giovedì 22 aprile 2010
Super long-run deep angle jet trails pass in HD timelapse V07654
http://www.youtube.com/user/JcmdiStockFootage
Veramente eccezionali le immagini che ci regala questo canale sul tubo , ancora dubbi ???
Bilderberg 2010: si riunirà vicino a Barcellona ai primi di giugno
Il gruppo Bilderberg condurrà la sua riunione annuale dal 3 al 6 giugno a Sitges in Spagna (in un resort esclusivo vicino a questa piccola città ed a circa 20 miglia da Barcellona) dietro un muro di guardie armate che sigilleranno la struttura in un futile tentativo di tenere l'evento segreto. La riunione del Bilderberg seguirà quella del suo gruppo gemello, la Commissione Trilaterale, che si riunirà presso il Four Seasons Resort a Dublino, in Irlanda dal 6 al 10 maggio. I leader del Bilderberg assisteranno alla riunione della Trilaterale per avere un elenco del loro ordine del giorno comune. Circa 300 saranno gli invitati alla riunione della Commissione Trilaterale, che si svolge dietro copertura accurata, nel loro hotel. Circa 100 invitati, saranno presenti invece alla riunione del Bilderberg, protetta da plotoni di poliziotti in divisa e da membri della sicurezza privata.

I Bilderberg sperano di mantenere la recessione globale in corso per almeno un anno, in accordo ad un consulente finanziario internazionale con cui, molti di loro, si relazionano. Questo perché, tra le varie intenzioni, Il Bilderberg spera ancora di creare un “Dipartimento del Tesoro” globale sotto il controllo delle Nazioni Unite. Il Bilderberg ha intrapreso questa prima missione, nella riunione della scorsa primavera in Grecia, ma lo sforzo è stato bloccato da nazionalisti in Europa e negli Stati Uniti. I “Nazionalisti” (una parolaccia per i Bilderberg) si sono opposti a cedere sovranità alle Nazioni Unite.
Una fonte AFP ha sottolineato le parole del presidente francese Nicolas Sarkozy in un discorso del 29 marzo alle notoriamente di sinistra Columbia University, dove ha detto: “Dovremmo inventare un nuovo ordine monetario globale”. Era chiaramente un riferimento al recentemente proposto dipartimento mondiale del tesoro. L’obiettivo finale del Bilderberg, resta immutato: Realizzare, sotto le Nazioni Unite, un governo unico mondiale con all’interno “Stati-nazione” che diventerebbero quindi semplici riferimenti geografici. L'Unione Europea sta per diventare una singola entità politica, seguita dalla “American Union” (North American Union, n.d.t.) ed infine, l'Asia-Pacific Union. L'Unione Americana tende ad includere l'intero emisfero occidentale, compresa Cuba e altre isole off-shore.
Come l'UE, la “AU” avrà un potere legislativo, esecutivo e commissioni del Capo dello Stato, e può imporre leggi sui suoi paesi membri. Ci sarà una moneta comune come l’Euro per la UE (l'Amero? n.d.t.), rimuovendo il simbolo proprio di ciascuno Stato membro. L’obiettivo della Asia-Pacific Union, o “APU”, è quello di seguire un percorso analogo. Ma la crescente consapevolezza pubblica sull’agenda malefica del gruppo Bilderberg e della Trilaterale è emersa come un ostacolo significativo. Per decenni, fino al 1975, anno in cui è emerso il tutto, la copertura era del 100 per cento in tutto il mondo.

Oggi, in Europa, i maggiori quotidiani metropolitani e le trasmissioni televisive danno su entrambi i gruppi una pesante pubblicità da prima pagina. Anche negli Stati Uniti, i giornali indipendenti e le televisioni danno un’ampia copertura al Bilderberg. Ma i maggiori quotidiani e le emittenti principali mantengono un black-out totale negli Stati Uniti. Questo perché i loro dirigenti hanno partecipato a queste riunioni e promesso loro la segretezza a vita. Il proprietario ipocrita del Washington Post ha frequentato il gruppo dal 1954. Il presidente del Post, Donald Graham, e l’editore associato, Jimmy Lee Hoagland, hanno frequentato ogni riunione per anni.
Ma, così come cresce la sensibilizzazione del pubblico, così cresce anche la resistenza patriottica. Vi è una forte resistenza in tutta Europa ad aumentare i poteri della UE al prezzo della sovranità nazionale. Negli Stati Uniti, esiste una crescente resistenza alla proposta del North American Free Trade Agreement, che eliminerebbe le frontiere tra gli Stati Uniti, Messico e Canada. Il NAFTA vuole ampliarsi, nell'ambito dei piani del Bilderberg e della Trilaterale, per includere tutto l'emisfero ed evolvere in una “American Union”. Nel 1990, i Bilderberg erano sicuri che la “American Union” sarebbe stata istituita entro il 2000. Un decennio più tardi, ci stanno ancora provando, e rischiano di perdere la battaglia.
