mercoledì 3 giugno 2009

DIARIO DEL SACCHEGGIO



Esempio di come la globalizzazione, genera corruzione, differenza sociale e porta i paesi a situazioni di estrema povertà . Il film e tutto nella stessa finestra . Buona visione .

Greenpeace denuncia i grandi marchi che distruggono l'Amazzonia














3 Giugno 2009

Greenpeace dopo un'inchiesta durata 3 anni, denuncia: Geox, Adidas, Chateaux d’Ax, Kraft e Cremonini nascondono dietro i loro processi produttivi storie di deforestazioni, incendi, abusi e nuova schiavitù della popolazione locale.


Dopo tre anni di indagini sotto copertura, Greenpeace pubblica l’inchiesta “Amazzonia, che macello!” fornendo una sconcertante fotografia del complesso mercato globale della carne e della pelle. Rivela come i giganti brasiliani del comparto zootecnico – parzialmente partecipati dallo stesso governo brasiliano – stanno distruggendo l’Amazzonia e il clima del nostro pianeta.

In quest’inchiesta, per la prima volta, emergono i nomi di marchi come Geox, Adidas, Chateaux d’Ax, Kraft e Cremonini che nascondono dietro i loro processi produttivi storie di deforestazioni, incendi, abusi e nuova schiavitù della popolazione locale.

Nell’inchiesta, Greenpeace, si concentra principalmente sulla deforestazione illegale. Le prove raccolte dimostrano che i giganti del mercato della carne e della pelle brasiliani (Bertin, JBS, Marfrig, ecc.) vengono regolarmente riforniti da allevamenti che hanno tagliato a raso la foresta ben oltre i limiti consentiti dalla legge. Questi allevamenti continuano a distruggere un ettaro di foresta amazzonica ogni 18 secondi.

I dati a disposizione di Greenpeace dimostrano, inoltre, che alcune delle fattorie che riforniscono Bertin, JBS e Marfrig utilizzano forme illegali di lavoro schiavile e occupazione di riserve indigene.

“Le scarpe che usiamo tutti i giorni, il divano nel nostro salotto, la carne in scatola che compriamo al supermercato e persino i pasti pronti che consumiamo sul treno o in autostrada possono avere un’impronta ecologica devastante sull’ultimo polmone del mondo e sul clima del nostro pianeta” spiega Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace.

L’allevamento bovino in Amazzonia ha impatti disastrosi anche a livello sociale, compresi fenomeni di nuova schiavitù. In Brasile, nel 2008, ben 3005 nuovi schiavi sono stati liberati da decine di aziende zootecniche. Il 99 per cento di questi erano tenuti prigionieri in Amazzonia.

“E’ il tempo del coraggio e della responsabilità per i nostri governanti e per le aziende che stanno dietro ai marchi globali se vogliamo vincere la sfida del cambiamento climatico. Per produrre una paio di scarpe sportive, invece, rischiamo di deforestare illegalmente, promuovere forme di nuova schiavitù e accelerare il cambiamento climatico. Per questo chiediamo a tutti i marchi coinvolti di interrompere immediatamente i rapporti commerciali con aziende o allevamenti che sono legati alla distruzione dell’Amazzonia” conclude Campione.

A livello globale la deforestazione determina il 20 per cento (o un quinto) delle emissioni di gas serra. Il Brasile è il quarto più grande emettitore di gas serra a livello globale (dopo Usa, Cina e Indonesia). Per promuovere la crescita della produzione di carne e pelle il governo brasiliano sta investendo per sviluppare ogni singola parte della filiera della carne e delle pelle nel Paese divenendo a tutti gli effetti un socio in affari della distruzione della foresta.

La conferenza sul Clima di Copenhagen, che si terrà a dicembre 2009, è un’opportunità unica per tutti i governi che dovranno prendere misure efficaci per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra a livello globale. Un vero accordo per la salvezza del clima e del pianeta deve includere azioni concrete e fondi adeguati per fermare la deforestazione.

Conclusa la Cumbre del Puno: DICHIARAZIONE DI TITIKAKA















Lunedì 01 Giugno 2009 A Sud

Si è concluso ieri 31 maggio alla presenza di migliaia di rappresentanti indigeni nella città di Puno - Perù, il IV Vertice continentale dei Popoli e delle Nazioni Indigene di Abya Yala. Alleghiamo la dichiarazione finale dell'incontro, firmata dalle organizzazioni e dai popoli indigeni del continente.

Dichiarazione di Mama Quta Titikaka

(Dichiarazione del Lago Titicaca)

dal 12 al 16 di Ottobre Mobilitazione globale in Difesa della Madre Terra e dei popoli

Riuniti sul Lago Titicaca, 6500 delegati delle organizzazioni rappresentative dei popoli indigeni originari di 22 paesi dell'Abya Yala e di popoli fratelli provenianti da Africa, Stati Uniti, Canada, Circolo Polare ed altre parti del mondo, con la partecipazione di 500 rappresentanti ed osservatori di diversi movimenti sociali, decidiamo congiuntamente quanto segue:

- Proclamare che assistiamo ad una profonda crisi della civiltà occidentale capitalista alla quale si sovrappone una crisi ambientale, energetica, culturale, alimentare, di esclusione sociale, che è espressione del fallimento dell'eurocentrismo e della modernità colonialista nata dall'etnocidio indigeno, e che ora porta all'umanità intera al sacrificio.

