lunedì 22 febbraio 2010
20 anni fa moriva Sandro Pertini, il Presidente più amato dagli italiani
http://www.youtube.com/user/francescanasona
Roma, 21 feb. – (Adnkronos) - Giornalista, combattente della Grande Guerra, medaglia d’argento al valor militare, partigiano, parlamentare membro della Costituente, presidente della Camera ma sopratutto uomo politico capace di innovare la figura e di reinterpretare il ruolo del capo dello Stato, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “presidente più amato dagli italiani”. Sandro Pertini(nella foto), di cui il prossimo 24 febbraio ricorre il ventesimo anniversario della morte, è stato tutto questo ma, soprattutto, proprio dal Quirinale è stato un interprete dei sentimenti, dei timori, dei bisogni, delle aspirazioni dell’Italia di allora. Pertini rimane un personaggio più che una personalità, una figura familiare ancora scolpita nella memoria collettiva del Paese, che lo amò per la sua semplicità e per quel suo saper dire, dall’alto del suo scranno presidenziale, le cose che tanti italiani pensavano.
Nato a Stella San Giovanni in provincia di Savona il 25 settembre del 1986, a ventuno anni si guadagnò la medaglia d’argento al valor militare per aver combattuto sull’Isonzo nella guerra del 15-18. Nel primo dopoguerra aderì al Partito socialista e si contraddistinse per la sua opposizione al fascismo, tanto da essere costretto, a causa della sua militanza politica, a lasciare l’Italia dopo essere stato condannato a otto mesi di carcere. Cominciò da lì il suo esilio in Francia, dove proseguì l’impegno antifascista che nel 1929 lo riportò in Italia sotto falso nome. Venne catturato, arrestato e condannato prima alla reclusione e in seguito confinato nell’isola di Ventotene.
Con lo stesso impeto, Pertini si impegnò nella lotta partigiana che continuò dopo la caduta del regime fascista nel 1943 nella battaglia di Porta San Paolo a Roma, mentre parallelamente cominciava insieme a Pietro Nenni la rifondazione del Partito socialista. Catturato dalle Ss e condannato alla pena capitale, riuscì a sfuggire alla morte per l’intervento dei partigiani del Gap che lo liberarono. Nell’Italia repubblicana venne eletto deputato all’Assemblea Costituente e poi senatore nella prima legislatura per tornare nuovamente alla Camera, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Dal 1968 al 1976 fu chiamato alla guida della Camera che lo lanciò verso il Quirinale l’8 luglio 1978, eletto come settimo presidente della Repubblica con una maggioranza record di 832 voti su 995.
Il suo settennato si pose forse nel periodo storico più difficile dell’Italia post bellica: il Paese ancora scosso dal sequestro e dall’omicidio di Aldo Moro, era attraversato dalle lotte operaie e studentesche e destabilizzato dalla minaccia del terrorismo e dalle bombe. La figura di Pertini, la sua fermezza, il rigore morale, contribuirono a tenere unito il Paese di fronte alle incursioni delle Br o agli spaventosi attentati come la strage di Bologna nel 1980. Nello stesso anno riecheggia l’appello “Fate presto” che Pertini pronuncia dopo aver visitato le zone del rovinoso terremoto in Irpinia, che prelude alla denuncia televisiva a reti unificate sulla lentezza delle operazioni di soccorso, sull’inefficienza e l’inadeguatezza del sistema di aiuti che tra mille ostacoli, anche di natura organizzativa e logistica, faticò moltissimo a mettersi in moto.
Spontaneo e per questo apprezzato dai suoi concittadini, Pertini non si lasciava ingabbiare dal protocollo e non perdeva occasione per sfuggire al ferreo cerimoniale imposto al capo dello Stato. Scelse di non alloggiare al Quirinale e mantenne la residenza nel suo appartamento a Fontana di Trevi, dove continuò a vivere con la moglia Carla Voltolina, tra l’affetto degli abitanti e i commercianti del quartiere con i quali, non di rado, si fermava a chiacchierare.
Pronto al saluto, alla battuta, Pertini fu anche il presidente del Mondiali di calcio nel 1982, quando l’Italia guidata da Enzo Bearzot tornò dalla Spagna con il titolo. Sull’aereo presidenziale, Pertini ‘costrinse’ un taciturno e intoverso friuliano come Dino Zoff a giocare in coppia con lui a scopone scientifico, contro il ‘barone’ Franco Causio e il ct della nazionale.
“Grazie allo slancio ideale, alla esemplare rettitudine, all’inconfondibile tratto di umana schiettezza e alla straordinaria capacità di comunicare, che lo caratterizzarono, Pertini è riuscito ad avvicinare i cittadini alle istituzioni, diventando un modello di impegno civile e morale per tutti gli italiani”. E’ quanto afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione della manifestazione promossa oggi a Stella, nel ventennale della scomparsa di Sandro Pertini. Un messaggio, scrive il capo dello Stato, di “sincera partecipazione e vivo apprezzamento per l’iniziativa in ricordo di uno dei padri fondatori dell’Italia democratica e repubblicana, custode dei suoi principi e ideali piu’ alti”. Per Napolitano, “rileggere la vicenda umana, politica e istituzionale del presidente Pertini significa ripercorrere un lungo tratto della storia dell’Italia contemporanea di cui egli fu appassionato protagonista: dalla Grande Guerra alla crisi dello Stato liberale, dall’avvento del fascismo alla Resistenza e alla nascita della repubblica”.
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ultimo aggiornamento: 21 febbraio, ore 17:26
fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/?id=3.1.41771813
http://solleviamoci.wordpress.com/2010/02/22/20-anni-fa-moriva-sandro-pertini-il-presidente-piu-amato-
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La notte di Coldimosso e la censura dei media
Lunedì 22 Febbraio 2010 Redazione
[Fonte: Carta.org - Claudio Giorno] La vigilia delle regionali, il ruolo della mafia e quello dei media. Ecco quello che è precipitato la notte del 17 febbraio in Valle di Susa, come a Genova nel 2001.
«Esprimiamo la piena solidarietà alle forze dell’ordine che in Valle di Susa stanno svolgendo un lavoro delicato per garantire la legalità e ai lavoratori delle imprese impegnate nei carotaggi, che hanno subito il lancio di palloncini pieni di urina, di pietre e altri oggetti». Comincia così il lungo comunicato stampa – prima firma quella dell’onorevole Stefano Esposito – diffuso dopo la «notte di Coldimosso», quella del 17 febbraio, destinata a essere ricordata, in Valle di Susa, come lo è tuttora la notte di Venaus tra il 5 e il 6 dicembre 2005.
