martedì 26 gennaio 2010
CENSURA A ZURUGURU
http://www.youtube.com/user/zurugururewind
il canale Zurugururewind censurato da youtube per avere immesso in un video satirico su Silvio Berlusconi un fotogramma del celeberrimo dipinto " lo stupro" di Rene' Magritte Diffondete!
DMT - Molecola Spirituale
http://www.youtube.com/user/LaGrandeOpera2
Serie di Video trovati per la rete, che trattano il tema del DMT. Sottotitoli INediti per l'Italia a cura di : Heimskringla .
Playlist composta da 11 video , buona visione.
ISRAELE SOLLEVA UN POLVERONE SIMULANDO UN TERREMOTO
israelnationalnews.com
Il dipartimento di sismologia dell'Istituto di Geofisica del Ministero delle Infrastrutture tenterà di simulare un terremoto nel sud del Negev questo giovedì. L'esperimento, finanziato dal Ministero della Difesa statunitense, è un piano condiviso con l'Università delle Hawai e fa parte di un progetto scientifico che si propone di potenziare le letture sismologiche e acustiche in Israele e nei suoi dintorni, fino ad un raggio di 1000 km / 621 miglia.
L'esperimento di prefigge di migliorare la conoscenza della propagazione di onde sonore nell'atmosfera. Gli scienziati saranno quindi in grado di mettere a punto le apparecchiature sismologiche israeliane in modo da poter prevedere i terremoti. Le misurazioni saranno effettuate anche in altri paesi, inclusi Cipro, Grecia, Francia e Germania.
Israele provocherà l'esplosione controllata di 80 tonnellate di materiale esplosivo, che sarà in grado di simulare l'intensità di una scossa in seguito ad un terremoto di magnitudo 3. I terremoti naturali di intensità simile avvengono ad un ritmo di uno a settimana nelle regioni del Medio Oriente, senza che nessuno se ne accorga.
Per concessione del Servizio di Rilevazioni Geologiche degli Stati Uniti
I risultati dell'esperimento saranno a disposizione della comunità scientifica e ci si aspetta che forniscano contributi aggiuntivi alla ricerca sulla propagazione di onde sonore nell'atmosfera e sui terremoti.
Negli ultimi anni, l'Istituto di Geofisica ha creato svariate simulazioni di terremoti per poter calibrare le proprie attrezzature. Nel Giugno 2004 ha fatto detonare 32 tonnellate di esplosivo nel sud del Negev. Nel Giugno 2005 ne ha fatte detonare 20 tonnellate nelle miniere di Beit Alfa, nella valle di Jezreel, a sud della Galilea. Il successo di questi esperimenti ha contribuito a migliorare in modo significativo l'accuratezza con cui vengono identificati i terremoti in Israele.
Nel contesto del progetto di previsione dei terremoti in Israele, il ministro delle Infrastrutture Nazionali e il ministro della Finanza hanno recentemente finanziato un piano triennale per aggiornare le attrezzature sismologiche.
Fonte: www.israelnationalnews.com
Link: http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/133083
25.08.09
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ELISA NICHELLI
http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php
La Terza guerra alla salute e al clima
di Valdo Vaccaio - http://valdovaccaro.blogspot.com/ - http://www.medicinanaturale.biz/
Ciao Valdo, grazie per le tesine.
Vedo che anche tu non scherzi quando ti cerchi dei nemici.
Stiamo affrontando le stesse persone.
Sono i padroni delle case farmaceutiche, delle fabbriche di armi, delle stalle da 200 mila capi e delle grandi istituzioni che stampano denaro senza averne i titoli, e che poi hanno la faccia tosta di prestarlo al mondo con tanto di interessi.
Ormai è chiaro che la gente non si ammala per virus e batteri ma per il cibo-spazzatura, per l’inquinamento ambientale chimico ed elettromagnetico, per i troppi veleni e le colture OGM.
Le nanotecnologie con i loro elementi auto-assemblanti capaci di attaccare il Dna, in forma di
nanopolveri diffuse nei cibi, nei farmaci, nei vaccini, e nell’atmosfera, sono solo l’ultimo ritrovato.
