giovedì 7 gennaio 2010
Yemen, fuga di notizie
07/01/2010
Le autorità di Sana'a smentiscono l'arresto del capo di al-Qaeda, anche perché quello vero è un imam nato e cresciuto negli Usa .
Il vertice di martedì 5 gennaio nella Situation Room, un locale blindato qualche piano sotto lo Studio Ovale alla Casa Bianca, deve essere stato un vero e proprio regolamento di conti tra le troppe agenzie della sicurezza negli Usa. Il presidente Obama furioso, attaccato dai media conservatori e non, voleva subito un risultato da esporre nei telegiornali degli Stati Uniti d'America.
Errore di persona. La fretta, però, è cattiva consigliera e ieri i media Usa ed europei si sono precipitati a celebrare l'arresto del 'capo di al-Qaeda in Yemen'. Solo che non era vero, sia perché le autorità yemenite oggi hanno smentito di aver arrestato Mohammad Ahmed al-Hana sia perché non è lo stesso al-Hana il leader della rete di estremisti islamici nello Yemen.
La fretta, come detto, di segnare un punto a favore della 'lotta al terrorismo' ha confuso le carte. Al-Hana, in realtà, è l'uomo che comandava la cellula che, nei giorni scorsi, si è impadronita di un carico di armi ed esplosivi che viaggiavano (piuttosto incautamente) su sei camion dell'esercito yemenita diretti alle truppe al fronte che combattono nel governatorato di Saada, nello Yemen settentrionale, contro i ribelli sciiti fedeli al predicatore al-Houti. I fondamentalisti di al-Hana hanno attaccato il convoglio e si sono impadroniti delle armi. Allarme rosso in Yemen e ambasciate che chiudono nella capitale, in quanto tutti erano convinti che il carico sarebbe stato utilizzato per colpire obiettivi nella capitale.
Ansia da prestazione. Nelle prime ore dopo la scomparsa del carico i reparti speciali dell'esercito yemenita hanno dato vita a una furiosa caccia all'uomo e, nel giro di poche ore, hanno ritrovato la banda e hanno ingaggiato battaglia. Due miliziani, il 5 gennaio, sono stati uccisi durante l'operazione e altri tre feriti e poi piantonati in ospedale. Ieri, 6 gennaio, la diffusione della notizia della cattura di Mohammad Ahmed al Hana, capo del gruppo, sfuggito in un primo momento alla cattura.
Notizia eccellente per Obama che, domani, ha annunciato un resoconto sconvolgente che dimostra come l'intelligence Usa aveva tutte le informazioni necessarie per fermare Umar Farouk Abdulmutallab, il ragazzo nigeriano che il 24 dicembre scorso ha tentato di farsi esplodere su un volo Amsterdam - Detroit.
Sul sito dell'ambasciata Usa a Sana'a, prontamente riaperta, il Dipartimento di Stato statunitense si congratulava con le autorità yemenite e, anche se non poteva scriverlo, riteneva di poter meglio giustificare la pioggia di denaro che arriva da Washington ma che per adesso ha prodotto risultati mediocri.
Washington - Sana'a: alta tensione. Prima di tutto l'evasione, nel febbraio 2006, di 23 detenuti da un carcere di massima sicurezza della capitale yemenita. Tra loro le menti dell'attentato dell'ottobre 2000 contro il cacciatorpediniere Uss Cole della marina militare Usa, nel quale persero la vita 17 marinai statunitensi. Come se non bastasse, sono decine i detenuti di Guantanamo che provengono dallo Yemen e molti di quelli rilasciati e spediti in patria sono tornati nel giro di poche ore tra le file dei combattenti. Il presidente Usa Obama, in campagna elettorale, ha fatto della chiusura della prigione di Guantanamo un punto d'onore per lo stato di diritto Usa. Per adesso la base è ancora aperta, ma Obama e il suo staff già immaginano gli attacchi della destra rispetto alla chiusura della prigione.
Insomma serviva un risultato, ma è quello sbagliato. Come detto Mohammad Ahmed al-Hana non è tra le persone catturate ieri e, cosa ancora più importante, non è il capo di al-Qaeda in Yemen.
Il vero leader, re incontrastato del web con le sue fatwe, è Anwar al-Awlaki, l'uomo indicato dallo stesso ministro degli Interni dello Yemen come mentore di Abdulmutallab.
Il vero capo. Al-Awlaki, 38 anni, è nato negli Usa, nel New Mexico, dove suo padre insegnava all'università. Dopo studi da ingegnere, si è dato agli studi religiosi diventando uno degli imam più estremisti. Sempre lui avrebbe istruito Nidal Malik Hasan, l'ufficiale che ha massacrato il 5 novembre scorso 13 persone nella base militare Usa di Fort Hood.
Al-Awlaki tornò in Yemen con la famiglia, prima di rientrare negli Usa dove lavorò come imam a San Diego e dintorni. Venne arrestato una prima volta nel 1996, con l'accusa di induzione alla prostituzione. Una pagina oscura nella vita di questo fervente musulmano, o più prosaicamente dei contatti con reti di criminalità ordinaria per finanziare altre attività? In quel periodo ha frequenti contatti con almeno due degli attentatori dell'11 settembre 2001. Proprio dopo l'attacco alle Torri Gemelle lascia per sempre gli States, ma non si rifugia su una montagna abbandonata del Pakistan, bensì a Londra. La capitale del più importante alleato Usa nel mondo lo ospita per ben due anni, prima di tornare in Yemen. Dove si trasferisce, indisturbato, nella provincia di Shabwa. Gli Usa, alo Yemen, hanno dato milioni di dollari per combattere persone come Anwar al-Awlaki, ma nulla è stato fatto. Obama, nel suo rapporto sconvolgente, dovrebbe spiegare come è possibile che al-Awlaki si sia mosso, per anni, liberamente. E dovrebbe farlo anche se è molto imbarazzante ammettere che è lui il vero capo di al-Qaeda in Yemen.
