martedì 9 giugno 2009

Grillo168 - Virus inoculato

Gigante americano rivoluziona produzione suina nel mondo



















di Elisabeth Zoja

Smithfield Foods, il più grande allevatore americano di maiali, si è servito dei sussidi europei per diventare il maggior produttore del mondo. Rivoluzionando l’allevamento, Smithfield ha cancellato tradizioni secolari e posti di lavoro. Ne soffrono anche gli animali e l’ambiente circostante.

Milioni di maiali passano la vita al chiuso, sotto luci accese che ne stimolano la crescita. A 300 giorni dalla nascita pesano 120 chili, e sono pronti per la macellazione. Ogni pezzettino di carne e grasso viene poi prelevato per riempire salsicce. Carne a prezzi ridicoli, con i quali neanche gli allevatori africani riescono a competere.

Sono i maiali di Smithfield Foods, il più grande produttore suino del mondo. Un gigante americano che ha iniziato ad espandersi nel ‘98 e ora possiede fabbriche in Messico, Cina, Gran Bretagna, Francia, Spagna, ed Europa dell’est, soprattutto in Polonia e in Romania.

Dove ha trovato il finanziamento necessario? Si è servito di milioni di euro di sussidi dell’Unione Europea. Il pretesto era quello di investire nell’innovazione agricola dei paesi dell’est.

Anche la Romania paga dei sussidi: ogni maiale vale 30 euro. Qui ogni anni Smithfield produce 600,000 suini (dall’allevamento alla macellazione per finire con l’esportazione) e riceve quindi 18 milioni di euro di sussidi nazionali all’anno.

In meno di cinque anni Smithfield si è aggiudicata non solo i sussidi europei, ma anche una certa influenza politica. In Polonia e Romania è riuscita a far eleggere politici ‘amici’ allontanando così l’opposizione. Grazie a questi aiuti in qualche anno è riuscita a creare una rete di granai, mattatoi e baracche contenenti ciascuna migliaia di maiali.

A questo ritmo di crescita però, Smithfield non sempre è riuscita ad ottenere i permessi ambientali necessari, e spesso non ha informato le autorità sulle morti dei maiali. Nel 2007 la febbre suina ha colpito tre dei loro allevamenti in Romania, due dei quali operavano senza permessi.

“È impossibile sapere perché i maiali si siano ammalati” afferma Smithfield, facendo però notare come il governo abbia ridotto la distribuzione dei vaccini. Anche i difensori di Smithfield ammettono come il business fosse sopraffatto dalla propria crescita e dai ritmi di riproduzione dei maiali. “Sono nati migliaia di maialini, ma non c’era posto per loro: le nuove baracche non erano pronte” spiega Seculici, l’ingegnere di Smithfield. “Nessuno lo ammette, ma è stata questa la causa dell’influenza suina.”

Per evitare l’espansione dell’influenza che ha colpito Cenei, a ovest della Romania, sono stati uccisi e bruciati 67.000 maiali, sia infetti che sani.

Quel tipo di influenza colpisce solo i maiali, ma alcuni scienziati dell’ONU di stanza in Messico hanno trovato elementi del virus suino nel codice genetico che sta alla base dell’influenza A (H1N1), che ha allarmato il mondo nell’ultimo mese.

I danni ambientali causati da Smithfield però, non si limitano all’influenza suina. Nell’ovest della Romania il business possiede quasi 40 allevamenti; si libera del letame iniettandolo nel terreno. “Stiamo impazzendo per gli odori”, afferma la direttrice di una scuola a Masloc, nel distretto di Timis.

Le fabbriche di Smithfield a Timis sono tra le principali fonti di inquinamento di terra e aria, afferma un rapporto del governo locale. Il metano presente nell’atmosfera sarebbe cresciuto del 65% dal 2002 al 2007.

La compagnia è inoltre stata multata per aver rovesciato letame su un’autostrada (9.000 euro), per aver avviato senza permessi quattro allevamenti nel distretto di Arad (35.000 euro) e per la mancata prevenzione dell’inquinamento dell’acqua (18.500 euro). Ma sono cifre che non dovrebbero causare grandi problemi ad un’impresa che nel 2008 ha fatturato più di 11 miliardi di dollari.

Sorgono invece problemi per gli allevatori di suini locali, che non riuscendo a competere, cercano lavoro nell’edilizia oppure emigrano. In Romania sono diminuiti del 90%: da 477,030 nel 2003 a 52,100 nel 2007 (statistica dell’UE).