Autore: James P. Tucker, Jr. / Fonte: freeskies.over-blog.com
http://www.ecplanet.com/
22 Aprile 2010: 40 anni dal primo The Earth Day
[su Circolo Vegetariano] Il potere finanziario è il vero nemico della terra
Il 1970 arrivava dopo una lunga serie di contestazioni contro le esplosioni di bombe nucleari che facevano cadere su tutto il pianeta le loro scorie radioattive, contro la diffusione planetaria dei pesticidi clorurati persistenti, come il DDT, i cui effetti nocivi erano stati rivelati pochi anni prima dalla biologa americana Rachel Carson; arrivava in un periodo in cui la popolazione mondiale, allora di 3700 milioni di persone, stava aumentando in ragione di cento milioni di persone all’anno e in cui, dopo la fine dell’occupazione coloniale, centinaia di milioni di famiglie, in Asia, in Africa, in America latina, rivendicavano il diritto a migliori condizioni di vita.
Il 1970 era arrivato nel pieno della disastrosa guerra del Vietnam nella quale l’esercito americano aveva impiegato diserbanti tossici per distruggere le foreste e la giungla in cui potevano rifugiarsi i partigiani Vietcong; le città industriali erano afflitte da un traffico congestionato e la loro aria era oscurata dai fumi industriali; il petrolio copriva vaste superfici del mare e gli incidenti industriali provocavano stragi di vite umane.
In quei giorni fu come se si aprissero gli occhi a un gran numero di persone: in un’epoca di grande sviluppo economico gli abitanti dei paesi industrializzati si accorsero improvvisamente che le fumose ciminiere delle fabbriche non segnavano l’avanzata del progresso, ma buttavano nell’atmosfera polveri e sostanze cancerogene e acidi che andavano a finire nei polmoni dei cittadini, nei fiumi, sui boschi. L’automobile, massimo segno del successo tecnologico, appariva improvvisamente un aggeggio che, invece di liberare dai vincoli dello spazio, costringeva a muoversi a pochi chilometri all’ora, tutti in fila, in mezzo a un’atmosfera inquinata da fumi, metalli, veleni. La plastica, trionfo dell’industria chimica sintetica, era un bellissimo materiale che, dopo l’uso, restava indistruttibile e copriva i mari, si fermava sugli argini dei fiumi, svolazzava per i campi coltivati. Il turismo assicurava riposo e divertimento a folle sempre maggiori, a spese della distruzione degli alberi e delle spiagge, riproducendo in riva al mare o nelle valli i rumorosi e inquinati modelli della vita urbana.
Il lavoro nelle fabbriche liberava grandi masse di persone dalla miseria secolare a prezzo di incidenti, avvelenamenti, morti, tanto che alcuni scrissero che “lavorare fa male alla salute”. Il petrolio, i minerali, i prodotti forestali, i raccolti agricoli potevano trasformarsi in merci, in carta, in macchine ed energia, in cibo — beni abbondanti e a basso prezzo — soltanto perché i paesi industriali costringevano i paesi poveri a vendere quasi per niente le loro risorse naturali, lasciandoli con terre desolate, con i fiumi inquinati, con nuovi deserti.
Nella primavera di quarant’anni fa una nuova generazione di giovani, gli stessi delle lotte studentesche e operaie in California, a Parigi, a Berlino, a Milano, misero in luce i lati oscuri del progresso, si accorsero che le Università, i grandi scienziati, il potere economico e politico, avevano tenuto nascosti gli aspetti negativi del “progresso” merceologico; furono scoperte parole magiche e sconosciute come “ecologia”.
Qualcuno ricordò che il nome era stato inventato da un seguace di Darwin, un certo Ernst Haeckel, nel 1866, più di un secolo prima, ma la parola era rimasta sepolta nei laboratori e nelle cattedre universitarie i cui scienziati neanche potevano immaginare che la loro tranquilla e distinta disciplina potesse trasformarsi nella bandiera di una nuova contestazione.
La parola “ecologia” divenne allora domanda di un cambiamento verso un mondo meno violento e più ospitale per gli esseri umani; i sit-in, quelle forme di lezioni all’aperto dei campus delle università americane, riunivano migliaia di studenti e docenti di prestigio, autori di libri che chiedevano una nuova etica di vita nell’ambiente.
Il 22 aprile 1970 fu un evento importante anche in Italia; i movimenti ambientalisti in Italia erano appena nati — Italia Nostra esisteva dal 1955, il WWF era stato fondato pochi anni prima, la Legambiente sarebbe nata dieci anni dopo. La Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche FAST di Milano organizzò alla Fiera di Milano una grande conferenza internazionale i cui atti (”L’uomo e l’ambiente: una inchiesta internazionale”, Milano, Tamburini, 1971), purtroppo ormai una rarità bibliografica, conteneva un inventario delle forme di violenza contro l’ambiente. Amintore Fanfani, che allora era presidente del Senato, creò una commissione “speciale” invitando alcuni studiosi ad informare i senatori sui “problemi dell’ecologia”.
La prima “Giornata della Terra” di quel 22 aprile 1970 rappresentò uno stimolo culturale formidabile: un gran numero di persone — giornalisti e studenti, professori e comuni cittadini — si misero a pensare, a leggere, a scrivere, a parlare di ecologia. I cristiani si ricordarono che San Francesco aveva spiegato che gli esseri umani e gli animali e le parti inanimate della natura, come l’acqua e il fuoco, erano tutti “prossimo”, fratelli da trattare con rispetto e amore. Molti scoprirono che perfino gli austeri padri del comunismo, Marx ed Engels, contemporanei di Liebig, di Darwin, di Haeckel, avevano riconosciuto i legami fra gli esseri umani e la terra e la natura, e avevano avvertito che tali legami venivano rotti dal modo capitalistico di produrre. Alcuni si permisero addirittura di spiegare la fallacia del “Prodotto interno lordo” come indicatore bel benessere e dello sviluppo umano.
