giovedì 20 agosto 2009

SCATOLE CINESI, PARADISI ESOTICI COM'E' FACILE PAGARE POCHE TASSE















Mercoledì, 19 agosto

DI LUCA MARTINELLI
Altraeconomia

Dall'Ikea a Eni ed Enel. Dalle società di consulenza ad hoc ai siti internet low cost: trucchi per tutti

I titoli sulla lotta all'evasione fiscale e sulla stretta ai paradisi fiscali conquistano le prime pagine dei giornali agostani. L'Agenzia delle entrate promette controlli per almeno 170mila sospetti evasori, con ricerche che si concentreranno «in quattro Paesi -scrive il Corriere della Sera -: San Marino, Montecarlo, Svizzera e Liechtenstein». Per smuovere l'afa e l'apatia di Ferragosto, i principali quotidiani nazionali "puntano i riflettori" su Tiziano Ferro: il cantante, infatti, ha spostato la sua residenza a Londra, e il Fisco vuole capire se il trasferimento sia reale oppure fatto per garantirsi un carico fiscale più leggero. Ridurre il carico fiscale è un'ossessione, in particolare per le imprese multinazionali, italiane o estere. In questo caso, però, il meccanismo non si chiama né evasione né elusione, ma "ottimizzazione fiscale", e raccoglie quell'insieme di strategie che permettono di ridurre la leva fiscale senza violare la legge.

L'esempio di Ikea

La vera fortuna di Ikea e del suo fondatore Ingvar Kamprad (oggi uno dei dieci uomini più ricchi del mondo), ad esempio, non è stata l'idea di vendere i mobili smontati, obbligando i clienti a caricarseli sull'auto per portarli a casa. Ma quella di aver costruito una struttura societaria assai complicata e praticamen senza violare la legge. A febbraio 2009 Altreconomia ha provato a ricostruire la struttura del gruppo, che da tempo ha spostato le sede legale dei propri interessi dalla Svezia in Olanda, dove il regime fiscale è agevolato.
In Italia, l'azienda è arrivata vent'anni fa, nel 1989. Oggi esiste una Ikea Italia Holding, il cui socio unico è la holding olandese Ingka Holding BV, a sua volta controllata da una fondazione non profit (Stichting Ingka Foundation, la cui sede è pure in Olanda).
Vale la pena, però, di leggere con attenzione i bilanci delle società Ikea registrate nel nostro Paese, Ikea Italia Retail, Ikea Italia Distribution, Ikea Italia Property e Ikea Trading Services Italy: tra le prime tre, Retail, Distribuition e Property, ci sono fitti scambi di beni e servizi (per quasi 800 milioni di euro nel 2007), che permettono di spostare voci di bilancio positive dall'Italia all'estero, per ridurre il carico fiscale nel nostro Paese. Il 3% del fatturato invece prende direttamente la via delle Antille Olandesi, via Olanda e Lussemburgo: è il valore delle royalties che Ikea Italia Retail (i magazzini italiani), come tutti i negozi Ikea del mondo, pagano ad Inter Ikea System Bv, proprietaria del "concetto Ikea". Insomma, capire la struttura societaria di Ikea è più difficile che montare un mobile Ikea usando solo la brugola in dotazione nel kit.

La regola dell'"ottimizzazione"

Ma Ikea non è la sola. Anzi: la "pianificazione fiscale" è una scienza, che impiega fior di società. Come la Kpmg, multinazionale specializzata nella revisione di bilancio e nella consulenza alle imprese in materia fiscale, di outsourcing contabile e legale. Kpmg (kpmg.com) monitora il livello di tassazione in 106 Paesi, per "aiutare" le società clienti a ottimizzare il proprio carico fiscale. Dall'ultima edizione della ricerca, pubblicata in anteprima da Altreconomia nel marzo 2009, emerge che nel 2008 il livello di tassazione medio mondiale è stato del 25,9%, mentre solo un anno prima era del 26,8%. Il trend degli ultimi 10 anni è tutto negativo: nel 1999 la percentuale era del 31,4%. L'Europa segue e anticipa questa tendenza: nel 1999 la tassazione media era del 34,8%: oggi è precipitata al 23,2%. Nessun Paese del mondo, sottolinea Kpmg, ha aumentato il livello di tassazione rispetto al 2007; solo America Latina e l'area Asia/Pacifico sono sopra la media, con rispettivamente il 26,6% e il 28,4%. Il "transfer pricing"

Se l'"ottimizzazione" non paga a sufficienza, le imprese passono alla fase 2: aprono filiali nei paradisi fiscali o nei Paesi a fiscalità agevolata (proprio come ha fatto Ikea). Sappiamo, ad esempio, che nel 1990 le multinazionali erano 37mila, con 175mila filiali nel mondo, e oggi sono non meno di 64mila con 875mila filiali. Molte di queste (ma il dato preciso non c'è) sono registrate in un paradiso fiscale: al momento del fallimento, ad esempio, la Enron aveva 692 compagnie registrate alle isole Cayman.
La presenza di filiali diffuse crea una ragnatela che permette alle multinazionali di sfruttare il meccanismo del transfer pricing , di trasferire cioè denaro da un Paese all'altro importando ed esportando i propri prodotti a prezzi differenti. Secondo l'Ocse, questo meccanismo fa perdere ai Paesi del Sud del mondo circa 160 miliardi di dollari l'anno di entrate fiscali. È certo che il 60% del commercio mondiale avviene all'interno delle stesse imprese.

