martedì 12 gennaio 2010

The Secret (Ita)



http://www.youtube.com/user/Sydonya1

Islanda: il gelo in banca

















Martedì 12 Gennaio 2010 

di Mario Braconi
Gli Islandesi, che per secoli hanno vissuto di pesca, qualche anno fa si sono resi conto che la finanza allegra può essere più sexy dell’attività ittica. Grazie alla bacchetta magica della leva finanziaria, l’isola nordica ha conosciuto un periodo di crescita economica inimmaginabile. Ma un sistema che arriva a contrarre debiti fino ad un importo pari dieci volte il suo prodotto interno lordo, non poteva che finire in cenere. Oggi, infatti, la sopravvivenza degli abitanti di quest’isola dipende dal buon senso e dalla generosità dei governi inglese ed olandese.
La parola chiave è Icesave, il braccio internet di Landsbanki, una delle tre banche islandesi, fallita e nazionalizzata l’8 ottobre 2008. Offrendo tassi d’interesse molto aggressivi, Icesave aveva raccolto diversi miliardi di Sterline ed Euro, rispettivamente da clienti inglesi ed olandesi. Quando la stretta creditizia l’ha messa in ginocchio, Icesave, impossibilitata a far fronte alle richieste di smobilizzo della clientela, ha congelando i fondi dei suoi clienti inglesi. Una situazione incresciosa, aggravata dal fatto che Icesave aveva dichiarato ufficialmente di volersi occupare dei soli clienti islandesi, mandando a bagno tutti gli altri.
Di fronte all’incredibile risposta di Icesave, il Governo britannico, ricorrendo in modo improprio ad una legge anti-terrorismo, ha ricambiato la cortesia, surgelando le attività di Icesave in Gran Bretagna ed impegnandosi, nel contempo, a rimborsare ai clienti britannici della decotta banca islandese l’intero ammontare dei loro saldi attivi, anche in caso di incapienza del fondo islandese di protezione depositi.
Il governo inglese, dopo aver rimborsato in pieno i suoi concittadini clienti Icesave, si è rivolto al governo islandese per farsi ripagare quanto anticipato. In linea di principio, Reykjavik si è detta d’accordo a far fronte alle richieste britanniche; anzi, a giugno 2009, Gran Bretagna e Islanda hanno firmato un accordo secondo cui il fondo garanzia depositi islandese avrebbe ripagato le somme anticipate dal governo britannico. Le condizioni erano (e rimangono) estremamente vantaggiose per il governo islandese: tasso di interesse del 5,55%, periodo di rimborso di 15 anni, più un periodo di grazia di 7 anni, in cui non maturano interessi.
Quando però, ad agosto del 2009, il Parlamento islandese ha emanato una legge per determinare le modalità di rimborso, i membri della Althingi hanno introdotto una serie di limiti, tra cui un tetto ai pagamenti annui, funzione del prodotto interno lordo ed una scadenza perentoria per le garanzie statali indipendente dall’effettivo pieno rimborso del debito. L’indisponibilità dei creditori ad accettare in particolare quest’ultima condizione, ha prodotto una nuova tornata di negoziazioni tra Islanda e Paesi creditori, conclusasi ad ottobre.
Anche se la legge è stata approvata dal Parlamento il 30 dicembre con una maggioranza molto risicata (33 voti favorevoli contro 30 contrari), il 5 gennaio il Presidente islandese, Olafur Grimsson, incalzato da una petizione a firma di 62.000 islandesi (il 25% della popolazione con diritto di voto), si è rifiutato di firmare il provvedimento, sostenendo di non poter ignorare la diffusa insofferenza del suo popolo per le condizioni del rimborso, e indicendo un referendum popolare in materia, da tenersi il prossimo febbraio.
E’ discutibile la scelta di Grimsson, che rischia di essere devastante per il futuro del suo Paese, già provato da una crisi sistemica che ha condotto ad una contrazione del PIL del 7,2% del 2009. Prima di tutto, al presidente islandese è conferita un’autorità di tipo prettamente morale: ostacolare un provvedimento di legge che non mette a rischio la Costituzione, dopo che esso è stato già approvato dal Parlamento, non rientra tra le sue prerogative. In effetti, Grimsson non è nuovo a simili exploit: nel 2004 si comportò in modo identico quando l’Althingi (Parlamento) approvò una legge sulla proprietà dei mezzi di comunicazione di massa.
Inoltre, l’autorevolezza di Grimsson è pari a zero: fa un certo effetto rileggere oggi il discorso vagamente arrogante che tenne nel 2004 ad un pubblico di operatori della City di Londra, nel quale lodava “i giovani vichinghi intraprendenti, sbarcati a Londra per prendersi il mondo”  e lodanva la più importante delle tredici virtù cardinali del suo popolo: la propensione al rischio, che “consente di vincere dove altri hanno fallito oppure non hanno osato avventurarsi”. Parole che, aldilà della loro sciocca tracotanza, hanno un devastante peso politico, essendo un chiaro indicatore dell’atteggiamento spregiudicato degli imprenditori e dei finanzieri islandesi che, con la benedizione delle loro istituzioni (Presidente compreso) hanno spacciato il loro Paese.
Infine, secondo quanto il governo islandese ha fatto trapelare sul quotidiano britannico Guardian, attraverso un portavoce del premier Jóhanna Sigurdardóttir, parrebbe che gli asset di Landsbanki, la banca nazionalizzata che controlla Icesave, siano ancora prezzati al 90% del valore nominale. Il che vorrebbe dire che oltre il 70% dell’esposizione islandese verso i correntisti britannici di Icesave potrebbe essere coperta dalla vendita delle attività della banca controllante. Se questo dato fosse confermato - c’è da dubitare della sua veridicità - il caso Icesave verrebbe fortemente ridimensionato, dato che comporterebbe per il popolo islandese un sacrificio di molto inferiore a quanto si va dicendo in questi giorni.
Del resto, la Sigurdardóttir siede su una poltrona bollente: traghettare l’Islanda oltre il guado della crisi in cui si è cacciata è sfida difficile, almeno quanto operarsi con successo al cervello da soli. In poche ore, l’exploit di Grimsson ha già prodotto alcune cose abbastanza preoccupanti: il downgrade del debito sovrano islandese (che, secondo l’agenzia di rating Fitch, passa in territorio “junk”, ovvero “spazzatura”); l’aumento del CDS (misura del rischio di credito di un prenditore sui mercati finanziari) dell’Islanda di 15 centesimi di punto (a 4,9%); la minaccia sospendere il sostegno finanziario da parte di Polonia, Paesi Scandinavi e Fondo Monetario Internazionale ed il blocco dell’adesione dell’Islanda all’Unione Europea.
Anche se è difficile provare simpatia per le torsioni logiche di un politicante come Grimsson, così com’è impossibile non lodare la coerenza e la forza della Sigurdardóttir, l’atteggiamento aggressivo di Gran Bretagna e Paesi Bassi è irragionevole, controproducente ed iniquo. In fin dei conti, è stata una decisione del governo inglese quella di rimborsare per intero i cittadini britannici correntisti di una banca islandese, regolata dalla legge islandese e il cui schema di protezione dei depositi (islandese) è fallito: in fondo, se i clienti inglesi di Icesave ricevevano un tasso particolarmente interessante, una ragione ci sarà pure stata e non è un mistero per nessuno la relazione diretta tra rischio e rendimento.
Eppure Gordon Brown, forse pensando al gettito prodotto dalle imposte sugli interessi di Icesave, è sceso in campo. Dunque, in questo caso, il governo inglese si è comportato in modo esemplare verso i suoi concittadini. Come osserva persino il Financial Times, però, non è chiara la ragione per cui si voglia fare dell’Islanda un esempio per il resto del mondo. La somma in gioco, ragguardevole in senso assoluto, si tradurrebbe in un costo di circa 40 euro per ogni cittadino britannico - mentre significherebbe un aggravio di 14.000 Euro per ogni abitante islandese, dal neonato al più decrepito dei nonni.
E’ bene inoltre ricordare che la Gran Bretagna (come l’Europa in generale) è tutto fuorché una vittima innocente: la regolamentazione e la sorveglianza locale ed europea sulle banche islandesi sono state inesistenti, e certamente qualcosa non deve aver funzionato come doveva se ad agosto 2007 un report a firma del professor Richard Portes, blasonato accademico e ai tempi capo della "Royal Economic Society of Britain", decantava le virtù della banche islandesi: “robuste e di successo, estremamente professionali e non gravate da rischi insostenibili. Questo anche grazie ai buoni livelli di supervisione e regolamentazione, permessi dalla normative europee.” Senza contare che, se il referendum si concluderà con la maggioranza dei No, la questione Icesave potrebbe arenarsi definitivamente, costringendo Gran Bretagna e Paesi Bassi ad una riflessione sui limiti di un atteggiamento muscolare nei confronti di un piccolo paese sull’orlo del baratro.

