lunedì 15 febbraio 2010
NWO e NEW AGE: Serie 1 - Infiltrazioni nel Truth Movement
http://www.youtube.com/user/moksha75ar
Cos'è la Nuova Religione, e cosa si nasconde dietro la spiritualità New Age del Movimento Teosofico? I noti 'guru' coinvolti nella divulgazione mondiale del materiale anti-NWO sono agenti della disinformazione? Un viaggio di esplorazione e riflessione sulla sponda della critica cristiana.
Traduzione e sottotitoli: moksha75ar
La Grecia precede l'Italia?
Lunedì 15 Febbraio 2010
di Ilvio Pannullo
Un pericoloso assalto si é abbattuto sulla Grecia. Come riferito da Wall Street Italia ci sarebbe la banca americana Goldman Sachs dietro al rialzo dei CDS (Credit Default Swaps) ellenici, secondo un rumor che circola nel pre-borsa delle sale trading di Manhattan. Il gioco al massacro dei broker ha l'obiettivo, a soli fini di profitto, di colpire il paese al momento più debole dei P.I.I.G.S. (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) ed eventualmente scardinare l'euro.
E' il gioco letale dei CDS - quello per intenderci che ha scarnificato il colosso delle assicurazioni AIG, poi salvato dal fallimento da un fiume di dollari pagati dal contribuente americano - ed è quello che hanno ripreso a fare le banche d'affari dopo i mega salvataggi del 2009. L’unica differenza, purtroppo drammaticamente rilevante, è che ora il rischio si è trasferito dalle ciclopiche entità finanziarie private agli stati sovrani. Il che complica di molto le cose, perché se per evitare il fallimento dei colossi “troppo grandi per fallire” gli stati e le autorità centrali hanno dovuto compiere manovre a dir poco straordinarie, adesso a ballare sono gli stati stessi e con loro, ovviamente, i loro cittadini.
Che ci fosse la necessità di un "annuncio" per non far saltare Grecia ed euro era evidente da vari giorni - nonostante le smentite ufficiali - ma il mercato certamente si aspetta al più presto tutti i dettagli sulle modalità del salvataggio: garanzie, prestiti, utilizzo o meno del Fondo Monetario Internazionale, insomma chiarezza e cifre sul tavolo. I dettagli saranno rivelati all'Econfin di lunedì, dicono a Bruxelles. In attesa delle necessarie decisioni politiche il piano di intervento per salvare la Grecia appare nell’immediato fiacco e confuso. Cosa pericolosissima vista l’entità della speculazione e lo scenario che questa potrebbe aprire per l’intera eurozona.
La Grecia é sotto attacco perché ha un deficit pari al 13% del Pil, ben aldilà del 3% fissato come parametro di riferimento dal Trattato di Maastricht. Il debito pubblico è invece pari al 125% del Pil (il rapporto italiano debito/Pil si ferma poco prima, al 118%), mentre le griglie europee parlano di un limite massimo del 60%. Se ci si ferma agli indicatori economici, appare evidente la contraddizione. Delle due una: o si rivedono tutti gli schemi e le regole comunitarie riguardanti l’Unione Economica Monetaria, aggiornandoli ai recenti mutamenti avvenuti in seguito alla crisi americana, oppure l’Unione Europea - in prima fila i paesi continentali, su tutti Francia e Germania - si dovrà far carico del salvataggio di quei paesi "deboli" del Club Med, oggi viziati e "drogati" dal loro finto benessere.
Dal fronte opposto il premier greco, il socialista Giorgio Papandreou, già grida al complotto. Parla di una "vasto attacco speculativo contro l'Euro" che sarebbe partito dall’ "anello debole". Cioè la Grecia. Rimane comunque consapevole del pericolo perché quello che sta succedendo è la conseguenza della sfiducia dei mercati, ormai consolidata, e quindi si è già impegnato, fin dal 2010, a tagliare il deficit pubblico del 4%.