Simile è il destino di molti allevatori suini di Costa d’Avorio, Liberia e Guinea Equatoriale: i sussidi hanno aiutato Smithfield ad esportare gli scarti di maiale surgelato in Africa. Anche lì le salsicce vengono vendute a prezzi ridicoli, impedendo la concorrenza.

Perfino negli Stati Uniti Smithfield è riuscita a tagliare di un quinto i prezzi del maiale, permettendo ai consumatori di risparmiare in media 29 dollari all’anno.

Resta il dubbio se questi risparmi giustifichino i costi per ambiente e popolazioni locali.

SOS per l'acqua italiana












di Miriam Giudici

Mentre Federutility presenta il Blue Book che fotografa la caotica situazione del nostro Paese, tanti movimenti denunciano il pericolo della privatizzazione di un bene vitale. In Italia e nel resto del mondo l’acqua sta diventando un bene sempre più conteso, ma anche sprecato e rubato. Dove arriveremo?

Un'Italia dove l'acqua troppo spesso scarseggia e mancano depuratori e fogne. Un'Italia dove l'acqua si spreca, a causa di una rete di distribuzione vecchia e inefficiente. Un'Italia dove però l'acqua costa poco, e rappresenta una voce poco rilevante fra le spese domestiche. E ancora, un'Italia dove un servizio idrico a corto di fondi fa sempre più spazio al capitale privato, suscitando l'allarme di tanti movimenti e associazioni.

È questo il quadro preoccupante che è emerso dopo la conferenza europea H2Obiettivo 2000, dove Federutility – che riunisce le imprese energetiche e idriche del nostro Paese – ha presentato il Blue Book 2009, radiografia dei servizi idrici italiani, e in più ha avanzato diverse proposte in direzione di una crescente privatizzazione del settore.

Vediamo nel dettaglio alcuni dati a cui abbiamo accennato.

Acqua scarsa e contaminata: ancora il 4% degli italiani non dispone di acqua corrente in casa; il 15% non è collegato a una fogna e il 30% non beneficia di un servizio di depurazione. Il nostro Paese vede contestati dall'Unione Europea circa 300 casi di irregolarità. Disservizi e ritardi che sono un macigno sulla via per raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla UE, che impongono il disinquinamento totale del ciclo dell'acqua entro il 2020.

Acqua sprecata e rubata: gli acquedotti italiani perdono “per strada” 2,61 miliardi di metri cubi d'acqua all'anno. Vale a dire il 30% del totale: acqua che sparisce sia per colpa di chi si collega alla rete abusivamente, sia per le falle di un sistema di distribuzione troppo spesso antiquato. Acqua e soldi buttati.

Acqua che però in Italia è low cost: per la quota standard di 200mila litri d'acqua all'anno, una famiglia media spende cifre che vanno dai 103 euro a Milano, ai 440 euro ad Agrigento, la città più cara. Cifre che comunque non si avvicinano nemmeno, per esempio, ai 968 euro l'anno che spende un berlinese.

Quale la terapia per un sistema così sofferente? Dove recuperare i miliardi di euro necessari per costruire fogne, depuratori e una rete efficiente?

Anche se gli italiani pagano poco per la loro acqua, in molti si chiedono se, soprattutto in questo periodo di crisi, aumentare le tariffe sia un'ipotesi realistica. Federutility, da parte sua, ha lanciato la proposta degli “hydro bond”, obbligazioni con tempi lunghi di ritorno del capitale, affiancati da programmi d'investimento sia pubblici che privati.

Ed è proprio quest'ultimo punto che suscita le preoccupazioni di diverse associazioni, prima fra tutte il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, che denuncia come logiche di profitto orientino sempre più le strategie di chi gestisce quello che dovrebbe essere un bene comune e un diritto inalienabile di tutti i cittadini.

In Italia (ma sempre più anche nel resto del mondo) l'acqua è dunque un bene conteso, al centro di tante e diverse mire, ma anche un bene sprecato e rubato, di cui spesso il cittadino (che lo dà per scontato) non riesce a percepire l'importanza vitale.

Fino a quando i rubinetti non smetteranno di erogare gocce preziose.