In quella lontana “Giornata della Terra” di quarant’anni fa sui muri delle città americane apparve un manifesto in cui era riprodotta la vignetta di un fumetto, allora celebre, Pogo, un opossum umanizzato che, come molti personaggi dei fumetti, ironizzava sul comportamento, nel bene e nel male, degli umani. Pogo guardava un diligente ecologista che gettava per terra un foglio di carta straccia, e Pogo si chinava a raccoglierlo mormorando sconsolato: “Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi”. Anche oggi quante volte si vedono delle degnissime persone, eminenti nella loro professione, che si dichiarano fedeli amici dell’ecologia, ma poi fanno a gara per sfrecciare su ingombranti SUV e per costruire suntuose ville (meglio se abusive) nei boschi e sulla riva del mare.
Che cosa è rimasto di quella voglia di cambiamento, di quell’ondata di speranza?. Nel 1973 la prima crisi petrolifera offrì l’occasione al potere economico e finanziario per spiegare che quelle dell’ecologia era tutte favole, che occorreva energia a basso prezzo, che, in Italia, diecine di centrali nucleari avrebbero permesso di superare la crisi, che occorreva produrre e consumare più automobili, più merci, più plastica, diffusero l’illusione che la tecnica avrebbe risolto tutto. La breve stagione dell’austerità, promossa dalla sinistra nella seconda metà degli anni settanta del Novecento, proponeva di sostituire il consumo della massa delle merci con spese per i servizi, dalla difesa del suolo, all’approvvigionamento idrico e alla depurazione delle fogne, alla ristrutturazione delle città, ma fu ben presto spazzata via.
Quarant’anni di conferenze, di chiacchiere, da Rio de Janeiro a Johannesburg, di promesse di sviluppo sostenibile, e oggi ? La popolazione mondiale è aumentata a quasi 7000 milioni di persone, due miliardi di nuovi consumatori in Asia si affiancano ai due miliardi di abitanti dei paesi già industrializzati affannandosi a bruciare carbone e petrolio, a produrre macchine e merci, a immettere nell’atmosfera gas nocivi e che alterano il clima, a gettare nelle discariche e negli inceneritori, miliardi di tonnellate all’anno di rifiuti, oltre centoventi milioni di tonnellate ogni anno solo in Italia; residui di plastica galleggiano addirittura sugli oceani. Grandi città costiere anche in Italia, spacciata come quarta o quinta o sesta potenza economica mondiale, gettano tranquillamente le acque di fogna non trattate nel mare e nei fiumi.
Molti paesi dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia sono devastati da guerre per lo sfruttamento delle riserve di minerali, di petrolio, per la distruzione delle foreste. Si intensifica la rivoluzione merceologica per cui terre agricole sono impiegate per produrre biocarburanti, la fame di spazio per edifici, centrali, fabbriche, quartieri urbani, svettanti grattacieli simboli del lusso, rendono più fragili le colline e le coste, fanno aumentare frane e alluvioni; l’illusione della felicità implicita nel possesso di cose materiali rende miliardi di persone schiave del potere finanziario che si arricchisce vendendo pezzi di natura, addirittura speculando sul commercio dei gas serra.
Forse bisognerebbe fermarsi e guardarsi intorno, forse bisognerebbe riscoprire l’ecologia e le sue lezioni, forse occorrerebbe trasformare la rituale stanca e svogliata celebrazione annuale della ricorrenza del 22 aprile in una voglia di rilanciare un nuovo rapporto fra gli esseri umani con le risorse naturali, una nuova richiesta di giustizia nella distribuzione dei beni della Terra. Davvero, come diceva Pogo, occorre scoprire che il nemico siamo noi.
Giorgio Nebbia
www.circolovegetarianocalcata.itIl 1970 era arrivato nel pieno della disastrosa guerra del Vietnam nella quale l’esercito americano aveva impiegato diserbanti tossici per distruggere le foreste e la giungla in cui potevano rifugiarsi i partigiani Vietcong; le città industriali erano afflitte da un traffico congestionato e la loro aria era oscurata dai fumi industriali; il petrolio copriva vaste superfici del mare e gli incidenti industriali provocavano stragi di vite umane.
In quei giorni fu come se si aprissero gli occhi a un gran numero di persone: in un’epoca di grande sviluppo economico gli abitanti dei paesi industrializzati si accorsero improvvisamente che le fumose ciminiere delle fabbriche non segnavano l’avanzata del progresso, ma buttavano nell’atmosfera polveri e sostanze cancerogene e acidi che andavano a finire nei polmoni dei cittadini, nei fiumi, sui boschi. L’automobile, massimo segno del successo tecnologico, appariva improvvisamente un aggeggio che, invece di liberare dai vincoli dello spazio, costringeva a muoversi a pochi chilometri all’ora, tutti in fila, in mezzo a un’atmosfera inquinata da fumi, metalli, veleni. La plastica, trionfo dell’industria chimica sintetica, era un bellissimo materiale che, dopo l’uso, restava indistruttibile e copriva i mari, si fermava sugli argini dei fiumi, svolazzava per i campi coltivati. Il turismo assicurava riposo e divertimento a folle sempre maggiori, a spese della distruzione degli alberi e delle spiagge, riproducendo in riva al mare o nelle valli i rumorosi e inquinati modelli della vita urbana.