http://www.altrenotizie.org/economia/2951-islanda-il-gelo-in-banca.html

L’ALIENAZIONE UMANA COME GUASTO PRODOTTO DAL CAPITALISMO CONTEMPORANEO

















DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it

Per iniziare questo discorso, ben conscio delle sue complessità e del fatto che si tratta di un terreno ancora largamente inesplorato, voglio presentare di seguito il testo di una mail inviatami agli inizi di gennaio 2010 da un mio corrispondente, una persona quasi cinquantenne che non lavora più per scelta e che si dedica, durante le settimana borsistica, alla piccola speculazione sui titoli, rivolgendosi spesso al mordi e fuggi e “maneggiando” talvolta prodotti ad elevato rischio come i derivati.

Ho appena finito di completare l'opera. Grazie a Supersilvio, e alla start up biotech del San Raffaele di Milano 536 ieri e piu' di altri 400 oggi. Netti sono circa 800 euro, considerate le tasse ridicolmente basse al 12,5% e le commissioni. Visto che con i miei metodi io vinco in borsa (mentre in Italia il 95% perde, cosi' dicono le statistiche) la banca lo sa bene e mi stende tappeti d'oro, mi regala vini Barolo lussuossimi da 100 Euro a bottiglia pur di tenermi cliente per poi cercare di rifarsi con i miserabili, i disgraziati pensionati, i lavoratori dipendenti, etc. inculandoli a morte con il tipico 0,2% di interesse.


Quante ore deve lavorare una commessa alle 2 Torri per portare a casa una pagnotta che io ho preso in 2 pomeriggi? Un mese di lavoro. Quanti giorni dovrei lavorare io di dura partita doppia, spaccandomi la testa a far la quadra? Te lo dico subito: tre settimane. Il lavoro dipendente, qualunque esso sia, e' finito in questa società del Dio rendita. Ad essa bisogna votarsi e chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie sociali che ci sono in giro, sperando che non tocchino un giorno a te.
Per questo la Borsa e' l'unico metodo che ti possa assicurare la pensione fai da te e fuggire dal mondo del lavoro dipendente conquistando la libertà.

Ovviamente queste parole sono agghiaccianti ed io ho interrotto immediatamente qualsiasi tipo di rapporto con il soggetto che le ha scritte, rivelando con tali affermazioni un cinismo inaccettabile, una vera e propria assenza di dignità umana e un’accettazione piena delle dinamiche criminali del capitalismo contemporaneo.

Per chiarire alcuni arcani contenuti in questa orribile mail, partendo dal meno oscuro, preciso che “Supersilvio” è Silvio Berlusconi, mentre dietro l’espressione tecnico- borsistico-ermetica “start up biotech del San Raffaele di Milano”, si nasconde un’acquisizione-speculazione [non però del livello di quella che ha riguardato Mondadori] di cui questo individuo è venuto a sapere, e perciò ha seguito il [suo] principio guida: “Investi sulle mosse di Berlusconi”, guadagnandoci su, in paio di sedute borsistiche, “ben” ottocento euro netti.

Ma forse, per chiarire ancor meglio la vicenda con un minimo di informazione per così dire tecnica, prima di passare all’analisi del contenuto della missiva in formato elettronico, è bene che riporti parte del testo della precedente mail, corredato di grafici e tabelle, che ho ricevuto dallo stesso soggetto e centrata sullo stesso argomento.

Questo e' il grafico dell'azione farmaceutica "Molmed" del San Raffaele di Milano (Molecular Medicine). Il suo minimo borsistico avviene nei giorni di dicembre 2009, verso metà mese (1,60) Zitto zitto, ai minimi di dicembre il ns. esimio Premier compra fuori mercato da un fondo comune la maggioranza dell'azienda (il 24,12%), notizia che viene annunciata alla stampa appena oggi 7.1.2010 alle 12:05.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2010/01/molmed- fininvest.shtml?uuid=1f87ab98-fb9d-11de-b596-e16b767cd100&DocRulesView=Libero

Alle 12:05 quando la notizia esce il mercato letteralmente dorme, probabilmente perche' gli operatori di borsa piu' importanti, i piu' attivi, vanno tradizionalmente a pranzo, fino alle 14. Dalle 14 - ovvero quando gli operatori di borsa ritornano al lavoro - si scatena il finimondo in acquisto e l'azione Molmed arriva oggi fino quasi a 2 Euro, per poi chiudere a 1,87.
Alle 12:05 per fortuna io non pranzo ancora (pranzo abitualmente alle 12:40) e leggendo la notizia in tempo reale noto, con stupore, che il mercato non reagisce alla mossa inattesa di SuperSilvio. Riesco a comprare le Molmed senza affanno e me ne servono la quantità che necessitavo, 3400, a 1,777.
Alle 15 vendo concretizzando l'assist che mi e' stato servito da un mercato così inefficiente e porto a casa 536 Euro.
Poi verso le 16 ne ho acquistate altre 1350 a 1,888 senza però riuscire a venderle (pazienza forse le terrò, a questo punto visto il lauto guadagno realizzato). Morale della favola: i mercati sono mostruosamente inefficienti.


Per essere esaustivi nella spiegazione dell’operazioncina speculativa realizzata “sulle orme di Supersilvio”, preciso che il piccolo gambler di borsa in questione ha venduto dopo un giorno anche le 1.350 azioni acquistate in fine seduta, realizzando con tale vendita il guadagno netto che gli mancava per arrivare ai famosi ottocento euro netti, mentre l’inefficienza del mercato, che a mezzogiorno si è mostrato “fiacco”, al punto di avere l’impudenza di non reagire alla mossa berlusconiana, è in tale caso dovuta al fatto che molti operatori, a quel ora, se ne vanno a pranzo e ricominciano “il grande gioco” alle quattordici.