- Offrire un'alternativa di vita di fronte alla civiltà della morte, riprendendo le nostre radici per proiettarci al futuro, coi nostri principi e le nostre pratiche tradizionali, che mirano all'equilibrio tra uomini, donne, Madre Terra, spiritualità, culture e popoli; una alternativa che denominiamo Buon Vivere / Vivere Bene. Una diversità che conta su migliaia di civiltà con più di 40 mila anni di storia che furono invase e colonizzate da chi, appena cinque secoli dopo, sta portando al suicidio l'intero pianeta. Occorre difendere la sovranità alimentare, dando priorità alle economie locali e alle coltivazioni native, favorire il consumo interno e forme di economia comunitaria. Diamo mandato affinché le nostre rispettive organizzazioni approfondiscano le forme di Buon Vivere e le esercitino attraverso i nostri governi comunitari.

- Costruire Stati Plurinacionales Comunitari che si basino nell'autogoverno, la libera determinazione dei popoli, la ricostituzione dei territori e delle nazioni originarie. Con sistemi legislativi, giudiziari, elettorali e politiche pubbliche interculturali, riconoscendo rappresentanza politica ai popoli senza mediazione di partiti politici. Lottare per avviare nuovi processi costituenti e arrivare a nuove costituzioni in tutti quelli paesi che non riconoscono ancora la plurinazionalità. Stati Plurinazionali non suolo per i popoli indigeni, bensì per tutti gli esclusi. Ci appelliamo ai movimenti sociali ed agli attori sociali tutti peravviare assieme un dialogo interculturale, rispettoso ed orizzontale, che superi i verticalismi e l'esclusione sociale.

- Ricostituire i nostri territori ancestrali come fonte della nostra identità, spiritualità, storia e futuro. I popoli ed i territori originari sono un cosa sola. Intendiamo respingere tutte le forme di lottizzazione, privatizzazione, concessione, depredazione ed inquinamento da parte delle industrie e dei governi. Esigeremo la consultazione ed il consenso previo, libero ed informato, pubblico, in lingua propria, in buona fede, esercitato attraverso le organizzazioni rappresentative dei nostri popoli, non solo per l'approvazione di progetti produttivi o estrattivi ma per ogni politica di sviluppo nazionale. Esigeremo la depenalizzazione della foglia di coca.

- Ratificare e lanciare l'organizzazione della Minga / Mobilitazione Globale in difesa della Madre Terra e dei Popoli, contro la mercificazione della vita e di terre, boschi, acqua, mari; contro agrocombustibili, debito estero, inquinamento, transnazionali estrattive, istituzioni finanziarie internazionali, transgenici, pesticidi, consumo tossico, e criminalizzazione dei movimenti indigeni e sociali, che si realizzerà dal 12 al 16 di ottobre.

- Costruire un Tribunale per la Giustizia Climatica che giudichi le imprese transnazionali ed i governi complici che depredano la Madre Natura, saccheggiano i nostri beni naturali e vulnerano i nostri diritti, come primo passo verso una Corte Internazionale sui Crimini Ambientali.

- Organizzare durante la Conferenza sul Cambiamento Climatico di Copenhagen, nel dicembre 2009, un Vertice Alternativo in difesa della Madre Terra per fare pressione affinchè si adottino misure effettive, davanti all'ecatombe climatica, come il consolidamento dei territori indigeni, il buon vivere e la consulta e consenso previo, individuati come strategie per salvare il pianeta.

- Affrontare e sconfiggere la criminalizzazione dell'esercizio dei nostri diritti, la militarizzazione dei territori, l'imposizione di basi straniere, gli sfollamenti forzati e i genocidi nei nostri popoli attraverso il rafforzamento delle alleanze e un'ampia mobilitazione per l'amnistia di tutti i nostri leader e dirigenti processati ed imprigionati, specialmente per i difensori di diritti umani che lottano per il rispetto della libertà e della vita e che si trovano in prigioni negli Stati Uniti e del mondo.

-Appoggiare ed ampliare le denunce presentate davanti alla Commissione Interamericana di Diritti umani ed al Comitato per l'Eradicazione della Discriminazione Razziale dell'ONU. Spingere verso giudizi internazionali i governi di Colombia, Perù e Cile; il governo di Álvaro Uribe Vélez per il genocidio dei popoli indigeni colombiani; lo Stato cileno per l'applicazione della legge antiterrorista e le persecuzioni delle lotte dei fratelli mapuche, i crimini commessi contro i leader indigeni e la milititarizzazione dei territori (wallmapu); il governo di Alan García per aver emanato 102 decreti pro TLC per privatizzare i territori indigeni e per aver perseguiti e processato migliaia di leader indigeni.

- Implementare i nostri diritti, esigendo che si dia rango di Legge Nazionale alla Dichiarazione sui Diritti dei Paesi Indigeni dell'ONU, seguendo l'esempio – tra gli altri - della Bolivia, Australia, Messico, Venezuela. E che include il diritto alla comunicazione dei popoli indigeni. Se Barack Obama vuole fare cambiamenti nel disastro imperiale, deve incominciare da casa sua, ed approvare come legge negli Stati Uniti la Dichiarazione dell'ONU sui Popoli Indigeni.

- Mobilitare le nostre organizzazioni in difesa della lotta dei popoli indigeni dell'amazonía peruviana contro le norme che privatizzano territori e beni naturali. La loro lotta è la nostra. Organizzare nella prima settimana di giugno piantoni e manifestazioni di fronte alle ambasciate del Perù in ognuno dei nostri paesi, esigendo una soluzione ragionata e non la repressione per i nostri fratelli. In tal senso, le organizzazioni indigene e contadine del Perù accordano un immediato Sollevamento Nazionale dei Paesi del Perù in giugno del 2009 per la derogatoria dei decreti lesivi dei diritti degli indigeni creati ad hoc per il TLC con gli Stati Uniti.