Il lavoro nelle fabbriche liberava grandi masse di persone dalla miseria secolare a prezzo di incidenti, avvelenamenti, morti, tanto che alcuni scrissero che “lavorare fa male alla salute”. Il petrolio, i minerali, i prodotti forestali, i raccolti agricoli potevano trasformarsi in merci, in carta, in macchine ed energia, in cibo — beni abbondanti e a basso prezzo — soltanto perché i paesi industriali costringevano i paesi poveri a vendere quasi per niente le loro risorse naturali, lasciandoli con terre desolate, con i fiumi inquinati, con nuovi deserti.
Nella primavera di quarant’anni fa una nuova generazione di giovani, gli stessi delle lotte studentesche e operaie in California, a Parigi, a Berlino, a Milano, misero in luce i lati oscuri del progresso, si accorsero che le Università, i grandi scienziati, il potere economico e politico, avevano tenuto nascosti gli aspetti negativi del “progresso” merceologico; furono scoperte parole magiche e sconosciute come “ecologia”.
Qualcuno ricordò che il nome era stato inventato da un seguace di Darwin, un certo Ernst Haeckel, nel 1866, più di un secolo prima, ma la parola era rimasta sepolta nei laboratori e nelle cattedre universitarie i cui scienziati neanche potevano immaginare che la loro tranquilla e distinta disciplina potesse trasformarsi nella bandiera di una nuova contestazione.
La parola “ecologia” divenne allora domanda di un cambiamento verso un mondo meno violento e più ospitale per gli esseri umani; i sit-in, quelle forme di lezioni all’aperto dei campus delle università americane, riunivano migliaia di studenti e docenti di prestigio, autori di libri che chiedevano una nuova etica di vita nell’ambiente.
Il 22 aprile 1970 fu un evento importante anche in Italia; i movimenti ambientalisti in Italia erano appena nati — Italia Nostra esisteva dal 1955, il WWF era stato fondato pochi anni prima, la Legambiente sarebbe nata dieci anni dopo. La Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche FAST di Milano organizzò alla Fiera di Milano una grande conferenza internazionale i cui atti (”L’uomo e l’ambiente: una inchiesta internazionale”, Milano, Tamburini, 1971), purtroppo ormai una rarità bibliografica, conteneva un inventario delle forme di violenza contro l’ambiente. Amintore Fanfani, che allora era presidente del Senato, creò una commissione “speciale” invitando alcuni studiosi ad informare i senatori sui “problemi dell’ecologia”.
La prima “Giornata della Terra” di quel 22 aprile 1970 rappresentò uno stimolo culturale formidabile: un gran numero di persone — giornalisti e studenti, professori e comuni cittadini — si misero a pensare, a leggere, a scrivere, a parlare di ecologia. I cristiani si ricordarono che San Francesco aveva spiegato che gli esseri umani e gli animali e le parti inanimate della natura, come l’acqua e il fuoco, erano tutti “prossimo”, fratelli da trattare con rispetto e amore. Molti scoprirono che perfino gli austeri padri del comunismo, Marx ed Engels, contemporanei di Liebig, di Darwin, di Haeckel, avevano riconosciuto i legami fra gli esseri umani e la terra e la natura, e avevano avvertito che tali legami venivano rotti dal modo capitalistico di produrre. Alcuni si permisero addirittura di spiegare la fallacia del “Prodotto interno lordo” come indicatore bel benessere e dello sviluppo umano.
In quella lontana “Giornata della Terra” di quarant’anni fa sui muri delle città americane apparve un manifesto in cui era riprodotta la vignetta di un fumetto, allora celebre, Pogo, un opossum umanizzato che, come molti personaggi dei fumetti, ironizzava sul comportamento, nel bene e nel male, degli umani. Pogo guardava un diligente ecologista che gettava per terra un foglio di carta straccia, e Pogo si chinava a raccoglierlo mormorando sconsolato: “Ho scoperto il nemico e il nemico siamo noi”. Anche oggi quante volte si vedono delle degnissime persone, eminenti nella loro professione, che si dichiarano fedeli amici dell’ecologia, ma poi fanno a gara per sfrecciare su ingombranti SUV e per costruire suntuose ville (meglio se abusive) nei boschi e sulla riva del mare.
Che cosa è rimasto di quella voglia di cambiamento, di quell’ondata di speranza?. Nel 1973 la prima crisi petrolifera offrì l’occasione al potere economico e finanziario per spiegare che quelle dell’ecologia era tutte favole, che occorreva energia a basso prezzo, che, in Italia, diecine di centrali nucleari avrebbero permesso di superare la crisi, che occorreva produrre e consumare più automobili, più merci, più plastica, diffusero l’illusione che la tecnica avrebbe risolto tutto. La breve stagione dell’austerità, promossa dalla sinistra nella seconda metà degli anni settanta del Novecento, proponeva di sostituire il consumo della massa delle merci con spese per i servizi, dalla difesa del suolo, all’approvvigionamento idrico e alla depurazione delle fogne, alla ristrutturazione delle città, ma fu ben presto spazzata via.
