martedì 23 marzo 2010
Eugenio Finardi - Se solo avessi
http://www.youtube.com/user/CestDisco
Se solo avessi un Kawasaky
Allora si che mi farei
Tutte le donne che vorrei.
Ma siccome un Kawasaky non ce l' ho
Solo restero'
In casa a fumare
E ad aspettare
But until I get old
I'll just be singing my rock & roll
Se solo avessi le idee piu' chiare
Allora si' che io farei
Tutte le cose che vorrei
Ma siccome le idee chiare non ce l'ho
Fermo restero'
In casa ad aspettare
E a non fare
But waiting to get old
I'll just be singing my rock&roll
E presto o tardi capirai
Che quello che avrai fatto possiederai
Che quello che avrai pensato
Realizzerai
Che come ti sarai voluto
Cosi' sarai
Un paio di consigli per il cammino
da Mirko Pizzato
Dal libro “Vivere senza soldi” di Haidemarie Schwermer
Se vi è venuta voglia di procedere sulla vostra nuova strada passo dopo passo, ho un paio di indicazioni di cui potete tener conto. Ma solo se lo volete.
- Tenete a disposizione un quaderno in cui annotare le cose che per voi sono importanti.
- Scrivete in questo “quaderno dei pensieri” o diario [o comunque lo vogliate chiamare] ciò che vi ha dato sempre o qualche volta da riflettere: musica, incontri, tecniche, letteratura, pittura. Qualunque cosa. Ciò che importa è scoprire quale compito vi siate proposti per questa vita. O vi proporrete.
- La sera scrivete come è stata la vostra giornata. Annotate soprattutto i sentimenti positivi.
- Scrivete come vi immaginate una vita ideale. Dove vi piacerebbe abitare? Con chi? Che cosa vi piacerebbe fare più di tutto? Non ponetevi limitazioni di nessun tipo: in questo quaderno tutto è possibile.
- Scrivete quale percezione avete delle persone. Che cosa vi disturba? Che cosa vi piace particolarmente in una persona?
- Fate un “giorno di deserto”, in cui vi lasciate guidare e condurre.
- Scrivete di che cosa potete essere riconoscenti nella vita.
- Scoprite che cosa vi diverte in modo particolare. Concedetevi questo divertimento.
- Prendete una cassetta in cui metterete le cose di cui non avete più bisogno. Offrite a tutti quelli che vi fanno visita di servirsi da quella cassetta.
- Mettete da qualche parte un tabellone “Dai e prendi”. Sul vostro posto di lavoro, in casa vostra, in un caffè. O dove volete.
- Pensate ai vostri sogni.
- Non dimenticatevi mai di ridere.
Insetti resistenti agli ogm
Pietro Greco
NAPOLI. La Monsanto ha reso noto che in India la larva di una farfalla, la Pectinophora gossypiella (Nella foto), sta acquisendo la capacità di resistere al suo cotone gm (geneticamente modificato), con l'inserimento del gene Cry1 Ac tratto dal batterio Bacillus thuringiensis (Bt), che codifica per una proteina tossica per gli insetti.La Monsanto, secondo quanto riporta la rivista Science, ha rilevato nei campi coltivati del Gujarat, uno degli stati della federazione indiana, un'insolita capacità di sopravvivenza di queste larve bianche striate di rosa che i coltivatori di cotone di tutto il mondo ben conoscono e che dovrebbero essere uccise nelle piantagioni del cotone geneticamente modificato.
È la prima volta, sostiene la Monsanto, che abbiamo registrato una resistenza alla tossina Bt in uno dei campi sparsi per il mondo coltivati con le nostre piante gm.
La notizia ha un'importante ricaduta locale. L'India è il secondo produttore al mondo di cotone, con piantagioni che si estendono per 10 milioni di ettari: l'83% dei quali coltivati con cotone geneticamente modificato. Ma, se confermato, lo sviluppo di ceppi di pesti resistenti alla tossina Bt diventerebbe subito un problema ecologico globale. Capace di rimettere in discussione la tecnologia Bt e, più in generale, l'utilizzo in campo aperto di tutte le piante geneticamente modificate. Infatti c'è già chi, in India, chiede una moratoria di dieci anni all'utilizzo in campo aperto delle biotecnologie verdi per vederci più chiaro.