Al ragazzo ferito e ora ricoverato alle Molinette, il più importante ospedale di Torino, i deputati piddì riservano, bontà loro, l’«augurio di pronta guarigione e la comprensione umana». Ma subito dopo lo bollano come esponente dell’anarchismo violento, pluridenunciato, e lo isolano da «quella parte maggioritaria del movimento No Tav che desidera continuare ad esprimere pacificamente il proprio dissenso». Una gentile concessione che però viene immediatamente corretta dall’invito perentorio che chiude [in tutti i sensi] la comunicazione: «E’ ora che le istituzioni tutte facciano fronte comune e si adoperino per porre fine a questa quotidiana aggressione nei confronti di chi in Valle sta lavorando alla realizzazione di un’opera voluta dalla maggioranza degli italiani e dei piemontesi».
Ci si chiederà legittimamente perché di tutto questo spazio al comunicato di un personaggio, anche lui un po’ pluridenunciato, e al suo delirio istituzionalmaggioritario… Perché secondo me è emblematico [come si dice con una brutta parola] di tutto quanto sta succedendo in questo momento in quella terra di nessuno che sta tra la politica e i cittadini, tra lo scandalo di Bertolaso & Matteoli [che ricevono la solidarietà di Franceschini] e il corretto uso delle risorse [sempre più magre] da destinare a serie politiche di prevenzione piuttosto che per dare carta bianca al partito trasversale dell’emergenza e delle grandi opere. Perché mette clamorosamente a nudo il corto circuito tra una informazione e una politica che non ci sono più: la disinformazione attuata con metodo dai quotidiani di Impregilo, Caltagirone e Debenedetti e la distorsione dei concetti di democrazia e maggioranza che la politica pratica senza più nessun pudore.
E pensare che poche ore prima del pestaggio di Susa Luigi De Magistris aveva sostenuto in un liceo di Rivoli come non sia tollerabile che un’opera che ha effetti dichiarati di grande rilevanza sulla integrità di un territorio venga comunque realizzata non solo contro la volontà di chi quel territorio lo abita, ma anche a scapito della sua stessa conservazione, quale patrimonio dell’intera comunità nazionale. Scortato dagli stessi uomini [e donne] in divisa che tra qualche giorno potrebbero comandarne una carica di sgombero, aveva ribadito e meglio precisato gli stessi concetti presso il presidio della Val Sangone e aggiunto come [visto da Bruxelles] uno degli aspetti più preoccupanti della realizzazione della Torino-Lione sembrerebbe essere l’estrema e aumentata incertezza circa la disponibilità effettiva delle enormi cifre necessarie al suo compimento; per cui la devastazione comunque legata al vero obiettivo che si sta perseguendo [l’apertura dei cantieri infiniti di una «salernoreggiocalabria» del nordovest] potrebbe essere accompagnata dalla indisponibilità finale dell’infrastruttura.
Ma soprattutto aveva ammonito sulla conclamata collusione tra politica e mafia che prosperano nei cantieri investendo i proventi del narcotraffico, gestendo la filiera degli appalti e il facile occultamento dei rifiuti pericolosi il cui smaltimento legale è estremamente costoso.
E proprio sull’equazione Tav-Mafia s’era già stracciato le vesti l’onorevole Esposito quando alla preesistente grande scritta No Tav sulle pendici del monte Musinè [che apre la valle sulla pianura di Torino] avevamo aggiunto un perentorio No Mafia. Anche in quella occasione in una bella compagnia bipartisan [con altri che come lui erano risultati assenti al momento dell’approvazione del famigerato scudo fiscale o avevano votato a favore] aveva scritto il suo «atteso» comunicato stampa… Solo stizza per l’accostamento del partito Si Tav [il nostro è stato anche organizzatore-capo della fallimentare adunata del Lingotto – oscurata dalla grande manifestazione di Susa del 23 gennaio – in cui sono calati dalla valle anche alcuni imprenditori «in odore»] o qualcosa di più?
Propendo per la seconda ipotesi: sappiamo da sempre che rappresentare l’ostacolo tra «loro» e i 20 miliardi di euro da sottrarre ai cittadini ignari o «convinti» con lo stesso metodo con cui «si gestiscono» i Cip6 e la privatizzazione dell’acqua [altra passione dell’astro politico nascente dal cognome partenopeo ma che prova a «fare ombra» al piemontesissimo Chiamparino], o il sovrapprezzo termico/nucleare sulle bollette Enel è un ruolo maledettamente fastidioso.
E se le cose che diciamo da ventuno anni vengono in questi giorni riscontate dalle indagini delle corti dei conti europea e nazionale, da un nutrito e qualificato gruppo di docenti universitari e uomini di scienza [il cui appello non viene pubblicato dal giornale diretto dal campione di deontologia Mario Calabresi] il fastidio si trasforma facilmente in una vera e propria preoccupazione. Se poi l’accuratissima e capillare operazione di propaganda promossa da quell’altro fenomeno di imprese bipartizan che è l’architetto Mario Virano mostra clamorosamente la corda perché per fare malamente una ventina tra i più inutili di 90 discutibili sondaggi geognostici in una valle «pacificata e convinta» bisogna schierare migliaia di poliziotti e se questo aspetto diventa una notizia su cui aprire un dibattito a Strasburgo circa il corretto uso delle sole risorse sin qui a disposizione allora la slot machine rischia di bloccarsi.
Per questo i pochi giornalisti onesti che confezionano pezzi corretti non vengono pubblicati, le immagini vere dei cantieri vanno solo sulla rete ma non in televisione.
Per questo – soprattutto – non si esita a proporre tutti i giorni che il buon dio manda in terra un articolo o un servizio il cui scopo evidente è di dipingere, esattamente come nel 2005, i valsusini perlomeno come ignoranti e nemici del progresso, ma soprattutto in mano a pochi irriducibili anarcoinsurrezionalisti venuti da Torino cerca i gloria [e rogne] tra i nostri monti. Per questo – perché si diano una calmata e si accontentino di poter scegliere tra l’eleggere il leghista Cota o rieleggere l’ambientalista Bresso – si abbandona la linea morbida sin qui pur così ostentata.
Ma questa volta nell’abile regia della comunicazione pilotata qualcosa va storto. il comunicato, costruito per marcare la differenza tra No tav «buoni» [ma rassegnati] e No tav cattivi, [e mazziati] dovrà fare i conti col pestaggio non solo di un ragazzo finito in neurologia in condizioni definite stabilizzate ma gravi nei primi bollettini medici [«che però se l’era venuta a cercare, da Torino, anzi, da Radio Blak Out!…], ma anche di una tranquilla signora di Borgone picchiata [anche lei] con la stessa ferocia quando già era finita a terra e che oltre alle ferite molto serie alla testa [dovrà essere operata] lamenta contusioni in tutto il corpo come le fossero passati sopra… con gli scarponi. Senza contare i feriti e i contusi che sono stati medicati sul posto da alcuni sanitari attivisti del movimento.