E, con queste porcherie, stanno lentamente, ma non troppo, trasformando gli esseri umani in automi vulnerabili ed elettrosensibili, pronti per il cablaggio al supercomputer globale.
Questa è la realtà. A presto.
Franco Bovone
Vedo che anche tu non scherzi quando ti cerchi dei nemici.
Stiamo affrontando le stesse persone.
Sono i padroni delle case farmaceutiche, delle fabbriche di armi, delle stalle da 200 mila capi e delle grandi istituzioni che stampano denaro senza averne i titoli, e che poi hanno la faccia tosta di prestarlo al mondo con tanto di interessi.
Ormai è chiaro che la gente non si ammala per virus e batteri ma per il cibo-spazzatura, per l’inquinamento ambientale chimico ed elettromagnetico, per i troppi veleni e le colture OGM.
Le nanotecnologie con i loro elementi auto-assemblanti capaci di attaccare il Dna, in forma di
nanopolveri diffuse nei cibi, nei farmaci, nei vaccini, e nell’atmosfera, sono solo l’ultimo ritrovato.
E, con queste porcherie, stanno lentamente, ma non troppo, trasformando gli esseri umani in automi vulnerabili ed elettrosensibili, pronti per il cablaggio al supercomputer globale.
Questa è la realtà. A presto.
Franco Bovone
Un messaggio meritevole di diffusione in un mondo ormai cloroformizzato
Ciao Franco, ho trovato il tempo per analizzare il tuo prezioso materiale, sintetizzarlo e riassemblarlo un po’, aggiungendovi pure del mio.
Sono d’accordo con te che ci troviamo di fronte al medesimo nemico.
Su questi problemi è fondamentale divulgare informazione corretta, senza esagerare e senza creare inutili allarmismi, all’infuori di quelli già impliciti nei fatti.
Siccome la stampa pare anchilosata ed ipnotizzata su questi problemi, siamo noi che dobbiamo sobbarcarci l’onere di farlo.
Il fatto che il Presidente della Repubblica Italiana, e un Ministro basilare come Giulio Tremonti, entrambi persone non solo autorevoli ma anche stimate e rispettate, abbiano citato in pubblico la faccenda del Nuovo Ordine Mondiale e degli Illuminati, dovrebbe svegliare le coscienze assopite e cloroformizzate del nostro paese, di tutti i governanti e della gente comune.
Mi auguro che questo documento abbia la giusta e meritata diffusione.
Valdo Vaccaio
Sono d’accordo con te che ci troviamo di fronte al medesimo nemico.
Su questi problemi è fondamentale divulgare informazione corretta, senza esagerare e senza creare inutili allarmismi, all’infuori di quelli già impliciti nei fatti.
Siccome la stampa pare anchilosata ed ipnotizzata su questi problemi, siamo noi che dobbiamo sobbarcarci l’onere di farlo.
Il fatto che il Presidente della Repubblica Italiana, e un Ministro basilare come Giulio Tremonti, entrambi persone non solo autorevoli ma anche stimate e rispettate, abbiano citato in pubblico la faccenda del Nuovo Ordine Mondiale e degli Illuminati, dovrebbe svegliare le coscienze assopite e cloroformizzate del nostro paese, di tutti i governanti e della gente comune.
Mi auguro che questo documento abbia la giusta e meritata diffusione.
Valdo Vaccaio
Parmalat e Africa: depredazione di un Continente parzialmente stremato
di Romina Arena
L’Africa è un mercato decisamente ghiotto perché le multinazionali non vi vadano a fare shopping ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di affermarsi e mietere profitti. Anche la Parmalat non difetta a questa logica. Vediamo come.
In Italia abbiamo assistito per lungo tempo all’infinita saga dell’Impero Tanzi, a quell’intricata storia della Parmalat nella quale a rimetterci sono stati solo e soprattutto i piccoli risparmiatori.