Tuttavia, come riporta Science, molti scienziati sono scettici. In primo luogo perché in laboratorio, esposta a concentrazioni normali della tossina Bt, le larve e i bruchi di Pectinophora gossypiella non hanno mai sviluppato una resistenza. E poi perché ritengono i rilievi Monsanto scientificamente non ben fondati. Rilevare in maniera poco rigorosa che c'è un'«anomala sopravvivenza» non significa che si è sviluppato un ceppo di Pectinophora gossypiella geneticamente attrezzato per resistere alla tossina Bt.
Ma allora perché Monsanto ha reso pubblica la sua incerta osservazione? Science propone una risposta. L'azienda ha prodotto nel tempo due tipi di cotone Bt: il Bollgard di prima generazione, che produce una sola tossina Bt, e il Bollgard di seconda generazione (o Bollgard II), che di tossine ne produce due. Secondo l'azienda è rispetto al Bollgard I che l'insetto ha sviluppato resistenza. Mentre il Bollgard II funziona alla perfezione. Quindi, sospetta Science, l'azienda è interessata a convincere gli agricoltori a passare dal Bollgard I al più remunerativo Bollgard II. Nel Gujarat il 65% del cotone gm usa, ormai, la tecnologia Bollgard II. Ma Monsanto vorrebbe giungere al 90% già quest'anno e magari estendere la diffusione del nuovo prodotto in tutto il mondo.
Se il sospetto ha un qualche fondamento, la Monsanto potrebbe aver lanciato il classico boomerang. L'annuncio dei limiti del Bollgard I infatti potrebbe rivolgersi contro tutti i suoi prodotti Bt. Perché se davvero si sviluppa un ceppo di insetti resistenti alla tossina Bt è tutta la tecnologia, anche quella di seconda generazione, che verrà messa in discussione. E non solo in India.
In ogni caso, quale che siano le ragioni di Monsanto, la notizia rafforza l'esigenza di un'agenzia mondiale, scientificamente indipendente, in grado di monitorare l'impatto ecologico di breve, medio e lungo termine delle biotecnologie applicate all'agricoltura.
http://www.greenreport.it/_new/index.php
Silent running, una profezia vecchia quarant'anni
http://www.youtube.com/user/SilentRunningMovie
di Fillipo Schillaci
Circa 40 anni fa venne realizzato Silent running, un film di fantascienza che, secondo l'interpretazione del nostro autore Filippo Schillaci, ha anticipato la condizione in cui la Terra si sarebbe trovata negli anni futuri, rivelandosi una profezia sul presente che ci troviamo a vivere. Scopriamo perché.
La fantascienza migliore è quella che invecchia presto. La migliore in assoluto è quella che nasce già vecchia, quella che, in altre parole, non ci parla di un futuro immaginario e irrealistico, bensì finge di farlo per parlarci del presente.Facciamo un po’ di storia: 1969, Stanley Kubrik gira 2001, Odissea nello spazio, un capolavoro abbagliante che entra immediatamente nella storia del cinema. Tre anni dopo Douglas Trumbull, che in quel film aveva collaborato alla realizzazione degli effetti speciali, gira Silent running, un’operina ben fatta, ma senza grandi impennate stilistiche che sembra meritare appena una citazione nelle varie storie del cinema uscite nel frattempo.Eppure Silent running ha una grandezza che al capolavoro di Kubrik manca, la grandezza di uno sguardo attento e accorato, chinato sul presente. E che sguardo! Sono passati 40 anni, gli attori che lo hanno interpretato sono degli anziani pensionati, Trumbull non so cosa faccia e quel presente si è amplificato fino a spalancarsi oggi in tutta la drammaticità che la sua “operina minore” prefigurava. Se è vero che l’immenso respiro cosmico dell’opera di Kubrik ha una valenza letteralmente universale che la pone al di fuori e al di sopra della Storia, e che ci obbliga a confrontarci con la giusta misura dell’uomo, quale solo in rapporto allo spazio e al tempo profondi si può percepire, l’opera di Trumbull al contrario, pur svolgendosi interamente nelle più remote regioni del sistema solare, è concentrata sulla Storia, su una fase cruciale di essa, su un istante, quello in cui si sceglie fra il giardino e il deserto.