Al ragazzo ferito e ora ricoverato alle Molinette, il più importante ospedale di Torino, i deputati piddì riservano, bontà loro, l’«augurio di pronta guarigione e la comprensione umana». Ma subito dopo lo bollano come esponente dell’anarchismo violento, pluridenunciato, e lo isolano da «quella parte maggioritaria del movimento No Tav che desidera continuare ad esprimere pacificamente il proprio dissenso». Una gentile concessione che però viene immediatamente corretta dall’invito perentorio che chiude [in tutti i sensi] la comunicazione: «E’ ora che le istituzioni tutte facciano fronte comune e si adoperino per porre fine a questa quotidiana aggressione nei confronti di chi in Valle sta lavorando alla realizzazione di un’opera voluta dalla maggioranza degli italiani e dei piemontesi».
Ci si chiederà legittimamente perché di tutto questo spazio al comunicato di un personaggio, anche lui un po’ pluridenunciato, e al suo delirio istituzionalmaggioritario… Perché secondo me è emblematico [come si dice con una brutta parola] di tutto quanto sta succedendo in questo momento in quella terra di nessuno che sta tra la politica e i cittadini, tra lo scandalo di Bertolaso & Matteoli [che ricevono la solidarietà di Franceschini] e il corretto uso delle risorse [sempre più magre] da destinare a serie politiche di prevenzione piuttosto che per dare carta bianca al partito trasversale dell’emergenza e delle grandi opere. Perché mette clamorosamente a nudo il corto circuito tra una informazione e una politica che non ci sono più: la disinformazione attuata con metodo dai quotidiani di Impregilo, Caltagirone e Debenedetti e la distorsione dei concetti di democrazia e maggioranza che la politica pratica senza più nessun pudore.
E pensare che poche ore prima del pestaggio di Susa Luigi De Magistris aveva sostenuto in un liceo di Rivoli come non sia tollerabile che un’opera che ha effetti dichiarati di grande rilevanza sulla integrità di un territorio venga comunque realizzata non solo contro la volontà di chi quel territorio lo abita, ma anche a scapito della sua stessa conservazione, quale patrimonio dell’intera comunità nazionale. Scortato dagli stessi uomini [e donne] in divisa che tra qualche giorno potrebbero comandarne una carica di sgombero, aveva ribadito e meglio precisato gli stessi concetti presso il presidio della Val Sangone e aggiunto come [visto da Bruxelles] uno degli aspetti più preoccupanti della realizzazione della Torino-Lione sembrerebbe essere l’estrema e aumentata incertezza circa la disponibilità effettiva delle enormi cifre necessarie al suo compimento; per cui la devastazione comunque legata al vero obiettivo che si sta perseguendo [l’apertura dei cantieri infiniti di una «salernoreggiocalabria» del nordovest] potrebbe essere accompagnata dalla indisponibilità finale dell’infrastruttura.
Ma soprattutto aveva ammonito sulla conclamata collusione tra politica e mafia che prosperano nei cantieri investendo i proventi del narcotraffico, gestendo la filiera degli appalti e il facile occultamento dei rifiuti pericolosi il cui smaltimento legale è estremamente costoso.
E proprio sull’equazione Tav-Mafia s’era già stracciato le vesti l’onorevole Esposito quando alla preesistente grande scritta No Tav sulle pendici del monte Musinè [che apre la valle sulla pianura di Torino] avevamo aggiunto un perentorio No Mafia. Anche in quella occasione in una bella compagnia bipartisan [con altri che come lui erano risultati assenti al momento dell’approvazione del famigerato scudo fiscale o avevano votato a favore] aveva scritto il suo «atteso» comunicato stampa… Solo stizza per l’accostamento del partito Si Tav [il nostro è stato anche organizzatore-capo della fallimentare adunata del Lingotto – oscurata dalla grande manifestazione di Susa del 23 gennaio – in cui sono calati dalla valle anche alcuni imprenditori «in odore»] o qualcosa di più?
Propendo per la seconda ipotesi: sappiamo da sempre che rappresentare l’ostacolo tra «loro» e i 20 miliardi di euro da sottrarre ai cittadini ignari o «convinti» con lo stesso metodo con cui «si gestiscono» i Cip6 e la privatizzazione dell’acqua [altra passione dell’astro politico nascente dal cognome partenopeo ma che prova a «fare ombra» al piemontesissimo Chiamparino], o il sovrapprezzo termico/nucleare sulle bollette Enel è un ruolo maledettamente fastidioso.
E se le cose che diciamo da ventuno anni vengono in questi giorni riscontate dalle indagini delle corti dei conti europea e nazionale, da un nutrito e qualificato gruppo di docenti universitari e uomini di scienza [il cui appello non viene pubblicato dal giornale diretto dal campione di deontologia Mario Calabresi] il fastidio si trasforma facilmente in una vera e propria preoccupazione. Se poi l’accuratissima e capillare operazione di propaganda promossa da quell’altro fenomeno di imprese bipartizan che è l’architetto Mario Virano mostra clamorosamente la corda perché per fare malamente una ventina tra i più inutili di 90 discutibili sondaggi geognostici in una valle «pacificata e convinta» bisogna schierare migliaia di poliziotti e se questo aspetto diventa una notizia su cui aprire un dibattito a Strasburgo circa il corretto uso delle sole risorse sin qui a disposizione allora la slot machine rischia di bloccarsi.
Per questo i pochi giornalisti onesti che confezionano pezzi corretti non vengono pubblicati, le immagini vere dei cantieri vanno solo sulla rete ma non in televisione.
Per questo – soprattutto – non si esita a proporre tutti i giorni che il buon dio manda in terra un articolo o un servizio il cui scopo evidente è di dipingere, esattamente come nel 2005, i valsusini perlomeno come ignoranti e nemici del progresso, ma soprattutto in mano a pochi irriducibili anarcoinsurrezionalisti venuti da Torino cerca i gloria [e rogne] tra i nostri monti. Per questo – perché si diano una calmata e si accontentino di poter scegliere tra l’eleggere il leghista Cota o rieleggere l’ambientalista Bresso – si abbandona la linea morbida sin qui pur così ostentata.
