lunedì 24 agosto 2009
Enrico Berlinguer: I Partiti e la Questione Morale
«La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.»
Enrico Berlinguer
musica:
ALESSANDRO MARCELLO
Concerto Per Oboe e archi in re min.
(Andante)
Heinz Holliger
I Musici
http://www.youtube.com/user/TheAb74
LA CRISI CORRE VERSO ALTRI DISASTRI

Lunedì, 24 Agosto 2009 di mazzetta
L'ottimismo sparso a piene mani da media e politici si é rivelato inutile e la crisi bussa di nuovo alle porte. Sembra ormai imminente uno shock ancora peggiore di quello dell'anno passato e non saranno certo le parole interessate dei demagoghi e di chi sta guadagnando anche dalla crisi a impedire la resa dei conti. Se c'é una certezza è che le parole non sono mai bastate a saldare i conti e lo stato dei conti non é affatto migliorato dall'anno scorso, tanto più che i massicci interventi governativi sembrano essere finiti nuovamente nelle tasche dei finanzieri, aumentando significativamente il debito pubblico nelle economie avanzate senza effetti sensibili sui conti, sulla produzione o sull'occupazione.
Uno sguardo al maggior mercato mondiale, quello americano, e alla fabbrica-mondo cinese, non lascia dubbi. In Cina le fabbriche si svuotano e basta il dato del calo del 48% dei consumi elettrici a rendere la dimensione del calo della produzione reale nascosto dietro le dichiarazioni dei dirigenti cinesi, che cercano ovviamente di limitare il panico. Negli Stati Uniti le cose sono più complesse, come si conviene a un'economia più sofisticata, ma non c'è alcun dubbio che si vada verso un altro schianto imminente. Come previsto, il massiccio intervento statale è stato incamerato dalla finanza statunitense e non poteva essere diversamente, visto che la task-force chiamata da Bush a “risolvere il problema” era composta degli stessi avidi incapaci (in realtà abilissimi) che hanno provocato il disastro.
Fidando nella copertura di un governo americano fin troppo amico e legato a doppio filo con l'elite finanziaria, i grandi player della finanza hanno incamerato gran parte dei fondi destinati al “salvataggio” dell'economia, senza mutare sostanzialmente i loro comportamenti; anche il pacchetto di “stimolo” deciso da Obama si sta rivelando funzionale agli stessi interessi (e non poteva essere diversamente). L'attuale confronto sulla riforma sanitaria ha messo in chiaro che solo la lobby assicurativa è in grado di schierare sei lobbysti per ogni deputato statunitense, produrre vagonate di spot falsi e tendenziosi e persino di sollevare discrete folle di americani arrabbiati, convinti da repubblicani e lobbysti che l'introduzione di un'opzione per la copertura sanitaria pubblica significa delegare al governo il diritto di vita e di morte sugli anziani, ai quali verrebbero negate le cure perché conviene poco curarli vista l'età.
Non diversa la reazione delle corporation dell'energia al piano “verde” dell'amministrazione, che attraverso il finanziamento dell'American Petroleum Institute (API) stanno promuovendo una resistenza analoga a difesa dei propri profitti e bombardano di falsità l'opinione pubblica americana, promuovendo assurdità come il “carbone pulito”, spargendo falsità sulle energie alternative e negando in ogni modo l'esistenza della minaccia di cambiamenti climatici determinata dalle emissioni inquinanti.
Una marea di falsità auto-evidenti che però attecchiscono come le balle di Berlusconi grazie lla complicità di media e politici legati a filo doppio agli stessi interessi. Nonostante la sanità “privata” americana, che lascia molti cittadini e molte patologie senza copertura, costi il 17% del Pil americano a confronto del 10% mediamente impiegato dai paesi avanzati per coprire tutti i cittadini e tutte le patologie, sembra che la riforma sanitaria non passerà, lasciando al paese una palla al piede incredibile e altrettanto incredibili profitti alle corporation. Non è un caso che gli Stati Uniti siano l'unico paese a continuare in questa scelta suicida. Un dato che le assicurazioni e la canea che finanziano riescono a oscurare, terrorizzando l'elettorato più ignorante e trasformando questa gente in folle di squilibrati arrabbiati che assalgono le riunioni volute dall'amministrazione per spiegare la riforma sanitaria.
