martedì 29 dicembre 2009
Guerre Stellari in IRAQ
http://www.youtube.com/user/ibiza77
di Maurizio Torrealta e Sigfrido Ranucci - Effetti di un'arma a energia - La televisione satellitare aljazeera ha trasmesso l 8 ed il 9 aprile una lunga intervista ad uno dei pochi generali di saddam Huessin ricercati non ancora catturati dagli americani: Saifeddin Fulayh Hassan Taha al-Rawi , jak di fiori del mazzo americano, il capo delle guardie repubblicane che comandò una delle battaglie più importanti in Iraq : quella dell aeroporto Saddam hussein a Baghdad. Si tratta di una intervista molto importane perché per la prima volta il generale iracheno racconta cosa avvenne nella più misteriosa delle battaglia che non lasciò sopravvissuti iracheni. Il Genrale al-Rawi accusa gli americani di avere utilizzato armi proibite: armi al fosforo , bombe al neutrone ed armi al laser. L uso delle armi al fosforo fu raccontato da un documentario del nucleo inchieste di raines24 realizzato da Sigfrido Ranucci nel novembre del 2005. L uso di armi ad energie in iraq fu raccontato sempre dal nucleo inchieste di rainews24 nel maggio del 2006, e vi riproponiamo oggi alcune delle testimonianze che raccogliemmo allora che lasciano ancora oggi senza risposta l interrogativo: quali armi siano state usate agli americani nella battaglia dell aeroporto. Guerre stellari in Iraq è una nuova inchiesta di Maurizio Torrealta e Sigfrido Ranucci. Il lavoro parte dall inquietante testimonianza di Majid Al Ghezali, primo violinista dell orchestra di Baghdad, che ha assistito ai duri combattimenti per la conquista dellaeroporto da parte dellesercito Usa. Al Ghezali racconta di aver visto i corpi delle vittime della battaglia ridotti nelle loro dimensioni e di aver sentito parlare dellutilizzo di armi al laser. Anche il primario del General Hospital di Hilla, Saad al Falluji , racconta un episodio riguardante le orribili mutilazioni dei passeggeri di un autobus colpito a un posto di blocco americano da unarma misteriosa e silenziosa. Il medico iracheno si stupisce di non aver riscontrato sui morti e feriti la presenza dei proiettili. I giornalisti di Rai News 24 hanno chiesto informazioni al Pentagono sull eventuale utilizzo letale di armi al laser, sui loro effetti e sul loro impiego nelle zone di guerra, ma fino a oggi non hanno ottenuto risposte. Partendo proprio da queste testimonianze, linchiesta di Rai news 24, analizza lattuale impiego di una nuova tipologia di armamenti, destinata a segnare il passaggio epocale dalle armi "cinetiche" a quelle a energia. Dispositivi laser montati su Humvee sono già stati sperimentati in Afghanistan ed Iraq, ufficialmente per fare brillare mine ed ordigni occultati Nell'inchiesta si descrive, in particolare, anche un'arma considerata "non letale": il raggio del dolore. continua al link: http://www.rainews24.it/ra n24/inchieste/guerre_stell ari_iraq.asp
Pubblicato da
Faber
a
01.19
0
commenti
Etichette:
Asia,
Documentari,
Europa,
Italia,
Natura,
NWO,
Scienza,
Stati Uniti,
Storia,
Vergogna,
Video
DMT - Molecola Spirituale
http://www.youtube.com/user/LaGrandeOpera2
N, N-dimetiltriptamina, è un composto appartenente alla classe delle triptamine, presenti in molte piante (cercate da voi quale, semmai confermero')parte essenziale della bevanda sacra nota col nome di ayahuasca o yagé.
La dmt è prodotta naturalmente dal cervello durante la fase rem, è direttamente collegata con la ghiandola pineale che nasconde uno dei segreti più profondi del potenziale umano, VOLUTAMENTE assopito.
usato ritualmente in varie culture per vedere oltre il velo di maya e avere contatti con entita' aliene.K.
in futuro x altre info
http://lagrandeopera.blogspot.com cerca ghiandola pineale.
lunedì 28 dicembre 2009
L'Ultima intervista a Paolo Borsellino (integrale)
http://www.youtube.com/user/rivoluzioniamo
Intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. Lintervista venne registrata quattro giorni prima dellattentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (1l 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nellattentato di via DAmelio a Palermo.
Nell'intervista (la penultima rilasciata), Borsellino riferì delle possibili correlazioni tra i mafiosi di Cosa Nostra e di ricchi uomini daffari come il futuro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.[25] In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra la mafia e l'ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi.
Alla domanda se fosse Mangano un "pesce pilota" della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia. Sui rapporti con Berlusconi invece si astenne da giudizi definitivi.
Anche alla luce di quest'intervista e del ruolo di Mangano così come descritto da Borsellino (testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia) destò scalpore la dichiarazione di Marcello Dell'Utri, condivisa dal presidente del consiglio dei ministri Silvio Berlusconi riferita a Vittorio Mangano: egli fu, a modo suo, un eroe.
Paolo Guzzanti aveva sostenuto che l'intervista trasmessa da Rai News 24 era stata manipolata, i giornalisti della rete gli fecero causa, ma fu assolto. Vi era corrispondenza tra la cassetta ricevuta ed il contenuto trasmesso, ma non con il video originale. Alcune risposte erano state tagliate e messe su altre domande. Ad esempio, quando Borsellino parla di "cavalli in albergo" per indicare un traffico di droga, non si riferiva ad una telefonata fra Dell'Utri e Mangano come poteva sembrare dalla domanda dell'intervistatore (che faceva riferimento ad un'intercettazione dell'inchiesta di San Valentino, che Borsellino aveva seguito solo per poco tempo), ma ad una fra Mangano e un mafioso della famiglia Inzerillo.
Pubblicato da
Faber
a
15.27
0
commenti
Etichette:
Documentari,
intervista,
Italia,
Resistenza,
Storia,
Video
The H.A.A.R.P. Woodpecker sound
Pubblicato da
Faber
a
15.23
0
commenti
Etichette:
NWO,
Resistenza,
Salute,
Scie chimiche,
Scienza,
Stati Uniti,
Vergogna,
Video
DISCORSO DI UN VETERANO DELLA GUERRA IN IRAK
http://www.youtube.com/user/jeropasos1
Circola su internet un clamoroso discorso di un soldato americano che racconta chi sono i veri nemici del suo paese. Il suo nome è Mike Prysner,
Pubblicato da
Faber
a
15.18
0
commenti
Etichette:
Europa,
Filosofia,
intervista,
Italia,
NWO,
Resistenza,
Stati Uniti,
Storia,
Vergogna,
Video
OMS: IL “PAPA DELL’INFLUENZA SUINA” ACCUSATO DI CORRUZIONE
DI F.WILLIAM ENGDAHL
voltairenet.org
Chiamato “Dr.Flu” (Dottor Influenza), il professor Albert Osterhaus (nella foto) è il principale consigliere dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la pandemia H1N1.
Da diversi anni, parla dell’imminenza di una pandemia globale e quello che sta succedendo sembra dargli ragione.
Ma lo scandalo che è scoppiato nei Paesi Bassi e che è stato oggetto di dibattito in Parlamento, ha messo in evidenza i suoi legami personali con i laboratori che fabbricano i vaccini da lui fatti prescrivere all’OMS.
F. William Engdhal spiega come un esperto senza scrupoli abbia potuto manipolare l’opinione pubblica internazionale, sopravvalutare l’impatto dell’influenza H1N1 e fare la fortuna dei laboratori in cui lavora.
Da molto tempo, il Parlamento nederlandese [1] nutriva dei sospetti sul famoso Dott. Osterhaus e aveva aperto un’inchiesta per conflitto d’interesse e malversazioni. Fuori dai Paesi Bassi e dai media nederlandesi, solo alcune righe nel'autorevole rivista britannica Science han menzionato l’inchiesta sensazionale sugli affari di Osterhaus.
Le Mafie, i Pifferai magici, e i topi.
di Paolo Barnard
C’era una volta un Pifferaio magico…
E’ tutta una questione di proporzioni. Combattere le Mafie è giusto, a patto che le si combatta in ordine di pericolo. Combattere i conflitti d’interesse è giusto, a patto che si combattano per primi quelli che ci danneggiano di più. Ma se accade l’inverso, se cioè si combatte il nemico minore e si ignora quello maggiore, che succede? Risposta: succede l’Italia, purtroppo. Si ottiene cioè quel Paese miserabile e miserabilmente smarrito in cui viviamo, e si ottengono i Pifferai magici che ci fanno danzare come topi istupiditi ai loro comandi, dall’altra parte del Sistema.
Lotta alla Mafia? Sì, ma la peggiore per prima.
Date un’occhiata qui: c’è 1 miliardo di euro da una parte, e ci sono 118 miliardi di euro dall’altra.
1 miliardo di euro. Secondo un autorevole studio sull’impatto della Mafia sull’economia produttiva della Sicilia, e cioè il volume ‘I costi dell’illegalità’ di Antonio La Spina (ed. Il Mulino 2008), le cosche hanno sottratto a quella regione un miliardo di euro nel 2007 (12 mesi) col ricatto del pizzo.
