata che ha devastato le coltivazioni.
Anche le Isole Maldive rischiano di essere sommerse: secondo le previsioni più ottimistiche il livello degli oceani aumenterà di 59 cm circa entro il 2100, secondo le stime dell’Onu e per un arcipelago dove l’elevazione massima sul livello del mare è di 200 metri è ovvio che si apre un problema di sopravvivenza, che ha obbligato il sovrano a proporre l’acquisto di nuove terre  per facilitare lo spostamento degli isolani in caso di emigrazione forzata, utilizzando i proventi del turismo.  Nel resto del mondo l’allarme ambientale sta facendo breccia al punto di far riunire nell’ AOSIS ( Alliance of Small Island States) quarantatre stati insulari appartenenti a Africa, Caraibi, Oceano Indiano, Mediterraneo, Pacifico e Mar Cinese Meridionale.

A sottolineare la crescente importanza degli effetti sulle popolazioni umane dei cambiamenti climatici vi è la costituzione nel 2007 del Global Umanitarian Forum di Ginevra, un’organizzazione internazionale indipendente con a capo Kofi Annan, che si occupa di dare impulso e promuovere una coscienza globale del fenomeno ed incrementare il sostegno alle popolazioni più vulnerabili e maggiormente colpite dai cambiamenti climatici. Per opera del Global forum, per la prima volta nella storia è stato pubblicato un rapporto incentrato esclusivamente sull’impatto globale dei cambiamenti climatici sulle popolazioni umane e che ha calcolato che ogni anno i cambiamenti climatici lasciano sul terreno  trecento mila vittime e trecentoventicinque milioni di persone sono colpite gravemente dai cambiamenti climatici con un costo economico totale di centoventicinquemila milioni di dollari ogni anno che ogni anno vengono devoluti ai paesi colpiti dal fenomeno. Sempre dal rapporto si apprende che le venti nazioni più colpite dai cambiamenti climatici sono responsabili del 1% del totale delle emissioni mondiali e si calcola che il 98% delle persone colpite dai cambiamenti climatici, il 99% di tutte le morti e più del 90% delle perdite economiche sono sopportate dai paesi in via di sviluppo. Sul piano delle previsioni future il rapporto non è affatto ottimista, e si prevede che nel 2030 le morti su scala mondiale dovute ai cambiamenti climatici arriveranno quasi a cinquecentomila unità ogni anno. Il numero delle persone colpite salirà a 660 milioni e rappresenterà la maggiore emergenza umanitaria del mondo. Il costo economico annuale si triplicherà fino a raggiungere un totale di trecentoquarantamila milioni di dollari.


3. Conclusioni e prospettive future.

Alla luce di quanto emerso la questione del riconoscimento giuridico dei rifugiati ambientali è di fondamentale importanza per poter proseguire sulla strada di un intervento concreto a livello globale oltre che per garantire un livello di tutela adeguato ad una porzione della popolazione umana che a quanto i dati dimostrano va aumentando a vista d’occhio. E’ necessario altresì porci il problema dell’effetto che une eventuale riconoscimento internazionale dei rifugiati ambientali avrebbe sulla sensibilità verso i rifugiati tradizionali in un momento storico in cui almeno in Europa le questioni migratorie vengono trattate sempre di più in termini di sicurezza pubblica  e in un’ottica di restringimento della sfera dei diritti riconosciuti e delle conseguenze  che avrebbe sul piano dei rapporti interstatali, nei confronti dei governi dei paesi che sono colpiti dal fenomeno. Va rilevato anche che gran parte delle sofferenze causate dai problemi ambientali esistono delle precise responsabilità politiche interne. I governi dei paesi colpiti da problemi ambientali dovrebbero chiedersi se ritenersi responsabili per le situazioni in cui il collasso ambientale è stato accentuato da politiche che contribuiscono a determinare i problemi, e l’iniqua distribuzione della proprietà fondiaria ne è un ottimo esempio. Spesso, invece, le istituzioni manifestano una totale indifferenza nei confronti dei propri cittadini che si trovano in condizioni di povertà assoluta e che, per l’estremo degrado del loro habitat, possono a stento sopravvivere.

Entro questi limiti la questione dei rifugiati ambientali è anche, in parte, una questione politica, ma siamo ben lungi dal poter affermare che rifugiati ambientali e rifugiati politici vanno tenuti in eguale considerazione. Rimane indubbio che vi è una differenza sostanziale tra subire gli effetti della “negligenza” ambientale e sociale di un governo e quelli della repressione. Bisogna però prendere coscienza che i fattori climatici sono e saranno sempre di più un fattore  di spinta migratoria verso i paesi del nord del mondo. In questa ottica è necessario porre l’accento sulla complessità intrinseca del problema per orientare la ricerca scientifica e le politiche, sia ambientali che migratorie verso la consapevolezza che l’aumento dei flussi migratori nei paesi industrializzati non si esaurisce con le cause tradizionali che vedono le guerre e la povertà come unici fattori presi in considerazione. Alla luce dei fatti povertà, cambiamenti climatici ed eventuali conflitti ( anche ambientali)  molto spesso si trovano in un rapporta causale e sono un binomio interessante da studiare e da inserire nel dibattito quotidiano sui flussi migratori internazionali e sulle politiche da adottare per una gestione il più possibile attenta alle esigenze umanitarie delle popolazioni colpite e sugli effetti che possono provocare le migrazioni di massa sul tessuto socio economico dei paesi di destinazione.