Dal canto loro Germania e Francia, maggiormente coinvolte per l'esposizione delle proprie banche ad Atene, hanno mantenuto la leadership assoluta durante i frenetici negoziati. E' evidente l'intento della Cancelliera Merkel e del Presidente Sarkozy di voler dare l'impressione ai propri cittadini che non sarà utilizzato denaro dei contribuenti per risolvere questa "tragedia greca". La piazza - il pubblico - sono caldi ovunque non per irrazionalità o anarchismo ma per i morsi della crisi economica. I cittadini sono assolutamente insofferenti ormai per le tattiche globali di banche e banchieri, supportate da salvataggi strumentali al mantenimento del potere (lo status quo e' messo a repentaglio da nuovi equilibri) grazie a enormi quantità di denaro pubblico sperperate ad uso e consumo di elite politiche, mentre l'economia personale di ciascuno, di ogni famiglia europea, soffre ancora in modo vistoso per crisi e recessione.
Il quadro generale non offre infatti spunti per essere seriamente ottimisti: molti stati si sono indebitati per combattere la disoccupazione e la crisi economica; quelli che avevano le finanze pubbliche più fragili ora si trovano nella condizione di dover gestire un debito pubblico sempre più pesante e che diventa sempre più costoso, visto che gli investitori reclamano rendimenti crescenti per continuare a finanziarlo. La regola è sempre la stessa: maggiore è il rischio dell’insolvenza, maggiore deve essere l’interesse che lo Stato garantisce a chi si assume il rischio comprando i titoli del suo debito. Diciamo l'ovvio: sarà impossibile ottenere dalla Grecia e dagli altri stati P.I.I.G.S. il rientro nei parametri di Maastricht entro tempi rispettabili. Per questo l'euro vale oggi tanto quanto valgono i fondamentali del più tenue anello della catena, in questo momento la Grecia.
Ogni catena infatti si spezza sul suo anello debole anche se gli altri anelli sono fatti di titanio indistruttibile. In altre parole, da sola la Grecia non ce la può fare senza l’aiuto dei due colossi europei. L’alternativa prevede un’uscita pilotata della Grecia dall’Euro e un ritorno alla Dracma, cosa che trasformerebbe Atene in una Buenos Aires europea. Quello che accadrà però nessuno può ancora dirlo con certezza, perché dalle istituzioni europee ancora non si è sentita una parola chiara e questo é francamente inaccettabile.
Il risultato di tutto questo è l’indebolimento dell'euro nei confronti del dollaro, scambiato ormai a 1,37. E questo non dispiace ai paesi che affidano la propria ripresa alle esportazioni (come la Germania) perché un euro più debole rende le merci apprezzate in quella valuta più competitive. Per questo molti operatori finanziari scommettono che, se le cose dovessero mettersi davvero male, l'Europa e la BCE non si muoveranno per salvare i paesi in crisi di credibilità. Tradotto significa che non compreranno i titoli del loro debito pubblico.
Semplificando, il ragionamento è questo: più diventa costoso il debito per gli Stati, maggiori dovranno essere i tagli di spesa o gli aumenti delle tasse necessari per far fronte ai costi crescenti. E se lo Stato deve trovare risorse per pagare gli interessi o rimborsare il debito, pesca dalle tasche dei cittadini, o con nuove imposte o riducendo i trasferimenti. L'inevitabile effetto collaterale che si ottiene è quello di osservare la riduzione della domanda, il crollo dei consumi. La ripresina appena arrivata si esaurirebbe in un attimo e si ritornerebbe in una fase di recessione. Con un'aggravante rispetto a quella da cui siamo appena usciti: le banche centrali non possono più tagliare i tassi d’interesse perché lo hanno già fatto (quelli americani sono a zero, quelli europei all'1%) e gli Stati non possono più varare piani straordinari di spesa, visto che è proprio agli eccessi di spesa che stanno cercando di porre rimedio. Le borse, che anticipano gli eventi o comunque cercano di farlo, scontano quindi già la prospettiva della recessione e gli operatori vendono invece di comprare.