Una scelta che contiene in sé la tragicità dei passi irreversibili, una scelta che è per sempre. Essere un giardiniere, ci dice il compositore (e giardiniere) Walter Branchi, significa aver cura, aver cura di quel pezzetto di mondo che ci circonda. Ecco, Silent running è un film su questo obbligo morale dell’uomo, sul suo venir meno. Narriamolo.
Nelle immagini iniziali si è immersi in una natura dalle forme e dai colori splendidi. La sensazione di essere in un luogo della Terra dove la vita è rimasta indisturbata e perfetta. Ma non è così: la Terra ha subito un processo di urbanizzazione totale che ha annientato ogni traccia degli ecosistemi naturali. Perfino delle aree protette, dei grandi parchi di un tempo non resta nulla, e gli ultimi brandelli di essi sono stati esiliati in grandi cupole trasparenti agganciate ad astronavi che orbitano nelle zone esterne del sistema solare.
E’ a bordo di una di queste astronavi che ci troviamo; quattro uomini la pilotano. Uno di essi, il botanico Freeman Lowell, vive in simbiosi con le piante e gli animali ospitati nelle cupole. Dei rimanenti tre è meglio tacere. Guardatevi intorno, nelle strade di una qualsiasi città, cercateli fra i giovani che ciondolano per ore con l’espressione inebetita davanti all’ingresso di un Mc Donalds o di una discoteca, dopo giornate trascorse ad assorbire valanghe di televisione spazzatura e videogiochi necrofili, convinti che quell’orgia di vuoto plastificato sia il migliore dei mondi possibili. E’ lì, in questo presente, che li troverete.
Ciò che per Lowell è «cibo vero» per gli altri membri dell’equipaggio è «quella roba che tiri fuori dalla terra sporca», mentre l’unico cibo degno di questo nome è quello dall’aspetto e dal sapore standardizzato che viene fuori automaticamente dalle macchine dell’astronave. Non dobbiamo fare un gran volo di fantasia per immaginarcelo, non è altro che il cibo preconfezionato, precotto, precolorato, preconservato che ben conosciamo dai banconi dalla “grande distribuzione” i quali sono già adesso l’unica fonte alimentare che il cosiddetto “uomo medio” è in grado di concepire.
Quando dalla Terra giunge l’ordine di abbandonare il progetto, distruggere le cupole con il loro carico di vita e far tornare le astronavi al traffico commerciale, Lowell rifiuta di obbedire, anche se per far ciò è costretto a ricorrere a mezzi estremi, ovvero uccidere gli altri membri dell’equipaggio e dirottare l’astronave, con l’unica cupola superstite, su un’orbita ancora più esterna. Il suo tentativo fallisce.
Quando viene rintracciato, fa esplodere l’astronave e se stesso dopo aver sganciato la cupola e affidato la cura delle piante e degli animali a un piccolo automa. E’ questa l’ultima immagine, che unisce desolazione e struggente speranza: l’unica superstite isola di vita della Terra, sperduta nello spazio e sempre più piccola e lontana, in attesa di un improbabile ritorno.
Non ci vuol molto, dicevo, a riconoscere in questo apologo quello che sta accadendo oggi sulla Terra. L’Europa è ormai cementificata, zone sempre più vaste degli altri continenti lo sono a loro volta, le foreste primarie vengono distrutte, gli oceani saccheggiati, la stessa distanza culturale dell’uomo dal mondo naturale si è ingigantita al punto che ormai ogni manifestazione di vita non umana è vista come estranea, infetta, pericolosa, ripugnante.
Non sappiamo quando iniziò, ma sappiamo che nell’età del bronzo la pianura padana era ancora un’unica foresta. Oggi non ne rimane nulla. Le foreste, gli ecosistemi, le comunità viventi sono circoscritte, imprigionate nelle cosiddette riserve naturali, già in sé un’aberrazione perché presuppongono che lo stato di una condizione naturale sana sia un’eccezione quando dovrebbe essere la norma. E perfino tali aree si comincia a metterle in discussione; comincia a farsi strada l’idea che forse sono troppe, che in fondo si possono “riperimetrare”, cioè restringere.