Christian Elia
http://it.peacereporter.net/
Errore di persona. La fretta, però, è cattiva consigliera e ieri i media Usa ed europei si sono precipitati a celebrare l'arresto del 'capo di al-Qaeda in Yemen'. Solo che non era vero, sia perché le autorità yemenite oggi hanno smentito di aver arrestato Mohammad Ahmed al-Hana sia perché non è lo stesso al-Hana il leader della rete di estremisti islamici nello Yemen.
La fretta, come detto, di segnare un punto a favore della 'lotta al terrorismo' ha confuso le carte. Al-Hana, in realtà, è l'uomo che comandava la cellula che, nei giorni scorsi, si è impadronita di un carico di armi ed esplosivi che viaggiavano (piuttosto incautamente) su sei camion dell'esercito yemenita diretti alle truppe al fronte che combattono nel governatorato di Saada, nello Yemen settentrionale, contro i ribelli sciiti fedeli al predicatore al-Houti. I fondamentalisti di al-Hana hanno attaccato il convoglio e si sono impadroniti delle armi. Allarme rosso in Yemen e ambasciate che chiudono nella capitale, in quanto tutti erano convinti che il carico sarebbe stato utilizzato per colpire obiettivi nella capitale.
Ansia da prestazione. Nelle prime ore dopo la scomparsa del carico i reparti speciali dell'esercito yemenita hanno dato vita a una furiosa caccia all'uomo e, nel giro di poche ore, hanno ritrovato la banda e hanno ingaggiato battaglia. Due miliziani, il 5 gennaio, sono stati uccisi durante l'operazione e altri tre feriti e poi piantonati in ospedale. Ieri, 6 gennaio, la diffusione della notizia della cattura di Mohammad Ahmed al Hana, capo del gruppo, sfuggito in un primo momento alla cattura.
Notizia eccellente per Obama che, domani, ha annunciato un resoconto sconvolgente che dimostra come l'intelligence Usa aveva tutte le informazioni necessarie per fermare Umar Farouk Abdulmutallab, il ragazzo nigeriano che il 24 dicembre scorso ha tentato di farsi esplodere su un volo Amsterdam - Detroit.
Sul sito dell'ambasciata Usa a Sana'a, prontamente riaperta, il Dipartimento di Stato statunitense si congratulava con le autorità yemenite e, anche se non poteva scriverlo, riteneva di poter meglio giustificare la pioggia di denaro che arriva da Washington ma che per adesso ha prodotto risultati mediocri.
Washington - Sana'a: alta tensione. Prima di tutto l'evasione, nel febbraio 2006, di 23 detenuti da un carcere di massima sicurezza della capitale yemenita. Tra loro le menti dell'attentato dell'ottobre 2000 contro il cacciatorpediniere Uss Cole della marina militare Usa, nel quale persero la vita 17 marinai statunitensi. Come se non bastasse, sono decine i detenuti di Guantanamo che provengono dallo Yemen e molti di quelli rilasciati e spediti in patria sono tornati nel giro di poche ore tra le file dei combattenti. Il presidente Usa Obama, in campagna elettorale, ha fatto della chiusura della prigione di Guantanamo un punto d'onore per lo stato di diritto Usa. Per adesso la base è ancora aperta, ma Obama e il suo staff già immaginano gli attacchi della destra rispetto alla chiusura della prigione.
Insomma serviva un risultato, ma è quello sbagliato. Come detto Mohammad Ahmed al-Hana non è tra le persone catturate ieri e, cosa ancora più importante, non è il capo di al-Qaeda in Yemen.
Il vero leader, re incontrastato del web con le sue fatwe, è Anwar al-Awlaki, l'uomo indicato dallo stesso ministro degli Interni dello Yemen come mentore di Abdulmutallab.
Il vero capo. Al-Awlaki, 38 anni, è nato negli Usa, nel New Mexico, dove suo padre insegnava all'università. Dopo studi da ingegnere, si è dato agli studi religiosi diventando uno degli imam più estremisti. Sempre lui avrebbe istruito Nidal Malik Hasan, l'ufficiale che ha massacrato il 5 novembre scorso 13 persone nella base militare Usa di Fort Hood.
Al-Awlaki tornò in Yemen con la famiglia, prima di rientrare negli Usa dove lavorò come imam a San Diego e dintorni. Venne arrestato una prima volta nel 1996, con l'accusa di induzione alla prostituzione. Una pagina oscura nella vita di questo fervente musulmano, o più prosaicamente dei contatti con reti di criminalità ordinaria per finanziare altre attività? In quel periodo ha frequenti contatti con almeno due degli attentatori dell'11 settembre 2001. Proprio dopo l'attacco alle Torri Gemelle lascia per sempre gli States, ma non si rifugia su una montagna abbandonata del Pakistan, bensì a Londra. La capitale del più importante alleato Usa nel mondo lo ospita per ben due anni, prima di tornare in Yemen. Dove si trasferisce, indisturbato, nella provincia di Shabwa. Gli Usa, alo Yemen, hanno dato milioni di dollari per combattere persone come Anwar al-Awlaki, ma nulla è stato fatto. Obama, nel suo rapporto sconvolgente, dovrebbe spiegare come è possibile che al-Awlaki si sia mosso, per anni, liberamente. E dovrebbe farlo anche se è molto imbarazzante ammettere che è lui il vero capo di al-Qaeda in Yemen.