118 miliardi di euro. E’ la somma di denaro che noi cittadini italiani abbiamo dovuto rendere disponibile – e una cui parte abbiamo già del tutto perduto – nel 2008-2009 (12 mesi) per far fronte a un altro ricatto, quello inflittoci dalla Mafia degli speculatori e degli investitori internazionali, i responsabili della crisi finanziaria e della fuga di capitali dall’Italia.
Preciso che in questa trattazione non si tiene conto dell’ulteriore danno sistemico che le due Mafie causano a noi cittadini (cioè le ripercussioni indirette). Mi sono attenuto unicamente all’impatto sull’economia pulita dei ricatti delle due organizzazioni criminose, in 12 mesi. Ma anche includendo il danno sistemico, le proporzioni rimangono identiche, cioè Mafia della finanza batte Mafia regionale con un ampissimo margine. Ultimo appunto: sappia il lettore che dei 118 miliardi di euro che cito, 96 miliardi è denaro che la comunità ha dovuto rendere disponibile al ricatto, ma che non è chiaro se sia stato del tutto speso o quando verrà del tutto speso; il resto è già perduto. In ogni caso, si tratta di una ricchezza che sbuca dal cilindro solo per compiacere alla Mafia finanziaria, e che non sarebbe mai stata impiegata per spese di utilità sociale.
E se nel ricatto delle cosche ci sono i morti da lupara, i commercianti strozzati e l’infiltrazione nella politica, in quello della Mafia degli speculatori e investitori internazionali ci sono migliaia di aziende decapitate, masse immensamente superiori di italiani licenziati, sottimpiegati, cassintegrati, di famiglie senza futuro, di destini troncati sul nascere, di drammi personali, e un intero sistema politico nazionale ricattato senza eccezioni, e non solo in alcuni casi come accade con le cosche.
E allora, perché veniamo incessantemente dirottati dai Pifferai magici sugli uomini con la coppola di Palermo e Roma e mai su quelli col doppiopetto blu di New York e di Milano? Perché siamo topi che marciano sulle loro note mentre alle nostre spalle il Vero Potere ci distrugge la vita? Sarò esplicito: perché la carogna nazionale è sempre chiamata il Cavaliere e mai il Governatore? Berlusconi proviene dalle fila degli uomini d’onore? proviene cioè da quelli del miliardo di euro? Mario Draghi stringe la mano ai mafiosi che ce ne hanno sottratti 118 di miliardi. Ecco da dove viene il Governatore: è stato uomo di punta del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, della Banca Mondiale (le cause di ‘solo’ qualche centinaio di milioni di morti di fame e stenti, ma non contano, sono negri), e poi vice presidente di Goldman Sachs, la banca più devastante del XX e XXI secolo, la banca che mentre i lavoratori, le loro vite e le aziende venivano fottuti dai crimini di Wall Street (lei complice), scommetteva sulla loro rovina e vinceva miliardi di dollari (si chiama swap betting e hedging – i crimini sono spiegati qui http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=122). Infatti nel giugno scorso, mentre qui in Italia la cassa integrazione divampava peggio dell’influenza suina, Goldman Sachs incassava i suoi profitti di quadrimestre più ricchi da 140 anni: 3,4 miliardi di dollari. E vanno capite le drammatiche differenze fra le due Mafie: gli uomini dei pizzini possono essere arrestati, e talvolta lo sono, ma quelli di AIG, Citigroup, Goldman Sachs, Banca Italease (Banco Popolare) o di via Nazionale no, nessuno li tocca, meno che meno i Pifferai magici che tanto inveiscono contro i poteri minori. Infine, l’illegalità che permea entrambe le organizzazioni è di sicuro spaventosa, ma il Vero Potere è riuscito nell’impresa di vestire il re nudo, cioè di convincere l’opinione pubblica che la Mafia di gran lunga più micidiale, quella intoccabile dell’alta finanza, quella che può rovinare una nazione come l’Italia in pochi mesi, è del tutto legale. Berlusconi e picciotti 1, Draghi & partners 118, queste sono le proporzioni, e queste proporzioni dovrebbero dettare a qualsiasi cittadino attivo delle priorità nella lotta alle Mafie. Ma entriamo nei fatti.
Ci servono altri 131 cacciabombardieri? E sono morali nella crisi odierna oltre 13 miliardi per acquistarli?
La raccolta di firme online e cartacea, le delibere di appoggio degli Enti Locali, la mozione parlamentare proposta a deputati e senatori sono gli strumenti che la campagna (lanciata da Rete Italiana per il Disarmo e Sbilanciamoci!) mette in campo per chiedere al Governo di non procedere al previsto acquisto di oltre 130 aerei con capacità di proiezione offensiva. Dal 10 al 15 dicembre previste manifestazioni di supporto in molte città italiane con consegna finale delle petizioni al Governo il 21 dicembre. www.disarmo.org/nof35
Nel maggio di quest’anno ha avuto inizio la mobilitazione promossa dalla Rete Italiana per il Disarmo e dalla campagna Sbilanciamoci! per lo stop della partecipazione italiana alla produzione di 131 caccia bombardieri F-35 che ci costeranno oltre 14 miliardi di euro complessivamente (13 per l’acquisto e circa 1 già speso per la fase di sviluppo iniziale). In questa mobilitazione è confluita la raccolta di firme della “Campagna di indignazione nazionale” promossa da GrilloNEWS sullo stesso tema e quasi 100 sono state le associazioni di diverse aree (a cui si devono aggiungere le oltre 60 facenti parte delle due reti promotrici) ad aver dato il loro appoggio all’iniziativa.
Secondo il ruolino di marcia del progetto JSF entro la fine dell’anno il Governo italiano, dopo aver chiesto ed ottenuto qualche mese fa un parere al Parlamento in poco tempo e senza praticamente dibattito, dovrebbe chiudere il contratto per i cacciabombardieri Joint Strike Fighters che impegneranno il nostro paese fino al 2026: si tratta di una decisione irresponsabile sia per la politica di riarmo che tale scelta rappresenta, sia per le risorse che vengono destinante ad un programma sovradimensionato nei costi sia per la sua incoerenza (si tratta di un aereo di attacco che può trasportare anche ordigni nucleari) con le autentiche missioni di pace del nostro paese.
La Campagna Sbilanciamoci! e la Rete Italiana per il Disarmo ritengono che l’eventuale scelta in questo senso sarebbe davvero immorale vista la situazione economica e sociale del nostro paese e dell’intero mondo. In un momento di grave crisi economica in cui non si riescono a trovare risorse per gli ammortizzatori sociali per i disoccupati e vengono tagliati i finanziamenti pubblici alla scuola, all’università e alle politiche sociali, destinare tutti questi miliardi di euro alla costruzione di 131 cacciabombardieri è una scelta sbagliata e incompatibile con la situazione attuale del nostro paese.
Sbilanciamoci! e Rete Italiana per il Disarmo – supportati dalle migliaia di firme raccolte – chiedono quindi al Governo di non procedere alla prosecuzione del programma, destinando in alternativa una parte delle risorse già accantonate a programmi di riconversione civile dell’industria bellica e agli interventi delle politiche pubbliche di cooperazione internazionale (sempre più sottoposte a tagli negli ultimi anni).
Le alternative possibili sono davvero molte: si possono contemporaneamente costruire 3000 nuovi asili nido, costruire 8 milioni di pannelli solari, dare a tutti i collaboratori a progetto la stessa indennità di disoccupazione dei lavoratori dipendenti, allargare la cassa integrazione a tutte le piccole imprese.
Il Governo, in questo spinto anche dal Parlamento, faccia una scelta di pace e di solidarietà; blocchi la prosecuzione del programma destinando le risorse così liberate alla società, all’ambiente, al lavoro, alla solidarietà internazionale.
Per sostenere queste richieste ed arrivare ad una forte conclusione della mobilitazione (che avverrà il 21 dicembre con la “consegna” al Governo delle firme raccolte) sono previste iniziative in tutta Italia, di cui si può trovare un primo elenco in calce al comunicato, che si vanno a sommare anche alle delibere di appoggio votate in queste settimana da alcuni Enti Locali tra cui quella del consiglio Regionale del Trentino-Alto Adige e dei consigli Comunali di Alba e San Giuliano Terme.
La Campagna ha inoltre elaborato una bozza di mozione parlamentare volta a sostenere la mobilitazione in atto e soprattutto a chiedere al Governo che fermi questo progetto inutile e dannoso anche nell’ambito del Senato e della Camera, che sulle scelte relative ai grossi programmi di armamento sono in pratica non investiti di alcun ruolo (per i meccanismi della nostra legislazione).
Le mobilitazioni già previste per il periodo dal 10 al 15 dicembre:
Il 10 dicembre (Giornata mondiale per i diritti dell’uomo) e il 12-13 dicembre la campagna verrà sostenuta durante il convegno annuale del Coordinamento Comasco per la Pace “In alto mare” che si svolgerà a Como.