Lo stesso soggetto, in precedenza, mi ha specificato che grazie allo spostamento epocale di risorse dal Lavoro al Capitale, e grazie alle politiche che nel caso italiano proteggono la rendita a scapito di chi è costretto a lavorare per sopravvivere, lui stesso, pur essendo ancora relativamente giovane ed ancora per qualche anno “nel pieno delle forze”, preferisce speculare in borsa con un carico fiscale del 12,5% piuttosto che lavorare con un carico “del 120%” dal punto di vista dell’azienda.
In questa piccola ma “edificante” vicenda carica di significati emerge in pieno, per come la penso io, quello che i francesi colti definirebbero l'esprit de l'âge, e per quanto attiene l’oggetto di questo mio scritto – che di certo non è la finanza, la borsa, le dinamiche speculative da un punto di vista “operativo” o i prodotti inventati in quel contesto apparentemente irreale – ho modo di ritenere che le parole del mio sciagurato [ex]corrispondente descrivano, prima ancora che un mondo sempre più intriso di cinismo e di autentica abiezione, un suo profondo, personale disagio, l’instabilità esistenziale che lo pervade e la paura “di affondare” fino al collo, senza rimedio, nelle melme che sono in agguato sotto la patina di “democrazia”, “diritti individuali”, “legalità”, opportunità per tutti, di un’eguaglianza pelosa e soltanto formale che caratterizza questo sistema, se una serie di speculazioni importanti non va come dovrebbe, facendolo scivolare improvvisamente nella condizione dei miserabili, dei disgraziati pensionati e dei lavoratori dipendenti, evocati [e cinicamente irrisi] nella sua seconda mail.

Mi pare evidente che questo soggetto intuisce l’insidiosa e profonda trasformazione dell’ordine sociale in corso, e la esorcizza mostrando indifferenza, se non disprezzo, per la sorte dei moltissimi “che non ce la potranno fare”, fidando sulle sue capacità di analista finanziario e di speculatore borsistico per sottrarsi alla ri-plebeizzazione che nota quotidianamente intorno a lui.
E’ dunque per tale motivo che ammira Supersilvio e la sua capacità “di fare soldi”, di acquisire, a qualsiasi prezzo personale e collettivo, un potere fine a se stesso, privilegi e impunità a scapito di un'intera nazione, ed è per questo che ne segue le orme anche nelle operazioni finanziarie, naturalmente in quelle più modeste e accessibili ad un “pubblico indistinto”.
Vorrebbe anche lui la libertà nicciana dell’aristocratico per la cui piena realizzazione moltissimi altri devo subire servaggio, schiavitù, limitazione dei diritti e delle possibilità di crescita, restando per tutta la vita “uomini incompleti”.
Ma il piccolo gambler che si danna quotidianamente, per restare a galla, con listini, candeline del fib, rumors e stocastico, teorie avanzate di statistica e game theory, comprende perfettamente che il mondo della nuova élite non ammette intrusi, e non concede a chi sbaglia prove d’appello.

Il capitale ha compiuto una metamorfosi completa nel suo immaginario [e non soltanto nel suo, purtroppo …], trasformandosi nel “Dio rendita” che è destinato a stravincere nell’epocale confronto con il Lavoro, tanto che l’intera società umana sembrerebbe ormai nelle mani di questa divinità.
Persino l’attività dell’imprenditore, come lui stesso mi ha confessato in precedenza, è oggi a rischio, non più appetibile, se pensiamo ai piccoli imprenditori italiani della PMI in crisi che stanno “per uscire dal mercato” da un momento all’altro, e se quello dell’imprenditore possiamo veramente definirlo un “lavoro” – così sicuramente non è stato per molti marxisti – ad esempio nei termini più noti e abusati dell'organizzazione dei fattori della produzione volta a conseguire sempre e comunque il massimo profitto, concezione che riporta, se non vado errato, all'utilitarista e positivista John Stuart Mill.
Anche questo “lavoro”, soprattutto per quanto riguarda la piccola impresa con l’imprenditore individuale impegnato in prima linea, sarebbe destinato a subire nel tempo la sorte di tutti gli altri.

Il nostro piccolo mago del capital gain comprende bene che se qualcosa gli va male, molto male, non avendo lui un grande patrimonio a coprirgli le terga e un gran potere personale, “non essendo bene introdotto”, il rischio che corre è quello di finire nella condizione sempre più infera di chi deve vivere vendendo a prezzi via via inferiori proprio lavoro, di chi lavoro non ha e non può contare come ultima ratio su solide “reti familiari e amicali alle spalle”, o di chi, dopo decenni di attività lavorativa, si trova a fare i conti con la sopravvivenza quotidiana e una pensione mensile decisamente inferiore ai mille euro. Il piccolo gambler festeggia dunque gli ottocento euro netti, presi con poco sforzo in un paio di giorni grazie alla via indicatagli da “Supersilvio” e alle sue abilità, ma teme costantemente la deriva esistenziale che un'insufficiente, mediocre o addirittura negativa performance borsistica potrebbe in futuro comportare, vive costantemente con l’angoscia di scivolare prima o poi nel magma ribollente della nuova Pauper class, e cioè in quella condizione di immiserimento, di povertà economica ma anche e soprattutto, a più lungo termine, di autentica povertà culturale dalla quale non ci sarà più via d’uscita, se il “Dio rendita” – come lui lo chiama, giurando di votarsi a questo nuovo vitello d’oro – trionferà senza incontrare opposizioni entro la prima metà di del ventunesimo secolo.

L’indifferenza nei confronti degli altri che caratterizza il mio sciagurato [ex]corrispondente, intrisa di malcelato disprezzo, se non di derisione nei confronti di chi “non ce la può fare”, è una conseguenza tragica e socialmente disgregante che caratterizza il trionfo del “Dio rendita”, il quale aspira ad essere adorato a livello globale – da San Francisco a Port Arthur, dalla costa americana del Pacifico al Mar Giallo attraversando Europa e Asia – e sostituisce rapidamente con i suoi simboli, con la sua immagine allettante ma terribile nella sostanza, i vecchi miti, le ideologie del passato e gli dei più remoti, invadendo con una certa qual facilità le menti, le coscienze e gli immaginari dell'umano genere.
Chi lo venera, votandosi a lui e aggrappandosi al suo feticcio come ad un’ancora di salvezza, per non essere risucchiato verso il basso della scala sociale, può di certo ricevere doni dalla banca – che se lo tiene ben stretto come cliente, grazie alle commissioni che gli fa incassare attraverso le operazioni del borsino – e portarsi a casa in occasione delle feste gli omaggi e i regalini pelosi elargiti dall’”impresa del credito” alla migliore clientela, quali cassette di vini Barolo di gran pregio, dal bel prezzo di cento euro la bottiglia.