Ma questa volta nell’abile regia della comunicazione pilotata qualcosa va storto. il comunicato, costruito per marcare la differenza tra No tav «buoni» [ma rassegnati] e No tav cattivi, [e mazziati] dovrà fare i conti col pestaggio non solo di un ragazzo finito in neurologia in condizioni definite stabilizzate ma gravi nei primi bollettini medici [«che però se l’era venuta a cercare, da Torino, anzi, da Radio Blak Out!…], ma anche di una tranquilla signora di Borgone picchiata [anche lei] con la stessa ferocia quando già era finita a terra e che oltre alle ferite molto serie alla testa [dovrà essere operata] lamenta contusioni in tutto il corpo come le fossero passati sopra… con gli scarponi. Senza contare i feriti e i contusi che sono stati medicati sul posto da alcuni sanitari attivisti del movimento.
Difficile a questo punto cavarsela con la solidarietà bipartisan e pelosa: o si sta con le vittime o con i carnefici. O si sta con la contabilità virtuosa o con quella allegra. O si sta dalla parte della democrazia o ci si colloca oggettivamente tra coloro che perseguono, o nel migliore dei casi subiscono, gli interessi della mafia.
http://asud.net/
LA STRADA DEI PIGS
A CURA DI MARCO DELLA LUNA
nuke.lia-online.org
Intervista di Marco Della Luna al Prof. Claudio Pioli
Recentemente diversi articoli sono comparsi sulla stampa italiana e straniera, a indicare che l’Italia non è messa meglio della Grecia, in fatto di conti pubblici, e che esiste una concreta possibilità che i paesi con le finanze più dissestate dell’Eurozona si trovino presto costretti e misure radicali, come l’uscita dall’Euro (vi è chi la ritiene legalmente possibile, e chi no), oppure altre. Abbiamo richiesto al Prof. On. Claudio Pioli, esperto di finanza e macroeconomia, di delineare gli scenari secondo lui più verosimili per l’Italia.
La sua risposta è stata efficace quanto inquietante:
In effetti è l’Italia il vero pericolo per la zona EURO, nel senso di dare credibilità ad un gruppo di stati non omogenei fra di loro per politica economica, sociale, fiscale e tributaria, uniti, in effetti, soltanto da un’unica moneta.
Che cosa potrebbe succedere (mi permetta pur sempre il condizionale, visto che non sono io a prendere delle decisioni, ma cerco soltanto di pensare a quello che potrebbe accadere di fronte ad un default del debito pubblico italiano, che sta diventando il pericolo pubblico italiano numero uno).
Occorre fare delle premesse e ricordare innanzitutto i patti di ">Maastricht, che impongono dei tetti al deficit ed all’indebitamento complessivo della Pubblica Amministrazione (60% del PIL, per quanto riguarda l’indebitamento complessivo. L’Italia era entrata nella zona EURO «in deroga», in quanto Ciampi, il solito, aveva previsto un aumento del PIL italiano, che avrebbe permesso di rientrare nei parametri entro una decina d’anni, ormai trascorsi…., e 2,5% o giù di li’ per il deficit annuo dei paesi aderenti).
La crisi ha fatto si’ che la Commissione Europea abbia concesso alcuni anni di respiro: gli stati aderenti ne hanno approfittato per finanziare i rispettivi sistemi bancari.
Ma la Commissione, in occasione dell’esplosione della crisi greca, ha sottolineato che non ci saranno aiuti «europei», anche perché nessuno stato da solo o insieme ad altri potrebbe permetterselo in questi momenti.
In tal caso, se entro il 2012 gli stati non daranno segni palesi di buona volontà e di gestione budgetaria, saranno richieste delle garanzie (versamento di penalità alla BCE).
Ma esistono anche altre «voci», che vorrebbero alcuni paesi messi «al di fuori» della zona EURO: se «costituzionalmente» pare impossibile (chi è entrato non può’ più uscire, in quanto non è prevista la procedura), è pur vero che la BCE potrebbe prendere delle decisioni contemporanee a quelle della UE, o, è meglio dire, di concerto con….
Come afferma il premio Nobel per l'economia 1999 Robert Mundell, l’Italia ha usufruito sino ai nostri giorni, e cioè da una decina d’anni a questa parte, di tassi d’interesse bassi, inferiori al tasso d’inflazione (parliamo in termini medi, prendendo in considerazione la serie storica 2000 – 2010). I risparmiatori sono stati remunerati di meno del dovuto (il tasso di remunerazione dovrebbe essere sempre maggiore di quello inflazionistico: in caso contrario si invoglia il risparmiatore a cercare altre destinazioni delle sue scorte monetarie, quali i «beni rifugio» ed il risparmiatore farebbe ancora la sua parte, come ben affermava Luigi Einaudi, in quanto il risparmio è insito nel carattere umano, ma in misura minore. Keynes sosteneva praticamente le stesse cose, più con concetti macroeconomici e con modelli econometrici che di comportamento sociale e psicologico) ed il montante: * capitale + interesse * delle loro economie è stato notevolmente ridotto, favorendo, invece, il sistema bancario, che notoriamente gioca sul differenziale tra interessi attivi ed interessi passivi.
Non solo il risparmiatore ci ha perso, ma ne ha risentito anche il contribuente italiano, che non riesce ad evadere e che è chiamato a sorreggere soggetti finanziari ed economici astronomicamente più forti di lui: ne risentirà ancora in futuro, tenendo conto del fatto che il debito pubblico si riconverte, prima o poi, in una maggior pressione contributivo – fiscale.
La Corte dei Conti ha ricordato che l’indebitamento della Pubblica Amministrazione, gestito con forme e procedure di ingegneria finanziaria, lascerà uno strascico sul debito pubblico per oltre vent’anni.
Che i tassi d’interesse debbano aumentare nei prossimi anni non c’è dubbio: Mundell fa capire che il problema «Italia» è ben notevole, perché l’Italia potrebbe non essere in grado di veder rinnovati i titoli del debito pubblico (aumentando il tasso d’interesse, il «costo del servizio del debito pubblico» aumenterebbe paurosamente).
Ed il debito pubblico italiano, nei confronti di quello greco, è come un elefante rispetto al topolino.
Le azioni che potrebbero essere decise dalla Commissione Europea e dalla BCE, riguardano pertanto la creazione di «base monetaria in senso ampio», definita tecnicamente M3 dalla BCE, come ricorderemo ancora nel nostro discorso.
Le soluzioni, che non possono essere benefiche e senza effetti negativi nei confronti di tutti i soggetti, pubblici o privati che siano, potrebbero essere diverse.
Ma sia chiaro che i fallimenti ed i concordati puniscono sempre i creditori.
Bisognerà vedere in quale misura reagiranno la domanda e l’offerta di euro, in concomitanza dei rinnovi e delle nuove emissioni di titoli :
- Il consolidamento di parte del debito pubblico (BOT) o l’attribuzione di cedole a tasso d’interesse «politico», inferiore al tasso d’inflazione, probabilmente non spendibili subito.