Christian Elia
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La prima volta di Mediaset
Antonio Sciotto
I dipendenti Mediaset si preparano al primo sciopero nazionale della loro storia: la notizia ufficiale dovrebbe arrivare già questa mattina, con un comunicato di Cgil, Cisl e Uil. La data più probabile, domenica prossima: il Tg5 potrebbe non andare in onda, come sono a rischio la Domenica 5 di Barbara D'Urso e le trasmissioni Premium legate al calcio. La scintilla che ha fatto scoppiare la protesta è un fax mandato alla vigilia dell'Epifania ai sindacati: si annuncia l'esternalizzazione del settore «Sartoria, Trucco e Acconciatura» (detto più comunemente «Trucco e Parrucco»), 56 dipendenti tra Milano e Roma. Un colpo improvviso precipitato tra gli interessati, anzi tra le interessate visto che sono quasi tutte donne: la cessione a un'altra società viene vista un po' come l'anticamera del licenziamento, o comunque come la minaccia di un futuro incerto. «Così diventiamo tutte precarie - ci spiega una delle truccatrici romane, che vuole restare anonima - Siamo tutte donne sopra i 40 anni, perlopiù separate o sole con figli: una di noi questa mattina si è messa a piangere, appena ha saputo».
La preoccupazione, però, così come tra truccatori, parrucchieri e sarti, si è diffusa in tutta l'azienda. Un po' tutto il modello Mediaset è cambiato negli ultimi anni, e il timore dei dipendenti - tecnici, cameramen, produzione - è che questa esternalizzazione sia solo l'inizio. Trucco e acconciatura saranno ceduti alla «Pragma service srl», perché, ha spiegato l'azienda, «detti servizi non rappresentano una attività caratteristica del processo produttivo televisivo»: «Ma a questo punto - si chiede Roberto Crescentini, delegato Fistel Cisl - cosa sarà più definibile come "servizio caratteristico"? Potrà capitare lo stesso alla produzione, al montaggio, ai cameramen». E segnali che non si punti più sugli interni, ma che si preferisca affidarsi a service appaltati o a semplici precari sottocosto, arrivano ormai da tempo.
La sottoutilizzazione e marginalizzazione del personale Mediaset era già stato oggetto di un primo sciopero, fatto qualche mese fa, ma dal solo personale Videotime (riprese, tecnici sartorie, produzione): adesso, lo stop che si deciderà per i prossimi giorni, coinvolgerà invece anche Rti (redazione programmi) ed Elettronica industriale (il personale che si occupa della diffusione del segnale). In tutto, se comprendiamo anche gli addetti della Mediashopping (televendite), 3796 dipendenti.
I parrucchieri raccontano di come gli interni vengano utilizzati sempre meno, mentre per le grosse star si arrivano a impiegare «esperti di immagine» a 700 euro al giorno, oppure - all'altro estremo - giovani impiegati presso Srl o cooperative che guadagnano 6 euro l'ora. Così avviene per le troupes televisive: all'ultimo evento della Fao, la cui sede è a 200 metri dal Centro Palatino del Tg5, non è andata neppure una troupe interna, ma sono stati spediti operatori in appalto. Lavoratori che si riescono a pagare, tutto compreso, anche 50-60 euro per 8-10 ore di lavoro. Un bel risparmio.
D'altra parte, gli sprechi, raccontano i sindacati, ci sono eccome: gli appalti, in molti casi, costano di più degli interni. O affittare studi come Cinecittà, dove oltre alle scrivanie si deve pagare anche una voce per gli apparecchi telefonici, e persino le chiamate Roma su Roma non sono urbane, ma vengono spesso conteggiate come quelle fatte dagli alberghi.
Non basta: essere esternalizzati, vuol dire perdere il contratto integrativo Mediaset, dunque diritti e benefit. Addio al premio di risultato, ai fondi Unisalute (assicurazione sanitaria) e Mediafond (pensione integrativa), ma anche al diritto di passare allo straordinario dopo 7 ore e non dopo 10, come prevede il contratto nazionale, al godimento di orari migliori. «Dopo vent'anni in Mediaset, è come dire che ci stanno licenziando - spiega una delle lavoratrici - E poi questa Srl che ci assume, che garanzie ci dà? Ci fornirà i materiali per lavorare, e di che qualità? Ci pagherà i pasti?».
E dire che il presidente Fedele Confalonieri, alla vigilia delle feste di Natale, era venuto a Roma per un brindisi con i dipendenti, un saluto di fine anno. Aveva assicurato che nessuno rischia il posto, in un'azienda sana come Mediaset, nonostante la crisi. E il vicepresidente Piersilvio Berlusconi di recente ha annunciato l'acquisto di due tv in Spagna, sottolineando che il gruppo è più che in salute. «Ma a noi non fanno vedere neppure il piano industriale», protesta la Cisl, «quando li incontriamo dicono che tutto va bene, ma dei progetti non si sa nulla».
I giornalisti per il momento non scioperano, ma seguono con attenzione le vicende che coinvolgono tutti gli altri dipendenti Mediaset: anche perché il 22 dicembre scorso è stata ufficializzata la decisione di accorpare tutti i redattori del Tg4 e di Studio Aperto, oltre ai corrispondenti (anche del Tg5), in un'unica maxi-agenzia, di cui non si conoscono bene i contorni. Pure in questo settore le proteste non mancheranno.