Va tuttavia sottolineato che il gruppo campione dell’industria lattiera non ha accumulato meriti e demeriti solo in patria.Come ogni multinazionale che si rispetti, anche la Parmalat ha visto nei mercati del terzo mondo una sorta di albero della cuccagna al quale aggrapparsi ferocemente. E come ogni multinazionale che si rispetti ha utilizzato i più spregiudicati strumenti a disposizione del liberismo economico per fare piazza pulita della concorrenza e conquistare succulente fette di mercato.
La meta è l’Africa, il Sudafrica per la precisione (ma anche Zambia, Mozambico, Botswana e Swaziland).
Entrando nel mercato, la Parmalat (con la sua sezione specifica Parmalat Africa con sede, manco a dirlo a Mauritius) ha investito 815 milioni di Rand (nell’ordine dei 760 milioni di euro a valuta corrente) nell’industria lattiero-casearia locale controllando il 24,1% della produzione nazionale del Sudafrica. Lì il gruppo di Collecchio ha acquistato le due più grosse industrie casearie del Paese, la Bonnita (100 milioni di Euro) e la Towercop.
L’acquisto di Bonnita, però, non limita l’azione di Parmalat al solo Sudafrica.
Lo Zambia nel 1990 si imbarcò in imponenti programmi di aggiustamento strutturale che, come da dogma neoliberista, puntavano alla privatizzazione di quanto fosse proprietà dello Stato. Questo processo ha avuto un impatto drammatico su quello che era il settore caseario nazionale. Ciò che costituiva la pietra miliare del sistema parastatale caseario, il Dairy Produce Board, ovvero il Consiglio governativo sulla produzione casearia, fu privatizzato nella metà degli anni Novanta quando la partecipazione di maggioranza fu venduta alla sudafricana Bonnita per 800,000 Dollari.
Ai produttori zambiani fu garantito il 28% delle quote nella nuova compagnia e la Bonnita si impegnò anche a mantenere i 130 impiegati del DPB. Quando la Bonnita, verso la fine degli anni Novanta, fu assorbita dal gruppo Parmalat Africa, quest’ultimo divenne investitore diretto in Zambia via Sudafrica, comprando a sua volta, nel 1996, il DPB per un costo pari a 6 milioni di Dollari.
Il monopolio della Società di Collecchio è dimostrato dal fatto che Parmalat in Zambia è l’attore economico principale e tratta il 50% del latte non pastorizzato, il 70% del quale proviene da grossi produttori, il resto da circa 400 piccoli produttori.
Questo ha indubbiamente modificato il volto del settore caseario zambiano poiché se da un lato i sostenitori potrebbero affermare che, tutto sommato, la Parmalat in Zambia, acquisendo il latte da piccoli e grossi produttori, ha sì aumentato i suoi utili, ma ha anche contribuito a migliorare le capacità e le competenze di quei medi e piccoli produttori con i quali si interfaccia, è anche vero che, direbbero i detrattori, il resto del mercato dei latticini langue in un sistema di quasi monopolio che vuole tutti gli altri prodotti caseari importati direttamente dal Sudafrica.
Si tratta di merce dai costi di produzione elevati che potrebbe benissimo essere prodotta in Zambia con costi più contenuti utilizzando i fornitori locali di latte non pastorizzato.
La scalata al potere economico africano, quindi, è stata veloce, tutta costellata da numerose acquisizioni finanziate con crediti basati su vere e proprie frodi.
È infatti stato appurato come tra la metà degli anni Novanta ed il 2003, anno in cui si è verificato il crack, i rapporti finanziari tra la Parmalat e la Bank of America ammontassero ad un miliardo di dollari.
Secondo il nucleo tributario della Guardia di Finanza di Bologna, sono tre le operazioni di finanziamento che la Bank of America mise in piedi con la Parmalat. Tra queste spiccano 60 milioni destinati a Parmalat Sudafrica, Cile e Africa. Stando alle indagini del Nucleo, Bank of America pose come condizione per l’erogazione del prestito a Parmalat Sudafrica la cancellazione di un altro finanziamento erogato a Parmalat Usa, per il valore di 17 milioni di dollari, reintegrati in parte alla Bank of America utilizzando i soldi del finanziamento a Parmalat Africa.