- Le decisioni sul debito pubblico esistente potrebbero, comunque, scaturire da un mix di soluzioni riguardanti il tasso d’interesse, il capitale o l’allungamento, che piaccia o no, della durata dei titoli.
- Decisioni di questo genere vennero prese in Italia negli anni Settanta, quando si stabili’ di limitare gli effetti dell’inflazione pagando una parte dei salari in BOT pluriennali.
- In effetti la base monetaria allargata (M3, nella definizione della BCE), comprende anche i titoli di stato a breve, e cioè con scadenza sino a due anni, come i BOT italiani.
- Se si vuol agire nei confronti della massa effettiva e potenziale della moneta in circolazione occorre pertanto agire, sulla base dei patti di Maastricht, sulla dinamica e sullo stock del debito pubblico, facendo rispettare i parametri di Maastricht senza deroghe di alcun tipo.
- Sarà l’Italia (ed altri del gruppetto dei P.I.G.S.), a prendere le decisioni politiche (taglio drastico della spesa pubblica, liberalizzazioni, aumento delle imposte) per eseguire «gli ordini superiori» della UE.
- Le conseguenze sociali si tradurranno inevitabilmente in gravi tensioni di ordine pubblico.
- Le decisioni sul debito pubblico esistente potrebbero, comunque, scaturire da un mix di soluzioni riguardanti il tasso d’interesse, il capitale o l’allungamento, che piaccia o no, della durata dei titoli.
- La Commissione Europea potrebbe chiedere un controllo ferreo sulla circolazione monetaria italiana (M0, secondo la definizione della BCE), facente parte della base monetaria, ben sapendo che questa componente costituisce, più dei depositi bancari, una bomba «a miccia corta», fermo restando la costituzione di una garanzia in denaro da costituirsi presso la BCE.
- E’ facile pensare ad una misura propria di una «politica monetaria restrittiva», anche tenendo conto del fatto che l’Italia vanta un’elevatissima economia parallela (la velocità di circolazione della moneta corrente, proveniente dall’economia sommersa, è notoriamente ben superiore a quella dell’economia legale di un paese).
- E’ facile pensare ad una misura propria di una «politica monetaria restrittiva», anche tenendo conto del fatto che l’Italia vanta un’elevatissima economia parallela (la velocità di circolazione della moneta corrente, proveniente dall’economia sommersa, è notoriamente ben superiore a quella dell’economia legale di un paese).
- La Commissione Europea, di concerto con la BCE, potrebbe decidere di sovrastampare la moneta «uscente dai paesi in défaut», come successe in Germania ai tempi della Repubblica di Weimar.
- Questa decisione corrisponderebbe, di fatto, alla coesistenza di due monete: una più forte per i paesi del nord ed una debole per quelli del sud Europa.
- Come vede parlo anche degli altri paesi in crisi, poichè ormai si è capito che, l’omogeneizzazione monetaria, non preceduta dall’omogeneizzazione delle politiche sociali, industriali, fiscali eccetera, ha semplicemente permesso di far provare alle popolazioni sud-europee un fenomeno già visto in Argentina, quando volle ancorare la propria moneta al dollaro (economie deboli con moneta forte).
- Questa decisione corrisponderebbe, di fatto, alla coesistenza di due monete: una più forte per i paesi del nord ed una debole per quelli del sud Europa.
E’ ovvio che verrebbero svalutati proporzionalmente alla diminuzione di potere d’acquisto della «nuova moneta», salvo, forse, per quelli detenuti da non residenti, per i quali si potrebbero stabilire delle moratorie e delle sostituzioni.
La mossa dello scudo fiscale, che non ha dato i risultati sperati (85 miliardi contro i 110 sperati da Tremonti e compagni, ma, nel passato, si è parlato di 1000 miliardi di Euro portati all’estero), è stata fatta forse, tra l’altro, anche per non far entrare più tardi, dopo un eventuale default del debito pubblico, una valanga di denaro spendibile ed un numero maggiore di contenziosi con gli stati e le banche estere (tipo bond argentini, messicani eccetera di qualche anno fa).
Marco Della Luna
Fonte: http://nuke.lia-online.org/Default.aspx
20.02.20101
http://www.comedonchisciotte.org/site/index.php
L'Italia va alla guerra, alla faccia della Costituzione
Una missione incostituzionale
Parlamentari denunciano l'incostituzionalità della missione. Lo stesso fa il partito dei militari.
In Olanda la questione della partecipazione alla guerra in Afghanistan ha provocato la caduta del governo.
In Italia - dove domani il Senato voterà il rifinanziamento alla missione già approvato alla Camera - sia la maggioranza di governo che l'opposizione continuano invece a sostenere un intervento militare sempre più corposo e quindi costoso (51 milioni di euro al mese contro i 45 dell'anno scorso, che aumenteranno ancora nel secondo semestre del 2010 con l'invio di altri mille soldati) e sempre più palesemente in contrasto con la nostra Costituzione, che all'articolo 11 "ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali".
Qualcosa, però, sta iniziando a cambiare anche da noi. Alcuni parlamentari cominciano a rendersi conto dell'incostituzionalità della partecipazione delle nostre forze armate alla guerra in Afghanistan, e ad agire di conseguenza. E perfino dagli ambienti militari, che finora hanno taciuto su una realtà che ben conoscono, iniziano a emergere segnali di nervosismo. Interrogazione parlamentare sulla missione. Nei giorni scorsi l'onorevole Maurizio Turco (radicale eletto nelle liste del Pd), assieme ad altri cinque deputati radicali che, come lui, alla Camera non votato il rifinanziamento della missione*, ha presentato un'interrogazione parlamentare alla Difesa sulla reale natura bellica della nostra missione militare in Afghanistan, denunciandone quindi l'incostituzionalità.
"La nostra interrogazione - spiega Turco a Peacereporter - è stata presentata il 17 febbraio in seguito alle dichiarazioni del ministro La Russa sulla partecipazione dei comandi italiani all'operazione Mushtarak e sullo scopo di questa offensiva condotta dalle forze Isaf. Non abbiamo avuto risposta".
Le dichiarazioni diel ministro La Russa. Martedì scorso, interrogato da alcuni giornalisti sull'offensiva alleata i corso nella provincia afgana meridionale di Helmand, il mefistofelico Ignazio aveva dichiarato che gli italiani, pur non prendendo parte ai combattimenti (tutto da dimostrare, soprattutto riguardo alle nostre forze speciali), stanno nella linea di comando a Kabul che dirige l'operazione, aggiungendo poi alcune considerazioni da tipica missione di pace sull'andamento dell'offensiva: "Si sta vincendo nel senso che stiamo occupando il territorio. Ma si sta vincendo senza avere eliminato il pericolo, perché (i talebani, ndr) stanno utilizzando il concetto 'soldato vivo buono per la prossima volta'. Una vecchia frase di luogo comune che sintetizza un concetto militare: gli insorti sono impegnati ma quando possono si sottraggono al combattimento. Certamente l'operazione va avanti con meno difficoltà del previsto e l'obiettivo del controllo del territorio viene raggiunto, questo però non toglie che le forze ribelli rimangono con poche perdite. Il problema è se hanno la possibilità di riorganizzarsi per attività di guerriglia anziché di confronto duro".