E’ evidente che una gestione migliore dei flussi migratori, regolata da convenzioni internazionali che riconoscessero il fenomeno nella sua peculiare complessità favorirebbe un  intervento migliore sia da parte governativa che da parte delle organizzazioni umanitarie che operano nel settore. Il ruolo del mondo della cooperazione internazionale da sensibilizzare ed orientare verso il problema risulterebbe più efficace se venisse riconosciuto anche solo formalmente uno status ed una adeguata produzione normativa volta a regolare il ruolo degli attori internazionali nel intervento sulla questione. Rimane in ogni caso l’auspicio che la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici convocata a Copenaghen per il dicembre 2009 produca un nuovo accordo internazionale sul clima capaci di integrare le conoscenze apportate dagli studi sull’argomento.

Andrea Del Testa - Esperto dell’immigrazione

A Sud Toscana 

I FIDUCIOSI E GLI SFIDUCIATI

















DI ROBERTO QUAGLIA - Roberto.info

(qualcuno non la capisce e insiste a darti del complottista? mandalo a questo paese! – cioè sulla pagina di questo articolo)
Da qualche anno mi capita di venire sistematicamente molestato da chi, soffrendo evidentemente di allucinazioni, mi da (più o meno esplicitamente) del complottista. Chiariamolo una volta per tutte: nonostante questo vocabolo apparentemente esista, esso non ha legami significativi con la nostra realtà. Dico “apparentemente esista”, poiché sul dizionario Zingarelli questa parola non c’è. E neppure sul Gabrielli. Il correttore ortografico del mio programma di scrittura me lo sottolinea in rosso – anche per lui la parola non esiste. Per migliaia di anni non è mai esistito un complottista – tanto è vero che mancava la parola. Poi c’è stato l’11 settembre e – come ci viene ripetuto in tutte le salse – da quel giorno nulla è come prima. Anche linguisticamente.
Quindi adesso la parola “complottista” esiste, neologismo del 21esimo secolo. E nella mente di chi la usa significa “chi vede complotti ovunque”. Insomma, per certi versi un paranoico, anzi, meglio, un paranoico da operetta, un figuro visionario da deridere così da potersi gongolare in un tronfio senso di goffa superiorità.

In effetti una parola già c’era, a rappresentare questo significato, ed è “complottardo”. Il fatto che nessuno la conosca la dice lunga sull’influenza storica dei complottardi nei nostri confronti. Inoltre, l’accezione principale di complottardo è “chi ordisce complotti, congiure, intrighi”, insomma, c’è sempre stata una certa confusione sul tema.
Il problema vero è alla radice. E’ il vocabolo “complotto” che mal si addice alle discussioni sull’11 settembre, sull’origine antropogenica dei nuovi virus che riempiono i telegiornali, sulla veridicità o meno dello sbarco sulla luna e sui molti altri fatti sui quali cresce il livello di controversia.


Cito dal dizionario Gabrielli:
Complotto: Congiura, cospirazione, trama, maneggio, macchinazione, intrigo, intesa segreta per fini non buoni. Un complotto contro lo stato, un complotto di ammutinamento | Anche in senso non grave. Un complotto tra studenti per beffare un compagno.
Il senso che emerge è quello di un intrigo fra pochi individui – cioè qualcosa lontano anni luce dalle complesse strategie delle grandi nazioni e dei cosiddetti poteri forti. Una nazione pianifica e agisce, non complotta. Il complotto si fa dal basso verso l’alto delle gerarchie, non dall’alto verso il basso. L’altro elemento che c’entra come i cavoli a merenda è il giudizio negativo implicito nella parola complotto. I complotti sono intrinsecamente malvagi. Mi rendo conto che molti non riescono a pensare se non in termini di Bene e di Male, ma quando si esaminano i moventi delle azioni delle grandi nazioni e/o dei grandi poteri le categorie del Bene e del Male c’entrano ben poco – per non dire nulla. A quel livello le cose vengono fatte in quanto necessarie o opportune, e comunque possibili. A quel livello il Bene e il Male sono solo ottimi e collaudati strumenti di marketing ad uso e consumo del grande pubblico, aventi però scarsissima relazione con la realtà delle motivazioni. L’individuo che ruba una mela può finire in carcere, ma la grande nazione che attacca militarmente una piccola nazione violando leggi internazionali che essa stessa ha contribuito a scrivere non viene punita, anzi, il suo leader viene eventualmente insignito del premio Nobel per la Pace, al discorso di accettazione del quale potrà esibirsi in un’elegante apologia della guerra, riscotendo meritati applausi. Il Bene e il Male qui si confondono in modo surreale proprio perché al di là delle convenzioni sociali utili alla convivenza civile delle persone, in realtà non esistono. Ma le convenzioni sociali, utili alla convivenza fra individui, mal si applicano alle grandi forze che fanno la storia.