- Respingere i Trattati di Libero Commercio che Stati Uniti, Europa, Canadà, Cina ed altri paesi tentano di imporre alle nostre economie debili, come nuove catene di sottomissione e nuovi meccanismi di saccheggio della madre Terra. Respingiamo la manovra dell'Unione Europea insieme ai capi di stato di Perù e Colombia per distruggere la Comunità Andina ed imporre il TLC.

- Mobilitare le nostre organizzazioni e movimenti sociali dei rispettivi paesi in difesa del processo di de-colonizzazione iniziato in Bolivia, respingere i tentativi golpisti, separatisti e razzisti dell'oligarchia locale, commessi con la complicità dell'impero nordamericano. Respingere gli asili politici concessi dal governo peruviano ai colpevoli dei genocidi boliviani. Il tal senso realizzare la V Cumbre di Paesi Indigeni dell'Abya Yala il 2011 nel Qollasuyu / Bolivia.

- Rafforzare il nostro sistema di educazione intercultural bilingue e di salute indigena, per avanzare nella de-colonizzazione del sapere, e specialmente, fermare la biopiratería, difendendo il nostro regime speciale di patrimonio intellettuale di popoli indigeni, che ha carattere collettivo e trans generazionale.

- Appoggiare la lotta dei paesi del mondo contro i poteri imperiali, che include la sospensione dell'embargo contro Cuba, l'uscita di Israele dai territori palestinesi, i diritti collettivi dei paesi Masai, Mohawk, Shoshoni, Same, Curdo, Catalano e Basco, tra altri.

- Costruire paradigmi di vita alternativi alla crisi della civiltà occidentale e alla sua modernità coloniale, attraverso un Foro sulla Crisi della Civiltà Occidentale, De-colonizzazione, Buon Vivere, etc. da realizzarsi nella città di Cuzco dal 26 al 28 di marzo del 2010.

- Globalizzare le nostre lotte attraverso la realizzazione del I Vertice di Comunicazione Indigena nel 2011, nel Cauca, Colombia; il I Vertice Indigeno dell'Acqua; lil II Vertice Continentale di Donne Indigene il 2011 nell'ambito del V Vertice dei Popoli Indigeni di Abya Yala.

- Costituire il Coordinamento di Popoli e Nazionalità Indigene dell'Abya Yala, continuando il processo di integrazione dal basso, conformando commissioni di donne, adolescenti, bambini, giovani e comunicatori indigeni, curando in maniera particolare l'articolazione regionale in Nordamerica. Il Coordinamento dell'Abya Yala dovrà vigilare sull'Organizzazione degli Stati Americani e sull'Organizzazione di Nazioni Unite, affinchè venga finalmente superata la loro subordinazione al potere imperiale e qualora non fosse possibile costituire l''Organizzazione delle Nazioni Unite dell'Abya Yala e del Mondo.


¡ La terra non ci appartiene, noi le apparteniamo!
¡ Il condor e l'aquila volano insieme un'altra volta



Lago Titicaca, 31 maggio di 2009

Tiananmen, 20 anni dopo




Redazione, 03 giugno 2009

Per non dimenticare Nel ventesimo anniversario del massacro, la Cina si chiude nel silenzio ufficiale, serra l'accesso alla storica piazza, aumenta la censura su Internet e rafforza le restrizioni sugli attivisti. Solo l'aumento del numero dei poliziotti attorno alla piazza e la perquisizione per chi si avvicina alla zona danno il segno che la giornata è particolare a Pechino, dove parlare in pubblico del massacro continua ad essere un tabù. Uniche a proseguire nella loro opera di denuncia, le Madri. Il racconto di Zhang Xianling, 72 anni, un figlio assassinato dai militari e sepolto nell'aiuola sulla via Chang'an



Zhang XianlingSebbene dopo due decenni il dolore non si sia alleviato, la determinazione a portare avanti la battaglia in nome delle centinaia o migliaia di vittime del giugno 1989 è più forte che mai, per coloro che da allora hanno avuto la vita sconvolta. "So bene che non vedrò i risultati di tutto questo mio adoperarmi, ma non posso smettere di chiedere giustizia, per mio figlio e le vittime di allora, e per le vittime di oggi, le nuove generazioni che di ciò che è successo non sanno nulla" spiega risoluta Zhang Xianling, 72 anni, il numero due del gruppo delle Madri di Tiananmen.

Sono passati 20 anni da quando l'Esercito di Liberazione Popolare aprì il fuoco sugli studenti che da un mese e mezzo dimostravano sulla piazza. Saranno passati anche 20 anni da quando Wang Nan, il figlio della signora Zhang, all'epoca studente liceale di 19 anni, è stato ucciso da una pallottola sparata dai soldati. "Wang Nan si era interessato molto alle rivendicazioni degli studenti. Era il capo politico della sua classe e quelli erano argomenti a cui prestava molta attenzione" - racconta Zhang ad Apcom, mostrando gli striscioni che il figlio scrisse di propria mano a sostegno dei dimostranti, e che ha conservato per tutti questi anni.