Il 15 dicembre – Giornata nazionale dell’obiezione di coscienza banchetti di raccolta firme saranno presenti a Genova, Vicenza, Bari, Varese, Lucca e Novara
Note:****** Tutte le informazioni sulla camapagna, i materiali di sostegno (compresi i moduli di raccolta firme) e i conteggi delle alternative possibili si possono trovare alla pagina www.disarmo.org/nof35
Link: http://www.disarmo.org/rete/a/30802.html
La campagna di mobilitazione per fermare l’acquisto (e la produzione) da parte dell’Italia dei cacciabombardieri JSF-F35 entra nella sua fase finale.
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – Campagna Sbilanciamoci! – 09 dicembre 2009
domenica 27 dicembre 2009
M.Tsarion - Architetti del Controllo
http://www.youtube.com/user/LaGrandeOpera
http://www.architectsofcontrol.com
Prodotto da Michael Tsarion e Blue Fire Film, Architects of Control: Program One, esplora il futuro dell'umanità e del mondo postumano.
Sottotitoli Inediti in ITA a cura di : Heimskringla
Scie chimiche (chemtrails) - Chemtrails time lapse
http://www.youtube.com/user/zeeb100
Straordinario filmato accelerato creato da "ChemtrailsFrance" riferito ad un arco di giornata che evidenzia in maniera inconfutabile l'oscurarsi prograssivo del cielo dopo il passaggio di numerosi tanker chimici.
giovedì 24 dicembre 2009
mercoledì 23 dicembre 2009
Il perizoma di Gandhi: il khadi e la costruzione di una nazione
http://www.youtube.com/user/BalianG
Martedì 22 Dicembre 2009 23:47 Francesca Nicola
L’immagine di Gandhi vestito semplicemente con un perizoma e uno scialle di cotone mentre fa girare un arcolaio è familiare in tutto il mondo. In realtà quello che noi chiamiamo perizoma è il dhoti, un indumento maschile indossato tradizionalmente dai contadini indiani.
Una volta rimboccato si trasforma in un paio di braghe corte adatte a lavorare nei campi; se invece si allenta ha l’aspetto di un’ampia gonna lunga fino alle caviglie.
Il fatto che il Mahatma, figura esemplare, avesse scelto una veste contadina è già di per sé significativo: l’adozione di un unico abito per tutti gli indiani, indipendentemente dalle loro differenze economiche o religiose, era in aperto contrasto con il sistema delle caste contro il quale Gandhi si scagliò più volte. Vestendo quell’abito gli indiani avrebbero compiuto una specie di atto di povertà e uguaglianza tra loro, rinunciando allo sfarzo e indirizzandosi a uno stile di vita semplice e sobrio.
Gandhi vuole il kadhi
Il perizoma di Gandhi aveva però un surplus simbolico: era tessuto col metodo kadhi, un sistema di filatura e tessitura a mano del cotone e della seta che il Mahatma promosse come strumento di riscatto sociale ed economico per le comunità rurali e l’intero Paese. Ma del vero khadi ottenuto da fibre di cotone o di lana filate a mano e tessute su telai a mano, soltanto pochi nel subcontinente avevano conservato la sapienza. Così il Mahatma faticò molto a trovare chi gli insegnasse l’arte della filatura e della tessitura.
Lo aiutarono alcune donne dell’ashram di Ahmedabad e grazie a loro nel 1919 poté indossare un dhoti di puro tessuto khadi. Con i suoi sostenitori iniziò quindi a praticare la tessitura dei propri vestiti usando un filatoio manuale (il charka) e invitò tutti gli indiani a seguirlo nel vestire di puro khadi.
Gandhi aveva scritto nel 1921: “I tessuti che importiamo dall’Occidente hanno letteralmente ucciso milioni di nostri fratelli e sorelle. Un Paese rimane in povertà, materiale e spirituale, se non sviluppa il suo artigianato e le sue industrie e vive una vita da parassita importando manufatti dall’estero”. Il dhoti filato in kadhi era la realizzazione più immediata di un principio fondamentale del pensiero politico di Gandhi: lo swaraj, ovvero l’autosufficienza economica.
Gandhi intendeva sostituire l’economia centralizzata di tipo industriale, imposta dal colonialismo britannico, con un sistema artigianale e decentrato. L’India libera da lui auspicata non era un vero e proprio Stato nazionale unitario, ma una confederazione di villaggi autonomi e autosufficienti, in cui il potere politico ed economico doveva essere gestito da assemblee locali. Gandhi considerava questi villaggi così importanti che pensava di dar loro lo status di Repubbliche Villaggio.
Il movimento di autosufficienza economica
In conformità a questa idea autonomista, Gandhi creò il movimento Swadeshi, che si impegnava a diffondere e rendere popolare il principio dell’autosufficienza economica. Tutto ciò che veniva prodotto nel villaggio doveva essere usato soprattutto dai membri del villaggio stesso. Il commercio fra villaggi o quello fra villaggio e città doveva essere minimo, quasi un’eccezione. Swadeshi stigmatizzava la dipendenza economica da mercati esterni, in quanto poteva rendere vulnerabile il villaggio. La comunità rurale doveva infatti costruire una solida base economica per soddisfare la maggior parte dei suoi bisogni, e tutti i membri della comunità avrebbero dovuto dare priorità alle merci e ai servizi locali. Ogni villaggio dell’India libera era pensato come un microcosmo del Paese, inteso come una rete di comunità liberamente interconnesse.
Il perizoma kadhi divenne anche un simbolo della rivolta anticoloniale non violenta. La tessitura rappresentava una forma di lotta contro l’impero britannico da cui venivano importati i vestiti di foggia occidentale, prodotti in Inghilterra. Il regime coloniale avrebbe così subito una perdita economica per la loro mancata vendita. L’arcolaio che serviva a filare indumenti kadhi assunse una tale importanza che quando nel 1947 l’India ottenne l’indipendenza il disegno della ruota dell’arcolaio entrò a far parte della bandiera, e i vestiti kadhi divennero l’uniforme ufficiale del Partito del Congresso Indiano.
Vestire la nazione di Gandhi
In Clothing Gandhi’s Nation, Lisa Trivedi, studiosa del nazionalismo e del colonialismo di origine indiana, ha analizzato come dopo l’indipendenza il kadhi sia stato usato per creare un’immagine visiva dell’identità nazionale indiana.
Il movimento Swadeshi capì che in un Paese ancora prevalentemente rurale era indispensabile promuovere i principi di autosufficienza economica oltre le élites urbane, nelle campagne del subcontinente. Creò quindi una serie d’immagini visuali in grado di comunicare con le diverse popolazioni indiane, caratterizzate da lingue e religioni diverse. Due, in particolare, furono le strategie che il movimento utilizzò: i tour in cui venivano mostrate diapositive di produzioni regionali di tessuto kadhi e le esibizioni di prodotti kadhi.
Entrambe le strategie si basavano su una propaganda visiva, dimostrativa e pratica dei principi di autoproduzione dei tessuti. L’uso di una campagna visuale era doppiamente strategico: serviva a superare l’eterogeneità linguistica della giovane nazione e, cosa ancora più importante, a comunicare a masse quasi completamente analfabete il senso della geografia nazionale.
I tour di diapositive
Cos’era di preciso un kadhi tour? Si trattava di piccole delegazioni, da tre a dieci lavoratori kadhi, in visita in un villaggio delle campagne indiane. A volte erano le stesse comunità che contattavano il movimento chiedendo assistenza per dimostrazioni di tessitura col telaio. A volte invece era il movimento Swadeshi, o Gandhi in persona, che sceglieva la comunità. La raccolta di fondi era uno degli scopi primari dei tour. Le comunità aspettavano il Mahatma o i suoi rappresentanti con un borsellino già pieno di contributi, e molto spesso le donne donavano i loro gioielli ai lavoratori kadhi.
La cosa che rendeva questi eventi particolarmente popolari era però l’utilizzo di lanterne magiche per proiettare le fotografie. Usata all’inizio per scopi educativi, soprattutto per raccontare la Bibbia col supporto d’immagini colorate a tutto schermo, la lanterna magica, paragonabile ai nostri attuali proiettori di diapositive, era lo strumento antesignano del cinematografo, inventato nel 1895 dai fratelli Lumiere.
Il potenziale eccitamento scatenato nei villaggi dalle diapositive non deve essere sottovaluto. Anche se il cinematografo e la fotografia erano già stati inventati, la loro diffusione era ancora minima in India, limitata alle élites urbane dell’amministrazione coloniale. Con la lanterna il movimento sperava di catturare l’immaginazione degli spettatori con una tecnologia visiva nuova per le comunità rurali, proponendo una forma più moderna degli intrattenimenti tradizionali di cantastorie e gruppi di danzatori e attori itineranti.
Propaganda visiva
Oltre a essere nuova, questo tipo di propaganda era anche particolarmente economica. I pacchetti di slide già pronti erano vendute dall’organizzazione centrale del movimento, che si trovava in Bengala, alle organizzazione locali diffuse in tutto il sub continente per poche rupie. Insieme presentano una mappa della nazione, di posti, genti e oggetti che concorrevano a creare l’idea d’india. Anche se non esistono più esemplari originali di queste diapositive, sappiamo per certo che si trattava di 5 serie per un totale di 270 immagini che ritraevano persone o luoghi chiave della nazione indiana. I personaggi rappresentati erano Gandhi, i lavoratori kadhi, i professori nei collegi nazionali, i tessitori musulmani, gli intoccabili.