Democrazia alimentare e nuovi colonialismi


















di Valerio Pignatta

Un paio di mesi fa fece notizia sui vari media la dichiarazione del presidente della Coldiretti Sergio Marini che chiedeva ai G8 di prendere provvedimenti di fronte a un nuovo tipo di espansione coloniale di alcuni stati in Africa e in Asia. Vennero infatti forniti alcuni dati di questo fenomeno: stati asiatici in forte crescita demografica e industriale come Cina, Giappone e Corea del Sud ma anche paesi arabi con sistemi economici sempre più “sviluppati” come Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait vanno acquistando ampie superfici di terreni coltivabili in paesi poveri sia africani (i primi) che asiatici (i secondi) mettendo in condizione di dipendenza alimentare e squilibrando la bilancia del commercio estero di interi paesi che a causa dell'estrema povertà si svendono in cambio di presunti aiuti tecnologici di tipo agricolo.

Questi, però, poi si condensano in esportazione delle derrate alimentari prodotte nei paesi che possiedono le aziende agricole stesse. E le cifre di questo affare non sono piccole. Secondo alcuni calcoli gli agricoltori cinesi stabilmente insediati in Africa potrebbero arrivare a un milione entro il 2010. 14 le aziende agricole africane della Repubblica Popolare Cinese ripartite in vari paesi come Uganda, Zambia, Zimbabwe, Tanzania.

7,6 i milioni di ettari acquistati dai paesi “colonizzatori” all'estero nel 2008, pari a circa la metà della superficie coltivabile italiana.

La motivazione più evidente di questa moderna politica coloniale è quella di far fronte alla crisi mondiale con adeguate riserve alimentari, dato che molti di questi paesi dipendono in proporzioni diverse, ma comunque elevate, dall'importazione di generi alimentari (la Corea del Sud ad esempio vi dipende per più del 60%). Ovviamente la forte crescita demografica di alcuni di essi è un fattore altrettanto valido di spinta in questo senso.

Fin qui le informazioni dovute e il quadro delineato dai media.

Poi possiamo provare a fare delle riflessioni aggiungendo qualche altro dato.

La prima annotazione dolente che va fatta è che non ci sono citazioni da parte di Coldiretti del problema del consumo alimentare di carne nel mondo. Come dimostrano molti studi, un pianeta con miliardi di persone in costante aumento non può più permettersi di cibarsi in maniera sconsiderata di carne da allevamento. L'impatto sulle superfici coltivabili (e non) che hanno gli allevamenti è davvero enorme. La stessa quantità di superficie coltivata ad uso cerealicolo per umani consente rese in termini di sostentamento maggiori e produce meno danni ambientali. Testi ormai divenuti classici come Ecocidio di Jeremy Rifkin o The Food Revolution di John Robbins (solo per citarne due) hanno ampiamente supportato questa visione con una mole di dati scientifici considerevole.

Il World Watch Institute segnalava già nel 2001 che “Nell'America centrale e meridionale, l'allevamento è responsabile di quasi la metà della perdita di superficie della foresta pluviale”. (1)

Senza contare quando i terreni vengono usati per colture che producono biocarburanti. Anche in questo ambito ormai si sta sempre più facendo chiarezza. I dati sul risparmio effettivo di CO2 e sulla resa energetica con i biocarburanti non sono così entusiasmanti. L'inquinamento chimico del terreno dovuto alla coltivazione di queste piante e il consumo enorme di acqua necessaria depauperano il territorio (per produrre un litro di biodiesel servono 4000 litri di acqua tra irrigazione e processo chimico di trasformazione). Alcuni esperti delle Nazioni Unite hanno recentemente affermato che la coltivazione di colture per i biocarburanti rappresenta un crimine contro l'umanità.

Va ripensato dunque il nostro rapporto col cibo. E su più fronti. I dati sullo spreco di alimenti nelle cucine delle famiglie occidentali (o con stile di vita simile) sono raccapriccianti. I nordamericani lasciano nei rifiuti ogni anno circa il 40% del cibo prodotto (ma anche qui i dati sono difformi e vanno secondo le fonti da un 25 a un 45%). In Italia secondo i dati della Onlus Last Minute Market finiscono nell'immondizia 4 mila tonnellate di cibo al giorno tra cui il 15% del pane e della pasta, il 18% della carne e il 12% di frutta e verdura. La media italiana di rifiuti di cibo ancora perfettamente consumabile è dell'11% (dati ADOC – Associazione per la difesa e l'orientamento dei consumatori). In Gran Bretagna la quantità di cibo che finisce nella spazzatura potrebbe sfamare circa 150 milioni di persone l'anno. La cifra di questo spreco è pari a cinque volte quello che la stessa Gran Bretagna spende in aiuti internazionali...