"Aveva la passione della fotografia, da grande voleva diventare fotoreporter. Diceva 'mamma vado sulla piazza per catturare la storia', ma io all'inizio non ero d'accordo". Impiegata al Ministero dell'Aviazione Zhang Xianling aveva una visione 'ufficiale' del movimento studentesco all'inizio. "Pensavo che gli studenti dovessero solo studiare e non occuparsi di politica, anche se le loro rivendicazioni erano giuste". Tutto cambiò per Zhang, gli studenti e i cittadini cinesi tutti con il famoso editoriale del 26 Aprile apparso sul Quotidiano del Popolo.
"Quell'editoriale è stato come un secchio d'acqua gelata buttato sulla testa degli studenti: li ha categorizzati e spinti all'estremo. Da allora ho iniziato ad essere d'accordo con Wang Nan e sostenere il movimento". Ma col passare dei giorni, al figlio che gli chiedeva se ci fosse mai da temere che l'esercito aprisse il fuoco sui manifestanti, Zhang rispondeva sicura: "Come è possibile che sparino sulla folla? Non lo hanno fatto all'epoca della Banda dei quattro, perché l'esercito del popolo dovrebbe farlo adesso".

La notte del 3 giugno, nonostante gli ammonimenti della famiglia, Wang Nan decise di andare ugualmente sulla piazza, con macchina fotografica al collo, registratore in tasca e un casco da motociclista sulla testa. 'Temeva che potessero esserci bastonate; aveva sentito dire che durante la Rivoluzione Culturale era così che le fazioni si attaccavano fra di loro".
Invece fu proprio un proiettile a trapassare quel caso ed ucciderlo, ad ovest di Tiananmen, prima ancora che raggiungesse la piazza. Stava facendo foto quando si è accasciato, all'una di notte, senza che a nessuno fosse permesso di portargli soccorso, hanno raccontato i testimoni alla madre. Dopo due ore, alle 3, Wang Nan è morto, ma la famiglia apprese la notizia solo 10 giorni dopo. "Fino al 14 ho vissuto nell'angoscia, temevo fosse morto famiglia e amici continuavano a ripetermi che molti ragazzi erano stati arrestati o feriti. Ho fatto invano il giro di 24 ospedali, ma mai avrei potuto immaginare che mio figlio fosse stato sepolto di nascosto a due passi da Tiananmen, sull'arteria principale della città".
I soldati che lo hanno ucciso, insieme ad altri 2 giovani, si sono affrettati a nascondere le prove dell'azione sconsiderata seppellendoli alla meno peggio sul giardino di entrata di una scuola, sulla via Chang'an. La pioggia ha fatto riemergere i cadaveri e le cintura militare che aveva addosso ha ridato un nome a Wang Nan. "Poiché aveva addosso la cintura dell'esercito che gli avevano regalato ad un'esercitazione militare a cui aveva partecipato a maggio, chi l'ha trovato ha pensato che fosse un soldato e lo ha portato in un ospedale per il riconoscimento. Gli altri due corpi che erano seppelliti con lui sono stati cremati in tutta fretta e senza neppure sapere chi fossero".

Così nel giro di poche settimane il paese è ricaduto in tempi cupi di cui sperava di aver perso memoria. "Credevamo nei nostri leader, avevamo fiducia in loro dopo tutto ciò che avevamo passato con Mao. Il 4 giugno ci ha però svegliati di colpo: abbiamo capito che il Partito avrebbe fatto di tutto" per assicurare la propria sopravvivenza, spiega Zhang.

A cominciare dal nascondere i fatti di quei mesi, nonostante la volontà delle famiglie di capire le circostanze in cui i loro figli persero la vita. Fu così che nel 1990 Zhang incontrò Ding Zilin, madre di Jiang Jielian un altro liceale ucciso dall'esercito, e iniziò la ricerca di altre famiglie nelle proprie condizioni. "Neppure un elenco dei morti hanno pubblicato, allora ci siamo dette: bene, ci pensiamo noi. Ed abbiamo iniziato a cercare, dapprima liceali come i nostri figli, poi tutti gli altri".
Oggi il gruppo delle Madri di Tiananmen conta circa 140 membri, non solo madri ma anche padri, fratelli e parenti allargati delle vittime di quel massacro. "Finora abbiamo raccolto le storie di 195 persone morte a Tiananmen. Ma secondo i nostri calcoli sono solo il 10% del numero totale delle vittime, che dovrebbe aggirarsi sulle 2000 persone".

Il lavoro della Madri non è mai stato facile negli anni, nonostante oggi le autorità sembrano mostrare un attegiamento più conciliante. "Dal 1995 abbiamo iniziato a fare tre richieste al governo: che si pubblichi una lista dei nomi dei deceduti; che le famiglie vengano compensate secondo la legge, e che in accordo con la legge i responsabili del Massacro di Tiananmen siano giudicati e puniti. Ogni anno presentiamo una lettera aperta al Parlamento cinese, ma non abbiamo mai avuto una risposta. La mandiamo ai media cinesi, alla CCTV, a Xinhua, ma nessuno mai ci prende in considerazione. Il nostro lavoro all'interno della Cina non è per nulla facile, ma è svegliare la coscienza dei cinesi che a noi interessa prima di tutto", spiega Zhang Xianling. Per anni è stata sotto sorveglianza.

Nel 2004 è stata perfino messa in prigione per aver ricevuto un pacco con delle magliette commemorative dei 15 anni del Massacro da un gruppo di attivisti di Hong Kong. "Ma ora la situazione sembra essere più calma. L'ultima volta che sono stata messa sotto sorveglianza è stato durante le Olimpiadi. Da allora nessuno mi segue più. Ed anche il comportamento della polizia è diverso: prima erano molto più severi, ora sono gentili. Sono giovani neppure mi conoscono ma quando spiego loro la mia storia si mostrano compresivi e toccati. Mi dicono di essere dispiaciuti ma quello è il loro lavoro. Li capisco, tocca al governo cambiare per primo".