Un clima che spiega benissimo come i grandi della finanza siano riusciti ad evitare le conseguenze del fallimento e siano restati saldamente in sella nel corso dell'ultimo anno. Anno trascorso a saccheggiare il saccheggiabile, attraverso le alchimie contabili ormai note e che permetterà loro, abbastanza incredibilmente, di lucrare compensi superiori a quelli degli anni passati. Un successo ottenuto socializzando parte delle perdite e investendo gli aiuti governativi in operazioni spericolate che, invece di ridurre il rischio sistemico, lo sta aumentando, come evidenzia il caso di Goldman Sachs.
Questa, dopo aver rinunciato allo status di banca d'affari e aver scelto di diventare una banca “normale” per ottenere gli aiuti governativi, sta ora operando spericolatamente in regime di “proroga”; ma non prima di aver cambiato le proprie regole contabili, “perdendo” il disastroso dicembre 2009 nel passaggio, potendo così annunciare profitti puramente teorici che ingrasseranno il management, ma non gli azionisti e nemmeno l'azienda nel lungo periodo.
Le operazioni di Goldman Sachs negli ultimi mesi hanno aumentato il rischio di sistema statunitense e i bonus dei suoi dirigenti senza altri vantaggi per nessuno. Non di meglio hanno fatto i concorrenti, che pur non potendo contare sugli ex-dipendenti nella cabina di regia dei salvataggi, hanno selvaggiamente approfittato della possibilità offerta dal governo di taroccare i bilanci valorizzando i titoli-spazzatura come se fossero buoni. Citigroup ad esempio, già “salvata” dal governo e ora de facto di proprietà pubblica, conserva oltre 83 miliardi di dollari di assetti dal valore reale attualmente prossimo allo zero e parcheggiati in un capitolo contabile denominato “Special Asset Pool”, che di speciale non ha proprio nulla. Non diversamente fanno gli altri giganti della finanza.
Non potendo riempire i buchi, il governo americano ha infatti offerto a banche e finanziarie la possibilità di coprirli virtualmente, assegnando valori di fantasia a robaccia priva di valore in attesa di tempi migliori: una soluzione che ha le gambe corte e che sta già rivelando i suoi limiti. L'unica speranza di emendare veramente i bilanci, è l'avvento di una spirale inflazionistica che deprezzi il valore reale dei debiti; e già è all'opera un robusto partito che spinge per questa scelta, per nulla preoccupato dalle conseguenze devastanti che potrebbe avere per le popolazioni.
Di buone intenzioni sono lastricate le fosse, ma anche ammesso che le intenzioni fossero buone, i falliti della finanza internazionale (non solo gli statunitensi) hanno preso i soldi pubblici e hanno continuato a fare esattamente quello che facevano prima. Se i governi speravano che l'iniezione di soldi buoni nel sistema avrebbe riaperto le dighe del credito, si sono dovuti presto ricredere: i grandi prestatori al consumo stanno taglieggiando i piccoli consumatori, spingendoli sempre di più verso la miseria e le aziende non se la passano tanto meglio.
Persino Toyota ha dovuto accettare finanziamenti molto opachi legati alla sorte dei famigerati “derivati”, che continuano a circolare perché nessuno ha il coraggio di vietarli. A vuoto anche il tentativo di regolamentare il mercato di questi titoli tossici, stante la pretesa dei loro detentori di giungere a un regime fondato sull'auto-regolamentazione. Una chiara beffa che per il momento non ha avuto sbocchi lasciando il problema sul tavolo, più esattamente spingendolo sotto il tappeto.