Lo scopo formale dei 15 milioni destinati a Parmalat Africa era di finanziare un import-export. Dopo quattro giorni dal loro arrivo sui conti della controllata africana, però, i 15 milioni vanno su un conto di Parmalat Usa e poi saranno destinati a chiudere, almeno in parte, la linea di credito della banca nei confronti della controllata americana. Almeno questo è quello che ha dichiarato in aula il Maresciallo Alessandro Colaci che ha diretto le operazioni del Nucleo.
Nonostante questo e nonostante il crack, nel 2003 la Società ha raggiunto un accordo per acquisire in Sudafrica l’attività della divisione formaggi della Unilever Bestfoods Robertson South Africa (Ubr) per una cifra pari a 7,5 milioni di euro acquisendo i brand di due formaggi in particolare: Simonsberg e Melrose (senza assunzione di debiti).
Inoltre Parmalat si era impegnata a rilevare il magazzino formaggi della Ubr per 1,7 milioni di euro. Questa azione era però soggetta all’autorizzazione da parte della locale autorità antitrust. In realtà la Parmalat non è assolutamente estranea alla Competition Commission Sudafricana, ovvero l’autorità antitrust, che dal 2005 ha fatto partire un’approfondita indagine sul cosiddetto “cartello del latte”.
Nel 2006, infatti, Parmalat ricevette la notifica di un’istruttoria nei suoi confronti avviata dalla Commissione di tutela della concorrenza di Pretoria con l’accusa di aver stretto un tacito accordo con le concorrenti Clover Industries, Clover South Africa, Ladismith Cheese, Woodlands Dairy, Lancewood, Nestlè e Milkwood Dairy per mantenere i prezzi artificiosamente alti. Nello specifico si accusa la Parmalat Sudafrica e gli altri player di scambio di informazioni sui prezzi del latte; stipulazione di accordi incrociati per la vendita del latte in eccesso e stipulazione di esclusive di vendita con i produttori. Il processo dinanzi al Competition Tribunal di Pretoria è iniziato nel gennaio 2007, la prima udienza è stata nel settembre 2008. Prima che si concludessero le indagini della Commissione la Clover ha chiesto ed ottenuto un trattamento favorevole presso la Commission’s Corporate leniency Policy.
Stessa cosa per la Lancewood che davanti alla Commissione antitrust ha ammesso di aver contravvenuto alle norme del Competition Act. La Società si è fatta carico di pagare una penale amministrativa di 100.000 Rand e si è offerta di collaborare alle indagini ancora in corso per gli altri player, incluso Parmalat. Per un processo tuttora in corso, la Società di Collecchio rischia, secondo le normative antitrust sudafricane, una sanzione pari al 10% del suo fatturato annuo realizzato in Sudafrica.
Per quanto la Parmalat sbandieri fatturati da record in territorio africano, renda nota la prodigalità con la quale contribuisce al miglioramento delle competenze tecnologiche nel settore lattiero-caseario e vinca annualmente la prestigiosa competizione (sic) per il miglior formaggio del Continente (il Cheddar per gli amanti della gastronomia), nonostante cerchi, insomma di apparire come una Società sana ed in salute, difficilmente riesce a smentire il carattere neoliberista che la contraddistingue.
Si è fatta spazio nel mercato africano a forza di frodi e soprusi, partendo dal presupposto che la legge del più forte sia il passepartout che apra ogni porta e che il fine del profitto giustifichi sempre i mezzi con i quali si crea.
Ulteriori fonti (oltre ai collegamenti inseriti nel testo):
Sul cartello del latte e la Competition Commission:
http://www.comptrib.co.za/%5Ccomptrib%5Ccomptribdocs%5C984%5C78CACJul08.pdf (fonte Competition Commission South Africa)
http://www.webberwentzel.com/wwb/view/wwb/en/page1873?oid=22723&sn=Detail
http://www.oecd.org/dataoecd/35/15/41959750.pdf
http://www.comptrib.co.za/%5Ccomptrib%5Ccomptribdocs%5C1010%5C103CRDec06Lan eCO.pdf (fonte Competition Commission South Africa)
http://www.terranauta.it/
Ciò che Obama non può cambiare
Martedì 26 Gennaio 2010 09:19 Carta
Obama e l'America Latina - di Giuseppe De Marzo A Sud [pubblicato su Carta.org il 25 Gennaio 2010] Al di là delle intenzioni e dei discorsi del presidente statunitense, la politica Usa verso l'America latina rimane vincolata alle catene di un modello di sviluppo che si traduce in bisogno di controllo del territorio e delle risorse.