Il problema è che se la Grecia è già sotto il fuoco degli speculatori - insieme al Portogallo e alla Spagna che sono state le prime vittime, con tassi sul debito che crescono a vista d'occhio - l'Italia sta entrando nel mirino. La politica del sole in tasca ostentata dal governo non convince i mercati che il nostro paese sia meglio di Spagna e Portogallo. Gli investitori internazionali stanno passando al setaccio i conti dell'Italia e non ci metteranno molto a scoprire che nelle proiezioni dei prossimi tre anni il governo ha peccato di ottimismo e c'è un buco di almeno 15 miliardi all'anno.
Già da ora si possono immaginare i comizi e le invettive che la Lega, il PDL, Tremonti e tutta l’allegra compagnia lanceranno contro la speculazione internazionale, contro quei cattivoni che non compreranno più i titoli di Stato italiani a bassi tassi di rendimento. Solo allora questo governo dovrà affrontare la sfida più difficile: quella di guidare l'Italia con un debito pubblico mostruoso, in una nuova Unione Europea, dove ognuno è giudicato per quello che è e non per quale moneta usa. L'esecutivo dovrà mantenere la coesione sociale nonostante i tagli alla spesa, dovrà recuperare l'evasione fiscale con durezza, dovrà dimenticarsi le grandi opere, oltre alle consulenze e prebende varie ai grandi gruppi di’interesse. Che però sono al governo…
http://www.altrenotizie.org/index.php
La scuola della guerra
Stefano Ferrario
La riforma scolastica del ministro Gelmini e gli affari con Finmeccanica
Il Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, On. Mariastella Gelmini, e il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, hanno firmato un protocollo d'intesa per l'avvio della sperimentazione del nuovo Progetto di Riforma relativo agli istituiti tecnici superiori (ITS), denominato "Tecnici Superiori per Finmeccanica".
Uno degli anelli fondamentali delle aziende a prevalente produzione bellica è la collaborazione con le scuole del territorio dove esse sono ubicate. Vi sono le storie di alcuni scambi tra AgustaWestland, Alenia Aermacchi e le scuole elementari e medie inferiori della provincia di Varese e Novara. Ora siamo di fronte ad un fatto grave che, in sostanza, vede un accordo sistematico di ingresso del "privato" (Finmeccanica, anche se va ricordato che circa un terzo delle azioni di Finmeccanica sono possedute dal Ministero del Tesoro) nel "pubblico" (il sistema scolastico pubblico), per la formazione in loco della forza lavoro altamente qualificata necessaria all'azienda, con i finanziamenti di questo percorso ad opera del "pubblico" (ad esempio il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica - MIUR).
Vediamone i dettagli. L'intesa si prefigge la partecipazione di Finmeccanica, attraverso le proprie aziende presenti sul territorio, alla costituzione di Fondazioni che sorgeranno in Piemonte, Toscana, Campania e Puglia.
Come contribuiranno al progetto le aziende della holding italiana? Si muoveranno su tre livelli: "Governance, individuando propri rappresentanti nel consiglio direttivo e nel comitato scientifico delle Fondazioni; Asset, con personale interno che fornirà attività di docenza (per la metà delle ore curriculari previste) e la disponibilità ad utilizzare le proprie strutture interne (ad esempio laboratori e macchinari); Placement, selezionando i giovani partecipanti più meritevoli per l'inserimento in azienda."
Chi sosterrà la riforma degli ITS è il "pubblico" e saranno, appunto, il MIUR, le Regioni e, in quota parte, il Ministero dello Sviluppo Economico.
Finmeccanica dichiara che "il progetto è pienamente in linea con le strategie del Gruppo, da sempre attento alla valorizzazione delle persone, alla loro formazione ed al loro sviluppo professionale, nella convinzione che il sapere tecnico e una cultura del saper fare siano le chiavi per rispondere adeguatamente alle sfide attuali." Pier Francesco Guarguaglini sottolinea, inoltre, che "questo progetto rispecchia i valori e le caratteristiche del nostro Gruppo, votato alla continua innovazione tecnologica, alla ricerca dell'eccellenza, alla valorizzazione del merito e alla cultura del lavoro; con una particolare attenzione al territorio, considerato che Finmeccanica è una realtà internazionale, ma, al tempo stesso, molto sensibile alle specificità dei territori nei quali opera."