"Palese violazione della Costituzione". "Numerose agenzie di stampa hanno diffuso la notizia della morte di cittadini afghani non appartenenti alle forze ribelli coinvolte nei combattimenti", si legge nell'interrogazione parlamentare dell'onorevole Turco. "L'impiego di militari italiani, anche solo con compiti coordinamento e di comando, in azioni di guerra come è in effetti l'operazione Mushtarak, che prevede l'occupazione militare di un determinato territorio afghano viola palesemente l'articolo 11 della Costituzione. Le dichiarazioni del ministro della Difesa appaiono improntate a diffondere una chiara volontà del Governo italiano tesa all'occupazione militare di un territorio straniero, con l'uso delle armi e finalizzata al totale annientamento delle forze ribelli. Quanti sono - si conclude l'interrogazione - i militari italiani che a qualsiasi titolo hanno preso parte alla predetta operazione Mushtarak? Con quali incarichi? Per assolvere quali ordini? Risultano coinvolti negli eventi bellici che hanno causato la morte di civili afghani?".
Il partito dei militari contro la guerra. Le parole del ministro La Russa hanno suscitato reazioni critiche anche di alcuni militari, come l'ex maresciallo dell'Aeronautica militare Luca Comellini, oggi segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm): movimento da lui fondato l'estate scorsa proprio assieme all'onorevole Maurizio Turco.
"Nelle sue dichiarazioni pubbliche sulla missione militare italiana in Afghanistan - spiega Comellini a Peacereporter - il ministro della Difesa, pur non usando mai la parola 'guerra', fa regolarmente ricorso a una terminologia che è prettamente bellica: 'battaglie', 'combattimenti', 'nemici eliminati', occupazione del territorio'. Parlando dell'operazione Mushtarak La Russa afferma che i nostri militari vi partecipano con compiti di comando, lamentandosi delle limitate perdite inflitte al nemico. In passato ha reso noto che i nostri soldati hanno condotto offensive contro i talebani, rivendicando con orgoglio il numero dei 'ribelli' uccisi e i mezzi usati per farlo".
"Questa non è più una missione di pace". "Per il ministro della Difesa - continua Comelli - quello che conta non sono gli aiuti alla popolazione, come dovrebbe essere in una missione di pace, ma il numero dei nemici uccisi. Forse non si rende conto che le sue gravissime affermazione dimostrano che questa non è più una condivisibile operazione di peacekeeping, come viene raccontato agli italiani: è una guerra, un conflitto armato. Perfino il ministro degli Esteri Frattini l'altro giorno ha detto che 'nessuno si può permettere di dire che gli italiani stanno nelle retrovie'. E' ormai chiaro che la nostra missione militare in Afghanistan si pone ben oltre i limiti di intervento votati dal Parlamento e che le nostre forze armate stanno operando in aperto contrasto con l'articolo 11 della Costituzione. Che quella sia ormai diventata una guerra vera, in cui si uccide e si rischia di essere uccisi, soprattutto se dotati di mezzi da missione di pace, se ne sono resi conto di persona i soldati italiani che in Afghanistan ci sono stati, ma che preferiscono non parlare di queste cose. Ma le assicuro - conclude Comelli - che c'è un crescente scontento per questo all'interno delle nostre forze armate".
Fabio Mini: "Non dovremmo essere in Afghanistan". I militari in servizio preferiscono non parlare per non finire nei guai. Solo gli 'ex' possono dire senza timore come stanno veramente le cose. Come ha sempre fatto il generale in pensione Fabio Mini, che ha sempre parlato chiaro e continua a farlo.
"La missione Isaf a cui noi italiani partecipiamo è in contrasto con la nostra Costituzione? Secondo un'interpretazione sostanziale dell'articolo 11 la risposta è sì, perché l'Afghanistan non ci ha attaccati e non ci minaccia, quindi i nostri soldati non dovrebbero nemmeno essere lì. Se invece ci si attiene a un'interpretazione formale del testo costituzionale, dove esso parla di organismi internazionali che assicurino la pace e la giustizia fra le nazioni, allora si può trovare una giustificazione a tutto, ma così ci si addentra su un terreno molto scivoloso. Perché formalmente, sulla carta, lo scopo della missione Isaf autorizzata dalle Nazioni Unite rimane il sostegno al governo afgano. Ma di fatto la natura della missione è mutata nel tempo, diventando un'operazione di controinsurrezione, nella quale noi italiani siamo pienamente coinvolti".
* Alla votazione sul rifinanziamento della missione in Afghanistan alla Camera, lo scorso 9 febbraio, otto deputati si sono astenuti (i radicali del gruppo Pd Maruizio Turco, Marco Beltrandi, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Matteo Mecacci e Elisabetta Zamparutti, più due deputati del gruppo misto, Giuseppe Giulietti e Roberto Nicco) e altri tre hanno dichiarato che avrebbero voluto astenersi (i Pd Enrico Gasbarra, Andrea Sarubbi e Alessandra Siragusa). L'onorevole Luisa Bossa (Pd) ha detto che non è riuscita a esprimere voto contrario.
Enrico Piovesana
http://it.peacereporter.net/
Distruzione Agip
scritto per noi da
Alessandro Ingaria e Sandro Bozzolo
Darìo, un dirigente della comunità indios di Villa Paparaua, racconta lo scempio naturalistico e culturale attuato dalla compagnia petrolifera .
Nell'Amazzonia ecuadoriana la compagnia italiana AGIP circa vent'anni fa ha iniziato a sondare il cosiddetto blocco 10 (200.000 ettari) al fine di estrarre petrolio. I negoziati con la comunitá indigena, che, secondo la legge ecuadoriana detiene il titolo di proprietá della selva storicamente abitata, hanno portato, una quindicina d'anni fa, a un compromesso che permetteva alla compagnia di estrarre il greggio in cambio di investimenti che permettessero di sviluppare il territorio locale.
Spinte dalla promessa di una pioggia di soldi e di formazione tecnica per la realizzazione di infrastrutture, molte comunità acconsentirono.
Peacereporter ha incontrato Darìo, un dirigente della comunità Villano Paparaua, nel cui territorio si svolge la trivellazione Agip, per raccogliere la sua testimonianza.