Qual è l’attuale livello della relazione politica tra gli Stati Uniti e l’America Latina? Nonostante Obama e i suoi condivisibili sermoni, quali sono le motivazioni che determinano le scelte economiche e militari della più grande potenza armata nel mondo con il continente ex-desaparecido?
Ad una rapida valutazione dei discorsi della nuova amministrazione Usa pare di scorgere, anche in alcuni gesti emblematici come lo scambio di sorrisi e di strette di mano tra Chavez e Obama, delle inversioni di tendenza.
Si apre uno spiraglio nella chiusura ottusa e distruttiva portata avanti con la giunta del nuovo secolo americano al potere per ben otto anni. Obama come Bush? Questo non lo possiamo affermare. Alla stessa maniera non possiamo affermare che siamo in presenza di un cambio di relazioni strategiche dell’amministrazione statunitense con i nuovi governi progressisti latinoamericani. Del resto gli interessi economici statunitensi, l’apparato di multinazionali, fabbricanti di armi e bolle speculative è così intriso nella politica economica capitalista che sarebbe irrealistico pensare ad una rottura del paradigma solo perché in presenza di un presidente «black» e democratico. Una cosa sono le politiche fiscali e sociali che Obama può fare a casa sua; un’altra è la geopolitica e la politica estera che gli Stati Uniti devono comunque continuare a portare avanti a prescindere dal presidente eletto.
Obama quindi non può cambiare nulla sul piano internazionale? Probabilmente qualcosa cambia, a partire da un approccio multipolare per ciò che riguarda la risoluzioni di alcuni problemi in cui gli Stati Uniti non vogliono più rimanere ai margini, anche per ragioni ovvie di convenienza nella riscrittura delle regole internazionali, così da mediare a proprio vantaggio in una situazione planetaria in cui i poli del potere politico economico non sono più solo tra Washington e New York, ma investono come minimo altre due continenti ad est della ex cortina di ferro. Cos’è dunque che Obama non può cambiare e non potrà cambiare, anche se volesse [e questo ci dovrebbe far riflettere sul reale «potere» della democrazia rappresentativa].
Quello che Obama non potrà mai cambiare è la politica di sicurezza e di espansione economica fondata sulla crescita e la competizione. Mc Donald ha bisogno ancora, ed oggi più che mai, di Mc Donnell Douglas per poter vendere e conquistare mercati. Il famoso pugno di ferro con il quale si aprono gli spazi e si «conquistano» i consensi, è lo stesso di sempre, magari un po’ più in sordina e mascherato, così da non imbrattare il vestito buono della festa quando ci si incontra tra un vertice e un altro, saltellando tra Copenhagen, Ginevra e Roma nel corso degli ultimi fallimenti internazionali targati Cop15, Wto e Fao.
Gli interessi in gioco troppo grandi perché qualcuno dal di dentro li metta in discussione. Possiamo concedere qualcosa sul piano del mercato interno, visto che tra l’altro la crisi ce lo impone ed uno Stato che elargisce soldi a banche e imprenditori dopo la crisi da questa provocata non pare vero.
Ma sul fronte «esterno» agli Stati Uniti la divisione nemici ed amici in salsa hollywoodiana funziona sempre come un disco rotto che ripete la stessa nota da qualche decennio.
La decisione di Obama di installare sette basi militari in Colombia, dal fedele alleato paramilitare al governo, Alvaro Uribe, si inquadra in questa necessità. Non è quindi Obama ad aver deciso ma i giganteschi interessi ed i piani strategici militari già stilati cinque anni prima, ai quali il presidente può solo dire si, a quanto pare.