Gli Stati Uniti bombarderanno l’Afghanistan finché vorranno e potranno, e questa è semplicemente storia del mondo – non è un complotto, né è la conseguenza di un complotto.
Perché l’11 settembre, che viene invocato a pretesto della guerra in Afghanistan, non è stato un “complotto”. E’ stata un’operazione militare di notevole complessità inquadrata in una strategia più vasta e lungimirante che l’emergere di milioni di “complottisti” non ha minimamente scalfito. E giudicarlo in termini di “Bene” e di “Male” (come tipicamente si fa con i complotti) è utile a farci eventualmente sentire buoni e pii e degni di improbabili ricompense celesti, ma ha un scarso (per non dire nullo) impatto sulla realtà degli eventi. Gli americani non fanno la guerra in Afghanistan perché sono cattivi. Lo fanno perché possono e ritengono che ad essi convenga. Può darsi che si sbaglino (Hitler e Mussolini a loro tempo sbagliarono i calcoli, ed indubbiamente la guerra non portò loro i risultati sperati), può darsi di no, solo il futuro ce lo dirà.
Dobbiamo chiarire tutto ciò per liberarci una volta per tutte del mito dei “complotti”, alla base degli orribili e fuorvianti neologismi “complottismo” e “complottista”.
Al livello delle azioni delle grandi nazioni e dei grandi poteri, non ci sono complotti. Ci sono invece elaborate strategie, e complesse e sofisticate operazioni militari e di psyop – operazioni di guerra psicologica.
Il segretissimo Progetto Manhattan, con il quale gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale svilupparono e costruirono la prima bomba atomica, non era un complotto.
Gli attentati terroristici false flag (=compiuti sotto mentite spoglie, per incolpare un nemico e giustificare la propria “reazione”) così di moda oggi, l’ipotesi che i nuovi virus influenzali siano creati in laboratorio, il controllo ormai pressoché totale dei grandi media non hanno nulla a che fare con il concetto di “complotto”. Quando i nazisti e i fascisti controllavano completamente la stampa di Germania e Italia, questo non era il frutto di “un complotto”. Essi la controllavano, e basta! Quindi togliamoci questa parola dalla testa! E’ stata ficcata ad arte nelle nostre teste per confonderci le idee, mandiamola una volta per tutte a quel paese!
Paradossalmente, il più clamoroso complotto degno di tal nome è proprio quello teorizzato nella versione ufficiale del governo statunitense sugli eventi dell’11 settembre. Ditemi se non è questo un complotto esemplare: Un piccolo gruppo di individui molto malvagi (i 19 dirottatori), istruiti dentro a una caverna afgana dal capo di turno della Spectre… ehm, volevo dire di Al Qaeda (scusate il lapsus, ero abituato al fatto che ad avere le basi segrete nelle grotte di paesi esotici fossero solo i nemici di James Bond, utili soprattutto ad esplodere con gran spreco di fuochi d’artificio per fare capire allo spettatore che il film sta finendo), complotta per attaccare di sorpresa il paese più potente del mondo, l’11 settembre 2001, allo scopo di dargli una sonora lezione. Ecco, questo sì che si può chiamare complotto, secondo la definizione che della parola ne danno i dizionari della lingua italiana. Volendo quindi a tutti i costi usare l’orribile parola complottista, dovremmo concludere che gli unici complottisti in giro sono in realtà i sostenitori della versione ufficiale del governo americano sui fatti dell’11 settembre. Ricordiamo che complottista sarebbe “chi vede complotti ovunque”, e mi sembra che l’incessante reiterazione per anni ed anni di allarmi su “cellule dormienti di Al Qaeda” che sarebbero pronte ad entrare in azione ed attaccarci anche se poi questo non succede quasi mai (e quando invece avviene una minima analisi porta subito a sospettare il solito false flag), risponda al requisito “vedere complotti ovunque.” Anche perquisire a fondo per anni ed anni tutti i viaggiatori che negli aeroporti prendono innocentemente un aereo per le vacanze senza mai incappare in uno – dico uno – che stesse cercando di salire su un aereo per dirottarlo, mi pare che sia un ottimo sintomo del “vedere complotti ovunque.” Se in tutti questi anni milioni e milioni di sistematiche perquisizioni in tutti gli aeroporti non hanno trovato e bloccato un singolo terrorista che intendesse far casino sull’aeroplano, quando nel contempo e stato dimostrato che con un minimo di ingegno si riesce ugualmente a contrabbandare armi di ceramica a bordo (un giornalista di Repubblica lo ha fatto), una persona normale dotata di logica giungerebbe alla ovvia conclusione che semplicemente non esiste nessuno al mondo che in realtà voglia fare casino sugli aeroplani. Solo qualcuno che insiste a “vedere complotti ovunque” continuerebbe a perquisire ulteriori milioni di passeggeri, molestandoli con gli insensati sequestri di dentifrici, profumi e creme per la pelle con i quali si vaneggia che si potrebbero confezionare bombe nel cesso dell’aeroplano. Se qualche “complottista” esiste, è indiscutibilmente quindi proprio chi proietta su altri questa etichetta del cazzo. [Nota: Appena scritto questo articolo, è salito alla ribalta della cronaca l’idiota imbarcatosi su un aereo diretto negli Stati Uniti con un pacco di esplosivo malfunzionante nascosto tra i genitali. Chi si lascia impressionare da messe in scena del genere, ovviamente finalizzate a bombardare lo Yemen, si vada a sentire o a leggere l’opinione di Webster Tarpley a riguardo.]