Le immagini di luoghi invece a prima vista potevano sembrare incongruenti, ma prese insieme davano un’idea chiara di cosa il movimento Swadeshi intendeva per nazione. Ad esempio la serie South African Satyagraha conteneva ritratti delle attività politiche di Gandhi in Sud Africa, la serie sulla Jallian Wallah Bagh, invece, conteneva fotografie dell’omonimo massacro avvenuto nel 1919 ad Amristar, una cittadina del Punjab. In quell’occasione l’esercito britannico sparò a una folla che assisteva a un comizio in un’angusta piazzetta della città, causando 1500 tra morti e feriti. Proiettare queste immagini permetteva a tutti gli abitanti dell’India d’identificarsi con gli abitanti del Punjab che avevano sofferto a nome di tutta la nazione.
La North−Bengal Flood Series, infine, mostrava le immagini di una devastante alluvione che nel 1925 aveva colpito la regione del Bengala. Quello che si chiedeva allo spettatore era d’identificarsi con i problemi del proprio vicino colpito da disastri naturali, e di raccogliere soldi per donare a queste popolazioni cotone grezzo e arcolai. Si trattava di una filantropia a scopi nazionalistici del tutto simile a quelle cui abbiamo assistito dopo il terremoto in Abruzzo: in momenti di crisi la nazione si riconosce come tale, si stringe alle popolazioni colpite in un abbraccio empatico, e si rafforza.
Le esibizioni
Oltre ai tour di diapositive il movimento Swadeshi organizzava anche esibizioni itineranti di prodotti kadhi, che imitavano le esibizioni imperiali britanniche ma le piegavano ai propri scopi nazionalistici. Come nei tour, per veicolare i principi del movimento, l’aspetto d’intrattenimento era centrale. Le esibizioni erano molto pratiche. I visitatori potevano vedere in prima persona e toccare con mano come si filava il cotone grezzo. Molto spazio era dedicato a bancarelle che vendevano prodotti kadhi fra cui dhoti, sari, coperte, asciugamani, scialli e borse.
Le mostre creavano così una geografia al contempo materiale e immaginifica della Nazione. Bastava seguire sui giornali i loro spostamenti per avere un tracciato dei confini dell’India, la mostra stessa era una mappa della nazione. Era quasi una competizione in cui varie regioni rivaleggiavano nel mostrare le potenzialità del kadhi nel creare prodotti belli da vedere e da indossare. Oltretutto, poi, gli organizzatori costruivano attorno alle esibizioni recinti di legno e li ricoprivano di vestiti khadi. Li decoravano con bandiere con al centro l’arcolaio e con festoni del medesimo tessuto. Questi steccati formavano un confine simbolico al cui interno le differenze di classe, casta e genere erano almeno temporaneamente sospese.
Sessantadue anni dopo l’indipendenza questi vestiti mantengono ancora oggi un posto centrale nell’immaginario nazionale, tanto che, quando nel 1996 il governo di Delhi propose di smettere di sovvenzionare il costo del kadhi, scoppiarono delle enormi proteste. Questo tessuto è usato per la bandiera e continua a essere il vestito non ufficiale dei politici indiani.
Francesca Nicola
www.filopop.com
Pubblicato da
Faber
a
14.18
0
commenti
Etichette:
Asia,
Filosofia,
Poesia,
Resistenza,
Storia,
Video
"STO FACENDO IL LAVORO DI DIO". INCONTRO CON LA GOLDMAN SACHS
Nella foto: Lloyd Blankfein, amministratore delegato di Goldman Sachs
DI JOHN ARLIDGE
The Sunday Times
LA PIÙ POTENTE E SEGRETA BANCA D'INVESTIMENTI AL MONDO
L'anonimo edificio color ruggine al numero 85 di Broad Street, nella parte bassa di Manhattan, non sembra un posto che valga la pena di fermarsi a guardare, ed è proprio quello che piace a coloro che ci lavorano. Gli uomini e le donne che in un piovoso mattino vi sbarcano nella tipica tenuta di Wall Street - abiti scuri, ventiquattrore e BlackBerrys – sono molto riservati. Vanno rapidamente dalle Lincoln nere all'edifico attraversando praticamente il nulla: nessuna targa sulla facciata o indicazione nel vestibolo, nulla che permetta di collegare il sorvegliante armato all'esterno con l'attività svolta all'interno. C'è un buon motivo per tutta questa segretezza: il numero 85 di Broad Street, New York, NY 10004, è dove ci sono i soldi, tutti i soldi.
È il miglior posto per produrre denaro che il capitalismo globale sia mai riuscito a immaginare e, dicono molti, è una forza politica più potente di qualsiasi governo. La gente che lavora oltre le porte vetrate fa più soldi di molti stati. I beni ammontano complessivamente a 1 trilione di dollari, le entrate annuali sono dell'ordine di decine di miliardi, i profitti, vari miliardi, vengono generosamente ridistribuiti all'interno.
In quest'anno di crisi lo stipendio medio di ciascuno dei 30.000 dipendenti dovrebbe raggiungere la cifra record di 700.000 dollari, con picchi di varie decine di milioni (centinaia di migliaia di volte più di un inserviente della stessa impresa). E quando avranno finito di diventare "schifosamente ricchi a 40 anni", i funzionari non si ritroverebbero in brache di tela nemmeno se l'attività dovesse andare a carte quarantotto; verrebbero paracadutati in uno dei prestigiosi posti politici negli USA o all'estero, facendo nascere il sospetto che "governino il mondo". Il numero 85 di Broad Street è la sede della Goldman Sachs.
La più famosa banca d'investimenti si nasconde dietro la piena di denaro che genera e fa piombare su Manhattan, sulla City di Londra su e buona parte delle altre capitali finanziarie in tutto il mondo. Ma adesso i maghi occulti dell'impero bancario sono obbligati a esporsi alla fredda luce del giorno. Pubblico, politici e stampa ritengono che la crisi creditizia sia la conseguenza delle spericolate attività di trading delle banche e in primo luogo della Goldman, quella di più successo tra le sopravvissute. Politici e commentatori fanno a gara per denunciare la Goldman con termini sempre più pesanti: "ladri tra i ladri", "vandali economici", "capitalisti di rapina". Vince Cable, portavoce del Lib Dem Treasury, confronta i recenti eccezionali risultati della banca (un profitto di 3,2 miliardi di dollari solo nel quarto trimestre) e i previsti bonus con la situazione lavorativa e le entrate della gente comune nel 2009.
Negli USA la situazione è ancora peggiore. La rivista Rolling Stone ha pubblicato un articolo che descrive la Goldman come "un'enorme sanguisuga che succhia incessantemente sangue se solo sente odore di soldi". Nel suo ultimo documentario (Capitalism: A Love Story), Michael Moore si presenta al numero 85 di Broad Street con un furgone portavalori, tira fuori un sacco contrassegnato da un enorme dollaro, si volge verso l'edificio e urla: "Siamo qui per riprenderci i soldi dei cittadini americani!".
Di colpo la reputazione della Goldman è diventata ancora più tossica degli swap e degli altri incomprensibili strumenti finanziari, e questo danneggia gravemente qualcosa che la banca considera al di sopra di tutto: gli affari. La Goldman, principale obiettivo della rabbia popolare e dei politici, e potenziale prima vittima di nuove regole draconiane, ha quindi deciso a malincuore che è arrivato il momento di parlare e combattere. Ed ecco perché, in una luminosa mattinata autunnale in cui tutto sembra possibile – anche un invito a pranzo con i padroni dell'universo – mi sono ritrovato a passare dinanzi alla guardia che aveva bloccato Michael Moore e ad entrare nell'edificio senza nome.
"Ah! Ci ha sorpreso a complottare in tempo reale", dice Lloyd Blankfein, staccandosi da un gruppo di alti dirigenti che stanno discutendo il suo viaggio a Washington del giorno precedente. Blankfein, 55 anni, presidente e CEO della Goldman, abito scuro e vivace cravatta di Hermès ornata con piccole biciclette rosse, e ha tra le mani un'enorme tazza di caffè. Forse è la caffeina, o forse la cravatta (un regalo d'anniversario di sua figlia), certo è che è in forma perfetta per uno che tutti sembrano odiare. "Qui è come un safari", scherza, "e lei è venuto a osservare gli animali".
Blankfein potrebbe essere il Dio Sole di Wall Street, ma con l'attuale tempesta economica non ci tiene a farlo sapere, e qualsiasi segno di status symbol o, orrore!, ostentazione viene cancellato dalla sua vita, almeno pubblicamente. Prendiamo ad esempio il suo ufficio al 30° piano: le sedie sono le stesse di quando diventò CEO tra anni orsono, non c'è traccia dei tappeti tessuti a mano da 87.000 dollari o dei cestini per rifiuti da 5.000 dollari che fanno parte della tradizione di Wall Street, nessun segno di esuberanza irragionevole. Solo caffè, che arriva freddo. Il giusto tono per il lavoro in corso. Il grande mago di Wall Street si sta preparando per la più difficile vendita della sua vita: è qui per esaltare il buon vecchio capitalismo, le banche d'investimento, e la Goldman Sachs.