Al quadro già pessimo si sono aggiunti comportamenti ancora più censurabili, come la corsa al trading ad alta frequenza, un'attività resa possibile dal vantaggio di una frazione di secondo nel conoscere le operazioni di borsa che alcuni grandi operatori ottengono pagando (legittimamente, pare) il New York Stock Exchange, e che poi sfruttano con computer potentissimi, lucrando senza fatica e con nessuna utilità per il sistema sulla massa delle operazioni finanziarie.
Nemmeno gli altri fondamentali dell'economia statunitense offrono conforto. I prezzi degli immobili restano sdraiati, dopo che si è avuta conferma che la crisi non è stata determinata dai muti sub-prime e che la percentuale dei muti immobiliari in default è in aumento costante, il settore inclina al pessimismo. Ormai è accertato che i “cattivi clienti” ai quali erano stati concessi i sub-prime (comunque una percentuale risibile sul totale) rispettano i loro impegni più dei clienti ritenuti solidi e garantiti che, travolti da una disoccupazione galoppante, sono ormai giunti all'esaurimento dei risparmi e degli ammortizzatori sociali, quando ce li hanno.
I valori di borsa hanno goduto di un effimero rally al rialzo che è durato qualche mese, per lo più determinato proprio dai tagli selvaggi dell'occupazione; che notoriamente in questa economia malata aumentano i valori di borsa delle aziende (ai quali sono legati i bonus dei dirigenti); operati anche da aziende più o meno sane, ma che a loro volta determinano e amplificano l'erosione del consumo, trascinando tutto il sistema nella spirale al ribasso.
Qualche centinaio di banche americane è in lista per il fallimento e nell'anno in corso falliranno più banche che durante il precedente, anche il recente crack di un gigante come Colonial BancGroup Inc. conferma la tendenza. Fallimenti che non mancheranno di scatenare effetti a catena in giro per il mondo. Se la ricetta per la salvezza del sistema prevede la ripresa dell'erogazione del credito e il sostegno ai consumi, è fin troppo evidente che la finanza mondiale stia andando nella direzione opposta, incamerando i finanziamenti pubblici a coprire le perdite pregresse e a retribuire lautamente i maghi della finanza fin che si può. Non vi è traccia di responsabilità sociale ai piani alti dell'economia. I consumi, infatti, continuano a diminuire ovunque, anche se i media passano con la fanfara solo dati parziali che raccontano di minimi aumenti calcolati su dati già sprofondati nella tragedia.
Un'assenza di responsabilità che da diverso tempo è stata rilevata e stigmatizzata, ma alla quale nessuno sembra voler porre rimedio; difficile attendersi provvedimenti draconiani da una classe politica da tempo al soldo della grande finanza. Un'assenza di responsabilità che giunge addirittura ad intaccare l'istituto proprietario, fino al punto che negli Stati Uniti stanno lavorando attivamente per negare agli azionisti persino la possibilità di criticare le retribuzioni degli amministratori, con il risultato paradossale d'impedire ai proprietari di sindacare l'operato di quelli che, almeno formalmente, sono loro dipendenti, spesso strapagati e spesso responsabili di aver condotto le loro aziende sull'orlo del fallimento, mentre personalmente si arricchivano in misura oltraggiosa. L'immagine di un capitalismo che arriva a minacciare la proprietà privata dovrebbe preoccupare e smuovere anche i più adamantini sostenitori dell'attuale falsa economia di mercato, ma ancora non succede.
Una situazione tragica che non mancherà di esigere il conto e che è ancora in grado di travolgere e mandare a gambe all'aria l'intera economia globalizzata, costruita, come si è visto, su fondamenta di cartaccia, valori virtuali e falsità fin troppo reali. Non per niente la grande crisi del '29, alla quale si paragona l'attuale, durò anni e non lo spazio di qualche quadrimestre come commentatori e politici cercano di farci credere annunciando ormai da mesi l'arrivo della ripresa.