Non mi dilungo ulteriormente sul tema anche perché c’è già in rete chi lo ha fatto con sufficiente eleganza e ricchezza di argomentazioni, e gli interessati possono approfondire cliccando qui e poi qui (ma anche qui non guasta).
Rottamato finalmente l’orribile vocabolo “complottista”, cosa rimane?
Rimane una grande, grandissima divisione fra le persone che formano la società occidentale. Un tempo, le divisioni in seno alla civiltà occidentale si chiamavano “lotta di classe”, e la divisione veniva rappresentata con una metafora spaziale, la divisione del quadro politico in destra e sinistra. Questo mondo non esiste più, anche se molti ancora lo allucinano. In tutto il mondo occidentale non c’è più una destra o una sinistra politica, al di là di una simulazione teatrale peraltro sempre meno credibile, ed una oggettiva differenza antropologica fra chi “si sente” di destra e chi di sinistra. No. L’enorme divisione che si sta formando in seno alla società occidentale è tra coloro che hanno smesso di credere più o meno ciecamente alle informazioni smerciate sul circuito ortodosso dei media, e coloro che invece continuano a crederci. E’ un scisma importante, poiché conduce a due mondi mentali straordinariamente diversi, distanti anni luce uno dall’altro. Quindi è un fenomeno profondamente ideologico. E nessuno lo ha ancora riconosciuto e descritto come tale. Sulla piazza intellettuale si ripete giustamente che le ideologie sono morte. Quelle vecchie. Di quelle nuove non se ne accorge nessuno. Tutti tacciono di questo nuovo, recente, profondo e irrevocabile scisma nel criterio con cui le persone formano i propri modelli di realtà.
Potremmo per il momento chiamare queste due fazioni “i Fiduciosi” e “gli Sfiduciati”.
Fino a pochi anni fa eravamo quasi tutti più o meno Fiduciosi che ciò che il telegiornale ed i giornali ci raccontavano in buona sostanza non si discostasse troppo dalla realtà. Eravamo consci che le notizie potessero essere in parte manipolate o censurate, ma c’era una certa fede nel fatto che il grosso delle informazioni che ci raggiungevano avesse una “massa critica” di realtà, e che quindi, tra le inevitabili bugie, ci comunicasse qualcosa di utile e importante sui fatti del mondo.
Questo sistema è letteralmente andato a pezzi nei primi dieci anni di Internet, e proprio a causa di Internet stesso.
Sebbene il rumore di fondo su Internet sia cresciuto sino a livelli tali da rendere problematico trovare ciò che effettivamente ci possa interessare, la Rete ha nondimeno permesso a tutti gli individui che scovano nel rumore del Villaggio Globale una notizia misconosciuta, ma importante, oppure giungano a ragionamenti brillanti su temi critici, di condividerli con chiunque nel mondo sia ad essi interessato. Storicamente, le epoche “magiche” della cultura umana in cui l’intelletto umano è sbocciato in infiorescenze di genio indimenticabili – la cultura greca, quella latina, il Rinascimento, l’Illuminismo ecc. – non sono state il frutto dell’azione di singoli individui brillanti, bensì il risultato di un fenomeno di risonanza creativa, in cui il genio e la creatività di uno catalizzava il genio e la creatività di un altro, e così via in un mirabile processo di retroazione positivo che amplificava il progresso intellettuale di tutti. Necessario era tuttavia che i soggetti implicati nel processo condividessero uno spazio fisico non troppo esteso, altrimenti come avrebbero potuto incontrarsi e proficuamente interagire?
Internet oggi ha esteso le possibilità di questo processo di risonanza creativa, superando il problema delle distanze fisiche fra i soggetti coinvolti, che pur trovandosi fisicamente agli antipodi uno rispetto all’altro possono ugualmente condividere una sorta di stesso spazio mentale, rendendo possibile l’emergere di vere e proprie tribù delocalizzate, che si scambiano regolarmente informazioni e sviluppano modelli di realtà condivisi.
E’ questo processo di risonanza creativa verificatosi su Internet che ha generato una nuova corrente scismatica di esseri umani: gli Sfiduciati.
Mentre i Fiduciosi continuano imperterriti a brucare innocentemente l’essenza del loro sapere del mondo dall’affezionato tubo catodico ed eventualmente dalle testate giornalistiche che da decenni tengono loro compagnia tutte le mattine a colazione, gli Sfiduciati sentono di essere stati sbattuti fuori a calci nel culo dall’Eden dell’informazione mainstream delle verità rivelate, alle quali non riescono più a credere.