Venezuela, Chavez ordina: 'Abbattete gli aerei spia'
22/12/2009
Un drone sarebbe stato avvistato nei cieli del ricco stato di Zulia, al confine con la Colombia. Chavez ordina all'esercito di abbattere tutti i droni spia che verranno intercettati. Anche a Cuba intatnto si punta il dito contro Washington rea di finanzia.
Insolito l'argomento trattato dal presidente venezuelano Hugo Chavez durante il consueto appuntamento domenicale con Alò Presidente, la trasmissione televisiva da lui stesso condotta. Il leader bolivariano ha spiegato alla popolazione di aver dato ordine ai militari dell'esercito di abbattere qualsiasi aereo spia nemico sorpreso a invadere lo spazio aereo venezuelano.
Secondo alcuni testimoni oculari, infatti, nei giorni scorsi i cieli sopra lo stato di Zulia, regione occidentale del Paese al confine con la Colombia, sarebbero stati battuti da un drone, un velivolo senza pilota usato nella guerra in Afghanistan e per scovare talebani in Pakistan dall'esercito di Washington. Un aereo di ultima generazione dotato di una tecnologia tale da consentire anche il trasporto di bombe utilizzabili per abbattere siti strategicamente importanti.
Chavez non ha dubbi: il drone aveva lo scopo di spiare il territorio e potrebbe essere stato di proprietà colombiana o addirittura statunitense. Secca la replica di Bogotà che ironizzando ha fatto sapere che nei cieli i soldati venezuelani o i testimoni che hanno rilasciato le dichiarazioni, potrebbero aver visto solo "le slitte di Babbo Natale". Insomma, nuova benzina va a alimentare il o fuoco delle polemiche fra Chavez e Uribe. Ma la questione spionaggio lascia aperti scenari molto strani. E' notizia di questi giorni infatti, che da palazzo Miraflores, sede della presidenza venezuelana a Caracas, sarebbero state avanzate una serie di ipotesi sulla presenza di agenti dei servizi segreti Usa nelle piccole e bellissime isole caraibiche che si trovano poco distanti dalla costa venezuelana e che sono sotto controllo olandese.
Secondo Chavez, che punta il dito anche contro l'amministrazione olandese, la presenza di agenti dell'intellegence sarebbe la conferma della volontà di attaccare il Venezuela.
Dalla Colombia, come detto, arrivano smentite. Il ministro della Difesa Padilla ha fatto sapere che gli aeri spia in dotazione all'esercito sono utilizzati unicamente nella lotta ai gruppi guerriglieri presenti nel Paese, Farc e Eln. Di sicuro la vicenda non si fermerà questo punto.
Cuba. Anche dall'Havana, capitale cubana, giungono notizie di spionaggio. Negli ultimi giorni infatti un cittadino Usa è stato fermato e arrestato dalle autorità dell'isola per essere entrato nel Paese come finto turista e aver lavorato con i dissidenti fornendo equipaggiamenti di primo ordine come telefoni satellitari e computer. L'uomo arrestato lavorerebbe infatti per Development Alternatives Inc. che lavora per "assicurare un governo giusto e democratico a Cuba".
Raul Castro durante un discorso al parlamento è stato chiaro e ha detto che gli Usa "mantengono intatti gli strumenti di politica di aggressione contro Cuba".
Non solo. Secondo Castro Washington avrebbe stanziato finanziamenti per oltre 50 milioni di dollari da destinare alla dissidenza per appoggiare un'ipotetica lotta per la democrazia.
"Ci aggrediscono e sperano che i cubani se ne stiano con le braccia incrociate - ha detto il presidente cubano - non sanno che a Cuba c'è un popolo disposto a proteggere a qualsiasi costo le conquiste della Rivoluzione".
Alessandro Grandi
Carceri. Il testimone muore
Mercoledì 23 Dicembre 2009 00:00
di Rosa Ana De Santis
È bufera sulle carceri italiane. Numerose e drammatiche le denuncie che negli ultimi tempi hanno evidenziato i grandi mali della detenzione. Il sovraffollamento, i diritti negati, anche quelli di cura, le condizioni disumane e i pestaggi. Le morti nere. Quelle rimaste senza causa e colpevoli. L’ultimo a morire venerdi scorso è Uzoma Emeka, testimone chiave del pestaggio avvenuto nel carcere di Teramo il 22 settembre. Era un nigeriano di 32 anni arrestato per spaccio di stupefacenti, ed è soprattutto "il negro che ha visto tutto", come dissero i secondini autori del famigerato pestaggio.
Era testimone di quell’orribile racconto di pestaggi e violenze riservate ai detenuti, che abbiamo ascoltato dalla registrazione resa nota dal quotidiano La Repubblica. Un’interrogazione parlamentare del PD chiede al guardasigilli Alfano di aprire un’indagine su questa morte oscura. Si chiede che l’autopsia sia filmata e che non si ripeta la sepoltura veloce riservata poco più di un mese fa al giovane Cucchi, riesumato per scoprire tutta la verità di una morte trovata sempre in carcere. Sempre per mano della polizia.
"Il negro" è morto per cause naturali. Si dice per arresto cardio-circolatorio. Era già svenuto qualche tempo fa sotto la doccia. Ammesso che l’autopsia lo confermi, va precisato che nessuna assistenza sanitaria, né trasferimento in struttura ospedaliera, gli era stato ovviamente riservato. Emeka era stato lasciato lì, testimone di un fatto tanto delicato e difficile, in mezzo a ogni possibile pressione, minaccia, violenta solitudine. Senza il diritto di alcuna protezione o trattamento speciale. Privato del diritto di cura e in totale insicurezza come non si conviene per un testimone di un fatto tanto scomodo.
Come lui, molti altri. Una prassi diffusa, a quanto pare, non proteggere quanti possono smascherare l’abuso extra legem che vige come regola nel carcere. Ricordiamo il tunisino Ama Tbini, che denunciò al procuratore John Woodcoock le violenze subite dai poliziotti e dagli operatori sanitari del carcere di Potenza nel 2000. Fu lasciato in mezzo agli aguzzini che aveva denunciato e fu ritrovato poco dopo nella sua cella, impiccato. Le morti dei detenuti avvenute per abbandono terapeutico o per fatti di violenza rimasti senza colpevoli o per storie di testimoni scomodi come Emeka sono tante e disegnano il quadro di un’emergenza. I morti dietro le sbarre nel 2009 arrivano a 172. Una matematica degli orrori e un record nella storia della Repubblica.
I numeri delle associazioni che lavorano per i diritti dei detenuti, “Antigone” e “Ristretti Orizzonti”, da tempo ormai denunciano l’ingiustizia che ribolle dietro le sbarre. La popolazione carceraria sfiora i 70mila detenuti, il 65% dei quali per pene inferiori ai 3 anni, per i quali bisognerebbe attuare, come previsto, pene alternative. Suicidi e morti in aumento. Ammalati lasciati morire, giovani pestati. Testimoni che non parlano o che non devono.
Quello del caso Cucchi, anche lui con la sfortuna di essere un clandestino di pelle nera, per ora ha visto essergli riservato un programma di protezione speciale che lo sottraesse al pericolo di rimanere a Regina Coeli o di finire in un altro carcere. Troppo sconvolgente il caso di Stefano e troppo straziante per le famiglie italiane la pubblicazione di quelle foto per poter permettere che un altro testimone tacesse per infarto o per una corda al collo.
Proprio il caso Cucchi ha mostrato all’opinione pubblica, senza perifrasi e senza sconti, l’intreccio diabolico che ha visto uniti medici, giudici e poliziotti in un’alleanza di morte, di abusi e omissioni che hanno ucciso. In quel modo lì, che abbiamo visto su quel lettino d’obitorio. E forse proprio quella storia, aldilà del suo epilogo giudiziario, ha restituito all’attenzione delle Istituzioni dignità alla vita dei prigionieri. La pena, spiegava Cesare Beccaria, deve avere due funzioni: quella di garantire sicurezza alla società e quella, non meno importante, di correggere il detenuto.
Cosa è successo a distanza di secoli, alla nostra ormai matura democrazia costituzionale, se questo non interessa più nessuno? Se diventa normale morire in abbandono terapeutico, senza protezione quando si diventa testimoni di abusi e illegalità come il giovane Emeka, quando non è previsto riscatto o recupero, ma pochi metri quadri da dividere stipati come bestiame, in pasto di quei secondini kapo che non diventeranno forse mai imputati? Da questi soprattutto dovrebbe essere difesa la nostra società. Da quelli che hanno spaccato la schiena di Stefano Cucchi, da quelli che non l’hanno curato e da quelli che hanno chiuso gli occhi mentre un giovane di 32 anni moriva. Di infarto o di paura. O di scomoda testimonianza.
http://www.altrenotizie.org/index.php
martedì 22 dicembre 2009
Come vivere senza malattie e medicine
http://www.youtube.com/user/canalePRIMIT
25 Gennaio 2009. Intervento del naturopata Alberto R.Mondini Presidente dellAssociazione per la ricerca e la prevenzione del cancro. Alberto R. Mondini ospite della tre giorni di Camerata Picena (AN) dedicata alla Sovranità Monetaria e alle verità occultate dal Sistema tradizionale.