Nel nostro paese non andrà meglio che altrove e non abbiamo nemmeno bisogno di altri shock catastrofici per mordere la polvere nei prossimi mesi. Le sciocchezze sparse a piene mani dal gran bugiardo a capo del governo, non producono reddito e non riempiono le dispense. Il peggioramento dei conti pubblici è lì a dimostrare che il debito pubblico è destinato ad aumentare, anche se Tremonti non ha scucito un Euro a favore dei cittadini comuni ed è stato parco anche nel restituire multipli della ridicola “Robin Hood Tax” alle banche e distribuire elemosine agli imprenditori amici.
Anche in Italia tutti i dati macroeconomici volgono al peggio e la disoccupazione impennerà dall'autunno in avanti in coincidenza con l'esaurimento degli ammortizzatori sociali, che fino ad ora avevano consentito la sopravvivenza di disoccupati a cassintegrati. Previsioni pessime ed esiti inevitabili, tanto più che il ministro dell'economia non ha soldi in cassa e che il debito già enorme non consente politiche di spesa simili a quelle intraprese dai partner europei. L'ondata di mancati rinnovi contrattuali nel pubblico impiego, su tutti quelli nel settore dell'istruzione, aggiungeranno benzina al rogo delle speranze dell'italiano medio.
Tempi ancora più cupi all'orizzonte, quindi, aggravati dall'evidente incapacità della classe politica di ritrovare il filo del discorso e dall'avida irresponsabilità della classe imprenditoriale e finanziaria, nel nostro paese, più che altrove dipendente dagli aiuti pubblici. Un futuro che è facile prevedere sarà caratterizzato da una sequenza di shock destinata a ripetersi nel corso dei prossimi anni senza che nessuno dei responsabili o dei cantori di un'economia malata e insostenibile abbia il coraggio di dire basta e di accettare l'evidente necessità di pesanti riforme, giacché perdurando gli attuali assetti, non saranno certo loro a pagare il terribile prezzo di questa follia.
I documenti declassificati in UK e la "cecità" della stampa

Domenica 23 Agosto 2009 Antonio De Comite
n questi giorni c’è un gran parlare dei documenti declassificati, o meglio una parte di documenti, da parte del MoD (Ministero della Difesa) britannico. Il periodo copre gli anni che vanno dal 1981 al 1996.
Si è subito, in maniera censoria, fatto credere che quasi tutti gli avvistamenti si sono incrementati, soprattutto nel 1996, a causa del successo mediatico e televisivo di “The X-Files”.
La tesi è stata avallata e fatta credere vera dal noto scettico, in tema di UFO, David Clarke, docente di giornalismo alla Sheffield Hallam University e incaricato dal Governo britannico di pubblicare il tutto.
Quindi quasi tutte allucinazioni, mitomanie, lanterne cinesi e palloni sonda. E la stampa “abbocca”, facendo un “copia ed incolla”, senza andare a visualizzare per davvero i documenti desecretati.
Ma se lo avessero fatto avrebbero sicuramente notato che non è tutta roba da “manipolazione da telefilms”.
Nei documenti ci sono anche alcuni casi di incontri in volo, tra velivoli e UFOs (Unidentified Flying Objects), con casi di “near miss” (quasi collisione). Eccone un esempio: Documento DEFE 24/1961 (pagina 381). Qui si parla di un “oggetto luminoso” che è passato vicino ad un aereo che si avvicinava a Manchester, nel mese di gennaio 1995 (http://filestore.nationalarchives.gov.uk/pdfs/ufos/defe-24-1961.pdf) Documento DEFE 24/1960 (pagina 294).