Dal canto suo Mariastella Gelmini, mionistro dell'istruzione afferma che con questa modalità "si da concretezza ad un obiettivo che il Ministero sta perseguendo con determinazione: rafforzare le competenze di base del sistema scolastico, per preparare in maniera adeguata i giovani alle sfide del mondo del lavoro."
60 ANNI FA, 13-14 FEBBRAIO 1945: PERCHÉ DRESDA È STATA DISTRUTTA
DI JACQUES R. PAUWELS
Global Research
Il mito della guerra buona: l’America nella Seconda Guerra Mondiale.
Nella notte tra il 13 e il 14 Febbraio, Dresda, bella e antica capitale della Sassonia, è stata attaccata ben tre volte, due dalla RAF e una dall’USAF (United States Army Air Force), all’interno di un’operazione che ha coinvolto più di mille caccia bombardieri. Le conseguenze sono state catastrofiche, la città è stata interamente rasa al suolo e il numero dei morti è compreso tra i 25 e i 40 mila.[1] Dresda non era una città strategica dal punto di vista militare o industriale e di certo non rappresentava un target proporzionato all’insolita strategia di attacco delle forze anglo-americane. La città non è stata bombardata per vendicare dei raid tedeschi precedenti su città come Rotterdam o Coventry. A far scontare la distruzione di quelle città, duramente colpite dalla Luftwaffe nel 1940, ci hanno pensato Berlino, Amburgo e Colonia e molte altre città grandi e piccole che hanno pagato duramente nel 1942, 1943 e 1944. Per di più, dall’inizio del 1945, i comandi alleati sapevano perfettamente che anche il più feroce raid aereo non avrebbe “Terrorizzato [così tanto i tedeschi] da farli arrendere”[2] così non sembra molto realistico attribuire a questo motivo la pianificazione del bombardamento. Sembra piuttosto un massacro senza senso e si profila come una premessa del terribile annientamento di Hiroshima e Nagasaki, a causa delle quali, si pensava che il Giappone avrebbe capitolato.
In tempi recenti, il bombardamento di nazioni e città è diventata una strategia usuale, razionalizzata non solo dai nostri leader politici ma presentata dai media come un massacro perfettamente legittimo per ottenere obbiettivi strategici di natura militare. Secondo questa logica anche il terribile bombardamento di Dresda è stato riabilitato da uno storico inglese, Frederick Taylor, sostenendo che l’immensa distruzione della città sassone non fosse stata programmata dagli strateghi dell’attacco ma sia stata un inaspettato risultato causato da circostanze fortuite, incluse le perfette condizioni meteo e le inadeguate difese anti-aeree tedesche.[3] Al di là di questo le dichiarazioni di Taylor sono in contraddizione con un fatto che lui stesso espone nel suo libro, cioè che approssimativamente 40 bombe se ne sono andate per conto loro e sono finite a Praga invece che a Dresda[4]. Se tutto fosse andato secondo i piani, la distruzione di Dresda sarebbe stata ancora peggiore di quello che è stata, quindi è ovvio che un insolito alto grado di distruzione era sottinteso. Ancora più grave è l’insistenza di Taylor sul fatto che Dresda costituisse un target legittimo, non in quanto centro militare ma come importante snodo ferroviario come la maggior parte delle città industriali, in cui un grande numero di imprese e officine producevano ogni sorta di importante equipaggiamento militare. Alla luce dei fatti, però, quella “legittimazione” difficilmente ha giocato un ruolo decisivo nei calcoli della pianificazione dell’attacco. Prima di tutto perché l’unica installazione militare davvero importante, un campo d’aviazione della Luftwaffe situato pochi chilometri a nord della città, non è stato attaccato; secondo, l’importante snodo ferroviario non è stato indicato come target dalla squadriglia di caccia-esploratori inglese “Pathfinder” che hanno guidato i piani di attacco e, terzo, alle formazioni è stato ordinato di sganciare le loro bombe sul centro città, situato più a nord rispetto alla stazione dei treni.