Quando il ministero chiude un occhio

Queste pratiche d'impresa non avvengono solo oltre l'arco delle Alpi. Riguardano anche le multinazionali di casa nostra.
Eni, ad esempio: «Scorrendo il bilancio 2008, troviamo società collegate o controllate in Paesi quali le Bahamas, le Bermuda, il Lussemburgo, la Svizzera, il Principato di Monaco, le Isola del Canale (Saint Helier, Jersey), le Isole Vergini Britanniche, Cipro e altri ancora», scrive Andrea Baranes nel suo Come depredare il Sud del mondo (Altreconomia, 2009). Ma nel bilancio sociale che la stessa impresa pubblica, e che riporta l'elenco dei "Paesi di attività di Eni", molti di questi Stati non compaiono. Eni - il cui azionista di riferimento è lo Stato italiano, tramite le partecipazioni del ministero dell'Economia e della Cassa depositi e prestiti - afferma da una parte di avere imprese partecipate o controllate in queste giurisdizioni, mentre dall'altra segnala di non avere nessuna attività in essere in questi stessi Paesi. «Secondo voi - ironizza Baranes - quale può essere allora l'utilità e il motivo di tali partecipazioni?».
Enel non è da meno. Solo la capofila Enel spa controlla almeno 60 società registrate in Delaware, lo Stato considerato il paradiso fiscale degli Usa. «Un esempio: la Sheldon Springs Hydro Associates LP (Delaware) è controllata al 100% dalla Sheldon Vermont Hydro Company Inc. (Delaware), che è controllata a sua volta al 100% dalla Boot Sheldon Holdings Llc (Delaware), di proprietà al 100% della Hydro Finance Holding Company Inc. (Delaware), che è controllata al 100% dalla Enel North America Inc. (Delaware), controllata a sua volta al 100% dalla Enel Green Power International Sa, (una holding di partecipazioni con sede in Lussemburgo), a sua volta controllata da Enel Produzione spa e Enel Investment Holding Bv (altra holding di partecipazioni, registrata in Olanda). Queste imprese fanno finalmente riferimento all'impresa madre, la Enel spa».

Un angolo in paradiso

Una catena made in Usa che fa impressione, ricostruita un anno fa da Pietro Raitano e Andrea Baranes sul numero 96 di Altreconomia (luglio-agosto 2008). La copertina, con due sdraio in riva ad un mare cristallino, era dedicata a "Un paradiso per tutti". Sì, perché oggi le porte delle società off shore sono aperte a tutti. Basta un giro sul sito thedelawarecompany.com, ad esempio, che propone di aprire in maniera perfettamente legale una società in un paradiso fiscale. Il tutto per 299 dollari (per i primi sei mesi c'è anche lo sconto sulla registrazione, e risparmio 75 dollari), che posso pagare comodamente con la mia postepay da impiegato (o qualsiasi altra carta di credito). Il procedimento è semplice, i campi da compilare pochi: tutto si conclude in pochi minuti e di siti che offrono questo servizio se ne trovano a decine.
Ricordiamocelo quando, passata questa bufera estiva, tutto tornerà come prima: oggi il "paradiso fiscale" non è più un'opportunità offerta solo a ricchi affaristi, scaltri manager, esperti fiscalisti. Ma a tutti.
Resta un problema, che interessa senz'altro l'azionista di riferimento di Eni ed Enel: quando si riduce l'imponibile (sfruttando transfer pricing o paradisi fiscali) o il livello di tassazione, cala la percentuale media della ricchezza prodotta da una società che finisce nelle tasche dello Stato in cui questa opera. Ma è il gettito fiscale a garantire che un Paese possa fornire servizi ai propri cittadini.