Eppure Zhang Xianlin non valuta del tutto negativamente la nuova generazione di politici al potere. "I nuovi leader sono diversi, parlano di armonia e problemi che toccano la gente comune. Se 20 anni fa avrei dato uno zero alla condizione dei diritti umani in Cina, oggi mi sento di dare un 20 su 100. Si può vedere qualche progresso nelle dimostrazioni per esempio a Xiamen o nel Sichuan, che hanno avuto qualche risultato. O anche da quello che ha noi solo di recente è stato concesso".

Due settimane fa 50 famiglie si sono ritrovate a casa di Zhang Xianling per una cerimonia commemorativa. La polizia, che aveva appreso della notizia attraverso l'ascolto delle conversazioni telefoniche, ha imposto tre condizioni (che non ci fosse nessun esterno, nessun giornalista straniero e che non si uscisse a manifestare in strada), ma non ha impedito la riunione.
Solo Ding Zilin non è stata autorizzata a lasciare il proprio appartamento per raggiungere le altre Madri. "Nell'insieme nel paese non c'è stato nessun progresso al livello politico", ammette sconsolata Zhang Xianling.
L'ultima vittima è proprio lei: la scorsa settimana la polizia le ha notificato che fino al 5 giugno sarà accompagnata da un poliziotto per ogni spostamento al di fuori dalla propria casa. Una notizia che arriva proprio quando essa stessa credeva che un cambiamento, seppur minimo, fosse in atto.

Nel ventesimo anniversario del massacro, la Cina si chiude nel silenzio ufficiale, serra l'accesso alla storica piazza, aumenta la censura su Internet e rafforza le restrizioni sugli attivisti.
Solo l'aumento del numero dei poliziotti attorno alla piazza e la perquisizione per chi si avvicina alla zona danno il segno che la giornata è particolare a Pechino, dove parlare in pubblico del massacro continua ad essere un tabù.

Uno dei più noti dissidenti, Qi Zhiyong, che perse la gamba sinistra nel 1989 ed è sotto costante sorveglianza della polizia, ha inviato un sms all'agenzia France Press per far sapere che è stato costretto a salire su un'auto per essere portato via da Pechino. "Ogni giorno devo mandare a scuola mia figlia su una macchina della polizia. Stavolta, quando mia figlia è scesa, gli agenti si sono rifiutati di far scendere anche a me. Al contrario, sono saliti altri due agenti, mi hanno costretto a sedere nel mezzo, e ora mi stanno portando via da Pechino. E hanno intenzione di togliermi il cellulare".
E a quel punto tutte le chiamate al telefonino di Qi, 53 anni, a cui era stato chiesto nei giorni scorsi di lasciare la capitale, sono andate a vuoto. Del resto, lui è abituato ad essere allontanato in occasioni "sensibili": fu portato via durante le Olimpiadi di agosto, quando a febbraio arrivò in Cina il segretario di Stato Hillary Clinton, e a marzo, durante l'annuale sessione del Parlamento cinese.

La censura va a tutto spiano: le notizie sul sanguinoso massacro che pose fine a sette settimane di proteste degli studenti vengono periodicamente tagliate dagli schermi della Bbc e Cnn, in lingua cinese. Alla vigilia dell'anniversario, Pechino ha deciso di bloccare anche l'accesso al microblogging Twitter, alla posta elettronica di Hotmail, al nuovo motore di ricerca Microsoft Bing e al server fotografico Flickr (censure che si sommano alle numerose restrizioni a cui già sono soggetti gli utenti cinesi del web, penalizzati dalle censure di Youtube, Blogspot, Wordpress).
In un comunicato, Reporters without Borders ha ricordato che "il black out sull'informazione è stato così efficace per 20 anni che la gran parte dei giovani cinesi sono del tutto ignari di quel che accadde quella notte".
La maggioranza degli studenti dell'Università di Pechino, motore iniziale delle proteste, non sanno nulla di quel che successe: l'enorme campus della Beijing Daxue (nota con il nomignolo Beida in Cina), la maggiore università del Paese, vive l'anniversario più concentrata sugli esami di fine corso che per le rivendicazioni politiche.

Jeff Widener, l'autore della famosa foto di un giovane dinanzi a un tank, ha raccontato che il 4 giugno, quando i soldati uscirono a pulire le strade, "il suolo del viale Chang'An era letteralmente rosso di sangue". Ma gli appelli delle Madri al governo (computo ufficiale dei morti, risarcimento, perdono ufficiale e un giudizio sui responsabili) continuano a rimanere inascoltati.
In assenza di dati ufficiali da parte del governo, diverse Organizzazioni non governative (Ong) stimano che tra 20 e 200 persone siano tuttora in carcere per il loro coinvolgimento nelle manifestazioni per la democrazia del 1989. "Il Congresso nazionale del popolo ha il potere di indicare la direzione per chiedere conto delle persone uccise, di quelle arrestate e di quelle che sono ancora in prigione", ha scritto Amnesty International in una lettera aperta inviata il 13 maggio a Wu Bangguo, presidente del Comitato permanente del Cnp.
"Tra le persone tuttora in carcere, alcune furono condannate per reati 'controrivoluzionari' che sono stati cancellati dal codice penale cinese nel 1997", ha sottolineato Roseann Rife, vicedirettrice del programma Asia e Pacifico di Amnesty International. Non tutte le persone finite in carcere a seguito delle manifestazioni di Tiananmen per la democrazia presero effettivamente parte alle proteste. A causa della successiva soppressione del dibattito pubblico, molte di esse sono state condannate dopo il 1989, solo per aver esercitato il proprio diritto alla libertà d'espressione, ad esempio dando vita a dibattiti on line o pubblicando su Internet poesie in ricordo delle vittime.