Conosco una scuola della Brianza in cui esisteva fino a poco tempo fa un suggestivo stagno circondato da una folta vegetazione palustre. Fu lasciato per anni in penoso abbandono, infine fu interrato e la vegetazione rasa al suolo. Quando si comincia a pensare che uno stagno può essere prosciugato, che un albero può essere abbattuto, che un animale può essere ucciso, le porte del deserto sono già spalancate. Per questo dico che Silent running parla del presente.
Messico: grande sciopero nazionale chiede migliori condizioni di vita e di lavoro
[Fonte: Adital] Il 16 marzo centinaia di lavoratori appartenenti ad organizzazioni sociali, sindacali e politiche hanno partecipato ad un grande sciopero politico nazionale per denunciare le violazioni di diritti costituzionali da parte del governo messicano. Spinti dall'ordine “O loro o noi”, gli scioperanti rivendicano migliori condizioni di lavoro, un salario dignitoso, la riduzione delle imposte, e altre richieste.
Sono state collocate bandiere rosse e nere nelle case, nelle scuole, nei quartieri popolari, nei luoghi di lavoro e nelle comunità agricole per mostrare il rifiuto della popolazione verso le misure governative che hanno lasciato i cittadini in secondo piano.
Durante la convocazione, l'Assemblea Nazionale di Resistenza Popolare (ANRP) aveva ricordato che la mobilitazione è un'importante opportunità per fermare l'operato di coloro che privano il popolo dei suoi diritti. Per questo motivo, avevano chiesto di aderire allo sciopero “in tutti gli angoli della patria affinché si fermi la produzione e la distribuzione di merci, si occupino le terre che sono state sottratte, si scenda nelle strade, si protesti nelle piazze, nelle valli e nelle strade, armati di consapevolezza e fiducia nella lotta”.
Tra le principali rivendicazioni di questa mobilitazione nazionale c'erano la riduzione del peso delle imposte che ricadono sul settore alimentare e dei servizi pubblici; l'elaborazione di un programma nazionale di impiego, alimentazione e case; l'aumento salariale urgente; la soluzione immediata degli scioperi minerari in Cananea, Sonora, Sombrerete, Zacatecase, Taxco e Guerrero;il rispetto della Costituzione e della Legge Federale sul Lavoro; il riconoscimento dell'autonomia sindacale.
Altre richieste riguardano l'offerta di servizio medico universale; la privatizzazione del petrolio, dell'acqua, dei minerali e dell'elettricità; la creazione di programmi che garantiscano la lotta alla povertà e la sovranità alimentare; la soluzione dei problemi di chi è colpito dai cambiamenti climatici; il rispetto dei popoli indigeni, la libertà dei prigionieri politici; le punizioni nei confronti di chi ha violato i diritti umani e il ritorno dell'esercito nei suoi ranghi.
Il grande sciopero nazionale, oltre a lottare per migliori condizioni di vita e di lavoro, ha voluto mettere in evidenza la sfrontatezza del governo di Felipe Calderòn, che insieme alla classe imprenditrice del paese, ha costretto la popolazione a vivere “al limite della sopravvivenza e dello scontro sociale”.
In un comunicato pubblicato sul sito Rebanadas de Realidad, l'Assemblea Nazionale di Resistenza Popolare ha dimostrato la difficile situazione del paese, dove negli ultimi tre anni il numero di poveri è cresciuto a oltre 10 milioni. La popolazione giovane è dimenticata dal governo, dato che circa 8 milioni di giovani hanno bisogno di scuola e opportunità professionali per entrare nel mondo del lavoro. “Il tasso di crescita economica del Messico è il più basso di tutta l'America Latina oltre ad essere il peggiore dell'intera storia moderna” hanno denunciato.
I lavoratori del Distretto Federale si sono mobilitati a partire dalle 7, nel Museo della Tecnologia. Lo sciopero ha riguardato oltre 25 stati messicani. Le attività principali si sono svolte in Cananea e Sonora, e intorno ai 300 centri di lavoro del Sindacato Messicano di Elettricisti.