Italia IL PARADIGMA DI STRISCIA, COSTANZO, LE IENE, MANDELA. LA VIA DELLA ROVINA E I VOSTRI DUBBI
DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info/
C’è un dubbio fondamentale che perseguita le menti di tanti lettori intelligenti e coscienziosi, non scherzo, non c’è ironia. Essi sanno bene che, a dir la verità, diversi fra i nomi che costellano la loro progressione civica e intellettuale sono non proprio immacolati, eppure servono. Travaglio pecca di arroganza, è un filosionista quindi paladino di una giustizia part time, si dimostra omertoso coi suoi compagni di merende, non parla mai del vero Potere, il suo giornale meno che meno, ci annebbia la vista ipertrofizzando Berlusconi. Ma è innegabile che senza di lui migliaia di cittadini, soprattutto i giovanissimi, non avrebbero mai avuto le conoscenze per combattere l’odierna Casta, poiché Travaglio è a tutti gli effetti un cronista che morde duro alle calcagna del clan di Arcore. I lettori sanno che Milena Gabanelli… oddio, avete letto Dagospia l’altro giorno? Che brutto l’inciucio della signora di Report con Prodi, la Sogin e Massimo Romano; se è tutto vero c’è da preoccuparsi tanto. E poi che fastidio la vicenda con Barnard e Censura Legale, una bruttissima macchia per lei. E le puntate pro Tav e quella sul debito pubblico? Ohi, ohi…
Così come la culla craxiana da cui la paladina proviene, non proprio un pedigree da paladina, appunto. Ma se togli Report cosa rimane in Italia? Senza le puntate di Milena, è innegabile, c’è il buio, la morte civile in Tv. I lettori sanno altresì che Antonio Di Pietro ha firmato lo scandaloso Trattato di Lisbona, che maneggia i denari di partito con una certa disinvoltura, che quel suo figlio lo ha a dir poco allevato male e protetto troppo, che sguazza nel fango inquietante della Casaleggio Associati, con tutte quelle connessioni in Telecoms e banche d’investimento (leggi la Mafia maggiore), e che l’ex magistrato puzzicchia un poco (tanto) di giustizialista di destra. Eppure Tonino fa battaglie che non si possono non condividere, e di nuovo va detto che se togli lui, alle urne che si fa? Grillo, mamma mia, neppure inizio, già sapete, i miliardi, il merchandising alla Vanna Marchi, le sparate nel mucchio, la censura sul suo blog, la “gestione fascistoide delle sue liste”, la Cultura della Visibilità replicata… Ma anche Beppe rappresenta in Italia una sponda fortissima che ha fermato il naufragio dei Movimenti dopo il 1999 e dopo il flop di Nanni Moretti, l’unica così potente a dir la verità. Facebook, in ultimo, si sa che è uno strumento di obnubilazione di massa, che ha strappato ai cittadini la più immensa banca di dati personali nella Storia (se la ridono alla CIA, Microsoft, Telecoms, e ITCompanies, o i tipi alla Bearing Point, Murdoch, Pio Pompa ecc.) e che sta esasperando il rovinoso attivismo di tastiera. Tutto vero, però è Facebook e non altri che permette oggi a tantissimi membri della famosa ‘massa’, e di nuovo ai ragazzini/ragazzine, di essere raggiunti dalle parole dei sopraccitati, dei dissidenti, dalle notizie censurate, e anche dalle tue di parole caro Barnard, cosa che non sarebbe mai accaduta senza. Allora, sono da tenere o da buttare tutti costoro?
Qui sta il dilemma di tanti. Esso alberga in quell’angolo recondito dell’anima dove ha luogo un fastidioso tiro alla fune fra la coscienza (“non sono puliti, non fidarti”) e il realismo (“sarà anche, ma sono utili però”). La coscienza reclama l’integrità morale sopra ogni cosa, il realismo la considera, al contrario, una pericolosa devianza fanatica che finisce per cancellare dalla società anche quel poco di buono che c’è. E Barnard ne incarna il peggio, alcuni dicono, fosse per lui avremmo un mondo senza Marco, Milena, Tonino, Beppe e neppure Facebook. Bella roba. Voglio rispondere a quel dilemma, una volta per tutte, è terribilmente importante. E vi dico subito che la vittoria nel tiro alla fune delle forze del realismo è una catastrofe, le cui propaggini precedono nel tempo il fenomeno dei ‘paladini’ dell’Antisistema e le cui conseguenze pagherete terribilmente care. Per capire cosa sto dicendo considerate Striscia la Notizia, il Costanzo Show, le Iene. Questi fenomeni di comunicazione di massa ricalcano perfettamente gli ingredienti dei sopraccitati fenomeni di comunicazione alternativa. Vi si trova infatti un abile mix di negativo e positivo, talmente abile che il medesimo dilemma assale altri cittadini: sì, sono buffonate, è tutto per far soldi, Costanzo è un padrino piduista, tritano tette culi e gossip caciarone… ma... Ma a dire il vero Striscia e le Iene denunciano una valanga di porcherie a milioni di cittadini (a delle audience mille volte la nostra) che altrimenti non le saprebbero mai, e i politici rispondono in fretta; a dire il vero hanno il coraggio (e i soldi) di sputtanare un sacco di malfattori su segnalazioni di persone comuni, cosa che il Corriere o il TG1 e neppure il Fatto farebbero mai, ed è questo lo stare dalla parte della ‘gente’; a dire il vero l’Italia è costellata oggi da migliaia di famiglie che devono la loro salvezza o perlomeno un aiuto vitale a Greggio, Lucci, o a Costanzo. E non fu quest’ultimo che portò in televisione per primo la lotta contro la discriminazione dei sieropositivi? Non ha proprio lui contribuito all’accettabilità dei disabili, degli emarginati, degli ammalati portandola per decenni nei salotti dell’Italietta discriminatoria e razzista? Ed ecco che milioni di italiani degni risolvono quel loro tiro alla fune col medesimo realismo che nell’Alternativa assolve Travaglio, Grillo e Facebook: ok, hanno mille difetti, ma alla fine fanno una montagna di cose giuste, punto.