Per il Fiducioso la vita rimane piuttosto semplice: il processo di comprensione e di filtraggio delle informazioni su quanto succeda nel mondo è ancora delegato ai propri telegiornali e giornali preferiti, il che libera l’animo dalla fatica, la perdita di tempo e lo stress di discernere le informazioni significative dalle bufale e dalle notizie irrilevanti.
Per lo Sfiduciato invece le cose si complicano. Sebbene Internet contenga oggi informazioni infinitamente più significative rispetto ai vecchi media, la Rete non contiene soltanto queste. Oltre che informazioni importanti ed analisi illuminanti, in Rete si trova anche una immensa quantità di immani cazzate. A volte, le informazioni utili sono addirittura mescolate alle cazzate, e ci vuole una certa abilità per riuscire ad estrarle dal contesto fuorviante per farne un utile uso.
Poiché il cervello umano ha una forte tendenza alle generalizzazioni, molte persone passate alla categoria degli Sfiduciati diventano semplicemente dei Fiduciosi indiscriminati di tutto ciò che di strambo trovano su Internet. Questo spiega perché molti Sfiduciati, dopo aver smesso di credere ai media tradizionali finiscano poi tristemente per prendere per oro colato i furbi vaneggiamenti di gente come David Icke (secondo il quale siano tutti governati da ibridi alieni rettiliani che hanno mescolato il loro DNA a quello dei potenti della Terra più di 1000 anni fa). In effetti, i personaggi alla Icke non sono affatto casuali, esistono proprio per attrarre i novelli Sfiduciati e trasformarli in una nuova categoria di inoffensivi Fiduciosi. Il vecchio sistema si difende anche così. Icke è soltanto un esempio eclatante, ma la lista dei falsi profeti è lunga assai. Ogni Sfiduciato che si rispetti dovrebbe stilare la propria lista nera di falsi profeti le cui rivelazioni non vanno prese troppo sul serio. (Assieme alle panzane, i falsi profeti mescolano anche informazioni vere, altrimenti chi mai si lascerebbe sedurre da loro?) Non è un caso che gli Sfiduciati opportunamente convertiti in Nuovi Fiduciosi Del Falso Profeta Di Turno siano spesso orgogliosi di riconoscersi in quell’etichetta di “complottista” che persone con maggior senno riconoscono come nettamente insultante. Cornuti e mazziati e contenti, insomma.
Senza arrivare a questi estremi, è tipica in ognuno che abbia perso ogni fiducia nell’informazione mainstream una fase in cui si tenda a credere il contrario di ciò che l’autorità traditrice comunica. Credere il contrario non è la stessa cosa che non credere più, e può condurre a svarioni anche notevoli. Un caso emblematico lo vediamo in occasione del fatto di cronaca dello psicolabile che ha lanciato un Duomo di pietra contro il volto di Berlusconi. Su Internet, si è notata nei forum di discussione una marea di Sfiduciati convinti che l’intero episodio, che pure si è visto bene in televisione, fosse una montatura.
Il sangue? Pomodoro. Il Duomo di pietra? Lo avrebbe appena sfiorato. Qualcuno ha addirittura azzardato che tutta la scena fosse stata manipolata digitalmente. Inoltre, si argomenta, chi è che ha tratto vantaggio politico dall’evento? Berlusconi. Quindi, come l’11 settembre “insegna”, vuol automaticamente dire che si è fatto anche lui l’autoattentato. Ecco, qui vediamo un caso esemplare di Sfiduciati che, anziché limitarsi a chiedere a loro stessi scetticamente se ciò che ci viene mostrato corrisponde al vero (ed in questo caso a rispondersi di sì, perché semplicemente è così) cadono nella trappola di credere per forza al contrario della versione ufficiale, prendendo così una cantonata madornale. Perché ogni tanto – ahimè – qualcosa accade per davvero così come ci viene mostrata. Ma nel suo percorso di emancipazione, lo Sfiduciato è come un bambino che attraversi la sua fase del “no”, ed il suo rifiuto per tutto ciò che giunge dall’autorità è assoluto e indiscriminato. E’ umano che questo fenomeno avvenga, tuttavia – come il bambino infine supera la sua fase del “no” – anche l’adulto Sfiduciato deve liberarsi di questa nuova schiavitù. Perché se prima era uno schiavo asservito a credere a tutto ciò che gli veniva detto, adesso è uno schiavo asservito a credere il contrario di tutto ciò che gli viene detto. Sempre schiavo rimane. Schiavo dell’irrealtà. Per non essere uno schiavo, l’adulto Sfiduciato deve giungere a saper scegliere la visione della realtà più plausibile e probabile, ogni volta, in modo critico e ponderato. E le opinioni preconcette non aiutano in questo processo.
Se il cammino degli Sfiduciati verso una migliore comprensione del mondo è irto di trappole, quello dei Fiduciosi verso una peggiore comprensione del mondo si riempie di vaghi fastidi.
I Fiduciosi non si pongono la domanda del perché in giro ci siano sempre più Sfiduciati. Si chiedono eventualmente invece come mai ci siano sempre più complottisti, ma la curiosità, solo in apparenza intellettuale, è in verità affine a quella che si prova quando ci si chiede perché d’un tratto ci siano così tante mosche che ci ronzano attorno disturbandoci. L’obiettivo non è capire la complessa ecologia delle mosche, bensì come liberarsene.