Quanti terreni in meno servirebbero se si avesse una maggiore coscienza del cibo e del proprio stile di vita?

Cosa stiamo aspettando? Che le multinazionali degli Ogm colgano l'occasione al volo implementando le loro “ragioni” e ci prendano per l'orecchio costringendoci a mangiare la nauseante pozione “magica” che ci hanno preparato?

Oppure ci aspettiamo che i potenti dei G8, o chi per loro, di punto in bianco superino il concetto di economia di mercato e di lauti profitti ai vincenti e condividano ciò che rimane del pianeta ex-azzurro con i fratelli africani e asiatici? Ci crediamo davvero nel fondo dell'animo?

Non è “per caso” solo una contagiosa rivoluzione del quotidiano quella che può sollevare in noi stessi la coscienza e nel mondo la sofferenza agli altri? I grandi “verbi” innovatori del passato che hanno portato un vento nuovo nell'umanità come si sono diffusi? Con i G8 d'altri tempi? Non mi pare proprio. Anzi. Sempre dal basso, checché se ne dica.

Zappiamo e seminiamo nel nostro pezzetto di terra, mangiamo vegetali, non sprechiamo e non ingrassiamo. Il resto si metterà in moto. Meglio lentamente ma durevolmente. In maniera orizzontale e non verticale. Perché la terra è di tutti.

(1) Halweil, Brian, “L'incremento numerico degli animali da allevamento”, in World Watch Institute, I trend globali 2001. Futuro, società e ambiente, Edizioni Ambiente, Milano, 2001, p. 45.

La Shell costretta a risarcire le famiglie nigeriane per la violazione dei diritti umani














LIVORNO. La Royal Dutch Shell ha finalmente accettato di risarcire con 15,5 milioni di dollari il popolo Ogoni come risarcimento delle cause intentate per le vittime e le esecuzioni sommarie nelle proteste degli anni ’90. Dopo 14 anni di vergognoso tira e molla il colosso petrolifero si è “arreso” alla District Court Usa di Manhattan, e Paul Hoffman, uno degli avvocati degli Ogoni spiega che tutto nasce dal fatto che «le famiglie delle vittime avevano portato i loro casi al Center for Constitutional Rights che ha sede a New York».

La Shell è stata condannata al risarcimento per le violazioni dei diritti umani nella regione del delta del Niger, comprese le violenze contro gli autonomisti Ogoni e l’impiccagione nel 1995 dello scrittore ed ambientalista Ken Saro-Wiwa (nella foto) e di altri 8 manifestanti contro la dittatura militare che all’epoca governava la Nigeria con il beneplacito e il sostegno delle multinazionali petrolifere.

«Siamo stati in lite giudiziaria con la Shell per 13 anni ed oggi alla fine, i nostri assistiti sono stati ricompensati per Ie violazioni dei diritti umani che hanno subito. Se avessimo tentato di vincere la causa penale, i ricorsi sarebbero andati avanti ancora per anni».

I casi erano: Wiwa ed altri contro Royal Dutch Shell; Wiwa ed altri contro Anderson e Wiwa contro Shell Petroleum Development Company of Nigeria Limited press l’U.S. District Court for the Southern District of New York (Manhattan).

5 milioni di dollari dei risarcimenti della Shell andranno ad un fondo di cui beneficerà il popolo Ogoni, il resto sarà diviso tra i risarcimenti alle famiglie delle vittime, le parcelle degli avvocati e le tasse.

Il direttore esecutivo della Shell per le prospezioni e la produzione, Malcolm Brinded, non rinuncia a difendere la multinazionale di fronte a questa ammissione monetaria di colpa: «La Shell continua a dire che le accuse erano false. Mentre eravamo pronti ad andare in tribunale per difendere il nostro buon nome, riteniamo che il modo giusto di procedere sia quello di concentrarsi sul futuro del popolo Ogoni, che è importante per la pace e la stabilità della regione. Questo atto riconosce inoltre che, anche la Shell non ha partecipato alla violenza che ha avuto luogo e che i ricorrenti ed altri hanno subito».

Le cause intentate contro la Shell sono state avviate in base al 1789 U.S. statute e all’Alien Tort Claims Act, che consentono a persone che non sono cittadini Usa di fare cause presso i tribunali statunitensi per violazioni dei diritti umani che avvengono all’estero.