Luca Martinelli (Altreconomia)
Fonte: www.liberazione.it
19.08.2009

La furia del potere













di Paolo Cortesi 19/08/2009

La furia normativa è una grave sindrome della nevrosi del potere.
Si manifesta con la paranoica pretesa di regolare ogni espressione della vita individuale e collettiva. E' una sindrome particolarmente diffusa nei paesi che hanno un governo di destra, ma è in costante diffusione in tutto il pianeta, anche se con tempi e modalità molto diversi.
(In questa sintetica descrizione sono inclusi i paesi a regime dittatoriale o apertamente autoritario, in cui il potere dispiega la sua nevrosi senza alcun limite e quindi la furia normativa è la terribile normalità).
La furia normativa ha come sorgente e motivazione due gravissimi errori di valutazione: l'idea che tutto possa essere regolamentato e l'idea che un insieme di leggi è tanto più efficace quanto più è capillare e severo.
Questi due postulati sono palesemente falsi, per questo hanno conseguenze devastanti nella società. E' chiaro ad ognuno - purché sano di mente, e quindi libero dalla nevrosi del potere - è chiaro, dicevo, che non tutto può essere sottoposto a legiferazione.
Un esempio: oggi il governo italiano (un governo fortemente di destra) pretende di vietare l'uso di alcolici a giovani e giovanissimi. Il proposito è senz'altro giusto; l'alcol infatti è una delle droghe più pericolose. Ma le bevande alcoliche, per la loro bimillenaria storia, sono diffusissime, sono facilmente reperibili quasi ovunque, sono poco costose. Dunque, è grottesco prima ancora che inutile pretendere di regolamentare l'uso di alcolici con provvedimenti che sono solo feroci e punitivi e non possono in nessuna misura agire sulla realtà del fenomeno.
Ma per il potere, il compito più nobile dello stato è costruire una griglia di leggi e regolamenti e divieti e minacce dentro cui soffocare la vita dei cittadini.
Ad una collettività di persone consapevoli, il potere vuole sostituire una folla di pecore mute e stupide, da condurre facilmente verso l'ovile o verso il mattatoio.
Lotterie e partite di calcio, donne nude e vertiginosa ricchezza, auto di grossa cilindrata e luoghi esclusivi: ecco i valori forti che il potere vuole farci accettare come i soli autentici, come fonte del significato della nostra esistenza.
L'aspetto più odioso e insopportabile della furia normativa è che da essa sono liberi proprio coloro che la impongono a tutti gli altri. Un deputato, un senatore, un politico professionista, un militare dei tanti corpi armati italiani, insomma un uomo del potere non si preoccupa troppo delle leggi che strangolano e piegano tutti gli altri, perché -come recita l'antico proverbio- "cane non mangia cane", e dunque il potere tutela i suoi uomini. Le leggi si applicano con rigore sugli altri; si modulano e si interpretano e si addolciscono per la casta dei potenti e dei loro servitori.
Accade così che uomini del potere che fanno leggi durissime contro l'uso di stupefacenti si facciano portare la cocaina a richiesta, e il capo di un governo che bandisce una crociata contro la prostituzione sia fruitore finale di escort, cioè di prostitute d'alta classe.
La furia normativa di oggi è praticamente immutata rispetto a quella di tre secoli fa. La differenza più drammatica, però, la vivono sulla loro pelle milioni di uomini e donne, inermi contro la grandine di divieti e obblighi e punizioni e sanzioni. Perché tre secoli fa, la gente era convinta -grazie alla propaganda del prete- che, dopo una vita di rassegnata sofferenza, avrebbe goduto delle gioie del paradiso. Oggi, la ragione ci mostra tutta l'ottusa ingiustizia che ci vorrebbe essere imposta sotto nomi suadenti, come democrazia e libertà. Utilizzando le tecniche della manipolazione psicologica, il potere chiama democrazia il suo esatto contrario.