La BBC ed il Time hanno cercato di spiegare ai propri Fiduciosi lettori perché il mondo intorno a loro si popoli di cotanti complottisti. Par condicio impone che ci si ponga anche la domanda inversa.
L’interrogativo che ogni Sfiduciato fatalmente si rivolge infatti è: come fa così tanta gente a rimanere Fiduciosa? Non c’è una risposta unica. Coloro che assorbono tutte le loro informazioni dalla televisione ed eventualmente dalla lettura di giornali sportivi o di gossip, vivono in un mondo illusorio a perfetta tenuta stagna, un Truman Show di massa a prova di bomba, il Mondo Nuovo profetizzato da Huxley più di mezzo secolo fa. Anche coloro che si spingono un passo più in là e leggono le pagine non sportive dei giornali sono confinati in una versione edulcorata della realtà. Essi sono convinti che i giornali (almeno quelli che leggono loro) siano più o meno liberi di scrivere ciò che vogliono, poiché viviamo in una democrazia anziché una dittatura. E fin qui non si sbagliano. Il loro madornale errore è sulla esatta stima di quel “più o meno”. Ciò che i giornali nascondono loro è di tale portata, che la loro percezione della realtà ne viene catastroficamente distorta (la mistificazione omertosa sui fatti dell’11 settembre ne è un emblematico esempio). Questa fascia di Fiduciosi è solitamente più radicata nelle proprie erronee credenze della fascia più sempliciotta che non legge affatto. La convinzione di essere bene informati agisce con forza contro l’opportunità di scoprire che tale certezza è infondata e c’è una resistenza fortissima ad ammettere che si sono sprecati anni ed anni della propria vita a farsi abbindolare su temi cruciali dai mezzi di informazione in cui si era riposta la propria fiducia. E’ inoltre insopportabilmente umiliante, per chi si pensa intelligente, scoprire di essere invece stato fatto fesso ad oltranza. Chi non ha la forza di inghiottire il rospo, rimane Fiducioso incallito.
La risonanza creativa fra le persone che su Internet collaborano nel tentativo di capire cosa succede al mondo meglio di quanto consentito dai media tradizionali è un fenomeno straordinario, che trova il paio solo con le grandi rivoluzioni culturali del passato. I giornali tradizionali osteggiano questo processo, ma continuando a mentire sui fatti essenziali del mondo perdono costantemente autorevolezza e sempre più lettori Sfiduciati li abbandonano. Le tirature dei giornali sono in forte declino costante in tutto il mondo occidentale. Una parte dei lettori perduti continua a sbirciare le versioni online dei giornali tradizionali. Ma quando è ad essi consentito esprimersi a commento degli articoli, se un giornale fa cadere dall’alto le proprie evidenti fregnacce (soprattutto sul tema della fiction guerra al terrore”) poi si ritrova l’area dei commenti zeppa delle informazioni che esso ha censurato o distorto. Si giunge così al grottesco sublime: al di là delle apparenze, si inverte il flusso delle informazioni, i lettori comunicano all’articolista cosa si è dimenticato di scrivere. Mai nella storia si era visto qualcosa del genere.
Il mondo di internet ha insomma cambiato in modo radicale il paradigma di circolazione delle informazioni. Molti Fiduciosi stentano ad adattarsi al nuovo paradigma.
Prima di Internet era più facile. C’era poco da pensare. Le informazioni giungevano dalle fonti autorevoli di televisione e carta stampata, e pur essendoci divergenza nelle opinioni espresse, c’era una certa coerenza rispetto ai fatti riportarti. Se c’era una guerra, si diceva che c’era una guerra. O al limite una Missione di Pace, il sinonimo ipocrita che va per la maggiore da quando l’Occidente ha adottato la neolingua di Orwell[1]. Per essere informati, bastava tutto sommato credere a ciò che si sentiva e leggeva.
Da quanto Internet ha però moltiplicato a iosa le fonti, si è scoperto che i fatti sono spesso drammaticamente diversi rispetto a quelli riportati sui media tradizionali. Ma su Internet, non tutte le fonti sono affidabili. Ce ne sono semplicemente troppe, perché possano essere tutte attendibili. Credere a ciò che si vede e si legge non basta più. Tocca pensare. Discernere. Discriminare. A parte il cervello, questo richiede tempo e attenzione. Impegnata nelle faccende della propria vita, molta gente non ne ha abbastanza. E per evitare di sconvolgere le proprie certezze ed abitudini, rimane Fiduciosa nel vecchio sistema. Nel breve termine, è indubbiamente più pratico.