(L'intervista a Zhang Xianling è stata realizzata dal corrispondente in Cina di Apcom)

Falcone e Borsellino traditi per l’opportunismo e l’asservimento di gran parte dei mezzi d’informazione…














di Roberto Morrione

A 17 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, massacrati con le loro scorte, sono ancora soli. E in gran parte traditi. Certo non lo sono per i loro cari, per le associazioni e le iniziative che ne alimentano la memoria, né per quella parte della società che nelle scuole, nelle amministrazioni pubbliche, nelle aule di giustizia come nei quartieri e nelle attività produttive, fa vivere valori e diritti di legalità. Né tanto meno per i magistrati, gli investigatori che fanno silenziosamente il proprio dovere, contrastando ogni giorno un espandersi di interessi criminali che se non fermati assimilerebbero l’Italia ai Paesi latino-americani dominati dalla violenza e dalla corruzione. No, non è per questa Italia consapevole che Falcone e Borsellino restano soli e traditi e con loro i tanti che hanno avuto la vita spezzata dalle mafie.
Solitudine e tradimento vengono invece dal potere politico e conseguentemente da una parte delle istituzioni, da coloro che hanno in mano le scelte di fondo della nostra democrazia, ma le accantonano o le deviano per interessi personali e di fazione. Fino a costruire, come sta avvenendo sistematicamente, le basi di un regime strisciante di accentramento, di chiusura a ogni dialogo costruttivo con l’opposizione, di assedio ai principi fondanti della Costituzione, di occupazione del sistema dell’informazione, usato cinicamente per rafforzare solo consenso e immagine. Soprattutto attraverso la creazione di falsi baluardi di sicurezza che aprono la strada alle divisioni, alla xenofobia, al razzismo, minando i processi di integrazione e di sviluppo economico pure già in corso da tempo. In questo processo di progressivo degrado civile, Falcone e Borsellino sono traditi per l’opportunismo e l’asservimento di gran parte dei mezzi d’informazione, che alimentano l’ignoranza e l’indifferenza dell’opinione pubblica, già in parte storicamente predisposta all’elusione di ogni regola e di valori morali collettivi che superino individualismi e miraggi demagogici, esposta ogni giorno allo stillicidio della propaganda del potere che sostituisce ogni conoscenza critica.
Ma, al di là delle cerimonie ufficiali e anche della generosa partecipazione al ricordo da parte di una minoranza di organizzazioni realmente impegnate ogni giorno nella lotta contro il sistema criminale mafioso e le sue complicità, di tanti ragazzi affluiti a Palermo da ogni parte d’Italia, non vengono risposte a quanto Falcone e Borsellino chiedevano allo Stato e quindi alle scelte della politica, come condizione per vincere finalmente la guerra contro le mafie.
Ci chiediamo così, a partire dal loro assassinio, perché non sia stata mai formata una commissione parlamentare che indaghi su tutti gli aspetti ancora oscuri delle stragi e su eventuali mandanti esterni e cosa hanno oggi da dire a questo riguardo la Commissione Antimafia, il CSM, il ministro della Giustizia, ma anche i partiti di maggioranza e di opposizione. Perché i media, con pochissime eccezioni, ignorano il processo in corso a Palermo sulle deviazioni dei servizi e di organismi investigativi, nonché su esponenti politici che trattarono con Cosa Nostra subito dopo le stragi e forse anche prima, secondo molte fonti di pentiti ritenuti attendibili? Perché non si fa pulizia, nel governo e in parlamento, di esponenti che hanno pendenze giudiziarie e sospetti di contiguità con il sistema mafioso, fenomeno riproposto in vari casi anche per le candidature nelle prossime elezioni europee e amministrative? Cosa si attende per varare finalmente l’agenzia centrale di coordinamento dei beni sequestrati ai mafiosi e più incisive misure finanziarie e di controllo contro il riciclaggio, il movimento dei capitali di origine criminale e la loro emersione nell’economia legale, certo crescente per la crisi economica in atto in migliaia di esercizi commerciali e imprese? E come si può accettare che sulla giustizia e sull’informazione, veri pilastri della Costituzione repubblicana, continui a pesare l’impunità e l’arroganza del capo del governo, assicurata da miriadi di leggi “ad personam” e da un conflitto d’interessi mai intaccato e crescente? Dal processo All Iberian-Mills, dove Berlusconi è stato salvato solo da quel lodo Alfano da lui imposto come primo atto della nuova legislatura, fino al disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche e ambientali, ancora controverso per i contrasti all’interno stesso della maggioranza e del governo, pesano dure minacce all’autonomia e all’operatività della magistratura inquirente e della libertà d’informazione, mentre l’Europa e il mondo guardano sconcertati e ora anche preoccupati al degrado delle leggi e dei principi etici che pervade il nostro Paese. E sono anche il mancato intervento sui veri mali della Giustizia, la spaventosa carenza di persone e di mezzi, l’insopportabile lentezza dei processi e delle cause civili, i corporativismi e le divisioni nel mondo giudiziario, fino alle responsabilità di giudici e a procedure che consentono di mettere in libertà fior di mafiosi per vergognose inadempienze di una semplice firma, a lasciare soli e traditi Falcone e Borsellino, già vittime allora delle gelosie e dei personalismi imperanti nello stesso ordine giudiziario. Come non ricordare infine, mentre tanti ministri e sottosegretari sono presenti “una tantum” con compunzione e alati discorsi commemorativi al ricordo delle vittime di quella stagione stragista, che più volte il loro leader ha rievocato il capomafia Mangano come un “eroe”, essendone evidentemente convinto o più probabilmente trovandovi una cinica opportunità di consenso elettorale in vasti territori del Meridione?
Solo le risposte ad almeno alcune di queste domande potrebbero rompere la solitudine e l’ostracismo da cui è ancora circondato il concreto impegno dei giudici assassinati, ma non certo la corona di fiori deposta da rappresentanti del governo e dello Stato che, facendo subito ritorno a Roma, continueranno ad accettare passivamente, o in alcuni casi a incoraggiare segretamente, il muro di rimozione e indifferenza che protegge l’espandersi degli interessi criminali. Lo stesso muro, oggi qua e là solo leggermente incrinato, contro il quale si batterono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Il Caimano furioso



