Come vivere senza malattie e senza medicine.
Organizzazione by Associazione P.RI.M.IT (P.rogramma RI.forma M.onetaria ITaliana)
Pubblicato da
Faber
a
17.23
0
commenti
Etichette:
Alimentazione,
intervista,
Natura,
NWO,
Salute,
Scienza,
Storia,
Video
Il contratto sociale
http://www.youtube.com/user/immadep
Martedì 22 Dicembre 2009 12:12 Maurizio Ceraudo
Alcuni filosofi (Thomas Hobbes, John Locke e Jean-Jacques Rousseau) intorno al 1700 hanno teorizzato tra gli esseri umani l’esistenza di un contratto sociale, ossia di quella forma di vita in comune che sostituisce lo stato di natura, stato in cui gli esseri umani vivono invece in una condizione di instabilità e insicurezza per la mancanza di regole riguardo a quelli che sono i loro diritti e doveri.
Il Contratto sociale è quindi alla base della nascita della società evoluta, da esso scaturisce poi il concetto di Stato moderno, volto a superare la condizione primitiva nella quale ciascun individuo è pienamente libero di perseguire i propri fini senza alcuna limitazione e che è quindi caratterizzata dallo scontro perenne delle singole volontà, risolvendosi in quello che Thomas Hobbes definì il “ bellum omnium contra omnes “. In tale situazione gli uomini, consci dell’aleatorietà della loro condizione addivennero ad un accordo (Omologhia) di astensione reciproca dalla violenza. In breve dove c’è Stato non è detto che ci sia un perfetto ordine sociale ma è necessario che vi sia pace, astensione dalla violenza.
Ai giorni nostri, anno del Signore 2009 quasi 2010, questo patto sociale, questo accordo di civile convivenza pare essere saltato (almeno in Italia), il grave episodio di violenza che ha colpito il Presidente del consiglio è l’immagine emblematica di quella cortina fumosa sollevata dall’ “omnium contra omnes” tutti contro tutti. In una società democratica ogni tassello deve essere al suo posto, ogni componente deve svolgere un suo ruolo preciso e determinato, questo è il presupposto della civile convivenza; la debacle della nostra società è iniziata proprio da questo scompaginamento dei ruoli o meglio da quando la politica, ferita a morte da una serie d’inchieste giudiziarie degli anni 90, si è riciclata dandosi una nuova veste. Mani pulite ha svelato la tragica realtà di una politica che si vende al miglior offerente che favorisce in cambio di tangenti ma la nuova generazione di politici, in una prima fase, non ha fatto altro che cavalcare l’indignato sentire popolare, aggredendo, biasimando e violentando questa vecchia classe politica (chi sono i mandanti morali del lancio di monetine all’hotel S. Raphael contro Craxi) hanno esaltato i giudici che facevano piazza pulita del vecchio ordinamento, calando poi pian piano la politica in uno scenario televisivo da reality show, in cui esibire toni aggressivi ed esasperati.
La politica aveva una sua ritualità, le fumose tribune politiche alle 11 di sera, quel linguaggio aggrovigliato e quasi sensuoso (le convergenze parallele) i toni misurati e pacati, la vecchia politica non era solo tangenti e corruzione era un modus o per dirla alla Kant “habitus”. Le migliori menti del nostro paese - nominalmente elette dal popolo - che si confrontavano civilmente, i toni accesi che pure esistevano, erano riservati ai comizi di piazza. A metà degli anni 90 la televisione si è sostituita alla piazza, il referendum maggioritario ha poi di fatto spaccato l’Italia in due blocchi aggrovigliati e litigiosi (Mastella&Bertinotti Vs. Fini&Bossi) blocchi che non hanno mai cercato la misura, il colpo di fioretto, hanno bensì colto ogni occasione per scontrarsi duramente senza mai risparmiare insulti e offese di ogni fatta e misura: comunisti-coglioni Vs. imbroglioni-mafiosi. Sullo sfondo una televisione profondamente cambiata che ha sempre cercato di rendere questo scontro come un vero spettacolo, nasce l’Info-tainment, informazione + intrattenimento con una spruzzatina di tette qua e là. L’insulto è sdoganato, il linguaggio compiuto è sotto le macerie. In questa caccia al potere tutti hanno cercato un posto al sole, imprenditori, magistrati, personaggi TV tutti alla caccia di una poltrona in parlamento, nel tentativo di riempire un vuoto di potere e tutti cercando di fare un lavoro che non gli apparteneva.
Oggi viviamo in uno stato di confusione totale, lo scontro e la litigiosità hanno sollevato una coltre in cui non si vede più niente, si naviga a vista e da un momento all’altro spunta qualcuno che con un gesto folle ci ricorda che tutto questo aggroviglio violento si sconta anche se poi è uno solo a pagare. Ma se per esempio qualcuno decidesse di attraversare il deserto del Sahara a piedi, sicuramente avrebbe da una parte dei sostenitori (ce la puoi fare! Sei il più forte!) da un'altra degli oppositori (lascia perdere! Non sei in grado). Se durante il viaggio avesse un incidente che gli impedisse di proseguire, non avrebbe senso chiedere ai suoi sostenitori il perché delle sue difficoltà! Dovrebbe rivolgersi invece ai suoi oppositori e chiedergli: mi spiegate cosa ho fatto per meritarmi tanto? Dove ho sbagliato? Se ci si attacca sempre al proprio popolo plaudente e blandente, con il tempo non si avranno più sostenitori e oppositori ma solo portatori sani di amore e odio.
http://www.reportonline.it/2009122239472/societa/il-contratto-sociale.html
Pubblicato da
Faber
a
14.56
0
commenti
Etichette:
Documentari,
Europa,
Film,
Filosofia,
intervista,
Natura,
Resistenza,
Salute,
Storia,
Video
IL GRANDE GIOCO: LA GUERRA U.S.A. E NATO IN AFGHANISTAN
http://www.youtube.com/user/kobrakhan74
DI RICK ROZOFF
Stop NATO
Più di cinquanta nazioni in un unico teatro di guerra
Gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna) cominciarono a bombardare la capitale afgana di Kabul, il 7 ottobre 2001 con missili da crociera Tomahawk lanciati da navi da guerra e sottomarini nonché con bombe sganciate da aerei da guerra; poco dopo le forze speciali americane iniziarono le operazioni di terra, un compito che è stato poi condotto dalle unità regolari dell'esercito e della Marina. I bombardamenti e le operazioni di combattimento a terra continuano da più di otto anni ed entrambi saranno intensificati a livelli record in breve tempo.
La combinazione delle forze degli Stati Uniti e della NATO rappresenterebbe un numero impressionante, superiore a 150.000 soldati. Per fare un confronto, a partire dal settembre di quest'anno ci sono stati circa 120.000 soldati americani in Iraq e solo una piccola manciata di personale di altre nazioni, quelli assegnati alle missioni di addestramento della NATO - Iraq, che si trovano ancora con loro.
"Il segretario Gates ha dichiarato che i conflitti nei quali siamo coinvolti devono essere molto in alto nel nostro ordine del giorno. Vuole assicurarsi che non stiamo sprecando le risorse necessarie a un qualche ignoto conflitto futuro. Vuole assicurarsi che il Pentagono possa essere letteralmente sul piede di guerra… per la prima volta da decenni, gli astri politici ed economici sono allineati per una revisione fondamentale del modo in cui il Pentagono opera".
Afghanistan: precedenti storici e Antecedenti
Negli ultimi dieci anni i cittadini degli Stati Uniti e altre nazioni occidentali, e loro malgrado anche i cittadini della maggior parte del mondo, si sono abituati a vedere Washington, i suoi alleati militari in Europa e quelli nominati come avamposti armati della periferia della "comunità euro-atlantica", impegnarsi in aggressioni armate in tutto il mondo.
Le Guerre contro la Jugoslavia, l’Afghanistan e l’ Iraq, nonché le numerose operazioni di minore profilo militare in vari paesi, come la Colombia, lo Yemen, le Filippine, la Costa d'Avorio, la Somalia, il Ciad, la Repubblica Centrafricana, l’ Ossezia del Sud e altrove, sono diventate una prerogativa indiscussa della Stati Uniti e i suoi partner della NATO. Tanto che molti hanno dimenticato come le stesse azioni sarebbero considerate se fossero tentate da paesi non occidentali.
Trenta anni fa, questo 24 dicembre, le prime truppe sovietiche entrarono in Afghanistan in sostegno del governo di una nazione vicina, per combattere una rivolta armata con base in Pakistan surrettiziamente (poi apertamente) sostenuta dagli Stati Uniti.
Durante gli ultimi giorni dello stesso anno, il 1979, e i primi di quello seguente, il numero delle truppe sovietiche crebbe di circa 50.000 soldati.