Gli “effetti” Lince in Afghanistan














di Giancarlo Chetoni 19/08/2009

Quando i pneumatici scorrono su un terreno sterrato di montagna segnato da solchi profondi, e succede con frequenza perché ad ogni primavera quando si sciolgono le nevi l’acqua da quelle parti si porta via fango e pietre, l’equipaggio “dondola”, la velocità di marcia si riduce a 3-5 km all’ora, la guida si fa particolarmente dura e l’autiere stenta a tenere il controllo del mezzo.
Il volante non risponde come dovrebbe mentre il Lince manifesta un’accentuata tendenza al ribaltamento su un fianco quando affronta anche a bassa velocità una curva in salita o in discesa.
Più volte è stato necessario far uscire l’equipaggio dai “blindati” con le ruote all’aria su “carreggiate” che a stento permettono l’avanzamento e si affacciano sul vuoto.
Il Light Multirole Vehicle – LMV (più chiaro di così!) ha un baricentro troppo spostato verso l’alto per il posizionamento della “cellula di sicurezza”. Inoltre, la luce tra il terreno ed i parafiamma anteriore-posteriore per assorbire l’effetto di cariche esplosive ne compromette la stabilità, l’assetto, in movimento anche con l’inserimento delle marce ridotte.
Un carente bilanciamento dei pesi tra parte anteriore (motore) e parte posteriore (gruppo di riduzione) fa il resto.
Anche se la FIAT lo presenta come un blindato di nuova generazione, ad alta affidabilità, sicurezza e caratteristiche “stealth” (!), la realtà è che il Lince, almeno in Afghanistan, sta dando dei grossi grattacapi a chi deve uscirci in perlustrazione o muoversi in colonna su aree accidentate.
La blindatura laterale sopporta l’impatto di proiettili in calibro 12,7 mm ma è estremamente vulnerabile al tiro di datatissimi RPG.
Un colpo in pieno penetrerebbe come un coltello nel burro nelle blindature laterali e nella cellula di sicurezza determinando la perdita immediata dell’intero equipaggio del Lince. Non è ancora successo ma è fatale che succeda.
La guerra di annientamento contro famiglie, clan e combattenti pashtun portata avanti da ISAF-NATO ed Enduring Freedom alzerà inevitabilmente il livello della “risposta”.
Osannato come “avveniristico” da giornali, tv, da esperti e riviste militari, presentato come il blindato leggero da pattugliamento tecnologicamente più avanzato prodotto nei primi sette anni del XXI° secolo per la qualità e la quantità delle piastre di acciaio, dei compositi protettivi e dei blindovetro usati nell’assemblaggio che avrebbero dovuto garantire un elevatissima capacità di sopravvivenza, il Lince in realtà è quello che è: un gippone “protetto” uscito dalla Iveco di Bolzano in fretta e furia, con un approccio progettuale e modalità costruttive che hanno tenuto in scarsa o nulla considerazione la “lezione sul campo” arrivata dall’Iraq.
Nel Paese delle Montagne il Lince si sta lasciando dietro, e siamo appena agli inizi, uno strascico di contusi, traumatizzati, feriti e morti.
E succede ogni volta che esplode anche la più modesta carica di esplosivo fatta brillare empiricamente al centro “carreggiata” od interrata ai bordi della viabilità.
Il peso del Lince – 4,6 tonnellate, due volte, scarse, quello di un SUV – avrebbe già dovuto allertare gli esperti militari ed il Settore Prove e Valutazioni del Ministero della Difesa.
Strombazzature, molto, ma molto interessate, hanno sistematicamente messo in ombra i punti deboli del Lince. La verità sta uscendo fuori un po’ alla volta, a caro prezzo.
Il mitragliere che opera con una Browning piazzata su ralla rimane esposto con parte del busto e la testa fuori dalla torretta. Un’esplosione, anche di bassa potenza, a breve distanza non lascia scampo all’armiere.
Questo è quello che è successo il 14 Luglio scorso a Shewand, 50 km a nord-est di Farah, al caporalmaggiore Alessandro Di Lisio, classe ‘84, artificiere del Genio Guastatori del 187° Rgt Folgore rinvenuto cadavere, insieme a tre feriti dello stesso Reparto, dal personale medico di un AB-212 Medivac scortato da Mangusta A-129 .
Il Lince era stato proiettato, gravemente danneggiato – si erano staccati il motore, il serbatoio ed il gruppo di riduzione – a dieci metri di distanza dal punto dell’esplosione. Diversamente non poteva andare.
Questa volta c’è stato un buco grosso come una casa nella censura militare. Sono arrivate immagini a colori e ad alta definizione.
La Russa ha riferito alle Camere promettendo mezzi più sicuri, che non ci sono, per i militari italiani in “missione di pace” in Afghanistan. Non c’è veicolo esplorante, blindato o carro armato al mondo che non abbia torretta.
Appena qualche giorno prima, lo stesso La Russa aveva dichiarato che il codice militare di pace andava rivisto e che il governo si sarebbe impegnato in raccordo, naturalmente, con l’”opposizione”, per approntare un testo a metà strada tra quello in vigore in Iraq (abbiamo ancora 200 “istruttori” dell’Arma dei Carabinieri al “lavoro” da quelle parti) e l’attuale cogente in Afghanistan.
Volete sapere qual’è la vera motivazione che spinge il (nostro) Ministro della Difesa ad introdurre la “novità”?
La magistratura di Roma ha sequestrato tre Lince danneggiati da esplosioni per vederci chiaro. Temendo che saltino fuori delle responsabilità sull’efficienza dei LMV dell’Iveco, l’ineffabile La Russa ha invitato i pm della Procura a dissequestrare i blindati e, di fatto, a farsi da parte.
Angelino ha già “sistemato” Franco al Dipartimento Carceri. La moglie del Maresciallo D’Auria aspetta ancora di sapere chi gli ha ammazzato il marito e come.
Per trovare una pezza d’appoggio ad un tanto insolito quanto minaccioso invito alla magistratura, La Russa ha affermato che al West Rac di Herat i Lince con i “sigilli” dovranno essere cannibalizzati – sentite, sentite – per poter mantenere numericamente in efficienza l’attuale dotazione “afgana” dei LMV: “I Lince rotti ci servono per i pezzi di ricambio”.
Ci verrebbe voglia di fare dei paragoni tra il pulcinella di Milano e quello di Agrigento.
La flagrante pretestuosità del beverone non può non saltare immediatamente fuori.
Sono infatti 1.270 i Lince già in dotazione alle Forze Armate che possono essere spediti sia sugli Spartan C-27 che sui C-130 in Afghanistan.
Una missione che il Ministro della Difesa afferma di essere fermamente condivisa da tutte le “istituzioni”, dai partiti di maggioranza ed “opposizione”, e fin qui concordiamo, oltre che da tutto il Paese. Come di fatto stiano le cose lo sanno tutti.
La morte del caporalmaggiore Di Lisio nel Paese delle Montagne, è stata l’occasione per far uscire allo scoperto gli umori profondi, sarebbe meglio dire i nervi scoperti, del Quirinale.
Il Presidente della Repubblica ha rilasciato alle agenzie di stampa la seguente sgangherata dichiarazione: “Dobbiamo continuare l’impegno in Afghanistan che va nell’interesse di ciascun Paese che è esposto ai colpi del terrorismo internazionale e lo sarà finché non saremo riusciti a sradicare alcune centrali ed a rimuover alcune cause”.
Un linguaggio, come si vede, aggressivo che fa il paio con quello usato, a suo tempo, dalla troika (criminale) Bush-Cheney-Rice con cui l’attuale inquilino del Quirinale era culo e camicia.
E un contenuto fumoso, fumosissimo.
Napolitano, già conosciuto nei GUF della città del Vesuvio come O’Sicco, vuol forse farci ancora credere alla storiella inventata a Langley, su Al Qaeda ed Osama bin Laden?
E’ forse un messaggio cifrato per David Thorne, nuovo ambasciatore degli USA a Roma e San Marino, affiliato con funzioni di presidente alla Confraternita Skull and Bones od alla Clinton, che intende confermare la piena disponibilità della Repubblica delle Banane a raddoppiare il numero dei militari in Afghanistan dai 3.350 attuali a 6.000 entro il 2012, come si sussurra già da tempo al Comando Operativo Interforze di Centocelle?
O che altro?
Di Lisio su Facebook aveva scritto: “In Afghanistan stiamo combattendo una guerra sporca”. Nelle ore convulse che sono seguite alla sua morte, una manina anonima ha aggiunto alla sua frase un “ma qualcuno deve pur farla”.
Tutte le agenzie di stampa hanno riportato la versione manipolata. Non ne siamo rimasti per nulla sorpresi.
La famiglia, rifiutando ogni contatto con giornali e tv, aveva fatto sapere che non avrebbe voluto funerali di Stato per il figlio perché lo avevano ammazzato loro. I capi-bastone di Mafiolandia.
A distanza di 72 ore hanno dovuto rimangiarsi, chissà dietro che tipo di pressioni, quello che chiedevano per dargli un ultimo saluto: una cerimonia funebre per soli parenti ed amici.
Giancarlo Chetoni