Lo so che siete già schizzati in avanti con la risposta, ma vi blocco. Attenti. Vi è facile scartare queste ultime conclusioni seppellendole con una montagna di critiche all’abiezione del sistema massmediatico Mediaset, dopotutto lo amministra “il diavolo”, dico bene Tonino? Ma chiedo: se riuscite per un attimo a rimanere osservatori esterni, distaccati, potete forse evitare di vedere che il paradigma dell’assoluzione di Striscia, Iene e Costanzo è identico a quello che invece così generosamente applicate a Grillo, Gabanelli e Co.? Non è forse vero che in entrambi i casi entra in funzione una bilancia sui cui piatti è stato messo il male e il bene, e che si è fatta pendere dalla parte del bene nel nome di un interesse collettivo superiore? Lo fate voi coi paladini e con Facebook, ma lo fanno milioni di altri esseri umani degni con Ricci, Blasi e Costanzo. Forse che il vostro interesse è di natura superiore al loro?
Eppure la cosa è, e vi è, ovvia: voi stessi argomentereste subito, in un dibattito con i fans dei paladini di Striscia e Co., che il danno complessivo e a lungo termine che il Sistema massmediatico berlusconiano fa alla società è immensamente superiore ai vantaggi a breve termine delle loro battaglie civiche e di denuncia. Gli direste che, parafrasando il Vangelo, “non puoi servire due padroni”, o stai dalla parte della morale civica sempre oppure non vali nulla; non puoi da una parte rimestare Vippismo e culi e dall’altra predicare virtù; il mix che ne esce è mefitico, la gente ne viene inquinata, anzi, peggio, in essa si innesta una dissociazione percettiva fatale, quella che avvalla il fatto che se con una mano fai il bene con l’altra puoi anche lordare il tuo mondo, te lo si perdona.
Bene, ogni singola parola scritta sopra io ve la rigiro sui vostri paladini e su Facebook. Chi come loro è morale part time; chi è mosso da compassione da questa parte ma spietato da quell’altra; chi sfodera la spada con quei potenti ma fa lo stuoino con questi altri; chi si batte per i diritti di qua ma affossa quelli di là; chi grida alla censura contro i suoi compagni ma si zittisce su quella contro i suoi avversari; chi grida i fatti di questo potere ma tace su quelli dell’altro Potere; o chi regala libertà di sapere a milioni mentre incatena i medesimi milioni dietro le spalle, produce nel lungo termine un danno alla fibra etica della collettività che è immensamente superiore a qualsiasi beneficio nel breve termine. Perché, sia chiaro e scolpito nella memoria: dal principio morale esteso a 360 gradi non ci si dissocia mai se si vuole veramente cambiare la Storia, a costo di soccombere per anni, secoli. Perché solo una cosa, e una cosa sola, può alterare la corruttibilità della nostra epoca: persone che sappiano aderire a quel principio morale a qualsiasi costo, sempre, e non part time.
Non so pensare a un esempio migliore per illustrare ciò della parabola di Nelson Rolihlahla Mandela, che è qui terribilmente illuminante. Quell’uomo fu una luce per l’Africa e per l’umanità intera finché mantenne una fanatica adesione al principio morale a 360 gradi. Divenne poi un deplorevole zimbello nell’istante in cui si perdonò, e gli fu perdonato, di essere una luce part time, perché, si disse, “va bè, intanto è utile però”. Nel 1994, quando ero in Sudafrica come corrispondente, parlai a lungo con Kader Asmal, membro del Comitato Esecutivo Nazionale dell’ANC di Mandela, e rimasi affascinato dal racconto che egli mi fece dei tanti e crudeli tentativi del regime di spegnere la luce di Nelson. Nei suoi 27 anni passati a spaccare pietre fra Robben Island e altre carceri, con le cornee bruciate dalle polveri dei sali, con le angoscianti notizie sulla sorte di sua moglie e sulle torture e i massacri dei suoi compagni, Mandela fu costantemente sottoposto a offerte di libertà su condizioni: firma questo, rinuncia a quello, impegnati a non dire più quest’altro, compromettiti anche solo un poco, media sulla tua fanatica adesione ai principi… e avrai la libertà, e salverai i tuoi compagni dalle sevizie, e tornerai nelle braccia di quella povera donna là fuori. Immaginate, se potete, cosa significhi dover scegliere in quelle condizioni, consapevole che la probabile alternativa era la morte in cella e il buio per milioni di neri. Ma Nelson Rolihlahla Mandela disse sempre no. Al principio morale non si deroga mai, neppure in una microscopica percentuale. Non si possono “servire due padroni”. Nelson sapeva allora che la convivenza della rettitudine con l’occasionale cedimento al vizio, e cioè quello che gli veniva proposto, avrebbe certamente portato grandi benefici nel breve termine a tutta la sua gente, ma danni indicibilmente superiori nel lungo termine. Poi fu liberato, e cadde nelle mani del Fondo Monetario Internazionale e dei ‘pedagogisti’ politici del Washington Consensus: cambiò, tanto, forse era, a quel punto, veramente sfibrato. Di fatto fu il tracollo, la storia politica ed economica del Sudafrica del Presidente Mandela è stata deplorevole, vergognosa, ma non è questo il luogo in cui trattarla. La rovina di quell’immenso eroe civico e di tutto il suo popolo fu proprio l’accettazione da parte di se stesso e da parte dei suoi sostenitori, negli anni della sua ascesa al potere, del paradigma che ho spiegato sopra, precisamente quello: “va bè, non è immacolato, ma senza di lui sarebbe peggio”. La Storia non si fa coi se, ma sono profondamente convinto che se la sua gente gli avesse gridato in massa di rimanere cocciutamente fedele ai principi morali a 360 gradi della sua prigionia, e se anche nel nome di ciò Nelson Mandela non fosse mai stato presidente, il futuro del Sudafrica non sarebbe l’incubo odierno di 10 milioni di persone senza acqua né elettricità, di violenza inaudita nero su nero, e di soffocamento a tempo indeterminato nelle morse di un regime ben peggiore dell’Apartheid, quello Neoliberale.