Qui si parla di un “oggetto nero, a forma di losanga” che passa vicinissimo ad un aereo (a circa 500 metri dal velivolo) che si spostava sopra Berkshire, nel mese di agosto 1994 (http://filestore.nationalarchives.gov.uk/pdfs/ufos/defe-24-1960.pdf)
Documento DEFE 24/1960 (pagine da 320 a 324). Qui si illustra il caso di UFOs inseguiti da caccia F-16 dell’aeronautica belga, di stanza in Inghilterra, nel marzo del 1990 (http://filestore.nationalarchives.gov.uk/pdfs/ufos/defe-24-1960.pdf)
Documento DEFE 24/1960 (pagine da 424 a 425).
Qui si illustra il caso di un equipaggio di un velivolo, in volo da Mosca a Tokyo, che nel mesi di marzo 1994 nota un “enorme oggetto” entrare nell’atmosfera terrestre, oltre l’Artico, che provoca un “onda d’urto” lunga 200 miglia.
L’equipaggio ha poi riferito che l’UFO proveniva da oltre il polo Nord ed andava ad una velicità stimata di circa “10/15.000 mph”. Inizialmente ipotizzarono il rientro dello Space Shuttle, ma questa ipotesi cadde immediatamente. (http://filestore.nationalarchives.gov.uk/pdfs/ufos/defe-24-1960.pdf).
Questi pochi casi riportati sono così probanti che anche uno scettico si ricrederebbe, ma si preferisce celare, parlare di documenti facilmente smentibili e portare a livello di “mass media” la tesi che è quasi tutta una allucinazione di massa.
Ma come si fa a dire che questi piloti, che rischiano la propria vita e del loro equipaggio in volo, hanno avuto le allucinazioni, ampliate dal serial di “X-Files”? Perchè i giornalisti continuano a fare il “copia ed incolla” di notizie internazionali, senza un approfondimento in merito? Perchè continuano ad essere “ciechi” nei confronti di avvistamenti così probanti? Meglio parlare di alieni con la testa a forma di “limone” facilmente smontabili, che casi di “air miss” in volo tra aerei e UFOs provenienti da “Altrove”. Peccato che la gente non abbia più l’anello al naso.
Antonio De Comite Centro Ufologico Taranto
http://centroufologicotaranto.wordpress.com/2009/08/19/i-documenti-ufo-declassificati-in-uk-e-la-cecita-dei-giornalisti/
RICHARD HEINBERG: " LA CRESCITA MONDIALE HA RAGGIUNTO IL LIMITE"

Domenica, 23 agosto
FONTE: RESEAU VOLTAIRE
Un anno dopo il picco petrolifero. Intervista a Richard Heinberg
Un anno fa, il barile di petrolio raggiungeva il prezzo record di 147 dollari. Il mondo intero si volse allora verso l'Arabia Saudita – tradizionale produttore supplementare – chiedendole di aumentare la produzione per rispondere alla domanda, stabilizzando i prezzi. Ma il regno non ne fu capace, dato che i suoi pozzi si prosciugano. Questo fatto segna la fine di un'epoca. Come in una spirale drammatica, la presa di coscienza che la crescita economica sarebbe ormai limitata a causa della scarsità dell'energia fossile, ha fatto crollare gli investimenti, la domanda di petrolio e il suo prezzo.
Richard Heinberg, autore affermato per i suoi lavori sulla diminuzione delle risorse, esamina questo fatto storico, le sue conseguenze per l'attività umana e le prospettive per il futuro, in un'intervista esclusiva concessa al Réseau Voltaire.
Réseau Voltaire: Secondo la maggior parte dei media bisogna cercare l'origine della crisi finanziaria all'interno del sistema finanziario. Questa spiegazione vi soddisfa, oppure, come avete suggerito in modo premonitore in La festa è finita, anche la mancanza di fiducia nella ripresa della crescita, basandosi quest'ultima su una produzione di petrolio a buon mercato, sarebbe un fattore essenziale?