[5] Di conseguenza anche se gli americani avessero effettivamente bombardato la stazione uccidendo moltissime persone, essa avrebbe solo relativamente sofferto del danno strutturale causato dalle bombe, comunque talmente piccolo da permettere facilmente il trasporto di truppe durante l’operazione;[6] infine, la maggior parte delle industrie militari di Dresda non erano situate nella città quanto piuttosto nei sobborghi, dove non sono state sganciate bombe, almeno non intenzionalmente.[7]
Non si può però negare che Dresda, come ogni altra grande città tedesca, aveva al suo interno installazioni industriali strategiche dal punto di vista militare e che alla fine qualcuna di queste fu localizzata nel centro della città e distrutta durante i raid ma questo non si collega alla conclusione che l’attacco fosse strategicamente pianificato per questo proposito. Ospedali e chiese furono distrutte e molti prigionieri di guerra alleati (POWs: prisoner of war) che si trovavano in città furono uccisi ma nessuno ha mai discusso di questo fatto. Analogamente, ebrei e dissidenti antinazisti della resistenza, in attesa di deportazione o esecuzione, riuscirono a scappare durante il caos dei bombardamenti[8] ma nessuno disse che questo fosse un obiettivo dei raid. Quindi non c’è nessuna ragione logica per concludere che la distruzione di un numero sconosciuto di installazioni industriali di più o meno grande importanza fosse il motivo fondante del raid. La distruzione dell’industria di Dresda – come la liberazione di una manciata di ebrei – non era niente di più di un effetto collaterale dell’operazione.
G8, L'Aquila protesta
http://www.youtube.com/user/aluises
Mo.Ma, 14 febbraio 2010, 20:50
Oltre le transenne della zona rossa, tra i cumuli di macerie dei crolli del 6 aprile, per gridare la propria rabbia per i ritardi della ricostruzione e le risate degli imprenditori la notte del terremoto, prendere una pietra dal mucchio e portarla via in silenzio: una domenica diversa per gli aquilani, a dieci mesi dalla scossa che ha cancellato il centro storico, rendendolo impraticabile. Intanto Letta conferma il sostegno al capo della Protezione civile che, sottolinea, in ogni caso continuerà a guidare la struttura "con gli strumenti abituali e con lo stesso spirito e con lo stesso impegno", ma "stoppa" la Protezione civile Spa
Gli aquilani si sono ritrovati in piazza Duomo a mezzogiorno in punto, dandosi appuntamento su Facebook, attraverso il gruppo fondato giovedì scorso per manifestare il proprio sdegno alla luce delle intercettazioni relative all'inchiesta della procura di Firenze sugli appalti del G8. In molti avevano addosso magliette e cartelli con scritto "Io non ridevo alle 3.32" e "Riprendiamoci la nostra città". "Non possono portarci via 700 anni di storia - ha commentato Giusi Pitari, mettendosi alla testa dei manifestanti - è ora di riprenderci le nostre vie, le nostre case, siamo indignati". Di qui la scelta di superare il tratto di corso accessibile, per fermarsi all'altezza dei Quattro Cantoni, e avanzare verso piazza Palazzo, tuttora chiusa al pubblico. Invano, le forze dell'ordine, dalla polizia all'esercito, hanno provato a impedire ai manifestanti, circa 300, di varcare le transenne. Al primo tentativo di forzare i blocchi, le persone preposte al posto di guardia hanno invece preferito lasciar passare la gente per evitare disordini.Così i manifestanti hanno raggiunto piazza Palazzo, la stessa in cui a dicembre era stato celebrato un Consiglio comunale tra cumuli di macerie, gli stessi dove la gente è salita oggi per sfogare la propria rabbia.