Chi lo venera può talvolta permettersi di sognare tappeti d’oro stesi ai suoi piedi, non appena varca la soglia della filiale in cui ha i conti, a differenza di quanto accade ai miserabili, ai disgraziati pensionati, ai lavoratori dipendenti che entrano in una banca – tempio ufficiale della divinità protettrice del capitale-rendita – per mendicare mutui o crediti al consumo, sempre più spesso negati, o quanto meno razionati con la giustificazione delle cautele imposte dalla situazione di crisi in atto. Ma il culto di un simile dio porta anzi tutto angoscia, incertezza profonda, impossibilità di pianificare serenamente il futuro, estrema solitudine condita da un controproducente egoismo, e infonde agli umani una falsa forza d’animo, che è smascherata dal cinismo puramente “difensivo” riflesso nelle parole del piccolo giocatore di borsa e che in ogni momento – complici i listini avversi, i falsi rumors, le improvvise svolte degli indici e qualche altro indesiderato scherzetto del caso – può trasformarsi repentinamente in disperazione.

Il suo culto rappresenta, in definitiva, l’accettazione supina del potere e dei privilegi della nuova aristocrazia, il dominio incontrastato della Global class, ma soprattutto l’abbandono definitivo della speranza di una vera crescita umana e di un avanzamento culturale futuro, di un miglioramento generale delle condizioni di vita, barattati incautamente con un presente incerto, carico di angoscia anche per i nuovi “omologati”, attraversato da iniquità sempre più evidenti sul piano sociale e segnato dal rischio che per moltissimi non vi sarà più un futuro degno di questo nome.

Il capolavoro finale, nel testo della mail del piccolo giocatore di borsa, è il riferimento finale alla necessità di conquistarsi la “libertà” fuggendo dal lavoro dipendente.
Anche le nuove forme di alienazione sono nate in relazione al Lavoro, cioè a quella attività dell’uomo che lo pone in relazione con l’ambiente esterno e che è indispensabile per “lo sviluppo della personalità” del singolo e per il raggiungimento dell’autocoscienza individuale.
Ma il “Dio rendita” indica ai suoi adepti una strada diversa, nuova, riservando il lavoro tradizionale, puramente esecutivo, sempre di più a lavoratori sottopagati o a veri schiavi, oppure, salendo ai livelli di controllo delle produzioni materiali e culturali, a minoranze che sono in posizione di servizio rispetto agli strati più alti della classe globale. In tale contesto, il Lavoro non può più rappresentare un valore, e men che meno una strada maestra per il raggiungimento dell’autocoscienza, ma diventa sempre più spesso, per molti, un fardello del quale liberarsi, un peso, una via che porta verso il basso o finisce in un vicolo cieco.

La libertà alla quale fa riferimento il mio [ex]corrispondente è quella dal lavoro, svalutato e flessibilizzato, sottopagato e completamente ri-mercificato, e l’unica via che lo stesso vede per la salvezza individuale è quella “di votarsi” completamente al solito “Dio rendita”, accettando supinamente, oltre che i suoi riti, le nuove dinamiche sociali, anzi, coprendosi gli occhi per non vedere le ingiustizie che crescono intorno a lui, sperando che mai riescano a toccarlo direttamente.

Che razza di libertà è dunque questa?
Una libertà provvisoria, a tempo e precaria, come tutto il resto nelle nuove dimensioni culturali del capitalismo contemporaneo, con il rischio costante di scivolare verso il basso, di passare una lunga stagione della propria vita “all’inferno”, assieme a “coloro che non ce l’hanno fatta”.
Una libertà che è una nuova forma di schiavitù, o ancor meglio, una forma di schiavitù che in rapporto alle altre che si prospettano diventa libertà, come si potrebbe dire rovesciando lo slogan Freedom is slavery dell’Orwell di 1984, espresso in neolingua, ed è una delle poche “libertà” concesse dal “Dio rendita” a chi si vota a lui, o davanti a lui è costretto dalle circostanze a prostrarsi.
Una libertà che nasce dal condizionamento e dall’atomizzazione sociale, dalla precarizzazione dell’uomo e dalla svalutazione progressiva del suo lavoro, diversa dalla Libertà obbligatoria cantata negli anni settanta dal poeta un po’ filosofo Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, anche se davanti alla libertà agognata dal piccolo gambler si potrebbe certamente preferire [con le parole di Gaber] la libertà di non essere liberi. Se il lavoro non potrà più garantire le basi materiali per una vita dignitosa, cosa le potrà garantire? La speculazione finanziaria azzeccata? I patrimoni di famiglia fin tanto che durano?

Nel caso di fallimento di alcune operazioni finanziarie per lui cruciali, di importanti speculazioni in titoli andate male, il giocatore di borsa in questione potrà trovarsi alle strette, rassegnandosi a dover [soprav]vivere per il futuro in una condizione sempre più sfavorita assieme a tutti coloro che subiscono questo cambiamento epocale, ma in tale caso il nostro chi incolperà del suo personale fallimento?

Sicuramente non il “Dio rendita”, che nel suo immaginario colonizzato gli ha offerto la possibilità di [un relativo] successo e l’opportunità di essere libero, posto che la speculazione finanziaria possa veramente rendere liberi e portare sulla strada dell’autorealizzazione, o ad una nuova forma di autocoscienza non legata al Lavoro …
cosa che io mi sento di escludere nella maniera più assoluta.
Incolperà i sacri meccanismi del Mercato, che regolano la creazione del valore finanziario in nome e per conto della divinità dell’epoca?
Probabilmente no, perché si tratta degli stessi meccanismi che in passato, grazie anche alle sue indiscusse capacità [trattandosi di un gioco d’abilità e non di pura sorte], gli hanno permesso di “vincere” e di sottrarsi al lavoro sottopagato.

Alla fine non gli rimarrà altro da fare che incolpare sé stesso, giungendo alla conclusione di aver commesso errori, di non essere riuscito [magari per una sola incollatura …] ad approfittare di situazioni di investimento e speculative allettanti, in un processo di “autocolpevolizzazione” che isola gli individui, li rende inoffensivi quanto depressi, incapaci di reagire veramente, contribuendo in modo significativo ad impedire reazioni collettive diffuse, ad evitare l’esplosione del conflitto [interno alla formazione sociale] fra dominanti e dominati, a prevenire opposizioni di massa al sistema che serve adeguatamente il “Dio rendita” e quindi gli interessi della classe globale.

In caso di fallimento individuale, posseduti dallo spirito del “Dio rendita”, vittime delle sue illusioni, tutti o quasi “Scenderemo nel gorgo muti”, ma non sarà la morte, l’atto finale, come nei celebri versi del Cesare Pavese di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, si tratterà semplicemente di una nuova condizione economico-sociale ed esistenziale senza scampo, che caratterizzerà in occidente ed in Europa gli strati superiori della nuova Pauper class.

Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it/
Link: http://pauperclass.myblog.it/archive/2010/01/11/l-alienazione-umana-come-guasto-prodotto-dal-capitalismo-con.html
11.01.2010

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6659

TELEFONI CELLULARI E SALUTE. COSA NE SAPPIAMO ?


















DI YANAR ALKAYAT
theecologist.org

Tra qualche mese, un network di telefonia mobile irlandese lancerà “Firefly”, un telefono cellulare per bambini. Mentre persino l’opinione ufficiale del governo è contraria ad una simile mossa, Yanar Alkayat ripercorre opportunamente ciò che sappiamo per certo su telefoni cellulari e salute
“Sto riscontrando un numero maggiore di pazienti ventenni e trentenni con una diagnosi di tumore al cervello rispetto a quanto mi aspetterei”, afferma il neurochirurgo australiano Dr. Vini Khurana, preoccupato dall’aumento di una patologia relativamente rara ma potenzialmente fatale.