Che la vittoria nel tiro alla fune del realismo ("hanno falle, ma dopotutto sono utili") contro la coscienza ("utile è solo il principio morale senza deroghe") abbia sempre portato (come porterà nel caso dei vostri paladini e dei social networks) a danni immani nel lungo termine, è dimostrato da molte altre istanze, che esse siano la deplorevole discesa nel compromesso dei sindacati occidentali da 30 anni a questa parte nel nome del realismo economico, o del movimento dei neri americani dopo la morte di Luther King nel nome dell'accesso all'American Dream, oppure la diluizione del principio della sacralità dei beni comuni come l’acqua, la salute e l’istruzione nel nome dell'efficienza. In ciascuno di questi casi una folta schiera di pensatori realisti aveva sostenuto, gridato, che pretendere l'integrità morale a 360 gradi da sindacati, leader di minoranze, o gestori del bene pubblico, cioè dirgli "o così oppure tanto vale senza", era "una pericolosa devianza fanatica che finisce per cancellare dalla società anche quel poco di buono che c’è". Nulla di più errato, e infatti nel lungo termine siano giunti all'epoca della svendita del diritto al lavoro, alla permanenza della schiavitù da salario, al razzismo non più per colore ma per accesso ai consumi, e all'idea aberrante che la vita stessa si possa privatizzare.
E dunque, quando io sostengo che nell’interesse della fibra etica della nostra collettività nel lungo termine sarebbe sicuramente meglio che sparisse Report se Report deve essere Milena Gabanelli, o il Fatto se il Fatto deve essere Marco Travaglio, o i blog/social networks se devono essere Grillo e Facebook, non bestemmio affatto. Per salvare l’Italia sarebbe augurabile che esistesse un nugolo di anonimi cittadini coi piedi fermamente puntati sull’idea che il principio morale deve essere mantenuto a 360 gradi, sempre, a qualsiasi costo, in ogni azione e verso chiunque, piuttosto che bearci di una folla immane guidata dai paladini part time che voi perdonate.
Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info/
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=171
7.01.2010
Caro Topo Gigio...
Lettera aperta scritta dal dottor Eugenio Serravalle, pediatra.
Caro Topo Gigio,
sei stato molto impegnato quest'anno: tra influenza stagionale ed influenza A, eri sempre sui giornali, alla radio, in televisione, a propagandare un vaccino che pochi, tra medici, soggetti a rischio, donne in gravidanza, e bambini hanno fatto. Quanto lavoro, e quale spesa per noi?
sei stato molto impegnato quest'anno: tra influenza stagionale ed influenza A, eri sempre sui giornali, alla radio, in televisione, a propagandare un vaccino che pochi, tra medici, soggetti a rischio, donne in gravidanza, e bambini hanno fatto. Quanto lavoro, e quale spesa per noi?
Chi ti ha incaricato di darti questo gran da fare non è soddisfatto: «Dobbiamo avere una forma mentale che ci faccia capire l'importanza di vaccinarsi per proteggerci» ha detto il ministro per la Salute Ferruccio Fazio, riaffermando l'utilità del vaccino, anche al di là dei dati ufficiali sulla pericolosità della “cosiddetta” pandemia. Il 18 dicembre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che il picco epidemico è superato. Il numero dei decessi attribuiti al virus sono stati 10582 a livello mondiale, 1570 in Europa. In Italia i casi stimati sono stati al 27 dicembre 2009, 3.950.000 casi (a partire dal 19 ottobre quando è iniziata la sorveglianza Influnet). E' verosimile che siano stati molti di più, perché l'influenza A ha avuto un decorso benigno, e molti casi non sono stati identificati. I casi mortali sono stati 193 (il tasso di letalità stimato dal nostro Ministero è dello 0,0048 %, contro lo 0,2 % dell’influenza stagionale). Il bilancio complessivo attuale non è quindi così drammatico come qualcuno temeva.
Soprattutto per i bambini, tra i quali l’incidenza di malattia continua ad essere elevata, ma la gravità e la letalità sono risultate minori che in altre fasce di età. Eppure le previsioni erano state molto fosche: hanno proposto di chiudere le scuole, di vietare gli abbracci durante le funzioni religiose. Nel Regno Unito hanno prospettato l'esigenza di accorciare i tempi dei funerali, di scavare fosse comuni per seppellire le vittime della pandemia. I morti avrebbero dovuti essere centinaia di migliaia, milioni. Come per l'aviaria: anche allora erano stati previsti 7 milioni di morti. Ma questi sono stati solo 262. Un altro grave errore prognostico.
Sarebbe stato meglio investire maggiori risorse (e non affidarti tutto questo lavoro) negli unici strumenti che si sono dimostrati efficaci nell’impedire la diffusione di tutti i virus respiratori: le misure igieniche che sono facilmente attuabili almeno nei paesi benestanti come il nostro, senza voler riaffermare l'utilità di un vaccino, della cui sicurezza ed efficacia nessuno ha ancora fornito le prove. Sopratutto i medici (se ne sono vaccinati meno del 15 %) non ti hanno dato ascolto, caro Topo Gigio. E non per scarsa informazione, per “una conoscenza superficiale della pandemia e degli strumenti per affrontarla”, come sostiene il presidente della Fnomceo, Amedeo Bianco. Ma per la sana applicazione di un principio di precauzione: dal momento che l'influenza è innocua, perché avrei dovuto sottopormi ad una vaccinazione di cui non si conoscono i dati di sicurezza ed efficacia ?