Già nel 2002 la rivista Foreing Affaris raccontava come il segretario Donald Rumsfeld avesse completato lo sforzo di trasformazione militare della strategia, iniziato come un processo e non come una decisione casuale o difensiva. Il campo della post guerra fredda ha consegnato una novità profonda sul piano della strategia militare di guerra.
Non esistono più, o quasi, guerre vecchia maniera. Altre guerre si giocano su altri piani e l’addestramento militare è di tipo diverso e richiede un adattamento strategico a seconda degli interessi da difendere. Da questa visione i teorici del nuovo secolo americano avevano immaginato la vulnerabilità degli Stati Uniti su altri fronti e per porvi riparo teorizzato azioni ed attività per garantire quella che è stata definita la «U.S. Homeland Security». Da qui la necessità di basi militari all’estero nei luoghi potenzialmente intesi come una minaccia agli interessi a stelle e strisce.
Ma la domanda è, chi stabilisce cosa sia una «minaccia» per gli interessi statunitensi? E quali sono questi interessi? Le sette basi militari, i migliaia di contractors, militari ed addestratori inviati ufficialmente in Colombia esprimono questa necessità di sicurezza. Già ma da che cosa? Chi sono le minacce? I narcotrafficani? Non proprio, visto che la maggior parte di questi è stata a busta paga della Cia o della Dea ed ha costituito l’esercito di paramilitari che ha messo a ferro e fuoco la Colombia negli ultimi 15 anni massacrando tre generazioni di leader sindacali, indigeni e contadini. I terroristi? Qualcuno veramente crede possibile che i guerriglieri delle Farc dopo 45 anni in cui non sono riusciti ad conquistare il potere in Colombia possano rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti attaccando militarmente il suolo americano? Le basi di Al Qaeda? Qualcuno veramente, dopo le balle spaziali raccontati in mondo visione per legittimare la guerra preventiva in Iraq, crede ancora di vendere questa leggenda al mondo? Ve li vedete Bin Laden & company che si incontrano con gli agenti di Chavez per attaccare Wshington?
Quali minacce allora? Diciamo che la chiusura della base militare Usa di Manta, in Ecuador, grazie alla volontà di riprendere finalmente la sovranità del proprio territorio da parte del presidente ecuadoriano Rafael Correa, l’avanzamento dei processi politici di cambio e trasformazione del continente in molti paesi, a partire da Venezuela e Bolivia, fanno si che la presenza militare Usa debba essere garantita. Ma per garantire cosa? Cos’è che i nuovi processi latinoamericani non garantiscono più o potrebbero non garantire più? Ed allora scopriamo nella maniera più semplice che le nazionalizzazioni, le nuove costituzioni che introducono i «diritti della natura», i movimenti ovunque impegnati a difendere i beni comuni ed a cacciare le multinazionali onnivore del nord, le aspirazioni unitarie e bolivariane di un intero continente, la creazioni di una nuova idea della democrazia della terra, sono tutte minacce per gli interessi economici e gli enormi profitti sin qui realizzati dalle imprese statunitense, vera architrave della presunta democrazia occidentale. Queste sono le vere minacce agli interessi economici e strategici statunitensi, costruiti in larga misura sulla sofferenza, la distruzione e l’annichilimento delle aspirazioni di interi popoli o regioni del mondo.
Anche per questo risulta «conseguente» la scelta di Obama rispetto ad una governance internazionale che non pare proprio volere e potere capire la drammaticità di questa crisi, troppo impegnata a tenersi a galla, costi quel costi, anche il pianeta intero. Proprio per questo le forze politiche e sociali, democratiche e progressiste del nostro paese ed europee farebbero meglio a guardare con speranza ai processi democratici e progressisti in atto in america latina, cercando di capirne i contenuti e provando a stabilire una connessione non solo sentimentale ma politica per provare a salvare insieme questo pianeta e le nostre vite, evitando di correre dietro ai sogni a stelle e strisce. Così la smetteremmo di storcere troppo spesso la bocca o di rimanere vittime di un sogno destinato a scomparire tutte le volte che ci svegliamo la mattina nel nostro letto, in questo mondo.
di Giuseppe De Marzo
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