Al di là delle ingarbugliate scuse della Shell, i risarcimenti sono stati dati espressamente per il sostegno dato dalla multinazionale alla cattura, turtura e uccisione di chi protestava per l’inquinamento del delta del Niger e delle acque causato dai suoi impianti petroliferio.

Gli Ogoni, capeggiati da Ken Saro-Wiwa che con i suoi scritti aveva portato le loro sofferenze all’attenzione internazionale, lottavano in maniera non violenta per una più equa redistribuzione delle ricchezze petrolifere nigeriane e contro i danni ambientali prodotti dalle multinazionali, per questo, con un processo considerato da tutti un’ignobile farsa, gli attivisti impiccati erano stati condannati dalla dittatura militare per omicidio.

La realtà è che le proteste guidate da Saro-Wiwa Shell nel 1993 avevano costretto la Shell ad abbandonare i suoi giacimenti petroliferi nell’Ogoniland, e militari e petrolieri non potevano permettere che l’esempio di questa piccola area si estendesse all’intero delta del Niger.

Il figlio di Wiwa, Ken Saro-Wiwa Jr., raggiunto a Londra dove vive da Reuters Africa, ha detto che la sentenza rappresenta una vendetta per la sua famiglia: «Abbiamo l’impressione di aver ottenuto già una vittoria. E’ un buon precedente che una corporation possa essere accusata per violazione dei diritti umani in una corte Usa».

La sentenza può davvero essere uno spartiacque giudiziario: fino ad oggi nessuna multinazionale era stata ritenuta responsabile di violazioni dei diritti umani da una giuria statunitense, ma pochi fino ad ora si sono rivolti per questo alla giustizia americana. La Shell è solo la seconda grande impresa petrolifera ad essere trascinata in tribunale a rispondere dei suoi maneggi con dittatori e regimi autoritari.

Nel dicembre 2008 la Shell èra stata assolta a San Francisco da una giuria federale da ogni accusa per un violento scontro di 10 anni fa accaduto su una piattaforma petrolifera off shore in Nigeria.

I calcoli della Shell nel delta del Niger si sono rivelati completamente sbagliati: credeva di soffocare la rivolta appoggiando i rapimenti, le torture e le esecuzioni dei pacifici ed ambientali ogoni e oggi si trova a fare i conti con la violenta lotta armata dei ribelli del Movement for the Emancipation of the Niger Delta (Mend), in piena guerra con l’esercito nigeriano, i cui attacchi costano alla Royal Dutch Shell 40.000 barili di petrolio nigeriano al giorno e che questa settimana hanno distrutto il gasdotto Nembe creek trunkline, come ha ammesso lo stesso amministratore delegato della multinazionale, Jeroen van der Veer, che ieri ha festeggiato utili per 7,9 miliardi di dollari nel secondo trimestre.

La guerra nel Delta impedisce di riparare i sabotaggi e della situazione si sta avvantaggiando l’Angola, diventato il primo esportatore africano di petrolio.

La Shell è costretta anche a rafforzare le misure di sicurezza nelle sue piattaforme offshore dopo l’assalto armato ad un impianto a 75 miglia al largo della costa nigeriana nel suo campo petrolifero offshore di Bonga che ha costretto la multinazionale ad un ulteriore taglio di 200.000 barili al giorno.

«Abbiamo sempre pensato, a torto o a ragione, che così lontano un attacco fosse relativamente improbabile. Dopo quello che è successo, stiamo pensando a come possiamo proteggere meglio le nostre facilities con il governo e gli specialisti» ha detto ha detto van der Veer.

La guerra nigeriana sta costando cara alla Shell che nonostante sia ancora in più che ottima salute ha visto calare la sua produzione di 3.126 milioni di barili al giorno e di 3.178 milioni di dollari, compensati bene dal recente aumento del costo del petrolio e dalla precedente speculazione che ha gonfiato i suoi forzieri all’inverosimile con il petrolio a 147 al barile.

Attualmente però i guadagni della multinazionale vengono soprattutto dalla sua exploration and production division, con più 5,9 miliardi di dollari e 3,1 miliardi l´anno scorso, mentre il gruppo avrebbe visto calare i profitti per quanto riguarda i prodotti chimici e raffinati. Problemi anche con il crescente prezzo del gas.