[Sulla misteriosa morte del maresciallo Lorenzo D'Auria, agente del SISMI, segnaliamo un altro articolo dello stesso Giancarlo Chetoni]

Fonte: http://byebyeunclesam.wordpress.com/2009/08/18/gli-effetti-lince-in-afghanistan/

L'OMS procede in segreto per attuare un programma di vaccinazioni obbligatorie














di J. Burgermeist 19/08/2009

L’OMS si è rifiutata di rendere noto il verbale di una riunione decisiva di un gruppo di esperti sui vaccini – piena di dirigenti della Baxter, della Novartis e della Sanofi – che hanno raccomandato l’obbligo di vaccinazione contro il virus artificiale dell’ “influenza suina” H1N1 negli USA, in Europa e in altri paesi per il prossimo autunno.

Stamattina un portavoce dell’OMS ha dichiarato in una e-mail che non esisteva un verbale della riunione che ha avuto luogo il 7 luglio 2009 a cui hanno partecipato i dirigenti esecutivi della Baxter e di altri gruppi farmaceutici e in cui sono state formulate le linee guida adottate dall’OMS lunedì scorso, sulla necessità di vaccinazioni su scala mondiale.

Secondo le International Health Regulations, le linee guida dell’OMS hanno carattere vincolante su tutti i 194 paesi firmatari dell’OMS nell’evento di un’emergenza pandemica del tipo atteso il prossimo autunno, quando emergerà la seconda ondata, più aggressiva, del virus H1N1 – che è stato bioingegnerizzato in modo tale da assomigliare al virus influenzale spagnolo.

In breve: l’OMS ha il potere di costringere chiunque in quei 194 paesi a farsi vaccinare con il fucile puntato addosso, ad imporre quarantene e a limitare la possibilità di viaggio.

Ci sono prove verificabili, chiare e non ambigue che l’OMS ha fornito alla sussidiaria della Baxter in Austria il virus vivo dell’influenza aviaria, che è stato usato dalla Baxter per produrre 72 chili di materiale vaccinico a febbraio.

La Baxter ha successivamente inviato questo materiale a 16 laboratori in quattro paesi diversi con una falsa etichetta che designava il prodotto contaminato come materiale vaccinico, rischiando quindi la pandemia globale.

Poiché la Baxter deve rispettare i rigorosi regolamenti di biosicurezza livello 3 quando ha a che fare con un virus pericoloso come quello dell’influenza aviaria, la produzione, nonché la distribuzione di materiale di tale [potenziale] pandemico non possono essere state frutto di un errore, ma devono essere state fatte dalla Baxter con intento criminale.