Sarebbe stato meglio spendere tutti quei soldi in altre iniziative, Non è stato bello sapere che gli accordi di fornitura stipulati dal Governo con la multinazionale farmaceutica Novartis sono stati avvolti nel mistero più totale. A cominciare dal costo delle 24 milioni di dosi commissionate che, secondo indiscrezioni, ammonterebbe a circa 200 milioni di euro. Neppure la Corte dei Conti, pur avendo sollevato più di qualche dubbio e riserva, è riuscita a fare luce su questo particolare contratto. La registrazione è avvenuta “al di fuori degli ordinari schemi contrattuali”, perché sono state ravvisate le stesse emergenze previste in caso di eventi calamitosi e di natura terroristica (Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3275 del 28 marzo 2003 – Disposizioni urgenti di protezione civile per fronteggiare l’emergenza derivante dall’attuale situazione internazionale). Non siamo riusciti a vedere questi motivi di “eccezionalità e di somma urgenza”.
Mi spiace, Topo Gigio, ma non sei stato convincente: Non è certo colpa tua:anche negli altri paesi europei che avevano fatto scorte di vaccini c'è ora il problema di come eliminare l'eccesso delle fiale che riempiono i magazzini: smaltirli, o piazzarli in qualche paese africano?
Ti affideranno anche questo incarico? Potresti allora chiedere consiglio a qualche esponente del gruppo consultivo dell' OMS che ha il compito di elaborare le politiche globali e le strategie vaccinali, di indirizzare la ricerca, la tecnologia, lo sviluppo e la fornitura dei vaccini. I membri permanenti di questo gruppo sono 15. Non rivolgerti però a quei 7 che, si è saputo in questi giorni, sono nei libri-paga dell'industria farmaceutica. Il conflitto di interessi è diffuso in tutto il mondo.
Potresti approfittarne per chiedere il motivo per cui è stata cambiata la definizione di pandemia fra il primo ed il 9 maggio. Nella nuova definizione sono spariti i riferimenti a morbilità e mortalità elevate, presenti nella dizione precedente, e si parla solo di ‘ampia diffusione di un sottotipo di virus nuovo (che H1N1 non è, poiché gira in varie forme perlomeno dal 1918) contro il quale ci sono pochi o zero anticorpi’. Ciò rende indistinguibile una pandemia influenzale da una epidemia di influenza stagionale. In altre parole, rischieremo di essere in pandemia perenne (che pacchia per untorelli e venditori di pozioni e modelli matematici!) 1
La tua credibilità si è ridotta perché non ti hanno fatto dire che: ”I vaccini contenente l'adiuvante a base di squalene non sono sicuri.”
Le decine di milioni di dosi di vaccino con MF59 usate negli ultimi 30 anni a cui spesso si fa riferimento, riguardano la popolazione anziana.
Le decine di milioni di dosi di vaccino con MF59 usate negli ultimi 30 anni a cui spesso si fa riferimento, riguardano la popolazione anziana.
Ma il funzionamento del sistema immunitario degli anziani non è paragonabile con quello dei bambini. Gli studi pubblicati sui vaccini contenenti MF59 nei bambini sono insufficienti, riguardano un numero limitato (solo 130 bimbi) e, testualmente affermano che “è necessario raccogliere più dati sulla reattogenicità e sicurezza dei vaccini antinfluenzali adiuvati con MF59 nei bambini” e che “occorrono ulteriori studi allargati sui vaccini antinfluenzali adiuvati con MF59 nei bambini, compresi studi sull’efficacia”. I vaccini contenenti questi adiuvanti non sono autorizzati negli USA, perché possano indurre malattie autoimmuni, secondo la Morgan Stanley Research Europe, Anche nel corso di un workshop dell’FDA e del National Institute of Health del 2008, Jesse L. Goodman Direttore del Center for Biologics Evaluation and Research dell’FDA ha denunciato “il numero molto limitato di studi con un adeguato numero di controlli, di follow-up attivi a lungo termine o nei bambini”2.
Inoltre la confezione multidose contiene Thiomersal, un sale di mercurio usato come disinfettante, che la stessa FDA nei primi anni 2000 ha chiese che venisse tolto dai vaccini a fronte della potenziale tossicità neurologica e renale.
Ti hanno fatto pubblicizzare anche la vaccinazione contro l'influenza stagionale, ma le prove della sua inefficacia sia nei bambini che negli anziani sono sempre più numerose. E' dimostrato che nei bambini fino ai 2 anni di età è pari a quella del placebo, cioè dell'acqua fresca. Non c'è motivo per proporlo ai bambini sani. Non si conosce ancora nemmeno la reale incidenza dell'influenza (numero di casi, ricoveri e morti) nelle varie età dell’infanzia, perché pare che solo il 10% delle varie sindromi respiratorie che possono colpire un bambino durante l'inverno siano causate davvero dal virus influenzale. Eppure ti hanno fatto proporre il vaccino come unico strumento per difendere la nostra salute.
Non hanno ritenuto importante spendere qualche secondo dei tuoi interventi per parlare della sicurezza, delle reazioni avverse al vaccino. Non soltanto di quelle a breve termine, che sono per lo più o molto gravi (e quindi evidenti e logicamente correlabili al vaccino) o di lieve entità. Ma anche delle reazioni a medio e lungo termine, che sono più subdole, perché difficilmente vengono associate alla vaccinazione, dal momento che non esiste un sistema di farmacovigilanza efficace. Questa nuova vaccinazione poteva prevedere almeno questo: un sistema di vaccino-vigilanza attiva, per una corretta determinazione del rapporto rischio/beneficio. Sia l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) che l’Agenzia del farmaco europea (EMEA), avevano fatto presente la necessità di un’attenta sorveglianza post- marketing per rilevare le reazioni avverse e gli effetti collaterali. Ma nessun intervento straordinario di sorveglianza è stato messo in campo, per cui ancora una volta le reazione avverse emergeranno in un numero molto inferiore al reale, come accade sempre per tutte le vaccinazioni.
Insomma Topo Gigio, “ma cosa mi hai detto mai?”