Tra i primi, il quarantenne Stefano Cencioni: la sua personale rabbia, nel dire "noi quella notte non ridevamo". Una frase che è diventata lo sfogo di una comunità. Cencioni ha precisato che la sua "non è una posizione contro la Protezione Civile che tanto ha dato a questa città. Ho conosciuto volontari - ha spiegato - che hanno lasciato le loro attività anche in Sicilia e in Valle d'Aosta per venire ad aiutarci e la persona a capo di questo sistema non può essere da condannare".
Ma il dubbio è insinuato e si rafforza con le tante critiche rivolte al capo della Protezione Civile sollecitate da quei comitati cittadini vicini al Movimento "3e32" che fin dai primi momenti dell'emergenza hanno animato le proteste contro il dipartimento per una gestione della ricostruzione definita, come recita uno striscione lasciato in piazza Duomo, "solo apparenza, poca sostanza".
Sul versante politico le opposizioni incassano una prima, parziale vittoria. Dopo le polemiche scatenate dalle inchieste, il braccio destro del presidente del Consiglio conferma il sostegno al capo della Protezione civile che, sottolinea, in ogni caso continuerà a guidare la struttura "con gli strumenti abituali e con lo stesso spirito e con lo stesso impegno", ma "stoppa" la Protezione civile Spa.
Con la norma inserita in Senato nel dl emergenze, spiega Letta, "si era solo pensato di dotare la protezione civile di uno strumento ulteriore, aggiuntivo, che le consentisse di operare, in determinate circostanze, con maggiore flessibilità ed efficacia". Letta ribadisce che "la protezione civile è e rimane un Dipartimento della Presidenza del Consiglio con le sue strutture, le sue funzioni e le sue regole che restano pubbliche", si dice "personalmente convinto che come in tutti questi anni nelle emergenze drammatiche e 'nei grandi eventi' ha operato con successo senza questo ulteriore strumento, la Protezione civile di Bertolaso potrà tranquillamente continuare a farlo con gli strumenti abituali e con lo stesso spirito e lo stesso impegno".
I livelli parlamentari non sono però ancora investiti della eventuale modificato al dl emergenze. Il decreto, approvato con la fiducia in Senato, inizierà martedì in commissione il proprio iter a Montecitorio. "Ad oggi non ho ricevuto nessun segnale. Per quanto mi riguarda il testo e' quello approvato dal Senato", dice il relatore Angelo Alessandri (Lega). E ancora ignaro sul da farsi si dichiara il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito: "Non ne so nulla", risponde.
Se venisse modificato, il decreto dovrà tornare in Senato per il via libera definitivo; ed a disposizione non ci sono tempi lunghissimi, visto che il provvedimento scade ai primi di marzo. Non si può quindi escludere una doppia fiducia, prima a Montecitorio e poi di nuovo a Palazzo Madama.
L'opposizione, prima di sbilanciarsi sull'abbandono della 'Spa', aspetta che dalle parole si passi ai fatti. "Io non ci credo finché non vedrò concretamente il risultato. Lo vedremo mercoledì quando il decreto arriverà in Aula alla Camera", afferma Antonio Di Pietro. Il leader dell'Idv, anzi, non smette le sue bordate: il dl, dice, è "l'ennesima legge 'ad personam' che serve per sistemare certi amici".
Sul tappeto resta il problema Bertolaso. Il capo della Protezione civile è da giorni sotto assedio e non si sa per quanto tempo potrà ancora reggere. Oggi anche il 'Corriere della Sera', con un corsivo firmato da Ferruccio De Bortoli dal titolo esplicativo 'Atti pubblici e vizi privati', prende posizione a favore di un passo indietro di Bertolaso. Quasi l'eco delle parole di Pierluigi Bersani: una "persona seria" come Bertolaso, dice oggi il segretario del Pd, in questa situazione dovrebbe "fare un passo indietro".