La polizia austriaca sta ora indagando in seguito delle denuncie da me presentate lo scorso aprile.

È sempre più chiaro che l’OMS e la Baxter sono solo elementi di un’organizzazione criminale molto più grande che sta andando avanti in modo coordinato e sincronizzato per realizzare l’ordine del giorno dell’ “elite” di riduzione demografica globale nei mesi e negli anni a venire, instaurando al contempo un governo globale di cui l’OMS sarà un braccio.

L’OMS, un’agenzia dell’ONU, sembra avere un ruolo chiave nel coordinamento delle attività dei laboratori, delle società produttrici dei vaccini e dei governi per raggiungere l’obiettivo della riduzione della popolazione e per impossessarsi del controllo politico ed economico nel Nordamerica e in Europa:

- in primo luogo è l’OMS che dà i finanziamenti, il sostegno e la copertura ai laboratori come il CDC per la ricerca di patogeni, per bioingegnerizzarli al fine di renderli più letali, e anche per brevettarli.
- In secondo luogo, l’OMS fornisce gli stessi patogeni bioingegnerizzati a società come la Baxter in Austria, in modo tale che la Baxter possa usare quei virus per contaminare deliberatamente e sistematicamente i materiali vaccinici.
- In terzo luogo, nell’evento di una pandemia, l’OMS ordina la vaccinazione obbligatoria per tutti i 194 stati, a seguito di “raccomandazioni” di un gruppo di esperti sui vaccini, di cui fanno parte anche i dirigenti della Baxter.
- In quarta istanza,l’OMS stipula contratti vantaggiosi con la Baxter, la Novartis, la Sanofi ed altre società per la fornitura di tali vaccini.

Inoltre l’OMS acquisisce una nuova autorità globale su scala mai vista prima nell’evento di una pandemia.

Secondo piani speciali in caso di pandemie approvati in tutto il mondo compresi gli USA, nel 2005, i governi nazionali dovranno essere sciolti in caso di emergenza pandemica per essere sostituiti da speciali comitati di crisi, che si facciano carico della salute e sicurezza dell’infrastruttura di ciascun paese, e che siano responsabili di fronte all’OMS e all’UE in Europa e all’OMS e all’ONU nel Nordamerica.

Se verrà implementato il Model Emergency Health Powers Act dietro istruzioni dell’OMS, diventerà un reato per gli Americani di rifiutare la vaccinazione. La polizia può usare la forza mortale contro i “criminali” sospetti.

Attraverso il controllo di questi speciali comitati di crisi da essere costituiti che avranno il potere di approvare le leggi, la maggior parte dei paesi, l’OMS, l’ONU e l’UE diverranno governi de facto di gran parte del mondo.

Lo sterminio di massa e la morte porteranno anche al crollo economico e alla corruzione, alla fame e alle guerre – e questi eventi contribuiranno ad un’ulteriore riduzione demografica.

In sostanza: l’OMS contribuisce a creare, distribuire e poi far diffondere il virus pandemico letale, e tale virus pandemico aiuta l’OMS a prendere il controllo dei governi nel Nordamerica e in Europa, oltre ad ordinare la vaccinazione obbligatoria sulla popolazione, proprio ad opera delle stesse società che hanno distribuito e rilasciato i virus in primis, tutto ciò con il pretesto di proteggere la popolazione da una pandemia che loro stesse hanno creato.

I media principali che sono di proprietà della stessa “elite” che finanzia l’OMS nascondono sistematicamente al pubblico la natura del reale pericolo di queste iniezioni di H1N1, omettendo informazioni importanti sulle attività correlate di questo gruppo di organizzazioni per il loro reciproco profitto.

Ne consegue che molte persone credono ancora che l’H1N1 sia il virus naturale dell’influenza suina, mentre persino l’OMS ha abbandonato ufficialmente il termine “suina”, una conferma tattica della sua origine artificiale.

La maggior parte della gente crede ancora che le società produttrici di vaccini possano mettere a disposizione una cura, mentre queste stanno preparando una serie letale di iniezioni contenenti il virus vivo attenuato, metalli tossici ed altri veleni.

Le due dosi del vaccino H1N1 sono pensate per indebolire il sistema immunitario per poi sovraccaricarlo con un virus vivo, in un processo che rispecchia quello descritto in due memoranda del 1972 dell’OMS, dove vengono illustrati i mezzi tecnici per trasformare i vaccini in sostanze killer.

Il “Strecker memorandum” rivela anche che l’OMS ha cercato attivamente dei modi per indebolire il sistema immunitario.

La migliore protezione contro il virus H1N1 che è ora in circolazione e che è destinato a diventare più letale quando muterà in autunno, sono l’argento colloidale e anche le vitamine per rinforzare il sistema immunitario, poi le mascherine ed altre misure simili.

Tuttavia, nessuno dei governi nel Nordamerica o in Europa ha fatto scorte di argento colloidale, né ha annunciato misure sanitarie sagge per circoscrivere l’ondata letale a venire.