Tale patologia causa crisi epilettiche, cecità e problemi di coordinazione, e comporta un aumento di cellule anomale nel cervello. Per il suo sviluppo e la sua diagnosi possono volerci tra i dieci e i vent’anni. Mentre si attendono ancora conferme in merito ai fattori di rischio, un crescente corpus di evidenze sta correlando l’uso di telefoni cellulari con determinati tumori cerebrali.



All’inizio di quest’anno, Khurana è finito in prima pagina per la pubblicazione di uno studio secondo le cui conclusioni i telefoni cellulari potrebbero essere dannosi quanto l’amianto e il fumo di sigaretta, se non addirittura di più. Egli ha esaminato oltre 100 articoli del Dr. Lennart Hardell, eminente oncologo e ricercatore presso l’Ospedale Universitario di Orebro in Svezia, e uno studio multinazionale su telefoni cellulari e tumori al cervello, noto come “Interphone project”.

Hardell è celebre nel campo della ricerca sui tumori cerebrali e, sebbene alcuni critici sostengano che l’evidenza epidemiologica da lui raccolta sia insufficiente a stabilire una connessione tra telefoni cellulari ed effetti sulla salute, i dieci anni che ha trascorso indagando sull’argomento lo hanno costantemente portato alla stessa conclusione: usare il telefono cellulare per un’ora al giorno nei giorni lavorativi per dieci anni comporterebbe un aumento di almeno il 100% della probabilità di sviluppare un tumore al cervello.

Dopo aver esaminato il lavoro di Hardell, Khurana è propenso a concordare con lui, ma ritiene che solo “un inesplicabile aumento nei tassi di incidenza dei tumori cerebrali e di altri disturbi neurocomportamentali” potrebbe spingere i governi all’azione.

Allora, che cosa stanno facendo i governi al momento? Nel Regno Unito, il governo è impegnato in un enorme studio che coinvolge 13 Paesi dal 1999 e il cui scopo è determinare se l’esposizione a basse radiazioni di radiofrequenza (RF) influenzi i tumori al cervello (neurinoma dell’acustico, glioma, meningioma e tumori della ghiandola parotide). Questo sforzo mastodontico si è avvalso di centinaia di ricerche su oltre 14mila persone ed è costato l’esorbitante cifra di 30 milioni di dollari. Tuttavia, il mondo sta ancora attendendo pazientemente i risultati.

La pubblicazione dello studio era prevista per il 2005, ma è stata procrastinata a causa di controversie e confusione ed è ora in programma per la fine di quest’anno. I ricercatori del gruppo non concordano sulla modalità di interpretazione dei dati, ed è in corso un acceso dibattito sull’esattezza dei risultati. Sono circolate accuse di ‘distorsione del ricordo’ (il difetto associato al fatto che ai partecipanti sono richieste informazioni su comportamenti passati facendo esclusivo affidamento sulla loro memoria), anche se è possibile sostenere che tale fenomeno potrebbe portare tanto ad una sopravvalutazione quanto ad una sottovalutazione dell’impatto.

Precauzioni di sicurezza

Le soglie di radiazione RF cui la maggior parte dei Paesi aderiscono sono stabilite al fine di assicurare che i dispositivi elettronici non riscaldino il tessuto corporeo in misura superiore ad un grado nel corso di 6 minuti di utilizzo (fenomeno classificato come ‘effetto termico’). Gli scienziati, i medici e gli esperti temono che si verifichino effetti biologici a valori inferiori rispetto a quelli indicati dalle linee guida, con conseguenti possibili ripercussioni negative sulla salute nel lungo termine.

La Health Protection Agency (HPA) del Regno Unito, agenzia con funzioni consultive nelle politiche governative, e la Mobile Phone Operators Association (MOA), che rappresenta le società del settore della telefonia mobile, ritengono che le linee guida elaborate dalla International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection (ICNIRP) siano sufficienti a salvaguardare la sicurezza pubblica.

“La ICNIRP ha affermato alquanto chiaramente di intraprendere, nel formulare le linee guida, ‘un’approfondita valutazione critica della letteratura scientifica utilizzando criteri qualitativi accettati a livello internazionale’,” dice Mike Dolan, direttore esecutivo della MOA. “La ICNIRP rivede costantemente le proprie linee guida, e la segnalazione di effetti biologici sperimentali non implica che tali effetti causino patologie… anche fare le scale produce un effetto biologico, ma non ne deriva alcun danno”.

Tuttavia, ciò non coincide con le recenti osservazioni di Paolo Vecchia, presidente della ICNIRP, ovvero l’agenzia che stabilisce gli standard. Ad una conferenza tenutasi nel settembre del 2008, egli fece notare che le linee guida della sua organizzazione non sono né ‘prescrizioni obbligatorie per la sicurezza’, né ‘l’ultima parola sulla questione’, né, ancora, ‘mura difensive ad uso dell’industria o di altre parti’.

Le soglie ICNIRP sono determinate al fine di proteggere gli utenti da un numero limitato di effetti noti ed ‘indubitabili’ dell’utilizzo dei telefoni cellulari, ma non prende in considerazione alcun effetto ‘non indubitabile’. Di conseguenza, quando si tratta, ad esempio, di proteggere la popolazione da un aumentato rischio di cancro, le linee guida affermano semplicemente che ‘i dati disponibili sono insufficienti’.

Qualsiasi siano gli effetti che finiranno con l’essere dimostrati, è altamente probabile che, com’è il caso per molti altri processi biologici, la reazione dei bambini sia molto più pronunciata di quella negli adulti. Sebbene la HPA ritenga che non vi sia ancora alcuna chiara evidenza scientifica di ripercussioni negative sulla salute pubblica dovute all’utilizzo dei telefoni cellulari, essa comunque raccomanda azioni precauzionali, in particolare nei bambini.

“Se gli adulti sono colpiti dalla radiazione dei telefoni cellulari, è possibile che i bambini ne siano colpiti in misura molto maggiore poiché sappiamo che essi reagiscono più severamente ad altri fattori esterni, quali l’inquinamento da piombo, radiazioni e raggi UV”, afferma il dottor Lawrie Challis, professore emerito di fisica ed ex presidente del programma di ricerca governativo su telefoni cellulari e salute.

Ma a prescindere che questo sia dovuto o meno al loro sistema immunitario ancora in via di sviluppo, Challis afferma di aver bisogno di un “grande sforzo di persuasione per convincersi che un bambino necessiti davvero di un cellulare, soprattutto al di sotto degli undici anni.” I suoi commenti escono a pochi mesi dal lancio in Irlanda di Firefly, the mobile phone for mobile kids, che avverrà su un importante network entro la fine di quest’anno, e il cui target ha un’età compresa tra i quattro e i dodici anni.

È preoccupante che il mercato degli adolescenti e pre-adolescenti abbia assistito ad un fenomenale aumento dell’uso della telefonia mobile. Un recente resoconto pubblicato su The Times riporta che oggi la metà dei bambini di età compresa tra i cinque e i nove anni possiede un cellulare.

Il Dipartimento della Salute britannico avverte che i minori di sedici anni dovrebbero usare il proprio cellulare “solo per scopi essenziali” e “limitare la durata delle chiamate”. Tuttavia, si tratta di una sola riga in un dépliant che quasi nessuno ha letto il Mobile Phones and Health , redatto da dirigenti della sanità del Regno Unito). A paragone con le risorse dedicate alla lotta al fumo o alle infezioni trasmesse sessualmente tra gli adolescenti, l’enfasi sull’astensione dall’uso dei cellulari è minima.