Quarant’anni di conferenze, di chiacchiere, da Rio de Janeiro a Johannesburg, di promesse di sviluppo sostenibile, e oggi ? La popolazione mondiale è aumentata a quasi 7000 milioni di persone, due miliardi di nuovi consumatori in Asia si affiancano ai due miliardi di abitanti dei paesi già industrializzati affannandosi a bruciare carbone e petrolio, a produrre macchine e merci, a immettere nell’atmosfera gas nocivi e che alterano il clima, a gettare nelle discariche e negli inceneritori, miliardi di tonnellate all’anno di rifiuti, oltre centoventi milioni di tonnellate ogni anno solo in Italia; residui di plastica galleggiano addirittura sugli oceani. Grandi città costiere anche in Italia, spacciata come quarta o quinta o sesta potenza economica mondiale, gettano tranquillamente le acque di fogna non trattate nel mare e nei fiumi.
Molti paesi dell’Africa, dell’America Latina, dell’Asia sono devastati da guerre per lo sfruttamento delle riserve di minerali, di petrolio, per la distruzione delle foreste. Si intensifica la rivoluzione merceologica per cui terre agricole sono impiegate per produrre biocarburanti, la fame di spazio per edifici, centrali, fabbriche, quartieri urbani, svettanti grattacieli simboli del lusso, rendono più fragili le colline e le coste, fanno aumentare frane e alluvioni; l’illusione della felicità implicita nel possesso di cose materiali rende miliardi di persone schiave del potere finanziario che si arricchisce vendendo pezzi di natura, addirittura speculando sul commercio dei gas serra.
Forse bisognerebbe fermarsi e guardarsi intorno, forse bisognerebbe riscoprire l’ecologia e le sue lezioni, forse occorrerebbe trasformare la rituale stanca e svogliata celebrazione annuale della ricorrenza del 22 aprile in una voglia di rilanciare un nuovo rapporto fra gli esseri umani con le risorse naturali, una nuova richiesta di giustizia nella distribuzione dei beni della Terra. Davvero, come diceva Pogo, occorre scoprire che il nemico siamo noi.
Giorgio Nebbia
http://asud.net/
Testate nucleari, Italia pronta ad esplodere?

di Andrea Bertaglio
In Europa occidentale ci sono ancora diverse testate nucleari americane sparse sul territorio, nonostante siano trascorsi molti anni dalla fine di ogni guerra che ne possa “giustificare” la presenza. Solo in Italia ce ne sono 90 tra il Friuli e la Lombardia. Cosa si nasconde dietro alla presenza (non più) segreta di questi ordigni? E soprattutto, perché non si leva nemmeno una voce a livello istituzionale per protestare contro questa perenne occupazione militare del suolo italiano?
Dalla fine della seconda guerra mondiale, sul territorio italiano ci sono novanta testate nucleari americane, più precisamente in corrispondenza delle basi militari non di Vicenza - che vogliono rendere la base USA più grande d’Europa -, ma di Aviano (50), in Friuli, e Ghedi Torre (40), alle porte di Brescia. Testate pronte, almeno in teoria, ad essere caricate su di un bombardiere qualsiasi dell’Air Force e gettate su uno dei sempre più numerosi “Stati canaglia”.
Questi ordigni hanno, secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa Usa, un potenziale distruttivo pari a 900 volte quello di Hiroshima. Il documento riporta che la “maggior parte” dei siti nucleari in Europa non rispetterebbe gli standard di sicurezza necessari, e che nelle basi “italiane” ci sono: "problemi di edifici di supporto, alle recinzioni dei depositi, all'illuminazione e ai sistemi di sicurezza, a guardia delle basi vi sono soldati di leva con pochi mesi di addestramento".A conferma di ciò, già cinque anni fa, un gruppo di attivisti improvvisò un picnic per verificare e dimostrare l’inefficienza dei controlli e delle misure di sicurezza della base di Ghedi, confermata dal fatto che ci volle mezz'ora prima di essere identificata. Un test che fu documentato in seguito dalla trasmissione Falò della televisione svizzera italiana. Gli svizzeri, in effetti, sembrano più consapevoli del fatto che anche solo un singolo incidente può essere fatale, e sembrano più preoccupati di un possibile errore umano o di un eventuale attacco terroristico di quanto non siano i nostri politici, più impegnati ad occuparsi della nuclearizzazione dell’Iran.
Perché allora se l’Italia ha firmato e ratificato il Trattato di non proliferazione nucleare - che si basa su tre principi, ossia disarmo, non proliferazione e uso pacifico del nucleare, e che proibisce agli stati firmatari "non-nucleari" (ovvero che non possiedono armi nucleari) di procurarsi tali armamenti e agli stati "nucleari" di fornir loro tecnologie nucleari belliche - ci troviamo, come diversi altri Stati europei, ad avere decine di ordigni nucleari americani sul nostro territorio? La Guerra Fredda è finita da ventuno anni, la seconda guerra mondiale da sessantacinque! A quando la fine dell’occupazione europea da parte degli Stati Uniti d’America? Speriamo non al verificarsi della prima tragedia che, in tal caso, sarebbe davvero la sola ed unica.