Scampato pericolo


















Il punto, 08 giugno 2009

Sergio Ferrari Si tratta di capire se con il PdL siamo di fronte all'inizio della fine o se si apre uno scontro ancora più pesante di quelli precedenti dettato da un sentimento di sopravvivenza. Il tempo non gioca, comunque, a favore di Berlusconi. Un ulteriore ottimo motivo perché la sinistra si dia una regolata



E' evidente che l'Europa non godeva e non gode di buona salute. Il successo degli euroscettici di destra dice anche che di fronte alla globalizzazione vissuta con una crisi economica intensa, il rifugio che avrebbe dovuto essere rappresentare dall'Europa non solo non funziona ma induce una reazione di paura e di chiusura se non di rigetto. La parallela crisi del socialismo europeo, pur con qualche modesta eccezione, conferma una insufficienza progettuale che lascia aperta la porta a questi ripiegamenti reazionari, visto che nessuno offre alternative.
Quanto le crisi nazionali dei vari partiti di sinistra e centrosinistra - anche qui con qualche modesta eccezione sulle quali sarà bene tornare - rappresentino specificità o piuttosto sintomatologie analoghe che si traducono anche a livello di Parlamento europeo, andrà verificato ma certamente come momento di una necessaria riflessione critica molto ampia.

La concomitante crisi verticale del liberismo sembrava aprire finalmente processi e prospettive nuove e funzionali per superare a sinistra una condizione di mediocre esistenza, inadatta a reggere l'evoluzione del mondo, ma, come si è visto, anche solo per giustificare quella esistenza. Una crisi forse ancora troppo recente per poterne già trarre delle logiche elettorali, ma che anche in funzione di questi sbocchi, deve essere posta alla base di una urgente costruzione di un Progetto alternativo. Un'Europa abbandonata alla destra, lasciando il testimone in mano al solo Obama, sarebbe non solo una sconfitta della sinistra ma un pericolo per tutti. Certamente o il nuovo Parlamento europeo spostato a destra trova un contrappeso in una rinascita politica e culturale socialista o le prospettive diventano pesanti.

Sul piano nazionale c'erano previsioni sconfortanti centrate sulle ipotesi sbandierate di uno sfondamento del PdL oltre il 40% e sulle conseguenze di un tale risultato che mettevano in un angolo tutto il resto, dalla tenuta del PD, al successo della Lega, dell'IdV, sino alle soglie del 4 % per i partiti della sinistra, alla conservazione di Casini. Lo sfondamento c'è stato ma in tutt'altra direzione. Per ora, quindi, accontentiamoci dello scampato pericolo.

Si tratta in effetti di capire se con il PdL siamo di fronte all'inizio della fine o se si apre uno scontro ancora più pesante di quelli precedenti dettato da un sentimento di sopravvivenza. Il tempo non gioca, comunque, a favore di Berlusconi. Un ulteriore ottimo motivo perché la sinistra si dia una regolata. Per il resto ci sarà modo di ritornare anche disponendo dei dati relativi alle elezioni amministrative.

Sicilia, dove la matematica è un'opinione














Agostino Spataro*, 09 giugno 2009

Elezioni I colonelli del PdL non hanno dubbi: la flessione del partito è colpa, in primo luogo, degli elettori che invece di correre nei seggi a ri-votare Berlusconi, hanno preferito il mare. Senza chiedersi le ragioni di questa improvvisa disaffezione, i tre coordinatori nazionali, arrabbiatissimi, sostengono che in Italia il PdL va bene, tranne in Sicilia dove quel 10% di voti venuti meno, a causa dell'astensionismo, ha prodotto l'arretramento del 2% sul piano nazionale



Come il solito, in Sicilia, tutti vincitori e nessun vinto. Al massimo, se va proprio male, si parla di tenuta. Mai di sconfitta. Anche in questa consultazione per le europee si è ripetuta la stessa solfa. A me pare esattamente il contrario: tutti hanno perso, tranne l'Idv di Di Pietro ed Orlando. A ben guardare i risultati, nel confronto con le politiche e le regionali del 2008, siamo in presenza di un esito generalmente negativo per tutte le altre liste concorrenti.
Insomma, si conferma una bizzarra concezione della politica che, per darsi ragione, giunge a mettere in discussione la matematica come scienza pura.
Ma, prima d'entrare nel merito specifico, è necessario stigmatizzare l'uso di questo ricorrente vezzo propagandistico da parte di un ceto politico che, furbescamente, falsa i risultati per evitare di spiegarli. Forse perché teme di dover soccombere alla logica secondo cui squadra che perde si cambia.
I numeri son numeri, eppure si continua con questa cattiva abitudine "trasversale" che è un espediente un po' risibile per nascondere la realtà senza pagare dazio.
In altri Paesi tale comportamento è semplicemente inammissibile. Persino, in Libano, Hezhabollah, che si proclama il "partito di Dio", ha ammesso la sua sconfitta.