Il governo sta facendo abbastanza per comunicare questo messaggio precauzionale? “Forse no”, afferma Challis. Onlus come la britannica Wired Child sono state istituite proprio per tentare di colmare questo vuoto.

L’organo consultivo del governo, l’HPA, afferma che darà maggiore risalto al messaggio quando sulla questione ci sarà un “consenso scientifico, definito e chiaro”.

“Dobbiamo sempre essere scettici, perché questo fa parte del processo scientifico”, afferma il portavoce scientifico dell’agenzia, Michael Clark. “Sappiamo che ciò può irritare chi crede che esista un effetto, ma le evidenze devono essere solide e chiare”.

‘Solidità’, ‘chiarezza’ e ‘sufficiente quantità di evidenze’ sono state questioni centrali nella guerra di parole condotta nel corso dell’ultimo decennio. Clark conviene sul fatto che non vi siano ancora abbastanza prove per giustificare ulteriori azioni, ma che ce ne siano a sufficienza per mettere in atto un qualche grado di precauzione.

Che cosa si sta facendo?

Varie organizzazioni in tutto il mondo esprimono la propria preoccupazione per il potenziare rischio cui la diffusa copertura wireless espone bambini ed adulti.

La ICEMS (The International Commission for Electromagmetic Safety – Commissione internazionale per la sicurezza elettromagnetica) afferma che “l’evidenza epidemiologica è ora più forte nel concludere che esiste un rischio” ed invoca standard che siano maggiormente precauzionali.

Il 2 aprile di quest’anno, il Parlamento Europeo ha adottato un documento sui problemi di salute associati ai campi elettromagnetici. I parlamentari europei si sono espressi con 559 voti a favore e 22 contro affinché al pubblico siano fornite informazioni più affidabili, sollecitando standard di sicurezza più rigorosi e maggiori finanziamenti alla ricerca sui rischi dell’esposizione a lungo termine.

Il Bio-Initiative Report è uno studio chiave che ha sollevato e sostenuto molta parte del problema. Un ampio pool internazionale di scienziati, ricercatori e professionisti nell’ambito delle politiche sanitarie si è riunito per studiare oltre duemila pubblicazioni specializzate sugli effetti dei campi magnetici e la salute.

Le raccomandazioni originate dal report hanno indotto alcuni governi – ad esempio il vicino della Germania, il Liechtenstein – a condurre studi propri e ad impegnarsi a ridurre le soglie di sicurezza dell'esposizione , entro il 2013, a quasi un decimo dei valori ICNIRP, ovvero 6 Volt per metro (V/m), rispetto ai 61 V/m dell’ICNIRP. Il Belgio ha già ridotto la soglia di esposizione a 3 Volt per metro (V/m).

Il Sottosegretario di Stato all’Ecologia francese ha in programma di avviare uno studio pilota in alcune città per ridurre l’emissione delle antenne per la telefonia a 0,6V/m, e diverse biblioteche parigine hanno sospeso le connessioni wireless in linea con i riscontri del Bio-Initiative Report. E quando la Corte d’Appello di Versailles ha ordinato ad uno dei maggiori operatori delle telecomunicazioni (Bouygues Telecom ), di smantellare la propria antenna in una cittadina nei dintorni di Lione sulla base dell’incertezza degli effetti sulla salute pubblica, in tutto il Paese sono seguite 135 azioni legali contro società di telefonia mobile, dando l’avvio ad una ‘crisi ministeriale’ in Francia.

Qui da noi, il governo ha pompato 3,1 milioni di sterline in ricerche il cui fine è stabilire il collegamento tra utilizzo di telefoni cellulari ed effetti sanitari nel lungo termine – tumori al cervello, morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson e altre patologie neurodegenerative – attraverso uno studio di coorte . Lo studio seguirà 200mila utilizzatori di telefoni cellulari, 90mila dei quali nel Regno Unito, nel corso di 20-30 anni e descriverà gli eventuali effetti avversi sulla salute.

Un periodo di attesa tanto lungo per avere risultati, tuttavia, potrebbe portare ad un ritardo nell’azione. “Abbiamo un bisogno disperato di finanziamenti nel breve termine perché il costo potenziale di un’epidemia sanitaria nel giro di 20 anni sarebbe eccessivo”, afferma Graham Philips, portavoce di Powerwatch. “Si dovrebbe investire urgentemente in replicazioni degli esistenti studi caso-controllo, su cellule e su animali che possano essere pubblicati entro i prossimi tre-quattro anni”.

Il futuro

Le cose stanno cambiando. Cinque anni fa, le agenzie per la protezione della salute avrebbero negato la nozione di rischio in sé, ma oggi le evidenze sono sufficienti per affermare che non si può escludere la possibilità che un rischio esista. L’azione sarà inevitabilmente lenta, così come è successo con l’amianto e il fumo: le tecnologie wireless sono altamente lucrative e sono profondamente radicate nelle nostre vite.

Inoltre, le raccomandazioni governative provengono da un gruppo limitato di scienziati esperti in campi elettromagnetici che appartengono a comitati poco conosciuti, come lo SCENIHR (Scientific Committee on Emerging and Newly Identified Health Risks – Comitato scientifico sui rischi sanitari emergenti e di nuova identificazione) che è consulente della Commissione Europea, e l’AGNIR (Advisory Board for Non-Ionising Radiation – Comitato consultivo sulle radiazioni non ionizzanti), che invece è consulente della HPA.

Questa condivisione di membri tra gruppi può causare uno squilibrio nei punti di vista, una questione, questa, recentemente sollevata presso il Parlamento Europeo dall’onorevole Christel Schaldemose, e che potrebbe comportare che certe strade di ricerca rimangano inesplorate. “Ricercatori ed organizzazioni hanno criticato la ICNIRP per aver stabilito soglie troppo elevate a vantaggio dell’industria delle telecomunicazioni e del settore militare. Ma la commissione considera imparziali e indipendenti gli esperti dello SCENIHR?” ha detto.

Comunque sia, gli oppositori sono preoccupati dal fatto che, mentre proseguono le discussioni su imparzialità e ‘peso delle evidenze’, la popolazione generale ha accolto la tecnologia wireless nelle aree più private e intime della propria vita senza neppure sapere dell’esistenza di sospetti relativi alla loro sicurezza. Di fatto, siamo gli ignari soggetti di un esperimento di cui molti non sono neppure consapevoli. E molti potrebbero non esserlo mai.