Al contrario, ci sono sempre più indicazioni che useranno il panico per terrorizzare la gente al fine di farla vaccinare con vaccini tossici, che certamente provocheranno lesioni o danni anche per la sola presenza di metalli pesanti.

Questa vaccinazione di massa consentirà inoltre che emergano ceppi più letali e fornisce anche una copertura per la diffusione del virus dell’influenza aviaria o di altri patogeni.

È per questo che è necessario prendere provvedimenti adesso per fermare le vaccinazioni di massa anticipate per l’autunno, seguendo le vie legali per bloccare la distribuzione di vaccini e/o le leggi che consentono ai governi di obbligare la gente a farsi vaccinare.
Deve essere condotta un’indagine su questo sindacato criminale internazionale in ogni paese, perché ha i suoi tentacoli in tutti i paesi, e per cercare di iniziare questo negli USA ho presentato denuncia presso l’FBI contro l’OMS e l’ONU ed altri lo scorso giugno. Ho incluso il presidente Obama tra gli accusati perché credo che sia arrivato il momento di identificare ed isolare i membri al centro di questo gruppo criminale aziendale internazionale, che si è impossessato di alte cariche governative negli USA, e di metterli in carcere una volta per tutte, ed è stato riportato che Obama ha dei legami finanziari diretti con la Baxter che devono essere indagati dalle forze dell’ordine.

Ci sono le prove che il ministro della sanità austriaco ed altri funzionari hanno aiutato la Baxter a coprire le sue tracce.

Ci sono inoltre chiare prove che degli elementi dei media austriaci sono attivamente coinvolti nella diffusione di menzogne e di informazioni fuorvianti, per dare alla gente un falso senso di sicurezza in merito alla produzione e alla distribuzione in Austria da parte della Baxter di materiale pandemico lo scorso febbraio.

È vitale per gli individui e per le autorità locali la necessità di prendere provvedimenti efficaci per proteggere [la popolazione] dalla prossima ondata letale del virus H1N1 al fine di minimizzarne l’impatto.

Per saperne di più in merito alle denunce che ho finora presentato in tedesco e in inglese in Austria anche con l’FBI, visitate il sito web wakenews.
http://wakenews.net/html/jane_burgermeister.html

Jane Burgemeister ( janeburgermeister@gmx.at )
Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=14475

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MICAELA MARRI

Ideal Standard Brescia, "Noi chiediamo che i giornali parlino dell' Italia che c'è"















di Elisabetta Reguitti

"Sarebbe ora che la smettessero di occuparsi delle "non" questioni e guardassero in faccia la realtà. Poco ci importa degli inni regionali e delle bandiere. Noi pensiamo a salvaguardare il diritto ad avere un lavoro per garantire un futuro ai nostri figli. Il diritto di poter raggiungere la pensione. Difendiamo i nostri valori cercando di non farci prendere dalla disperazione". A parlare è Roberto Baitan, originario di Verona, dipendente della Ideal Standard di Brescia. Protagonista, suo malgrado, insieme ad altri 120 colleghi (senza contare i 130 interinali di cui si sono perse le tracce) delle giornate e nottate di presidio, ad oltranza, iniziato il primo luglio. Dipendenti di una fabbrica sanissima che tuttavia ha la sfortuna di appartenere alla "costellazione" industriale (nel gruppo fanno parte altri quattro insediamenti industriali sparsi nel Paese che possono contare su 1.549 dipendenti) del fondo americano Bain Capital.
Ergo: è secondario cosa fai e come lo fai. L'importante è la resa finanziaria ed economica riferita magari anche al solo insediamento industriale: di un'area (quantificabile intorno ai 50 mila metri quadrati) che a livello urbanistico potrebbe diventare un vero e proprio tesoro. Quindi poco importa se al suo interno sono attivi macchinari altamente innovativi e che soprattutto 120 lavoratori nel corso di questi 20 anni abbiano raggiunto un elevato livello di specializzazione. Ciò che conta, per una multinazionale, è tagliare, smantellare, ridurre ed esternalizzare.

"La nostra è una vicenda totalmente diversa da quella della Innse di Milano - spiega Diego Gosio Rsu della Filcem Cgil -. La Ideal Standard non è in vendita. Gli americani vogliono chiuderla. Stop - ribadisce -. E poi ci pensi? Loro hanno dovuto arrivare a un gesto quasi estremo per ottenere qualcosa".
Alla Ideal Standard di Brescia il clima, al contrario e nonostante tutto, si mantiene sereno. "Noi intendiamo proseguire su questa linea di presidio pacifico - sostiene Roberto Delle Donne di Brescia -. Abbiamo scelto di occupare l'azienda con la nostra costante presenza e cercando di tenere alta l'attenzione della popolazione e dei media in modo pacifico. Con la musica e coinvolgendo le persone che abitano in questo quartiere. Insomma la nostra intenzione sarebbe quella di proseguire in questa direzione".