In Sicilia, invece, tutti hanno vinto, anche se i numeri dicono il contrario. Ma andiamoli a vedere. Ha "vinto" il Pdl che- come rivendica Castiglione- "resta il primo partito" anche se, rispetto alle politiche del 2008, ha perduto circa il 10% e resta lontano di circa 15% dal traguardo ritenuto possibile dallo stesso coordinatore. "Vince" anche il Pd che dal 25% scende al 21%. "Stravince" il governatore Lombardo il quale con la sua la composita lista (MpA+ La Destra, + Pensionati,+ Indipendedisti, ecc) raccoglie il 15,6% dei suffragi contro il 22% delle tre liste del solo MpA delle regionali dello scorso anno. Se poi si scorporano gli apporti della Destra di Storace- Musumeci e delle altre formazioni associate, in realtà la consistenza specifica del MpA siciliano non dovrebbe andare oltre il 12%. Per altro, tale risultato è in gran parte concentrato in alcune province, in particolare in quella di Catania (25%).

Una bella manifestazione d'affetto per l'on. Lombardo, ma anche un serio limite politico per il suo movimento. Poiché, una così alta concentrazione in una sola provincia evidenzia una scarsa o nulla presa in altre province e regioni. Insomma, con queste consistenza e caratteristiche del voto, il "partito del Sud" diventa sempre più una chimera.
Rispetto alle regionali, perde qualcosa(- 0,69%) anche l'Udc che però recupera rispetto alle scorse politiche (+ 2,49). Un risultato significativo viste le tormentate vicende cui è andato incontro questo partito negli ultimi tempi e soprattutto l'attacco concentrico cui è stato sottoposto, in questa campagna elettorale, dai suoi principali alleati: MpA e gran parte del Pdl.
Perdono le formazioni a sinistra del Pd che, insieme, non raggiungono il 4,87% conseguito dalla lista "Sinistra arcobaleno" alle scorse regionali. Il loro 4,30% di oggi bisogna però dividerlo per due quante erano le liste presentate e pertanto escluse dalla spartizione dei seggi.

Da notare che in Sicilia, a causa dello sbarramento ( al 4%), il 22,5 % degli elettori non ha alcuna rappresentanza al parlamento europeo. Un dato a dir poco preoccupante che dovrebbe far riflettere tutti coloro che vogliono, a parole, il federalismo, l'Europa delle regioni e delle minoranze.
Insomma, l'unica lista che vince nettamente, e nel confronto con tutte le precedenti elezioni, è quella dell'Italia dei Valori che va oltre il raddoppio del dato delle politiche.

Se questo è il quadro disegnato dai numeri e pertanto difficilmente smentibile, vediamo ora alcune possibili conseguenze politiche. Soprattutto, in relazione alla crisi del governo regionale che Lombardo ha voluto imporre al centro del dibattito elettorale per le europee.
Con l'aria che tira alla regione non è facile azzardare previsioni. Tuttavia, visto che tutti i protagonisti della guerra fratricida hanno perduto, credo che tutti dovrebbero rivedere i loro ruggenti propositi e tornare a più miti consigli. A cominciare dal presidente della Regione il quale, certo, non potrà continuare ad usare la formazione della nuova giunta da un lato come una clava contro chi dissente e dall'altro come un gingillo per attirare gli alleati più remissivi.
La crisi è di una gravità eccezionale. Non si può pensare, davvero, di risolverla mediante un incontro verticistico e riservato con Berlusconi. Alla faccia dell'Autonomia! Il futuro della Regione non è un fatto personale, nemmeno del suo presidente, ma riguarda il popolo siciliano e pertanto la crisi va discussa in pubblico, in primo luogo all'Ars.
Infine, un accenno alla confusa situazione interna al PdL dove per giustificare la perdita di quasi 700 mila voti (a distanza di un anno) hanno scelto di prendersela con l'astensionismo che in Sicilia ha superato la soglia del 50% .