Ma quale potere ha il nostro Paese (che, lo ricordiamo, continua ad essere denuclearizzato, nonostante i messaggi altisonanti sulle improbabili svolte della nostra politica energetica) su questi ordigni? Secondo un accordo sottoscritto durante la Guerra Fredda, l’Italia potrebbe acquisire il controllo delle bombe termonucleari B61 presenti sul suo territorio. Ma la domanda che viene da porsi, viste anche solo le figuracce internazionali fatte nella gestione dei rifiuti, è: sarebbe in grado l’Italia di gestire tali ordigni? O, come si è chiesto anche il Time in un recente articolo intitolato What to do about Europe secret nukes (Cosa fare con le testate nucleari segrete in Europa, tda): "Is Italy capable of delivering a thermonuclear strike?" (L'Italia è capace di effettuare un attacco termonucleare?, tda)
Oltre a preoccuparsi su una tale capacità del Paese del "dolce far niente", la rivista americana si chiede anche se belgi o olandesi sarebbero in grado di lanciare bombe all’idrogeno su obiettivi nemici. E ancora, cosa farebbe una nazione come la Germania, così “spaventata” dal nucleare da volerne abbandonare persino la produzione di energia, se si dovesse trovare ad addestrare la sua aeronautica al trasporto di bombe 13 volte più potenti di quelle che hanno distrutto Hiroshima. I piloti italiani, tedeschi, belgi ed olandesi, fa notare il Time, rimangono, a oltre vent’anni dalla fine della Guerra Fredda, ingaggiati in una guerra nucleare che non esiste, e che comunque non è la loro.
La pericolosa, fastidiosa, anti-storica ed anacronistica presenza di questi ordigni ha portato il Parlamento Belga a richiedere all’unanimità alla NATO la loro rimozione dal proprio territorio; un sondaggio del 2006 ha dimostrato che il 70% delle popolazioni dei quattro Paesi interessati vuole la stessa cosa. Lo scorso ottobre, invece, il ministro degli esteri Guido Westerwelle ha dichiarato che Barack Obama, durante il suo discorso tenuto a Praga in aprile - nel quale il presidente americano ha richiamato all’attenzione delle nazioni il problema del disarmo nucleare - ha "aperto la porta" alla liberazione dell’Europa da questi ordigni.
Cosa frena USA e NATO dall’esaudire questi desideri? Davvero la barzelletta, neanche troppo divertente, che la presenza degli aerei B-61 (quelli in grado di trasportare le testate nucleari in questione) “rimane un essenziale collegamento politico e militare fra i membri europei e nord-americani dell’alleanza” atlantica? Sarà, ma al di là dell’impopolarità di tale presenza atomica in Europa, sarebbe utile una volta tanto iniziare a fare ciò che si va predicando così bene in giro per il mondo, a partire appunto dalla non-proliferazione nucleare.
Gli altri Paesi europei (Germania, Belgio e Paesi Bassi, lasciando da parte la Turchia) che come noi ospitano, più o meno volontariamente, i pericolosi giochi del viziato e prepotente cuginetto d’oltreoceano, hanno già richiesto agli americani di riportarsi questi ordigni a casa loro (cosa peraltro già avvenuta con Grecia, Danimarca, Islanda ed anche Canada, dai quali sono stati rimossi).
L’Italia, chi l’avrebbe mai detto, non lo ha ancora fatto. E pensare che di questi tempi, soprattutto nell’orgogliosa Padania - che include sia Aviano, che Ghedi Torre, che la Dal Molin vicentina - vanno così di moda espressioni come “Padroni a casa nostra”!
http://www.terranauta.it/
Free energy e generatori a magneti permanenti: finalmente ci siamo?
di Tom Bosco
Decisamente c’è gran fermento nel settore della cosiddetta “Free Energy”, soprattutto quella basata sulla tecnologia dei magneti permanenti. Ultimamente si sono fatti avanti molti inventori e addirittura compagnie (come l’irlandese Steorn) con eclatanti dimostrazioni pubbliche e televisive, ma ritengo che quella proposta da Muammer Yildiz, un inventore turco che da tempo si cimenta nella ricerca (in particolare sui lavori e le scoperte di Nikola Tesla) e che ha costruito negli ultimi nove anni ben 34 prototipi funzionanti, segnerà un punto assai importante a favore di questo tipo di tecnologia.