Il Grande Gioco
Vale la pena notare a questo proposito che nel 1839 la Gran Bretagna invase l'Afghanistan, con 21.000 truppe proprie e indiani, nonchè nel 1878 con un numero doppio del precedente, per contrastare l'influenza russa nel paese, in quello che è diventato famose come “il Grande Gioco”.
Il 23 gennaio 1980 il presidente statunitense James Earl (Jimmy) Carter ha dichiarato nel suo ultimo discorso sullo Stato dell'Unione che "Le implicazioni dell’invasione sovietica dell’ Afghanistan potrebbero rappresentare la minaccia più grave per la pace dopo la seconda guerra mondiale."
Quando l'Unione Sovietica ha iniziato il ritiro delle sue forze dalla nazione -la prima parte dal 15 maggio al 16 agosto 1988 e l'ultima dal 15 novembre 1988 al 15 febbraio 1989 - il numero delle truppe era arrivato a poco più di 100.000.
Il 1° dicembre del 2009, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato che ci sarà un invio di 30.000 nuove truppe in Afghanistan, in aggiunta alle 68.000 già in loco, e due giorni dopo il segretario alla Difesa Robert Gates ha detto al Congresso che “le forze saliranno ad almeno 33.000, quando le truppe di supporto saranno incluse” [1]
Ciò vuol dire che si arriverà a più di 100.000 soldati. Insieme a militari privati e a fornitori per la sicurezza il cui numero è ancora maggiore.
Le truppe sovietiche sono state in Afghanistan poco più di nove anni. Le truppe americane sono ora al nono anno di operazioni da combattimento nel paese e in meno di quattro settimane raggiungeranno il loro decimo anno di guerra.
Il 25 novembre il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, ha assicurato al popolo della sua nazione che "siamo al nono anno del nostro impegno in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di rimanere qui per altri otto o nove anni." [2] L'implicazione è che gli Stati Uniti potrebbero condurre una guerra in Afghanistan che potrebbe durare fino al 2017. Per sedici anni.
La guerra più lunga nella storia americana prima di quella attuale è stata in Vietnam. Consiglieri militari Usa sono stati presenti nel paese dalla fine degli anni ‘50 in poi e operazioni segrete sono state portate avanti fino agli anni ‘60, ma solo l’anno dopo il programmato incidente del Golfo di Tonchino - 1965 - il Pentagono ha dato inizio alle principali operazioni di combattimento nel sud e regolari bombardamenti nel nord. L'ultima unità americana di combattimento lasciò il Vietnam del Sud nel 1972, sette anni più tardi.
Gli Stati Uniti (e la Gran Bretagna) cominciarono a bombardare la capitale afgana di Kabul il 7 ottobre 2001 con missili da crociera Tomahawk lanciati da navi da guerra e sottomarini e con bombe sganciate da aerei da guerra; poco dopo le forze speciali americane hanno iniziato le operazioni di terra, un compito che è stato condotto da allora da unità regolari dell'esercito e della Marina. I bombardamenti e le operazioni di combattimento a terra continuano da più di otto anni ed entrambi saranno intensificati a livelli record in breve tempo.
Dalla fine della scorsa estate, gli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO hanno lanciato missili regolari drone e sferrato assalti con elicotteri d'attacco all'interno del Pakistan. Se i sovietici avessero tentato di fare altrettanto trenta anni fa - quando i loro confini erano minacciati - la risposta di Washington avrebbe potuto innescare una terza guerra mondiale.
L'URSS non schierò le truppe di nessuna delle nazioni alleate del Patto di Varsavia in Afghanistan durante gli anni ‘80. In una ironia storica che merita più attenzione di quanto ne abbia ricevuto - nessuna - ognuna di queste nazioni ha ora forze armate al servizio della NATO per uccidere e morire nel teatro di guerra afghano: Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e l'ex Repubblica Democratica Tedesca (accorpate in una Repubblica federale unita che ha lì quasi 4.500 soldati di stanza).
Sono tra le truppe di quasi 50 nazioni che servono o che si apprestano a servire sotto il comando NATO sul fronte di guerra in Afghanistan-Pakistan, che comprende le seguenti nazioni dell'Alleanza e molte altre nei suoi programmi di collaborazione.
Membri della NATO:
Albania
Belgio
Gran Bretagna
Bulgaria
Canada
Croazia
Repubblica Ceca
Danimarca
Estonia
Francia
Germania
Grecia
Ungheria
Islanda
Italia
Lettonia
Lituania
Lussemburgo
Paesi Bassi
Norvegia
Polonia
Portogallo
Romania
Slovacchia
Slovenia
Spagna
Turchia
Gli Stati Uniti (35.000 soldati, con ben oltre a venire)
Collaborazione per la Pace / Euro-Atlantic Partnership Council (EAPC):
Armenia
Austria
Azerbaijan
Bosnia
Finlandia
Georgia
Irlanda
Repubblica di Macedonia
Montenegro
Svezia
Svizzera (ritirato l'anno scorso)
Ucraina
Nazioni di Contatto:
Australia
Giappone (forze navali)
Nuova Zelanda
Corea del Sud
Adriatic Charter (sovrapposizioni con il Partenariato per la Pace):
Albania
Bosnia
Croazia
Repubblica di Macedonia
Montenegro
Iniziativa di collaborazione di Istanbul:
Emirati Arabi Uniti
Commissione Trilaterale Afghanistan-Pakistan- NATO :
Afghanistan
Pakistan
Varie:
Colombia
Mongolia
Singapore
L’elenco di cui sopra comprende sette delle quindici ex repubbliche sovietiche (un altro sviluppo degno di considerazione), con la Moldavia dopo quest’anno di "Twitter Revolution" e il Kazakistan dove, nel mese di settembre, l'ambasciatore statunitense ha fatto pressione sul governo per le truppe, i candidati per le implementazioni nell'ambito del Partenariato per gli obblighi di Pace. (Entrambi avevano in precedenza inviato truppe in Iraq). La loro partecipazione avrebbe portato al 60% gli ex stati sovietici che hanno truppe impegnate sotto la NATO in Afghanistan. Con l’aggiunta della Moldavia, ogni nazione europea (esclusi i microstati come Andorra, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Città del Vaticano), tranne la Bielorussia, Cipro, Malta, la Russia e la Serbia, avrà forze militari in servizio in Afghanistan sotto la NATO.
Mai nella storia mondiale della guerra si sono avuti contingenti militari da così tante nazioni - cinquanta o più – in servizio in un unico teatro di guerra. In una sola nazione. Truppe da cinque continenti, Oceania e Medio Oriente. [3]
Anche la coalizione putativa dei volenterosi cucita insieme da Stati Uniti e Gran Bretagna dopo l'invasione dell'Iraq nel marzo del 2003 e finchè le truppe sono stati riprese per la riconversione in Afghanistan, consisteva solo di forze militari di trentuno nazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Albania, Armenia, Australia, Azerbaigian, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Danimarca, El Salvador, Estonia, Georgia, Ungheria, Giappone, Italia, Kazakistan, Lettonia, Lituania, Macedonia, Moldavia, Mongolia, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Sud Corea, Spagna, Thailandia e Ucraina. Ventidue di queste trentuno erano nazioni dell'ex blocco sovietico (l’Albania alla lontana) o ex repubbliche jugoslave che avevano da poco (1999) aderito alla NATO o erano in corso di preparazione per l'integrazione, o in altre maniere, con il blocco.
Le ultime tre principali guerre nel mondo- quelle in e contro la Jugoslavia, l’ Afghanistan e l’Iraq - sono state utilizzate come terreno di prova e allenamento per l'espansione della NATO globale.
Il consolidamento di una forza di risposta internazionale rapida (attacco) e l’occupazione militare sotto il controllo della NATO, è stato ulteriormente avanzato questa settimana dal discorso dell’aumento di truppe di Obama del 1° [Dicembre] e successivi sforzi del Segretario di Stato americano, Hillary Clinton e il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen per reclutare più truppe alleate durante la riunione appena conclusa dei ministri degli esteri della NATO (e affini).
Il 4 dicembre "un alto funzionario della Nato” ha detto ... che almeno 25 paesi invieranno un totale di circa 7.000 ulteriori forze in Afghanistan il prossimo anno 'con ulteriori altre a venire', mentre il segretario di Stato degli Usa Hillary Rodham Clinton ha cercato di rafforzare la risolutezza degli alleati. " [4] Al vertice della NATO a Bruxelles vi erano anche un imprecisato numero di ministri degli Esteri dei paesi non appartenenti alla NATO che forniscono truppe per la guerra in Afghanistan, alti comandanti militari degli eserciti USA e NATO, il generale Stanley McChrystal e il ministro degli Esteri afghano Rangeen Dadfar Spanta.