La crisi dell’Eurozona segna il fallimento della politica dei salvataggi del G20
La crisi finanziaria che attualmente colpisce i paesi ad alto deficit dell’Eurozona, come Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo, è la continuazione della fase esplosa con l’insolvenza di Dubai lo scorso novembre. Come scrivemmo in quell’occasione, assistiamo al prevedibile fallimento della politica dei salvataggi bancari a suon di trilioni di dollari, suggerita da Londra e adottata dal G20. Gli stati e le banche centrali hanno acquistato porzioni del debito tossico del sistema bancario privato, aggravando i conti pubblici. Ora, le banche e gli hedge funds usano quei soldi per distruggere le nazioni.
Il tentativo dell’UE e del FMI di far pagare la crisi e la loro politica ai cittadini, imponendo draconiane misure di austerità, è completamente incompetente. L’unica soluzione è sostituire il sistema finanziario, irrimediabilmente in bancarotta, con un sistema creditizio.
Infatti, se i governi tentassero di applicare le misure di tagli richieste dalla dittatura bancaria dell’UE, il problema si aggraverebbe. Ci sarebbe una spirale deflazionistica, con l’economia che si restringerebbe ad ogni nuovo taglio, dunque aumentando il deficit e giustificando nuove richieste di tagli ecc. L’inevitabile risultato sarebbe il caos sociale. Queste nazioni sarebbero presto di fronte all’insolvenza o, come unica alternativa, alla scelta di abbandonare l’Unione Monetaria, riacquistando la sovranità sulla propria moneta e sulla propria economia.
Anche se nell’occhio del ciclone si trovano Spagna e Grecia, la crisi non risparmierà paesi che godono ancora del rating AAA. Il settore finanziario spagnolo è intimamente legato alla City di Londra, grazie all’alleanza tra Santander, la più grande banca dell’Eurozona, e la Royal Bank of Scotland, oggi di proprietà statale. Il crollo della Spagna, una possibilità non più remota, avrebbe effetti rovinosi in Gran Bretagna, che ha un debito del 170% sul PIL se si contano i debiti delle banche nazionalizzate.
In un articolo pubblicato il 7 febbraio, il presidente dello Schiller Institute internazionale, Helga Zepp LaRouche, ha scritto che l’Eurozona “si trova esattamente al punto che io previdi quando fu eliminato il marco e fu introdotta l’Unione Monetaria ed Economica: una moneta unica senza unità politica e con un divario enorme di sviluppo economico non poteva funzionare. Dopo una fase iniziale illusoria, in cui i cosiddetti paesi in rincorsa hanno vissuto un boom – leggi: una bolla di cui ora vediamo la dinamica reale – la discrepanza tra i paesi con avanzo di bilancia commerciale (la Germania, l’Olanda, il Belgio e l’Austria) e quelli con disavanzo (Grecia, Spagna, Francia, Portogallo, Irlanda e Italia) si è allargata negli otto anni successivi all’introduzione dell’euro, e ha ora raggiunto il punto di rottura.
“Se le nazioni europee continueranno a sottomettersi al diktat dell’Impero Britannico – e cioè la dittatura UE e tutti gli aspetti distruttivi della sua politica – esse sprofonderanno presto nella miseria e nel caos. Tra questi aspetti distruttivi ci sono l’ecodittatura della Commissione Europea e la follia del Patto di Stabilità, i criteri del Trattato di Maastricht e il tetto al debito”.
Vedi anche:
“Alla vigilia del vertice europeo – LaRouche all’Europa: non ripetere l’errore americano del salvataggio di Wall Street; i creditori ad alto rendimento, come il Banco Santander, devono pagare lo scotto”
11 febbraio 2010 (fonte: MoviSol) - http://www.stampalibera.com/
E’ Teheran ad avere ragione e la cosiddetta “comunità internazionale” torto
di Massimo Fini – 14/02/2010
Sulla questione del nucleare iraniano è Teheran ad avere ragione e la cosiddetta “comunità internazionale” (in realtà sono gliStati Uniti e Israele a trascinare tutti gli altri) torto.L’Iran ha firmato, a differenza, per esempio, di Israele, che laBomba ce l’ha (basta attraversare il deserto del Negev per vedere la sua centrale atomica), ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Cosa può e deve chiedergli la “comunità internazionale”?