Dott. Eugenio Serravalle, Pediatra
1 http://attentiallebufale.it/informazione-scientifica/speciale-bufale-pandemiche-come-difendersi/lanalisi-di-doshi-al-voltafaccia-delloms/2 http://quaderniacpnews.blogspot.com/search/label/A%2FN1H1
http://www.disinformazione.it/
Linfen, l’inferno è in Cina
di Alessandra Profilio
Cielo nero, aria velenosa, tumori, neonati deformati, minatori mutilati e morti premature: questa l’agghiacciante realtà della città più inquinata del mondo. Linfen, che ospita circa 4 milioni di abitanti e tantissime miniere di carbone, rappresenta l’altra inquietante faccia della crescita economica della Cina: la distruzione dell’ambiente, nonché della salute umana.
“Se odi qualcuno e vuoi punirlo, mandalo a vivere a Linfen”, dicono i media cinesi.
Nelle mattine d’inverno lo smog è talmente fitto che un visitatore è in grado di vedere appena 100 metri più avanti. Gli edifici scompaiono nella nebbia. Nei templi antichi, i Buddha sono anneriti dalla polvere di carbone. Il sole è appena visibile nel cielo scuro.Linfen è una città fantasma, abitata da persone che si profilano nello smog come presenze spettrali.
Soprannominata negli anni ’80 “la moderna città della frutta e dei fiori” e rievocata da un’antica leggenda come la capitale di un remoto regno esistente fino a 4000 anni fa (lo Yan), oggi Linfen è tristemente conosciuta come la città più inquinata del mondo.
Situata sul fiume Fen, nello Shanxi meridionale, Linfen ospita circa 4 milioni di abitanti e grandi miniere di carbone, legali e non, da cui annualmente vengono estratte 650 milioni di tonnellate di carbone (pari a due terzi del fabbisogno nazionale). Nei dintorni delle miniere sono sorti edifici e fabbriche di ogni genere: stabilimenti siderurgici, raffinerie, fonderie e anche industrie alimentari, che consumano 50 milioni di tonnellate di carbone all'anno.
La città è popolata da gente modesta: minatori, operai ed ex-contadini che vivono in misere abitazioni. Al contrario, i proprietari delle miniere stanno ben attenti a tenere le dovute distanze da questa tetra realtà: vi si avvicinano soltanto un paio di volte alla settimana, per conteggiare i succulenti profitti. I benestanti boss del carbone, infatti, hanno acquistato lussuose ville nelle località marittime, distanti circa 12 ore di auto da Linfen, dove l’aria è fresca e pulita.
I ricchi padroni possono permettersi di scappare dallo smog, tutti gli altri sono troppo poveri per poter fuggire.
Linfen costituisce il vivido esempio del grande potere dell’industria cinese di carbone. Il carbone è tutto qui. L’altra faccia della crescita economica è, però, la distruzione dell’ambiente, nonché della salute umana.
Il 52 per cento delle falde acquifere è compromesso in modo irreversibile.
L’acqua, impiegata in grandi quantità nelle industrie e nelle miniere, scarseggia nelle abitazioni comuni. Ceneri, monossido di carbonio, azoto, arsenico, piombo: nell’aria e nell’acqua sono disperse oltre 200 sostanze tossiche.
Gli anziani di Linfen trascorrono le giornate chiusi in casa, per la paura di respirare l’aria nelle strade. I ragazzi sono cresciuti senza aver mai visto le stelle di notte a causa della foschia.
Gli automobilisti sono costretti ad accendere i fari anche di giorno. La gente per le strade indossa sempre abiti scuri, i vestiti chiari diventano inevitabilmente neri, così come si anneriscono le mascherine bianche che tutti indossano. Il veleno oltrepassa gli indumenti e logora, inevitabilmente, i corpi degli sventurati cittadini.
“Quando tossisco il prodotto dei miei polmoni è catarro nero”, dice un abitante di Linfen.
Gli ospedali sono affollati da pazienti che soffrono di bronchite, polmonite e altri problemi respiratori. Moltissime persone hanno la tosse perenne. Tre milioni di individui risultano contaminati. L’avvelenamento da piombo è una delle malattie più diffuse tra i bambini. Il tasso di neonati malformati è il più alto del Pianeta, per non parlare dell’incidenza del cancro ai polmoni.
Ogni anno tantissima gente muore prematuramente per problemi respiratori causati dall’inquinamento. Chi non viene ucciso dal veleno, perde la vita nelle miniere. Negli ultimi tre anni sono morte 470 persone in 49 disastri.
“Nessuno si preoccupa di noi, nessuno viene qui ad indagare”, ha dichiarato tempo fa una donna di Linfen.
Negli ultimi mesi, tuttavia, qualcuno ha deciso di portare alla luce questa infernale realtà.
Il fotografo Lu Guang ha ritratto quell’aria nera, le miniere ed i campi inceneriti. Soprattutto, però, Guang ha fotografato la gente. Le immagini di bambini ed adulti devastati dalle malattie o mutilati nei crolli hanno scioccato una miriade di persone che, nel giro di poche ore, hanno espresso online la loro rabbia ed il proprio dispiacere. Così svelata, questa drammatica realtà è apparsa come un prezzo troppo alto da pagare per la crescita economica. Anche le autorità di Pechino si sono allarmate.
Un mese fa, quindi, il governatore dello Shanxi ha annunciato che entro breve tempo le società minerarie della regione saranno ridotte da 2.200 a 100, le miniere passeranno da 2.600 a 1000 e verranno adottate misure elementari contro gli infortuni e regole anti-corruzione.
Se gli interessi economici verranno messi da parte, forse a Linfen tornerà a spendere il sole. Nel frattempo, in questa buia città, la luce è soltanto un miraggio.
http://www.terranauta.it/
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