Cinque cose da fare per ridurre l’esposizione alle radiazioni RF:

1. Sostituite il telefono cordless con uno con cavo per evitare la costante radiazione emessa dalla base. Se non potete rinunciare alla comodità, provate Orchid phone, un telefono cordless a bassa radiazione che è attivo solamente quando è in uso.
2. Anche i dispositivi Bluetooth e vivavoce trasmettono una radiazione, sebbene non così potente, e sono decisamente preferibili nel caso di chiamate lunghe. Per avere una sicurezza ottimale, provate ad usare un auricolare ‘pneumatico’, che sfrutta un principio acustico in modo che l’unica cosa trasmessa al corpo sia il suono (attualmente disponibile solo negli U.S.A.).
3. Limitate le chiamate all’essenziale, spegnete il telefono quando non vi serve, evitate di posarlo in prossimità della testa mentre dormite, e tenetelo distante dalla testa subito dopo aver composto il numero perché il telefono usa la massima potenza mentre effettua la connessione.
4. Sostituite i router wireless con spine dLan che usino un sistema di cablaggio e spegnete i router wireless quando non li state usando.
5. Quando portate il telefono cellulare con voi, evitate di metterlo nella tasca dei pantaloni o nel taschino della giacca così da ridurre al minimo l’esposizione di organi interni sensibili; evitate di tenere il computer portatile in grembo perché il trasmettitore, che comunica costantemente con il router, potrebbe trovarsi sul fondo e quindi a contatto con il vostro corpo.


Yanar Alkayat (giornalista freelance specializzato in temi relativi alla salute)
Fonte: www.theecologist.org
Link: Link
21.07.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ORIANA BONAN

Link utili:

www.brain-aneurysm.com
www.hpa.org.uk
www.icems.eu
www.mobilemastinfo.com
www.powerwatch.org.uk
www.voicetheunion.org.uk
www.wiredchild.org

L’inganno transgenico continua
















di Andrea Bertaglio

Siamo alle solite: per promuovere metodi di sovra-produzione inutili, nocivi o dei quali non è certo l’effetto sulla salute umana, si tirano fuori un’infinità di finti buoni propositi e motivazioni a sfondo umanitario. I sostenitori degli Organismi Geneticamente Modificati, infatti, continuano con la favola di voler sconfiggere la fame nel mondo, come già alcune multinazionali fecero nei lontani anni ’60 con la cosiddetta “Rivoluzione verde”. Nonostante i buoni propositi degli scienziati coinvolti, con la scusa di voler “sfamare il mondo” si diffusero non solo le monoculture (che hanno impoverito i suoli e portato le popolazioni che le hanno adottate a non poter più essere auto-sufficienti come nei millenni precedenti), ma anche dosi di fertilizzanti e pesticidi in quantità a lungo andare allarmanti sia per l’uomo che per l’ambiente. Ma si sa, la memoria delle persone è decisamente breve.

Un po’ come nel caso dell’energia nucleare, che continua ad essere propinata in questo preciso momento storico per la sua presunta capacità di poter aiutare nella lotta ai cambiamenti climatici (cosa peraltro falsa, come dimostrato nella puntata di Report “L’inganno” di Michele Buono e Piero Riccardi), anche nel caso degli OGM si continuano a diffondere notizie false che possano conquistare la buona fede, oltre che l’approvazione, dell’opinione pubblica.Ora, anche lo sviluppo degli OGM “nutrizionali” è basato sullo stesso approccio del nucleare, ossia su rischiose e fallimentari tecnologie, come appunto è già stato fatto in passato. Lo conferma un recente rapporto della IAASTD (International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development), che conclude le sue analisi affermando che il miglior modo per sfamare il mondo, sul quale bisognerebbe concentrare gli sforzi e le risorse della ricerca, è la coltivazione agro-biologica, di cui il miglior esempio è quella biologica.
In un articolo sull’inglese “The guardian”, Isobel Tomlinson si avvale dei commenti del Prof. Winkler rilasciati alla ottima Soil Association, nei quali viene ribadita la falsità delle asserzioni riguardanti la favola della sconfitta della fame nelle nazioni “in via di sviluppo”. «La malnutrizione», riporta la Tomlinson, «cresce per la mancanza di molti micro-nutrienti, e non può essere risolta dal semplice sviluppo di coltivazioni progettate per creare nutrienti specifici».
Ciò di cui c’è veramente bisogno, scrive la giornalista britannica, è la varietà, la diversità delle colture, e che «promuovere un’ulteriore sviluppo delle monocolture attraverso sementi geneticamente modificate non risolverà il problema», anche perché «tali sistemi agricoli si basano su elevati usi di fertilizzanti artificiali e pesticidi chimici». La soluzione sarebbe invece lo sviluppo (vero) dell’agricoltura biologica e nel ritorno a metodi agricoli tradizionali.

Oltre alla varietà di colture ed all’implementazione dell’agricoltura biologica, un altro metodo tradizionale che ha permesso all’umanità di provvedere al suo sostentamento per alcuni millenni e che potrebbe tornare ad essere utile oggi, è quello di un “semplice” ritorno alle cosiddette “rotazioni”, ossia al far “riposare” a turno gli appezzamenti di terreno, lasciandone sempre una parte a maggese.
Una scelta di questo tipo si sta dimostrando necessaria non solo per la qualità dei prodotti, ma anche per il progressivo impoverimento dei suoli che molti terreni stanno subendo da anni (un’altra puntata di Report [dei due autori succitati, “Il piatto è servito”, ne parla in modo dettagliato).
È necessario tornare al buon senso, piuttosto che affidarsi ciecamente ad una tecnologia e ad una scienza che da tempo hanno abbandonato la razionalità ed il perseguimento del benessere e della “verità”. Siamo ormai lontani dai tempi dell’Illuminismo, ora che le falle della scienza sono note a tutti e l’ostinazione del mondo politico ed economico nel tentativo di mascherarle sta creando solo una perdita di fiducia nel progresso stesso.
Il progresso e lo sviluppo sono un’ottima cosa, quando sono veramente tali. La tecnologia deve essere migliorata. Il discorso non è quindi ripudiare la tecnologia, ma usarla in modo sensato. Come sempre, invece, in un’ottica di crescita economica costante ciò su cui si punta (dall’agricoltura all’energia alla produzione di oggetti in generale) è sempre la quantità, quasi mai la qualità.

Le cifre sono enormi anche quando si considerano le quantità di pesticidi utilizzate a causa degli OGM, o il giro d’affari che ne consegue. Negli Stati Uniti d’America, punte di lancia della produzione ed uso degli organismi geneticamente modificati, il transgenico è presente da tredici anni. Ora, tirando le somme, è stato dimostrato che la coltivazione di soia, mais e cotone transgenici ha fatto aumentare considerevolmente negli USA non solo il consumo di pesticidi, ma anche la diffusione di piante infestanti ormai resistenti agli erbicidi.
Secondo la ricerca capitanata dall’agronomo Charles Benbrook, in 13 anni di diffusione degli ogm per gli erbicidi si sono spesi 383 milioni di dollari in più, per una quantità di 172 mila tonnellate. Per combattere le piante infestanti, invece, i coltivatori sono stati (e sono) costretti ad usare quantità più elevate di glifosato, o sono passati ad erbicidi ancora più tossici, come il Paraquat o l’acido diclorofenossiacetico.
Che dire allora, se si pensa che l’epidemia di cancro in corso è dovuta soprattutto all’uso di pesticidi sempre più forti, sempre più pervasivi e sempre più in abbondanza, o se si considera che l’agricoltura è la principale causa dei famigerati cambiamenti climatici ai quali nemmeno i leader di Stato riunitisi nella Farsa di Copenhagen sembrano essere interessati? L’energia e l’agricoltura sono insieme all’acqua la base della nostra civiltà. È davvero un peccato continuare a vederle sprecate o utilizzate nel peggiore dei modi da un manipolo di manigoldi.
Inutile dire, quindi, che sarebbe opportuno riprenderne il controllo, dando tutto il supporto possibile a tutti quei “tarli” che nel silenzio hanno già incominciato ad agire e che hanno iniziato a re-impossessarsi di ciò che da troppo tempo è stato dato in gestione a chi ha solo un obiettivo: l’istantanea massimizzazione dei profitti, anche a costo di tutto ciò che la potrebbe garantire nel tempo.
Per approfondire importanti argomenti riguardanti l’energia e l’agricoltura, oltre alla visione delle due puntate di Report sopra indicate (nelle quali si parla appunto di questi “tarli”), mi permetto di consigliare anche la lettura del libro Il mondo alla rovescia, edito dalle Edizioni per la Decrescita Felice e scritto a quattro mani dagli stessi Michele Buono e Piero Riccardi.