Di accettare le ispezioni dell’Aiea, l’agenzia Onu per il controllo del nucleare. Cosa che l’Iran ha sempre fatto.
Quando, un paio di anni fa, riaprì i suoi siti nucleari fu alla presenza degli ispettori Onu. C’è un via vai continuo fra Vienna, dove ha sede l’Aiea, e Teheran di questi ispettori che c’erano anche tre giorni fa quando gli iraniani hanno inaugurato l’impianto di Natanz. L’arricchimento dell’uranio
è il passaggio necessario per ottenere il nucleare civile ad usi energetici ma anche medici. Per questi usi è sufficiente un arricchimento al 20%, per l’atomica bisogna arrivare al 90%. Gli ispettori Aiea hanno accertato che, finora, gli iraniani non hanno superato il limite del 20%. E allora? Gli americani sospettano, senza
lo straccio di una prova, che vi siano dei siti segreti sfuggiti agli ispettori. Ma con questa storia del sospetto allora tutti possono essere messi sotto scacco, è una specie di prolungamento della teoria della “guerra preventiva” di George W. Bush. Noi italiani stiamo riaprendo i nostri siti nucleari (se sia giusto o sbagliato non è argomento da affrontare qui) ed è come se una potenza ostile ci intimasse di non farlo perché da lì, in teoria, potremmo arrivareall’atomica.
Gli americani obiettano anche che l’Iran ha il petrolio e quindi non ha bisogno del nucleare. A parte il fatto che uno Stato avrà ben il diritto di diversificare le sue fonti di energia senza dover chiedere il permesso agli americani, la BP ha calcolato che entro il 2049 il petrolio sarà esaurito. Gli iraniani considerano
quindi il nucleare civile un loro diritto indiscutibile e su questo non sono disposti a trattare. Sarebbe già una gran concessione, perché lede la loro sovranità, che accettassero di far arricchire il loro uranio in Russia o in Turchia (bei soggettini anche questi, rispettosi dei “diritti umani”). Dice: Ahmadinejad ha affermato che Israele deve “scomparire dalle mappe geografiche”. Affermazioni gravi e inaccettabili, ma sono pur sempre parole.
Non sono invece parole i missili atomici israeliani puntati su Teheran e i piani di attacco, anche nucleare, all’Iran di Stati Uniti e Israele svelati dalla stampa americana. E, devo dire, fa una certa impressione vedere paesi seduti su enormi arsenali atomici (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna) far la voce grossa,
e indignarsi, con uno che la Bomba non ce l’ha. C’è molta prevenzione e “disinformatia” nei confronti dell’Iran. Qualche mese fa gli iraniani misero in orbita un satellite per le
comunicazioni, un normalissimo satellite come abbiamo anche noi. Subito la “comunità internazionale” gridò all’“allarme” e alla “provocazione”. Idem quando testarono dei missili, missili che abbiamo anche noi. Anche la repressione dell’opposizione , almeno quella dell’11 febbraio, dove, secondo i siti antiregime, la polizia ha sparato in aria, usato spray al peperoncino, catene, manganelli, proiettili di gomma e operato decine di arresti, non mi sembra poi tanto diversa da quanto fece il governo Berlusconi al G8 di Genova.
Infine l’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran (retrocesso al secondo posto dopo le imprudenti affermazioni di Berlusconi alla Knesset, perché a nessun premier fa piacere essere paragonato a Hitler, nemmeno a Berlusconi). Certo, non si possono barattare principi contro quattrini. Ma finché l’Iran resta dentro le regole internazionali, ha l’ambasciatore a Roma come noi a Teheran, non è il caso che ci appecoroniamo“in toto” agli interessi degli Stati Uniti. O nemmeno noi abbiamo il diritto di tutelare i nostri interessi nazionali?
http://www.ariannaeditrice.it/scheda_fonte.php?id=2
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