Per passare il tempo i presidianti hanno anche deciso di tentare la fortuna del jackpot del superenalotto vincendo la discreta somma di 2200 euro. Certo non molti, ma comunque qualcosa per chi ha nubi pesanti sul proprio futuro. Ma è proprio qui che è scattata la solidarietà verso chi è costretto a vivere in una condizione ancora più difficile.
Praticamente all'unanimità è stato infatti deciso di donare questi 2200 euro alla famiglia di Francesco un bimbo di 2 anni e mezzo gravemente malato. "Anche noi riceviamo molta solidarietà" affermano all'unisono i compagni di lavoro. Alcune aziende infatti forniscono viveri che l'abile Vicenzo (da responsabile della sicurezza sul posto di lavoro e ottimo chef) cucina per il pranzo. I pasti serali vengono assicurati grazie ad una convenzione stipulata dal Comune di Brescia. "Dobbiamo ammettere che almeno le istituzioni locali ci sono vicine - afferma Diego -. Non possiamo dire altrettanto invece di quelle nazionali". Da Bersani a Franceschini passando per il ministro Umberto Bossi: nessuno di loro che in queste settimane abbia fatto tappa tra Brescia e dintorni, nesuno si è fatto vedere al presidio di via Milano. Solo Paolo Ferrero. Così come l'ex sindaco di Brescia Paolo Corsini oggi parlamentare a Roma.

Ma loro imperterriti continuano. Determinati a difendere quella che considerano un po' la loro "seconda casa". Una fabbrica che fino al momento della sospensione delle attività deteneva il più alto tasso di produttività a livello europeo nel comparto dei sanitari: leader nel settore della ceramica sanitaria con il 44% di quota di mercato. L'eccellenza dei lavabi e dei bidet realizzati nelle "tre isole" che solo visitandole di accorgi di quanto lavoro ci stia dietro.
Ma tutto ciò, evidentemente, per il fondo di "private equity" americano con sede a Boston è poca cosa. Una multinazionale preferisce cannibalizzare piuttosto che ragionare in termini di produttività.
"L'assurdità è che i nostri capi continuavano a parlare delle consegne di settembre - ricorda Marco Gaspari capo turno ai forni - ma era solo per tenerci buoni. Certamente pensavano di poter chiudere questa fabbrica nell'indifferenza generale. Cosa avrebbero potuto fare 120 dipendenti di un'azienda che ha sede in una città di 200 mila persone? E invece no. Non abbiamo taciuto. E proseguiamo, a modo nostro, a difendere i nostri diritti".

Tutti sperano in un'apertura nella contrattazione. A fine mese si terrà un incontro con i rappresentanti della società a Sassuolo mentre il 21 settembre scadrà il termine della cassa integrazione straordinaria. Una prospettiva potrebbe essere legata alla riprogettazione della gestione della piattaforma logistica che ha sede a Bassano Bresciano ad oggi gestita esternamente alla Ideal Standard. Ma sono solo ipotesi. Quello che è certo, ad oggi oltre ai 120 in presidio, sono i 130 interinali "dispersi" oltre ai colleghi di nazionalità straniera diventati loro malgrado dei clandestini per lo stato italiano.

Gli operai della Ideal Standard di Brescia continueranno a presidiare l'azienda. Chiedono di non essere dimenticati; ma la loro richiesta varca il perimetro della fabbrica di Brescia. La loro richiesta di maggiore attenzione infatti viene estesa a tutti coloro che stanno vivendo il pericolo di perdere il posto di lavoro. Il pericolo di smarrire la dignità del sentirsi vivi.
"Siamo prigionieri del nostro tempo libero - dice Ermes Mingardi che dall'86 lavora nella fabbrica di via Milano -. Noi chiediamo che i giornali parlino dell' Italia che c'è. Che i giornali e le televisioni si occupino del lavoro. E non solo quando, purtroppo, si verifica un dramma come nel caso della Thyssen di Torino".

reguitti@articolo21.com

Piero Angela non dice la verità




In un eccesso forse di disinvoltura, Piero Angela deve essersi dimenticato che l'era in cui si poteva andare in TV a raccontare impunemente le bugie è finita. Nella puntata del 30 luglio di Superquark, infatti, Angela ha infilato una collana di falsità talmente grossolane da poter essere sbugiardate – come vedremo – con facilità estrema da chiunque.

Non contento, Angela ha condito la sua puntata, dedicata alle "Teorie del complotto", con il più ritrito e bieco arsenale del debunking internazionale, rendendola un’occasione irrinunciabile per denunciare una volta di più il metodo di lavoro di questi finti paladini della verità.

Va infatti segnalato che il CICAP, dopo "aver sconfitto maghi e indovini", ha ufficialmente indicato nel “complottismo mondiale” il prossimo nemico da battere.

Massimo Mazzucco ha quindi sfidato Piero Angela ad un aperto confronto su qualunque argomento relativo all'11 settembre, anche a nome di tutti coloro che sono afflitti da questo strano morbo. In questo modo potrà dimostrare al mondo che i complotti non esistono.

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