http://www.terranauta.it/

I cambiamenti climatici e le previsioni della mitologia indigena






















di Romina Arena

La mitologia indigena, attraverso le sue figure, racconta la distruzione del mondo. L’allegoria delle immagini non è per nulla lontana dalla condizione presente di una terra destinata ad implodere su se stessa per colpa di quella cosa che si chiama progresso, ma si legge autodistruzione. 

Spentesi da poco le luci sul Summit di Copenhagen, quello che resta è uno spesso velo di delusione. Purtroppo, quando in gioco ci sono gli interessi economici dei potenti della terra e quando costoro si ritrovano intorno ad un tavolo, la storia ci insegna a farci poche, pochissime illusioni. Dicevamo la storia, in essa, si dice tra gli addetti ai lavori, si dovrebbe studiare il passato, per capire il presente e paventare il futuro.

Studiare gli errori dovrebbe aiutare a non commetterli ulteriormente. Studiare la storia dovrebbe aiutarci, come una palestra, ad una certa dinamicità mentale. Studiare la storia, poi, ci aiuta a capire che molto probabilmente le strade che il progresso pavimenta verso il futuro da un lato sono drammaticamente destinate al disastro, dall’altro non portano mai a qualcosa di veramente nuovo.
Spesso, in quelle tradizioni ancestrali, millenarie e sepolte dal tempo e, ahinoi, dal progresso, c’è la spiegazione palese e quasi disarmante del nostro presente.
Nella mitologia dei Baniwas, degli Yanomami e dei Desana, popolazioni indigene che vivono nel nordest dello Stato brasiliano di Amazonas, al confine con la Colombia ed il Venezuela, si possono rintracciare spiegazioni ed avvertimenti sul cambiamento climatico.
Si tratta di un fenomeno per nulla inedito nella storia dell’umanità ed ha avuto inizio quando si è creata quella frattura insanabile tra gli esseri umani, la natura e gli animali.
Il mito della creazione, che per gli Yanomami si riferisce anche alla fine del mondo, fa proprio riferimento alla “caduta del cielo”, un fenomeno speculare al biblico diluvio universale in cui gli esseri umani, sommersi dall’acqua, si trovano a guerreggiare con esseri magici. Un evento che potrebbe verificarsi, sempre secondo gli Yanomami ed i Baniwa, se l’umanità non inverte l’attuale processo di distruzione.
In quella che Juan Carlos Ochoa Abaurre (Uned Navarra) chiama la “cataclismologia del mito della creazione e della distruzione del mondo” che caratterizza la mitologia delle popolazioni indigene si estrinseca un sentimento uniforme di annichilimento della terra in tempi remoti e la sua futura ripetizione. La rappresentazione è la più varia e va dalla già citata inondazione, all’incendio (popola Nandevas), all’attacco mosso da mostri (popolo Kayová), oppure all’improvvisa caduta della terra nel buio (Apápokuva).

Secondo José Maria Lana, un abitante dell’Alto Rio Negro, rappresentante del popolo Desana ed esponente dell’attuale direzione della Federación de las Organizaciones Indígenas del Río Negro (Foirn), gli avvertimenti del mito (o dei miti) sono già percepibili. Ad esempio, nell’intensità del calore solare, nel cambiamento del periodo di infiorescenza, nello spostamento dei periodi delle piogge. Non si tratta, per la verità, di episodi fini a se stessi, poiché la loro alterazione influisce fortemente sulla riproduzione degli animali, sulla maturazione dei vegetali e di conseguenza anche sui cicli alimentari delle popolazioni della foresta e sui loro riti tradizionali.
David Yanomami, sciamano più volte premiato per il suo impegno a fianco delle popolazioni indigene, ritiene l’uomo bianco e le sue azioni i fattori principali del declino. La contaminazione dell’aria e dei terreni provocata dalle industrie, dalle bombe, dalla combustione del petrolio e anche dal veleno invisibile che sale dal profondo della terra a causa delle attività estrattive, lastricano la strada verso l’irreparabile e generano malattie sconosciute che gli stessi sciamani non sono in grado di curare (se l’uomo bianco non porrà fine alla perversa distruzione della nostra Madre Terra, esso è destinato all’estinzione, come la foresta pluviale e gli Yanomami).
Si tratta di un colpo molto duro inferto all’identità tradizionale delle popolazioni indigene. Lo sciamano non è solo una sorta di mago; è di più, un punto di riferimento, un medico, la persona cui rivolgersi in caso di difficoltà. E quando anche questa figura diventa impotente davanti ai nuovi morbi impossibili da sconfiggere ricorrendo alla medicina tradizionale, è lì che inizia ad erodersi la solidità di popolazioni che hanno fatto del loro stretto ed intrinseco legame con la natura la radice su cui innestare la loro intera esistenza.

Se da un lato questa fenomenologia ha molto del pessimismo endogeno delle credenze indigene, dall’altro è abbastanza evidente come, tutto sommato, ed estrapolando il significato fattivo dalla metafora, lo spezzarsi dell’armonia tra gli esseri umani e la natura abbia condotto ad un sistema-mondo irrimediabilmente danneggiato.
La schizofrenia dei cicli climatici altera i ritmi dell’agricoltura, il surriscaldamento globale scioglie i ghiacciai e rimescola la fauna marina, i prodotti di sintesi e la chimica alterano i sapori, gli odori, i colori e intanto l’uomo bianco di David Yanomami è fiero di ingurgitare cibo plastificato, possedere più di quando gli sia effettivamente necessario, accumulare montagne di cose che presto si trasformano in montagne di rifiuti.
È contento del progresso, l’uomo bianco, perché glielo spacciano per futuro senza interrogarsi che cosa sia quella strana schiuma che lo circonda mentre fa un bagno a mare; quel fumo compatto che gli entra nei polmoni e lo ammazza a sua insaputa; quella pioggia così putrida che gli insozza la macchina appena lavata. L’uomo bianco è buffo, se la prende con la marea che ha distrutto la casa e non con il costruttore abusivo che l’ha eretta sulla costa; se la prende con la frana e non con quelli che disboscano selvaggiamente; se la prende con gli elefanti, con gli orsi, con le volpi che si aggirano in cerca di cibo nei centri abitati e nei villaggi e non con quelli che pezzo a pezzo hanno invaso il loro habitat naturale, privandoli delle loro fonti di sostentamento.
L’uomo bianco è buffo perché si sta suicidando e, semplicemente, non lo sa.

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Fabrizio De Andrè - Il bombarolo



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Fabrizio de Andrè - le nuvole



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vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono lì tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto una voglia di pioggia