Traduzione Prisca Baracetti
http://asud.net
Vauro: " La Rai va difesa come luogo dell'informazione pubblica"
di Debora Aru
«Romperemo il silenzio» ha detto Michele Santoro. Ecco perché giovedì al Paladozza di Bologna ci sarà la trasmissione evento "Rai per una notte", realizzata dalla Federazione nazionale della stampa e dall'Usigrai. La serata è stata definita da Santoro il primo sciopero bianco degli abbonati della Rai, che reagiscono a un divieto non con la solita minaccia di non pagare il canone, bensì organizzando e partecipando a una trasmissione per difendere il diritto dell’informazione. I 6000 posti al Paladozza, ha detto il conduttore, sono andati esauriti nel giro di poche ore e anche la sottoscrizione lanciata per coprire le spese è andata a buon fine.
Lo stesso Al Gore, ex vice presidente USA, premio Oscar per il documentario “Una scomoda verità”, Premio Nobel per la pace ne 2007 e fondatore di Current, in una nota stampa ha ufficializzato la messa in onda di Rai per una notte sulla sua TV (piattaforma sky, canale 130).
L’iniziativa è stata presentata ieri pomeriggio alla sede della FNSI di Roma da Marco Travaglio, Santoro e Sandro Ruotolo. Erano inoltre presenti il segretario e il presidente della FNSI Franco Siddi e Roberto Natale, il segretario dell’Usigrai Carlo Verna. E c’era anche Vauro, intervistato da Articolo 21.
Rai per una notte. Cosa succederà giovedì al Paladozza di Bologna?
A Bologna faremo una trasmissione, quella che non possiamo fare in Rai o per lo meno a Rai2, perché Rai News 24 ha deciso che la manderà in onda. Ovviamente sarà un momento di vicinanza particolare che va al di là del video che normalmente ci separa dal nostro pubblico.
È la prima volta che si intraprende un’iniziativa come questa. La Rai vi censura, ma voi la difendete. Da che parte state?
Io credo che si debba difendere la Rai in quanto luogo dell’informazione pubblica, senza ovviamente sminuire gli altri luoghi in cui si fa informazione che per fortuna si stanno moltiplicando. Infatti è proprio grazie a questi spazi alternativi che possiamo difendere la Rai. Ma la tv pubblica resta comunque il luogo del diritto dei cittadini ad essere informati, dei giornalisti di fare informazione, allo stesso modo delle aule di giustizia dove il diritto legale si esercita, diventa pratica e non enunciazione. Ci troviamo di fronte ad una società amputata dei propri diritti, anche se poi trova sfogo in altri canali, rimane una società amputata. Qui si vuole perfino amputare il diritto all’acqua. In contemporanea alla grande kermesse berlusconiana di sabato c’era una manifestazione che rivendicava il diritto pubblico dell’acqua. Non vogliamo perdere di vista l’importanza del diritto pubblico.
Secondo te che cosa sta succedendo in Rai?
Io in Rai sono praticamente un pendolare. Tra le volte che ci cacciano tutti e quelle in cui mi cacciano da solo, vado e vengo. Quello che mi pare che stia succedendo è quello che accade ormai da tanto tempo. Le pressioni dei partiti e principalmente del Governo, sono talmente forti che la richiesta di obbedienza nei confronti di funzionari e dirigenti da loro stessi collocati in azienda, diventa imbarazzante per gli stessi dirigenti seppur così abituati all’obbedienza. Ecco infatti che si spiega la battuta di Masi: «Cose che non succedono neanche nello Zimbabwe».
A causa di una tua vignetta hai “assaggiato” in prima persona il gusto dell’epurazione. Che cosa si prova?Io ho ancora la lettera firmata da Masi, che mi informava di essere stato espulso da tutte le reti e testate della Rai perché avrei insultato la pietas per i morti deridendo le vittime dell’Aquila. Al di là del fatto che ovviamente le mie vignette non deridevano affatto gli aquilani, poi si è visto chi è che li derideva per davvero. Sono gli imprenditori quelli che davvero hanno insultato le vittime del terremoto, tutti quelli del governo che faranno fortuna col piano casa che Berlusconi ha rilanciato proprio ieri in piazza.
Che disegno faresti ora per commentare quello che sta accadendo? Disegnerei le due manifestazioni che ci sono state contemporaneamente sabato a Roma. Il titolo: “Il buco nell’acqua in piazza San Giovanni”.
http://www.articolo21.org/
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