7.000 e più truppe della NATO con "ulteriori altre a venire", aggiunte a circa 42.000 soldati non americani attualmente in servizio con la NATO e, allo stesso modo, 35.000 soldati americani, vorrebbe dire almeno 85.000 soldati sotto il comando della NATO, anche senza le 33.000 nuove truppe Usa dirette in Afghanistan. Il più grande dispiegamento di forze all'estero del blocco prima di questo è stato in Kosovo nel 1999, quando l'Alleanza guidata da Kosovo Force (KFOR), era composta da 50.000 soldati di 39 nazioni. [5]
La combinazione degli eserciti degli Stati Uniti e della NATO rappresenterebbe un numero impressionante, superiore a 150.000 soldati. A titolo di confronto, a partire dal settembre di quest'anno ci sono stati circa 120.000 soldati americani in Iraq e solo una piccola manciata di personale di altre nazioni, quelli assegnati alla Training Mission NATO - Iraq, ancora con loro.
Tra gli Stati membri della NATO, il Ministro italiano della Difesa Ignazio La Russa, ha recentemente annunciato un aumento di 1.000 uomini, portando il totale della nazione a quasi 4.500, il 50% in più di quello che era stato in precedenza di stanza in Iraq.
La Polonia invierà altri 600-700 soldati, che, sommati a quelli già in Afghanistan, costituirà la più grande aggregazione polacca di spiegamento militare all'estero nel periodo post-Guerra Fredda e il più alto numero di truppe sempre schierato al di fuori dell'Europa nella storia della nazione.
La Gran Bretagna fornirà altri 500 soldati, e il suo totale aumenterà a circa 10.000.
Il ministro della Difesa bulgaro Nikolay Mladenov ha detto la scorsa settimana che "c'è una forte possibilità che il paese aumenterà il suo contingente militare in Afghanistan." [6] Per indicare la natura degli impegni che i nuovi Stati membri della NATO si addossano quando si uniscono all'Alleanza e quali diventano allora le loro priorità, tre giorni prima Mladenov, parlando dei vincoli di bilancio immessi sul forze armate a causa della crisi finanziaria, ha affermato che "possiamo tagliare alcune altre voci del bilancio delle forze armate, ma ci saranno sempre abbastanza soldi per le missioni all'estero." [7]
Washington ha anche fatto pressioni sulla Croazia, che è diventata un membro effettivo del blocco lo scorso aprile, affinché fornisca più truppe e il Primo Ministro Jadranka Kosor si affrettò a promettere che "la Croazia, essendo un membro della NATO, avrebbe adempiuto ai suoi obblighi". [8]
Il Ministro della Difesa della Repubblica ceca, Martin Bartak, ha parlato dopo il discorso di Obama all'inizio di questa settimana e ha minacciato il parlamento ceco, affermando "che dovrà essere spiegato agli alleati perché la Repubblica Ceca non vuole prendere parte ai rinforzi mentre la Slovacchia e la Gran Bretagna, per esempio, rafforzeranno i loro contingenti ...." [9]
La Slovacchia ha annunciato che farà più che raddoppiare le sue forze in Afghanistan.
Il parlamento tedesco ha appena rinnovato per un altro anno il dispiegamento di quasi 4.500 soldati in Afghanistan, il massimo consentito dal Bundestag, anche se si svolgono dibattiti per aumentare tale numero a 7.000, dopo una conferenza sull'Afghanistan a Londra il 28 gennaio. Le forze armate tedesche nel paese sono impegnate nelle loro prime operazioni di guerra dalla Seconda Guerra Mondiale.
Un telegiornale il 3 dicembre ha detto che l'ambasciatore Usa in Turchia James Jeffrey faceva pressioni su Ankara perchè fornisse un “numero specifico" di truppe e perché fosse "più flessibile" [10] sul modo in cui esse saranno impiegate, il che significa che la Turchia deve abbandonare i cosiddetti vincoli di combattimento e impegnarsi in combattimenti attivi insieme ai suoi alleati della NATO.
Dopo un incontro con il vice presidente degli Stati Uniti Joseph Biden il 4 dicembre, il Primo Ministro ungherese Gyorgy Gordon Bajnai ha promesso di inviare 200 soldati in più nella zona di guerra del sud asiatico, con un incremento del 60%, visto che l'Ungheria ne ha lì attualmente 360.
Per quanto riguarda gli Stati partner della NATO, il Vice Assistente Segretario alla Difesa USA per la Russia, l'Ucraina e l'Eurasia Celeste Wallander è stata in Armenia per garantire il primo dispiegamento militare della nazione in Afghanistan, l'opera del primo rappresentante speciale per il Caucaso e l'Asia centrale della NATO Robert Simmons [11], che ha anche ottenuto il raddoppio delle truppe dal vicino Azerbaigian e un impegno di ben 1.000 soldati georgiani dal prossimo anno.
Nel corso di una conferenza stampa al quartier generale della NATO, il primo giorno del recente consiglio di guerra afgano dell’Alleanza, il 3 dicembre, il capo del blocco Anders Fogh Rasmussen ha espresso gratitudine agli Emirati Arabi Uniti per l'invio delle truppe in Afghanistan e "l’ospitalità... della Conferenza Internazionale sulle relazioni NATO-Emirati Arabi Uniti e per il futuro della Iniziativa di Cooperazione di Istanbul lo scorso ottobre ". [12]
L’ Iniziativa di Collaborazione di Istanbul è stata varata in occasione del vertice della NATO in Turchia nel 2004 per aggiornare le partnership militari con i membri del Dialogo Mediterraneo (Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Mauritania, Marocco e Tunisia) e il Consiglio di Collaborazione del Golfo (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti). [13]
Un'agenzia informativa militare degli Stati Uniti ha pubblicato un articolo il 3 dicembre che ha esaminato la Quadrennial Defense Review che viene attualmente deliberata al Pentagono.
Il vice segretario alla Difesa William J. Lynn III, che prima di assumere quella carica è stato vice presidente delle Operazioni di Governo e della Strategia per Raytheon, si è vantato che "La Quadrennial Defense Review ... sarà diversa da qualsiasi altra: la prima ad essere guidata con attuali requisiti di tempo di guerra, a bilanciare le capacità convenzionali e non convenzionali, e ad accettare un 'intero approccio di governo' per la sicurezza nazionale .... Questa è una QDR che sarà un punto di riferimento".
Lynn ha anche detto che "il segretario Gates ha chiarito che i conflitti in cui ci troviamo, debbano essere al primo posto del nostro ordine del giorno. Vuole assicurarsi che non stiamo abbandonando potenzialità ora necessarie per quelle che saranno necessarie per qualche ignoto conflitto futuro. Egli vuole assicurarsi che il Pentagono è veramente sul piede di guerra… Per la prima volta da decenni, le stelle politiche ed economiche sono allineate per una revisione fondamentale del modo in cui il Pentagono opera". [14]
La guerra di oltre otto anni in Afghanistan non sta per finire nel 2011, nonostante le asserzioni di Obama, né sarà l'ultima del suo genere. Essa continuerà ad inghiottire il vicino Pakistan con la minaccia di riversarsi anche in Asia centrale e in Iran.
La crisi che il mondo affronta non è solo la guerra nel Asia del Sud: è la guerra stessa. Più in particolare, l'incoscienza di auto-proclamarsi l’unica superpotenza e l’unico blocco militare, conduce ad arrogare a se stessi il diritto esclusivo di minacciare le nazioni di tutto il mondo con l'aggressività militare.
Se tale politica non viene portata a una fine da parte della comunità internazionale reale - più di sei settimi di umanità oltre il più grande mondo euro-atlantico (come ritiene se stesso) - l'Afghanistan non sarà l’ultimo fronte di guerra di questo secolo, ma quello primo e prototipico. Indizi dicono che il peggio deve ancora venire
NOTE
1) New York Daily News, December 4, 2009
2) New York Times, November 26, 2009
3) Afghan War: NATO Builds History’s First Global Army
Stop NATO, August 9, 2009
http://rickrozoff.wordpress.com/2009/09/01/afghan-war-nato-builds-historys-first-global-army
4) Associated Press, December 4, 2009
5) U.S., NATO Poised For Most Massive War In Afghanistan’s History
Stop NATO, September 24, 2009
http://rickrozoff.wordpress.com/2009/09/24/u-s-nato-poised-for-most-massive-war-in-afghanistans-history
6) Sofia News Agency, November 26, 2009
7) Standart News, November 23, 2009
8) Xinhua News Agency, December 3, 2009
9) Czech News Agency, December 2, 2009
10) PanArmenian.net, December 3, 2009
11) Mr. Simmons’ Mission: NATO Bases From Balkans To Chinese Border
Stop NATO, March 4, 2009
http://rickrozoff.wordpress.com/2009/08/27/mr-simmons-mission-nato-bases-from-balkans-to-chinese-border
12) Emirates News Agency, December 3, 2009
13) NATO In Persian Gulf: From Third World War To Istanbul
Stop NATO, February 6, 2009
http://rickrozoff.wordpress.com/2009/08/26/nato-in-persian-gulf-from-third-world-war-to-istanbul
14) American Forces Press Service, December 3, 2009
Titolo originale: "The Great Game: U.S., NATO War In Afghanistan"
Fonte: http://www.globalresearch.ca/
Link
05.12.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONCETTA DI LORENZO e GIOVANNI PICCIRILLO
Iscriviti a:
Post (Atom)