Si presume che quello presentato il 21 aprile 2010 dall’inventore di fronte a una platea di studiosi e professori dell’Università di Delft, in Olanda, sia il suo ultimo prototipo dotato di 140 magneti. Al momento non sono ancora disponibili i dati delle misurazioni. Come si può vedere, al termine della dimostrazione la macchina è stata smontata davanti a tutti ed è stato permesso di esaminarla liberamente, con grande soddisfazione di tutti i convenuti. Il fatto che una dimostrazione di questo genere abbia potuto avere luogo in ambito accademico fa ben sperare per il futuro, anche se dubito se ne sentirà parlare molto attraverso i canali di informazione “ufficiali”. Mi auguro di essere smentito quanto prima…
Razzismo e obbedienza:è la scuola la linea del Piave
Alba Sasso, 21 aprile 2010
Comunque la vogliamo mettere questa uscita della Gelmini sulle graduatorie regionali per gli insegnanti della scuola statale sa di obbedienza alla Lega. Che da sempre se la prende con gli insegnanti meridionali rei di affollare le graduatorie, di non conoscere i dialetti locali e soprattutto, detto e non detto, di essere un po' fannulloni. Questa scelta targata Gelmini, Bossi, Tremonti parte dalla materialità dei problemi ma è anche una misura che dà il senso dei progetti a lunga scadenza del berlusconismo e del leghismo
Ma questa volta il razzismo della Lega, che intercetta come sempre, i peggiori umori della gente diventa progetto di legge, presentato alla Camera dei deputati, a poche ore dal successo elettorale. E si badi bene alla Camera c'è già un disegno di legge della maggioranza che affronta gli stessi temi: reclutamento degli insegnanti, valutazione e così via. Aziendalismo da una parte (il disegno di legge Aprea secondo il quale il preside manager si sceglie i suoi insegnanti), impaurito localismo, respingimento dell'insegnante non autoctono dall'altra. Non c'è da stare allegri. Perché per una via o per l'altra il programma di smantellamento della scuola della repubblica va avanti. In più la Lega, sostenuta da Gelmini, ci aggiunge il carico da novanta dell'egoismo territoriale. Infatti, secondo il disegno di legge, le graduatorie, che da provinciali diventano regionali, sono aperte solo ai nativi e ai residenti, e i docenti diventano dipendenti delle regioni e non più dello Stato.Tutto questo è anticostituzionale. Neanche l'attuazione delle modifiche al titolo quinto della Costituzione comporta il passaggio degli insegnanti alla dipendenza delle regioni e per di più non c'è principio costituzionale che impedisca ad alcuno di andare a cercare lavoro fuori regione, mentre d'altra parte direttive europee ribadiscono in più occasioni il diritto alla libera circolazione delle persone e dei servizi.
C'è da chiedersi : perché questo problema sorge adesso dopo decenni in cui in massa gli insegnanti meridionali trovavano lavoro al Nord? Anche da semplici laureati. Con tutta evidenza negli anni passati il lavoro nella scuola non era sufficientemente appetibile per i laureati del Nord che riuscivano a trovare lavori più competitivi e meglio pagati. Ora che la crisi morde va bene anche il lavoro nella scuola. Ma bisogna liberare le graduatorie dagli insegnanti meridionali che spesso si trovano ai primi posti. Vorrei sommessamente ricordare che le graduatorie sono ordinate secondo un punteggio di merito. E vorrei invitare la Gelmini, perché ogni pazienza ha un limite come diceva Totò, a non usare l'argomento che i titoli (lauree e abilitazioni alle professioni) al Sud si ottengono più facilmente e con voti più alti.
L'ideologia razzista della Lega parte, ora che le possibilità di lavoro, come di accesso ai servizi sociali si restringono, dall'obiettivo primario di difendere il "territorio". Mai che venga in mente a loro signori da quando sono al governo , sia a Roma ladrona, sia nelle loro valli, di battersi per esempio contro la dissennata riduzione degli insegnanti o per corposi investimenti nelle politiche del welfare. Perché il nemico, secondo questa logica, non è il governo ma chi mangia ( o ruba) una fetta del tuo pane. E così cresce e si alimenta l'ideologia dell'intolleranza, della lotta al diverso, allo straniero, all'altro da sé.
Questa scelta targata Gelmini, Bossi, Tremonti parte dalla materialità dei problemi ma è anche una misura che dà il senso dei progetti a lunga scadenza del berlusconismo e del leghismo. Una sistematica distruzione dell'identità del nostro paese, condizione indispensabile per procedere ad una ricostruzione a loro immagine e somiglianza. Non basta riscrivere la storia, non basta ridurre drasticamente le cattedre. Non sono soddisfatti neanche della mattanza di precari che continua. È la scuola nella sua funzione di luogo di formazione alla cittadinanza lo scopo della loro azione. È qui che individuano, giustamente, il baluardo più forte in difesa dell'identità della Repubblica.
E' la scuola la linea del Piave. Cedere su questo significherebbe far crollare una diga attraverso cui passerebbe di tutto. Non solo il pensiero unico berlusconiano, già dominante attraverso il sistema televisivo, ma la "cultura" leghista, il razzismo e la xenofobia, i particolarismi e gli egoismi, i ridicoli dialetti e le tradizioni posticce di un ascendente che è celtico solo nelle fantasie alcoliche dei dirigenti delle camicie verdi. Il mondo della scuola è chiamato ad uno sforzo straordinario, di portata storica. Reso ancor più gravoso da una necessità di supplenza, quasi, rispetto ad una opposizione che ne ha fatto sempre un tema da "addetti ai lavori". E' un tema politico troppo importante e decisivo non solo per gli insegnanti, ma per la tenuta civile del Paese, sul quale costruire un'opposizione forte e mobilitante , che superi frantumazioni, debolezze, incertezze. Perché la scuola è anche il più straordinario serbatoio di intelligenze, volontà, culture, che il paese abbia a disposizione. Non è affatto certo che la Gelmini varcherà la linea del Piave. La voglia di futuro, di nazione, di cultura, è ancora molto giovane. La scuola della repubblica si salverà.
http://www.aprileonline.info/
I Tg, quelli che non "raccontano" le crisi umanitarie del mondo
I TITOLI DEL 21 APRILE - Questa sera in apertura non analizzeremo i titoli dei telegiornali, lo faremo più avanti, perché parleremo di un altro argomento sempre relativo alle notizie che ogni sera vengono inserite nelle scalette dei tg e sul perché di certe scelte. Lo spunto ce lo da il rapporto annuale che l’associazione umanitaria Medici senza Frontiere ha presentato oggi dal titolo emblematico:”Le crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2009”.