Da Roma a Palermo, passando per Bronte, si gioca a scaricabarile. Chiariamo che Bronte è un ameno paese alle falde dell'Etna, famoso per il pistacchio e per essere stato sede della Ducea dell'ammiraglio Nelson, il vincitore della storica battaglia navale di Trafalgar.
Oggi, quasi seguendo il suo gentilizio destino, è "ducea politica" del sen. Firrarello e del di lui genero on. Castiglione, presidente della provincia di Catania e da poche settimane anche coordinatore regionale del PdL.

Ma torniamo alla catena delle presunte responsabilità che, secondo i colonnelli PdL, sono in primo luogo degli elettori che, invece di correre nei seggi a ri-votare Berlusconi, hanno preferito il mare.
Senza chiedersi le ragioni di questa improvvisa disaffezione, i tre coordinatori nazionali, arrabbiatissimi, sostengono che in Italia il PdL va bene, tranne in Sicilia dove quel 10% di voti venuti meno, a causa dell'astensionismo, ha prodotto l'arretramento del 2% sul piano nazionale.
Se non abbiamo capito male l'antifona, la colpa sarebbe del rissoso gruppo dirigente siciliano e in particolare di Castiglione dai più ritenuto cattivo consigliere del Cavaliere.
E', forse, questo "il problema" del Pdl siciliano? Quel "problema di uomini", che evidentemente non vanno, di cui ha parlato Berlusconi per giustificare la gravissima crisi politica alla regione?
Ne parleranno, a pranzo, Lombardo e Berlusconi.


* pubblicato, in versione ridotta, in "La Repubblica" del 9 giugno 2009

Libertà di stampa, l'Italia deve restare in Europa


















di UNCI

Con il ddl Alfano il governo intende espropriare il diritto dei cittadini a essere informati sulle inchieste

La Camera dei deputati, oggi, martedì 9 giugno avvierà l’esame finale del disegno di legge Alfano sul tema delle intercettazioni. Un provvedimento che, se approvato, allontanerebbe ancora di più l’Italia dall’Europa della libertà di stampa. Contro il quale i giornalisti italiani sono decisi a battersi anche con uno sciopero generale.

Il ddl infatti punta a impedire che i giornalisti possano informare sullo svolgimento delle indagini e delle inchieste giudiziarie durante il loro svolgimento: se ne potrà parlare solo quando, e se, inizierà il processo. In Italia questo avviene a distanza di molti mesi, in tantissimi casi addirittura anni. Per tutto questo periodo l’opinione pubblica non saprebbe nulla sui reati commessi e sulle persone indagate e arrestate.

Sarebbe una situazione che la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha ripetutamente condannato affermando che la libertà d’informazione è uno dei cardini sui quali si basa una moderna democrazia.

Martedì 9, organizzato da Unci e Associazione Stampa Romana si svolgerà un corteo di giornalisti in bicicletta nel centro di Roma e un sit- in davanti alla Camera. Mercoledì 10 si svolgerà una conferenza alla Stampa estera

Earth La Nostra Terra



Cinque miliardi di anni fa un enorme asteroide cadde su una giovane Terra. L'incidente cosmico generò il miracolo della vita, creando la spettacolare varietà dei paesaggi del nostro pianeta, il caldo, il gelo e l'alternarsi delle stagioni. Seguiremo, attraverso gli occhi di tre "amici animali", il fantastico viaggio del Sole verso sud, partendo nell'inverno artico, in direzione dell'Antartide.

Ho filmato un' UFO 2 ?



Questo filmato è stato fatto ieri sera , a differenza del primo che ho fatto con una fotocamera per questo ho usato una videocamera con zoom 700x.

Ufo a forma di diamante ripreso a Pasadena California 13 Gennaio 09 - poi identico in Russia



http://mufon.com/

Bavaglio all'Informazione - di Menphis75




La morsa della censura si fa sempre più stretta: l'8 Giugno 2009 sparisce l'ennesimo account, è quello di Menphis75, pioniere italiano della contro-informazione video sul NWO...

Il suo prezioso lavoro va conservato e diffuso. Scaricate i suoi video da DailyMotion con clipnabber.com:
http://dailymotion.alice.it/menphis75

MESSAGGIO DA MENPHIS: "Unite we stand, divided we fall" - Pink Floyd.
La peggior prigione è quella le cui sbarre risiedono nella tua mente. La dittatura più salda è quella che non sai di subire, quella che si spaccia per la libertà.

www.menphis75.com