"Tutto iniziò quando lo stato ecuadoriano scoprì l'esistenza di grandi quantità di petrolio leggero sotto il territorio di Villano, nel cosiddetto Bloque 10. Nell'arco di vent'anni la zona ha perso le proprie caratteristiche e si è trasformata.
Diversamente da quanto richiede la prassi, i diritti petroliferi non sono stati concessi ad alcuna compagnia ma sfruttati per forma diretta dallo stato ecuadoriano. Quest'ultimo ha firmato contratti di servizio ai fini estrattivi con compagnie straniere, come la Arcoriente e l'italiana AGIP OIL. Dopodichè, Agip, comprando la maggioranza delle azioni di Arcoriente, ha assunto il pieno diritto di sfruttamento del territorio, nonostante questi continuino ad appartenere, formalmente, a Petroecuador.
La presenza di Agip ha causato gravi impatti sociali e culturali, portando le comunità locali ad una sorta di sudditanza dal denaro e dalle decisioni della compagnia, rimanendo poveri sul proprio territorio. Negli ultimi dieci anni le conseguenze ambientali derivanti dallo sfruttamento sono emerse in tutta la loro gravità. Esiste uno studio secondo il quale si sono estinte specie endemiche locali. La presenza della compagnia petrolífera ha poi causato una pericolosa migrazione interna: migliaia di persone, attratte dalle nuove prospettive di lavoro, si sono riversate a Villano, danneggiando ulteriormente il delicato ecosistema della selva amazzonica.
Con ogni probabilità sono stati effettuati sversamenti nel fiume di acque reflue non trattate. La moria di pesce, la presenza di schiuma di colore verde, i forti olezzi hanno portato la comunità locale ad approfondire a denunciare l'attività inquinante della Agip alle autorità dello stato. Ulteriore allarme per la comunità il fatto che il contratto tra lo stato ecuadoriano e la compagnia italiana sia formalmente cessato, pur continuando l'attività estrattiva con una proroga di cui non è possibile rintracciare ufficialità. Gli appelli inascoltati hanno spinto i Paparaua ad aprire, a fine 2009, un giudizio per danni ambientali contro l'Agip presso il tribunale di Puyo per svariati milioni di dollari.
Analogamente la comunità chiede conto della continuazione della trivellazione: si parla infatti di tre nuovi pozzi, senza previa consultazione degli abitanti, in contrasto con quanto stabilito dalla costituzione ecuadoriana. La poca trasparenza nei rapporti tra Agip, concessionario di lavori di estrazione, e il governo dell'Ecuador, che sfrutta i diritti economici, non permette di individuare il reale responsabile dell'inquinamento ambientale, generando un continuo scaricabarile. Le denunce e le manifestazioni degli anni passati in difesa del territorio sono addirittura sfociate in una denuncia per "terrorismo" di Agip contro trenta famiglie indigene. Inchiesta misteriosamente sparita dalla cronaca, in cui gli imputati non hanno la minima idea dei risultati del giudizio.
In questi anni l'azienda italiana ha ricavato notevoli utili dallo sfruttamento ma le promesse non si sono avverate. I soldi e lo sviluppo promesso sono rimasti sulla carta. Si parla di somme di denaro somministrate regolarmente ai dirigenti indigeni e agli opportunisti di turno per controllare le proteste e limitare gli investimenti. Molti denunciano che i dirigenti firmatari dei compromessi con la compagnia siano stati "comprati" dalla stessa. Troppe volte alcuni dirigenti "corrotti" sono stati visti in lussuosi alberghi e a bere alcolici a spese della compagnia. Pertanto, alcuni giovani indigeni hanno costituito un soggetto giuridico associativo per la difesa della comunità, cercando di sostituirsi alla dirigenza inefficace dell'associazione Assodir di cui Agip stessa aveva sollecitato la costituzione, debilitando e dividendo il fronte indigeno preesistente. Malversazioni, appropriazioni di fondi destinati alla comunità hanno caratterizzato questa associazione.
Oggi gli effetti secondari dell'intervento occidentale, quali aver causato divisione nell'organizzazione indigena, alcolismo, contaminazione del suolo e conseguente povertà per mancanza di alternative sono elementi di cui le nuove generazioni chiedono conto. C'è effettivamente stato un accenno di sviluppo. La gente pero' non si è resa conto di aver pagato con la propria cultura, di aver perso la capacità di vivere la Natura. In un certo senso è corretto dire che ci siamo impoveriti tutti, perché ci è stato tolto il bene più prezioso che avevamo, un patrimonio tramandato a voce per secoli".
Stella Spinelli
http://it.peacereporter.net/
Ogm – Perché dico dieci volte no
di Carlo Petrini/slowfood
Sintetizzare e schematizzare su un argomento complesso come tutti quelli che riguardano il cibo e l’agricoltura non è mai facile né necessariamente un bene. Tuttavia credo che possa servire un elenco delle ragioni di chi, come noi, agli Ogm dice “no”, non per posizioni ideologiche o preconcette, come amano dire coloro che pensano di essere gli unici depositari del sapere, ma per ragioni serie e motivate, peraltro condivise anche da molti ricercatori e scienziati:
1. Contaminazione. Coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile; le aziende sono di piccole dimensioni e non ci sono barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. L’agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell’acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata.
2. Sovranità’ Alimentare. Come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.
3. Salute. Ci possono essere problemi di salute per animali alimentati a Ogm.
4. Libertà. Le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi Gm, invece, la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l’agricoltore deve rivolgersi ad ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti se non si pagano costose royalties.
5. Economia e Cultura. I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio. L’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico.
6. Biodiversità’. Le colture Gm impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi.
7. Ecocompatibilità. Le ricerche su Ogm indicano due “vantaggi”: la resistenza ad un parassita del mais (la piralide) e a un diserbante (il glifosate). Quindi, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggia le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate.
8. Precauzione. A circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli Ogm, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo tre prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm.
9. Progresso. Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. E’ sempre più chiaro per consumatori, governi e ricercatori, il ruolo dell’agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale. Invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca dovrebbe affiancare l’agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze.