La tendenza a credere alle fonti che si reputano “autorevoli” è un processo vecchio come la natura umana. L’origine di questa nostra caratteristica è complessa, e ci vorrebbe un libro intero per tentare di spiegarla. Ma forse possiamo coglierne l’essenza, esemplificandola. Lo scrittore Giulio Cesare Giacobbe ha riscosso un grande successo di vendita con una serie di libri psicologici di divulgazione. Il problema essenziale della maggior parte delle persone – esemplifica efficacemente Giacobbe – è l’incapacità di svilupparsi in un individuo psicologicamente adulto. Dentro molti di noi sopravvive sotto sotto il bambino (o la bambina) rompicoglioni che pretende che ci sia sempre a disposizione il genitore pronto a risolvere i suoi problemi. Il bambino è irresponsabile per natura (e non per niente lo è anche per legge). Parte di questa irresponsabilità si trascina per tutta la vita, e provoca disastri a non finire. Il disastro che ci interessa in questa sede è quello nella fiducia che ci si ostina a riporre nell’autorità che ha già ripetutamente dimostrato di mentirci. Per quante balle il genitore ci racconti, se siamo bambini la nostra fiducia nei suoi confronti non cala (fino a quando eventualmente essa non crolla, dopodiché interviene una fase di odio nella quale si crede il contrario di quanto il traditore, genitore o telegiornale, ci comunica – il crollo della fiducia quindi serve a poco se si rimane psicologicamente bambini).
Molti Fiduciosi hanno avuto accesso, saltuariamente, alle informazioni alternative disponibili su Internet. Hanno potuto verificare con i loro occhi che gli Autorevoli Giornali e Telegiornali in certe importanti occasioni hanno loro mentito. Ma di norma la loro fiducia non viene meno. Un caso esemplare è la grave crisi economica in atto. Annunciata già da anni dalle cassandre “complottiste” su Internet, ha colto milioni e milioni di persone di sorpresa quando a settembre 2008 è deflagrata in uno dei peggiori crolli dei mercati a memoria d’uomo. Ancora nel mese di luglio 2008 gli “autorevoli” giornali da cui i Fiduciosi brucano le loro razioni di realtà quotidiana suggerivano che a settembre si sarebbe potuta vedere una ripresa dei mercati. Nello stesso momento, su Internet si davano già le date del probabile crollo. Settembre.
Due mesi dopo, puntualmente, i risparmi di milioni e milioni di persone scomparivano nel nulla, per lo stupore dei Fiduciosi. Adesso, poco più di un anno dopo, gli stessi giornali che mentirono allora, ci promettono che “la ripresa si vedrà nel 2010 o 2011”. E cosa fanno i Fiduciosi, già traditi (quindi cornuti) dai loro autorevoli giornali nel 2008? Ci credono, ovviamente. Cornuti e prossimamente di nuovo mazziati. Per quante balle ci racconti un genitore, se si vuole rimanere bambini bisogna continuare a credere alle sue parole. (Paradossalmente, gli si crede anche quando la fiducia tradita si commuta in odio, dato si crede all’esatto contrario di ciò che dice)
Infatti il vero problema, alla resa dei conti, non è il superare la fiducia cieca nelle autorità viste come genitore, bensì diventare psicologicamente adulti così da non avere bisogno di questo surrogato istituzionale dei propri genitori. Mi spiego meglio: come forse saprete, esiste un notevole movimento popolare, negli Stati Uniti, ma anche in altre nazioni occidentali, che chiede a viva voce una nuova investigazione sui fatti dell’11 settembre. Ma a chi si chiede di effettuare questa investigazione? Beh, agli stessi che l’11 settembre lo avrebbero organizzato, naturalmente (non esattamente gli stessi individui, ma il senso è quello). Ma come? Dici che l’11 settembre è stato organizzato dal governo e poi chiedi al governo di investigare? E’ come un bambino che essendo giunto alla conclusione che suo papà gli ha rubato i soldi dal salvadanaio chiede al papà di aprire una commissione d’inchiesta sul furto, per indagare se stesso. Cosa si aspetta di ottenere il bambino? Qualsiasi siano le sue nobili aspettative, la cosa più concreta che riuscirà a ricavarne è un sonoro ceffone. Il potere non investiga se stesso. E se lo fa, lo fa per finta. Chiedergli di farlo è infantile come l’esempio del bambino che rompe le palle al papà ladro. In questo caso vediamo come molti Fiduciosi, divenuti Sfiduciati, rimangano tuttavia psicologicamente bambini (e quindi intrinsecamente Fiduciosi) che chiedono all’autorità cattiva e traditrice di tornare ad essere l’autorità buona ed onesta che essi credevano che fosse – ovvero in altre parole chiedono all’autorità di imparare a mentire meglio, a fingere meglio di essere un’autorità buona (i famigerati processi ai capri espiatori servono ben a questo), così che essi possano tornare in quella innocenza condizione di Fiduciosi dalla quale sono stati estromessi a calci nel culo e della quale hanno una dannata nostalgia. Tutto ciò è piuttosto risibile e patetico. Quando capisci che le cose non stanno come vorresti tu, i casi sono due: o ti dai da fare per esercitare tu il potere che secondo te altri stanno esercitando in modo sbagliato (approccio rivoluzionario), oppure sei pienamente appagato dal solo fatto di capire (approccio filosofico). Mugugnare è infantile, e se anagraficamente non sei più un bambino, ciò è anche patetico.