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Il presidente Napolitano, per il 2 giugno, fa la sua inevitabile predica agli italiani, con la solita moderatezza di toni, dietro la quale si percepisce tuttavia un qualche fastidio per gli sforzi di qualcuno (!?) volti a polverizzare la credibilità delle istituzioni: di tutte le istituzioni.
Questo qualcuno, l’altro presidente – quello del Consiglio –, sostenuto da un’accolita di cortigiani, ora in vesti di ministri e sottosegretari, ora come “autorevoli” commentatori “indipendenti”, ora infine come imprenditori e banchieri, con un sottobosco che congiunge finanza e malaffare, giunge all’appuntamento con il 63° della nascita della Repubblica palesando tutto il fastidio per non essere ancora riuscito a manomettere la sua Costituzione; per non aver potuto ancora passare alla Seconda o forse alla Terza rappresentazione di una Repubblica piduisticamente fondata; per dovere, insomma, ancora rendere conto, sia pure minimamente, di quel che dice e quel che fa. E quel che dice e quel che fa – ambiti di regola contradditori reciprocamente – egli ritiene siano cosa assolutamente sua, e dunque fa davvero fatica anche soltanto a pensare di doverne fornire giustificazione alle altre autorità dello Stato, ma anche all’opinione pubblica.
Una opinione non ancora del tutto ottusa, benché opportunamente, quotidianamente cloroformizzata da organi di “informazione”, in cui giornalisti direttamente o indirettamente assoldati dal Capo, a furia di mentire non hanno più neppure la cognizione della menzogna. Il loro mestiere è proteggerlo, despistando, deviando, sollevando cortine fumogene, creando confusione: “facimmo ammuina”, insomma, è il loro motto, speculare alla pratica del silenzio quando non si riesce a fare rumore a sufficienza per coprire le malefatte del datore di lavoro.
Sicché arriviamo alla sessantatreesima luna repubblicana in una condizione penosa: i commenti della stampa estera sono una spia tanto utile quanto deprimente per noi, oggi più che mai. L’arzillo e infoiato vecchietto che ci guida verso le (proprie) immancabili sorti e progressive, passa gran parte della sua operosa giornata lavorativa, al di là delle partite di football, e della selezione candidate alle cariche più “onorevoli”, in virtù di doti forse soltanto a lui note, in acquisti di ville padronali, in pranzi e feste, in viaggi, opportunamente e piacevolmente accompagnato, su aerei di Stato, mentre studia le più efficaci strategie per ammazzare quel poco che rimane di libera stampa, per bloccare ogni indagine giudiziaria che concerna lui, i suoi familiari (non la moglie, però, ora), gli amici e gli amici degli amici. E dire che uno dei grandi vecchi del costituzionalismo e del liberalismo, Montesquieu, oltre due secoli e mezzo fa, sosteneva che il principio della Repubblica è la frugalità…!
Ma poiché a dispetto dei suoi sforzi, v’è chi pretende che nello Stato le pubbliche autorità siano le prime a dare l’esempio di correttezza, trasparenza, rigore, egli, che ha in tutta evidenza una concezione proprietaria dello Stato stesso, si adopera per assestare il colpo finale all’indipendenza della magistratura, covo di quei cattivi soggetti che vorrebbero ridurre anche il Potere sotto l’imperio della Legge. La magistratura, vero assillo della estrema fase dell’esistenza del signor B. Quella in cui, finalmente, si voleva godere i frutti di una vita di onesto e indefesso lavoro, messa brutalmente a repentaglio da una categoria di cittadini, di professionisti della legge, che pretenderebbero che lui – lui! – la rispettasse, e ne subisse i rigori quando gli fosse occorso di violarla. E poiché malgrado prescrizioni e proscrizioni, cavilli e azzeccagarbugli di cui a dozzine egli si circonda, inviandoli pure in Parlamento o direttamente assumendoli come ministri ad personam, malgrado un sistema mediatico diciamo “benevolo”, per non dire completamente prono ai voleri di Sua Emittenza, qualche processo gli capita direttamente o indirettamente fra capo e collo, ecco allora che la Repubblica, la sua stessa dignità, viene offesa con il “lodo Alfano”. Con una norma di cui non si ha l’eguale nel mondo civile e neppure in quello incivile, ma forse soltanto in qualche testo della letteratura distopica, e sul quale aspettiamo fiduciosi la pronuncia della Suprema Corte, chiamata a discuterne la dubbia costituzionalità.
Avevo già segnalato su questo blog come la voluta commistione dei due piani, il pubblico e il privato, fosse uno dei segni che contraddistinguono la “postdemocrazia”, citando il nostro Berluskaz e il transalpino Sarkoz. Ora, la celebrazione della Repubblica cade in un momento in cui il privato ostentato diviene, di colpo, il privato da difendere, in quanto eticamente e politicamente indifendibile (tralascio il piano giuridico, su cui non mi pronuncio). E la Noemigate, si rivela, forse, l’ultima vasca in cui il Caimano si dibatte, mostrando non più la calma serena dei forti, ma l’agitata ansia dei deboli, dimenando la coda, spalancando le fauci, digrignando, minacciando, cercando di azzanare. Il clown ha gettato la maschera, ha scritto il londinese “Times”, e mostra la faccia feroce. Il suo disprezzo per l’opinione pubblica – sottolineato con preoccupazione dalla principale stampa libera europea – quando essa gli appaia non del tutto allineata, pronta a sorridere delle sue patetiche battute di spirito da Bar Sport anni Sessanta, e a perdonargli qualsiasi “sciocchezzuola” o “leggerezza”, è una spia del suo profondo disprezzo per la democrazia. E dunque della sua estraneità sostanziale, e sovente anche formale, allo spirito e all’identità della Repubblica nata dalla lotta di Liberazione nazionale. E poi, diciamolo, come potrebbe essere un autentico repubblicano chi pretende di farsi re?