10. Fame. I relatori ONU dicono che l’agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Le multinazionali invece promettono che gli Ogm salveranno il mondo dalla fame: eppure da quando è iniziata la commercializzazione (circa 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono. In paesi come l’Argentina o il Brasile la soia Gm ha spazzato via produzioni come patate, mais, grano e miglio
Ogm – Perché dico dieci volte no
di Carlo Petrini – 19/02/2010http://www.stampalibera.com/
Il fallimento degli Stati Uniti è ormai accertato
E ‘una di quelle faccende così incredibili che effettivamente ti fanno riflettere … Entro i prossimi 12 mesi, il Tesoro degli Stati Uniti dovrà rifinanziare 2 mila miliardi dollari di debito a breve termine, senza contare il deficit supplementare, stimato a circa 1500 miliardi. Mettete i due numeri insieme e poi chiedetevi come possa il Tesoro prendere in prestito 3500 miliardi di dollari, in un solo anno. E’ un importo pari a quasi il 30% del nostro intero PIL. E siamo l’economia più grande del mondo. Dove saranno reperiti i fondi?
Ma come abbiamo fatto ad accumulare tanto debito a breve termine? Come la maggior parte delle istituzioni a debito troppo alto – mutuatari subprime, GM, Fannie, o GE – il Tesoro Usa ha cercato di minimizzare l’onere degli interessi prendendo prestiti a breve e quindi rinnovando i prestiti quando giungono a scadenza. Come dicono a Wall Street, “un debito dilazionato non si copre di muschio.” Con ciò intendendo che, finché è possibile rilanciare il debito, non ci saranno problemi. Purtroppo, questo porta la gente ad assumersi sempre più debiti … a durata sempre più breve … a tassi di interesse sempre più bassi. Prima o poi, però, i creditori si svegliano e si chiedono che probabilità ci possono essere di essere rimborsati, ed è allora che cominciano i guai. I tassi di interesse salgono drammaticamente. I costi di finanziamento lievitano. La festa è finita. Il fallimento è vicino.
Quando i governi falliscono si chiama “default”. Gli speculatori sanno come prevedere con precisione quando un paese andrà in default. Due ben noti economisti – Alan Greenspan e Pablo Guidotti – hanno pubblicato la formula segreta in un documento accademico del 1999. La formula si chiama “regola di Greenspan-Guidotti”. La norma recita: al fine di evitare un default, i paesi dovrebbero mantenere riserve di valuta pari ad almeno il 100% delle loro scadenze a breve termine di debito estero. L’azienda più grande al mondo di gestione del denaro, la PIMCO, spiega la norma in questo modo: “Il valore di riferimento minimo di riserve pari ad almeno il 100% del debito estero a breve termine è nota come regola di Greenspan-Guidotti, concetto di adeguatezza della riserva che ha il maggior numero di seguaci e un sostegno empirico. ”
Il principio alla base della regola è semplice. Se non riesci a pagare tutti i tuoi debiti esteri nei prossimi 12 mesi, sei a un terribile rischio di credito. Gli speculatori stanno per prendere di mira i tuoi titoli e la valuta, il che rende impossibile rifinanziare i debiti. Il default è assicurato.
Allora, come si colloca l’America sulla scala Greenspan-Guidotti? Si tratta di un default garantito. Gli Stati Uniti hanno oro, petrolio, e valuta estera a riserva. Hanno 8.133,5 tonnellate di oro (la riserva più grande del mondo). Più di 16 milioni di libbre. In dollari al valore corrente, sono circa 300 miliardi dollari. La riserva strategica di petrolio degli Stati Uniti ammonta a un totale di 725 milioni di barili. Al tasso attuale del dollaro, sono circa 58 miliardi di dollari. E secondo il Fondo monetario internazionale, gli Stati Uniti hanno 136 miliardi di dollari in valuta estera a riserva. Quindi tutto considerato… circa 500 miliardi di dollari a riserva. Il nostro debito estero a breve termine è molto più grande.
Secondo il Tesoro degli Stati Uniti, 2 mila miliardi di debito giungono a scadenza nel corso dei prossimi 12 mesi. Quindi guardando solo il debito a breve termine, sappiamo che il Tesoro dovrà rifinanziare almeno una tale cifra nei prossimi 12 mesi. Questo non comporterebbe una crisi, se il nostro fosse un debito finanziato all’interno. Ma dal 1985, noi siamo un debitore netto per il mondo. Oggi, gli stranieri posseggono il 44% di tutti i nostri debiti, il che significa che dobbiamo a creditori stranieri, almeno 880 miliardi dollari nei prossimi 12 mesi – per un importo molto superiore a quello delle nostre riserve.
Teniamo presente che ciò riguarda solo il nostro debito allo stato attuale. L’Ufficio di Gestione e Bilancio prevede un deficit di bilancio di 1500 miliardi di dollari per il prossimo anno. Che porta il nostro fabbisogno finanziario complessivo sull’ordine di 3500 miliardi nei prossimi 12 mesi.
Così … dove saranno reperiti i fondi? Il totale del risparmio nazionale negli Stati Uniti ammonta solo a circa 600 miliardi all’anno. Anche se tutti mettessimo ogni centesimo dei nostri risparmi in titoli del Tesoro degli Stati Uniti, dovremmo ancora trovare quasi 3 mila miliardi dollari a breve. Questo è un fabbisogno di finanziamento annuo pari a circa il 40% del PIL. Da dove arriveranno i soldi? Dai nostri creditori stranieri? No, secondo Greenspan-Guidotti. E no, secondo l’India o la banca centrale russa, che hanno smesso di comprare titoli del Tesoro e hanno iniziato ad acquistare enormi quantità di oro. Gli indiani ne hanno acquistato 200 tonnellate questo mese. Fonti russe dicono che la banca centrale raddoppierà le sue riserve in oro.
Allora, da dove saranno reperiti i fondi? Stampa di moneta. La Federal Reserve ha già monetizzato circa 2 mila miliardi di dollari di titoli del debito del Tesoro e di mutuo ipotecario. Questo indebolisce il valore del dollaro e svaluta i buoni del Tesoro esistenti. Prima o poi, i nostri creditori si troveranno ad affrontare una scelta netta: tenere i nostri titoli e vedere il loro valore diminuire lentamente, o rifugiarsi nell’ oro e vedere il valore dei loro titoli statunitensi precipitare.
Ciò che non faranno è continuare ad acquistare titoli del nostro debito. Quali saranno le banche centrali che abbandoneranno il dollaro per prime? Brasile, Corea e Cile. Queste sono le tre maggiori banche centrali, che posseggono la minor quantità di oro. Nessuna detiene nemmeno l’1% delle sue riserve in oro.
Ho esaminato questi temi in modo più approfondito nell’ultimo numero della mia newsletter, Porter Stansberry’s Investment Advisory, pubblicato lo scorso Venerdì. Casualmente, il New York Times ha ripetuto i nostri avvertimenti – quasi parola per parola – nel giornale di oggi. (Non ha menzionato Greenspan-Guidotti, però … e ‘un vero segreto degli speculatori internazionali.)
traduzione di Carmen Gallus Rebel News 12 febbraio 2010
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