Come detto, i motivi per cui molte persone rimangono così a lungo Fiduciose sono parecchi. I nostri modelli di realtà si riducono fondamentalmente a narrazioni che noi abbiamo elaborato per noi stessi, e che ci ripetiamo di tanto in tanto secondo necessità. Più tempo ed energie abbiamo investito nella costruzione di una narrazione interiore, meno siamo disposti a buttare via l’investimento a favore di una narrazione alternativa, non importa quanto migliore. E’ anche per questo che più si invecchia, meno si cambiano le proprie idee. L’investimento negli anni nelle proprie narrazioni è semplicemente troppo elevato per poterci rinunciare. Ci si affeziona alle proprie idee come ai propri figli (d’altra parte sono entrambi dei replicatori, i figli replicano i geni, le idee replicano i memi – si legga in proposito Il Gene Egoista di Dawkins).
Molti Fiduciosi camminano in bilico sull’orlo della perdita di fiducia. Ho incontrato parecchi Fiduciosi che, di fronte ad argomenti forti vacillavano, si incupivano, sembravano essersi convinti e si lasciavano sfuggire che se ciò che sostenevo fosse vero essi non avrebbero più potuto (o voluto) vivere in un mondo così disgustoso. Il giorno dopo la loro mente era di nuovo sgombra da dubbi ed essi erano di nuovo confortabilmente arroccati nella placida sicumera dei Fiduciosi.
Ma si può anche decidere intenzionalmente di rimanere Fiduciosi, se si è saggi abbastanza. Negli ultimi anni della sua vita, il grande scrittore americano Robert Sheckley è stato un mio stretto amico. Assieme, abbiamo ripetutamente girato mezza Europa, e discusso di molte cose. A settembre del 2004, mentre stavo scrivendo il mio libro Il Mito dell’11 Settembre, andammo insieme ad un convegno letterario a San Pietroburgo, ed io non resistetti alla tentazione saggiare la sua opinione sui fatti dell’11 settembre. Per ovvi motivi, all’epoca avevo spesso questo tema per la testa. L’opinione di Sheckley a riguardo si rivelò molto convenzionale, il che mi stupì poiché Sheckley disponeva indubbiamente una mente ben poco convenzionale. Dissi solo un paio di frasi nella direzione che ben immaginerete, e poi tutto successe molto rapidamente. Mi guardò con occhi furbi e sorriso sospettoso e divertito. Io azzardai altre due frasi e poi lui mutò espressione e mi interruppe, dicendo: “Non voglio sapere altro. Conosco già questa storia. E’ la solita storia degli uomini e del mondo. E’ sempre la stessa storia. Non importa chi sia stato a fare cosa stavolta, chi abbia ucciso chi e perché. E’ in ogni caso esattamente sempre la stessa storia schifosa, e non mi interessa. Perché se inizio a sapere dei dettagli poi ne voglio conoscere altri e poi va a finire che mi arrabbio, e se mi arrabbio poi mi tocca perdere il mio tempo a pensare a queste porcherie invece che a ciò a cui io voglio pensare, a ciò che mi interessa davvero.”
Non aggiunsi parola. E’ un punto di vista saggio e pienamente rispettabile. Sheckley aveva interesse per altri misteri dell’esistenza ed era sua piena libertà usare la sua mente per pensare a ciò che era per lui interessante pensare. Intuì evidentemente che poche frasi ancora da parte mia e la sua intelligenza gli avrebbe impedito di continuare a non capire di quale illusione fosse vittima. Decise intenzionalmente di rimanere Fiducioso su questo tema, per l’inutilità generale e dannosità personale dell’essere Sfiduciato. Per inciso, Sheckley non ha mai avuto timore di guardare a fondo negli abissi della Realtà e dell’animo umano; per chi non conosce la sua opera (male!) basti dire che negli anni cinquanta, all’alba della televisione, già preconizzò nei suoi racconti l’avvento di reality shows dove i concorrenti sarebbero potuti venire ammazzati o salvati dai telespettatori – si vedano i film tratti dalle sue opere, fra cui La decima Vittima e Le prix du Danger) Un’anno dopo l’episodio citato, all’età di 77 anni, Sheckley morì, ma dopo aver trascorso l’ultimo anno della sua vita a pensare a ciò che voleva lui. Aveva indubbiamente fatto la cosa più saggia.
Una nota speciale la meritano i Fiduciosi che popolano il mondo della letteratura di fantascienza, ed in particolare gli amanti dello scrittore Philip K. Dick. Il concetto di una visione illusoria della realtà che si sfalda e va infine in frantumi, rivelando una realtà retrostante totalmente diversa, è un tema comune nella buona letteratura di fantascienza. Verrebbe da pensare che gente avvezza a questi scenari possa essere più sensibile di altri a riconoscere per tali le quinte della mistificazione quando ne fosse vittima. La mia impressione (frequentando spesso questo ambiente) è che non sia tuttavia così. La quantità dei Fiduciosi non mi pare inferiore a quella in altri segmenti di popolazione. Avere dimestichezza con scenari fantastici di società folli ove vigano regimi di mistificazione totale e sistemica, non basta a riconoscerli quando si verificano per davvero. E’ proprio vero che la mente umana è fatta a strati, spesso divisi come compartimenti stagni. Un’anima cyberpunk cinica e disincantata può convivere nel cervello di una persona avvezza a cartomanti ed altre cialtronerie.