Angelo d'Orsi

(2 giugno 2009)

* foto della ricevuta rilasciata alla tessera P2 n° 1816 .

Il Duca di Casoria e l’opposizione silente














Qualcuno, come Sylos Labini, come Indro Montanelli, se fosse ancora in vita potrebbe vantarsi di averlo detto in tempo: Silvio Berlusconi è un pericolo per la democrazia, la Costituzione, le libertà fondamentali della Repubblica Italiana.
Qualcuno, come chi ha lavorato all’”Unità” rifondata e libera, potrebbe ricordare che, negli anni 2001-2007 ha accanitamente e appassionatamente indicato Berlusconi come il grande corruttore illegale del Paese fuori legge che stava, che sta (si fa per dire), governando.
Qualcuno, come chi scrive, potrebbe riportare alla luce un vecchio evento: nel maggio del 1994, non appena Berlusconi ha portato al giuramento il suo primo governo (Previti ministro della Difesa e dunque comandante in capo del carabinieri che avrebbero dovuto arrestarlo) si è immediatamente dimesso dall’incarico di direttore dell’Istituto di Cultura di New York (con sei anni di anticipo sulla scadenza dell’incarico) per non sottomettersi all’umiliazione di rappresentare all’estero l’Italia di Berlusconi.
Ma allora è necessario anche ricordare che fin dal primo momento chi ha opposto resistenza a Berlusconi è stato subito trattato con sufficienza e sarcasmo dalla “parte avversa”. Tutta la sinistra, dalla più moderata alla più radicale, da Morando a Bertinotti, ci ha spiegato, ammonito, ingiunto, gridato che il problema era sempre un altro: Non dire tutti NO, non inseguire i magistrati, non occuparsi della vita privata, non rifiutarsi alle giuste e necessarie riforme “insieme”, per il bene dell’Italia.
Ancora oggi, dopo Casoria, dopo la vergogna di tutto ciò che è emerso e che sta emergendo sul traffico di minorenni tra terra ferma e Sardegna, Ritanna Armeni, dall’aldilà del marxismo, ammonisce: “La sinistra esca dai salotti e frequenti di più i compleanni delle ragazze del popolo”. Non spiega che cosa succede se ti presenti senza scorta, senza fotografo e senza pendaglio di oreficeria internazionale da euro 6,000.00
Intanto monta la rivolta dei terremotati, lo scisma della giunta siciliana e l’immondizia che sta soffocando Palermo.
Se il crollo accadrà - e i segni sono clamorosi - sarà come all’Aquila; disastro per cause naturali.
Mentre il Premier fa bloccare dal garante della Privacy (di solito distratto e apatico), da giudici e poliziotti, le foto che mostrano i suoi balletti rosa e i suoi trasporti di amici e amichette su aerei militari a spese dello Stato, a gran voce a sinistra si chiede di stare fuori degli affari privati e di famiglia di Berlusconi Silvio, cittadino disturbato nella sua legittima intimità. E invece di rispondere alla normale domanda: “Fareste educare i vostri figli da Berlusconi ?” la si deplora e condanna al punto di indurre Franceschini, che aveva osato chiedere, alla ritrattazione.
Anche le dieci domande di “Repubblica” sono ignorate e derise nel garbato silenzio dell'opposizione che invece ripete (sull’orlo del disastro): “Siamo disposti alle riforme insieme.”
Il disastro verrà e il rischio è questo:
L’ILLEGALE MAGGIORANZA DI BERLUSCONI PRECIPITERA’ ABBRACCIATA ALLA SUA OPPOSIZIONE GARBATA E SILENTE. ALLA FINE BASTERA’ UNA SOLA LAPIDE.
MA A CURA DI CHI?

Furio Colombo

(1 giugno 2009)

Grillo168 - Il nuovo Savonarola