Nel rapporto si rileva che le notizie sulle crisi umanitarie nei nostri telegiornali sono state il 6 per cento del totale, ancora in calo rispetto agli anni precedenti. Questo è dovuto principalmente al fatto che il sistema dell’informazione in Italia, ricordiamo che i tg sono strumento di formazione delle opinioni per circa il 70 per cento dei residenti, è vittima di meccanismi, sul valore delle notizie, che tengono conto principalmente del fattore politico, in base alla maggioranza di governo in carica e dell’audience, controllata quest’ultima dalla pubblicità.
Così nel rapporto si nota che a Carla Bruni, nel 2008 diventata primiere dame de France, sono stati dedicati, in soli tre mesi, ben 208 servizi contro i 33 dedicati in tutto l’anno dai Tg Rai e Mediaset all’emergenza colera in Zimbawe, che provocò decine di migliaia di vittime. E per avvalorare la tesi che anche la pubblicità tiene sotto scacco le scalette dei telegiornali, il rapporto ci svela che nel 2009 sono stati ben 368 i servizi sulle svendite di fine stagione, mentre in tutto l’anno solo 116 quelli sulla fame nel mondo.
Del rapporto di Medici senza Frontiere hanno parlato oggi solo il Tg3 ed il Tg La7. Noi continueremo a parlarne nello spazio commento con Costas Moschochoritis direttore generale di Medici senza Frontiere Italia. C’è poi un’altra notizia che troviamo nei titoli di tutti i telegiornali dove più che il commento parlano le immagini. Sono le scorribande di baby camorristi che terrorizzano con sparatorie e devastazioni la gente a Napoli e dintorni. Noi consigliamo la visione di queste immagini a tutte quelle persone convinte che i libri come Gomorra di Roberto Saviano o fiction come la “Piovra” fanno male all’immagine dell’Italia. Crediamo che le immagini vere, autentiche e non fiction, trasmesse da tutti i telegiornali questa sera, facciano male, ma tanto male a tutti gli italiani.
Il Commento: Costas Moschochoriti, Direttore Generale Medici Senza Frontiere Italia
(intervista di Alberto Baldazzi)
Dalla vostra riflessione sui media e soprattutto sui tg, cosa viene fuori?
“ Viene fuori che quest’anno siamo agli stessi livelli bassi del 2008. Solo il 6% delle notizie riguardano le crisi così dette dimenticate. Questo può anche essere considerato positivo perché il trend negativo si è fermato; però 2 o 3 anni fa eravamo al 10%”
MSF segnala anche degli irrituali confronti , dei match: Carla Bruni che batte lo Zimbawe, con 208 servizi nei nostri tg in solo tre mesi, mentre invece ce ne sono soltanto 33 sulle crisi in questo paese. E tanti altro esempi. Quale è la cosa che vi ha colpito di più?“Due cose: il fatto che per la Repubblica democratica del Congo ed il conflitti che hanno toccato milioni di persone, ci sono stati solo 7 notizie; sulle malattie tropicali, addirittura zero notizie. Ma anche quando si parla di una crisi, come per esempio in Afghanistan, non si parla delle cose che riguardano la popolazione: l’accesso alle cure, oppure la situazione umanitaria del paese; si parla di cose come le condizioni del contingente italiano,o gli scenari della guerra in corso”
C’è una canzone di Jovanotti: l’ombelico del mondo. Abbiamo un ombelico molto e steso, come una sorta di super ego, e forte disattenzione per tutto il resto.“E’ vero. Mi ricordo la crisi in Kenia dopo le elezioni, nel natale 2008 :più che delle vittime e del contesto politico del Kenia, i media parlavano dei turisti italiani bloccati lungo le spiagge del Kenia. C’è una falsa percezione: la gente non sarebbe interessata a questi temi. Invece quello che riscontriamo noi, con i nostri donatori, nei dibattiti, quando parliamo con la gente, vediamo che c ‘ è interesse. Arrivano domande, e richieste di approfondimento”
Si potrebbe dire , passando al “fronte interno”, al rapporto ad esempio, tra gossip e questioni sociali, che ci sia una sì disattenzione non casuale. I nostri tg vogliono essere dei biglietti da visita, delle brochure della nostra società, piuttosto che strumenti d’indagine
“Possiamo dire che è così, come per la scelta di parlare dei saldi e non della malnutrizione; manca la volontà di approfondire i temi non propriamente piacevoli”
I nostri telegiornali, ovviamente non tutti e non sempre, si comportano la sera come noi al mattino davanti allo specchio fanno – facciamo – maquillage
“ Questo è vero e vorrei insistere sul fatto che anche quando i media parlano di una crisi, non fanno approfondimenti sulla realtà nella quale vive la popolazione; ad esempio non parlano delle Jemen se non che quando c’ è un rapimento. Non parlano dei conflitti, anche quando colpiscono , ad esempio gli ospedali”
http://www.articolo21.org/
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