Richard Heinberg: Nel 2008 abbiamo avuto la più importante impennata dei prezzi dell'energia mai conosciuta. Storicamente, le impennate del prezzo dell'energia hanno sempre portato a una recessione. Da quel momento, era sensato prevedere una grave recessione per il primo trimestre del 2008. In realtà, la recessione è cominciata prima e si è rivelata essere più profonda e persistente di qualsiasi altra recessione degli ultimi decenni. Questo deriva dal fatto che un crac finanziario era diventato più o meno inevitabile per via della miriade di bolle nell'immobiliare e nei mercati finanziari.
L'impatto della crisi sull'industria aeronautica e sui costruttori di automobili e mezzi pesanti, è ampiamente dovuta ai prezzi dell'energia. Il crollo dei valori immobiliari e l'aumento del numero di ipoteche non sono poi così legati al petrolio.
Tuttavia, a un livello di analisi avanzato, l'aspirazione della nostra società a una crescita economica perpetua si basa sull'ipotesi che avremo sempre a disposizione quantità crescenti d'energia a basso costo per alimentare le macchine di produzione e distribuzione. Quest'aspirazione alla crescita si è istituzionalizzata attraverso livelli di debito e supervalutazione crescenti. Ecco come, quando le quantità d'energia disponibili hanno cominciato a stagnare o a declinare, il castello di carta del mondo finanziario è completamente crollato.
Purtroppo i dirigenti di tutto il mondo continuano a non capire la crisi. Sostengono che ha un'origine solo economica; sostengono anche che è transitoria. Credono che, se sosteniamo sufficientemente le banche, la crescita economica tornerà positiva e tutto andrà bene. In realtà, non si può far funzionare il sistema finanziario moderno in un mondo in cui le risorse energetiche diminuiscono. Abbiamo bisogno di un'economia che possa provvedere ai bisogni primari dell'umanità senza aumentare il ritmo della consumazione delle risorse. Per fare tutto ciò sarà necessaria la creazione di sistemi monetari e istituzioni finanziarie basate su cose diverse dal debito, gli interessi e la cartolarizzazione.
Réseau Voltaire: Pensa che la speculazione sui mercati dell'energia accelererà nonostante l'episodio dello scorso anno? E se così fosse, quale sarebbe secondo lei la migliore soluzione affinché il serpente non si morda più la coda?
Richard Heinberg: In tempi di combustibili fossili a basso costo, la speculazione dei contratti a termine dell'energia, è inefficace nello sforzo collettivo di adattamento ai cali caotici dei mercati. Senza la creazione di controlli dei contratti a termine, non eviteremo le differenze sempre più grandi tra i costi degli idrocarburi: l'abbiamo visto negli ultimi diciotto mesi. Quando il prezzo degli idrocarburi vola alle stelle, l'economia è duramente colpita. Quando il prezzo crolla, gli investimenti nella produzione d'energia vengono trascurati.
L'OPEC si è sforzata di aiutare ad ammortizzare le differenze di prezzo aumentando o diminuendo la produzione e di mantenere così il prezzo del barile più stabile di quanto non sarebbe stato senza il suo intervento. Ma l'OPEC sta perdendo la capacità, già limitata, di agire in questo modo, poiché tutte le nazioni che riunisce vedono la propria produzione diminuire e hanno una minima o nessuna capacità di produzione supplementare. L'Arabia Saudita è l'unico produttore supplementare importante, e da solo, uno Stato non può più equilibrare i tassi di tutto il mondo ancora a lungo.
L'unica soluzione valida è quella di un accordo internazionale per il razionamento della produzione e della consumazione, come ho proposto nel mio The Oil Depletion Protocol.
Réseau Voltaire: Che ne pensa del numero crescente di scienziati che rimettono in discussione la responsabilità dell'Uomo nel cambiamento climatico? All'interno dell'ASPO (Associazione per lo studio del picco del petrolio, del gas e delle materie prime) qualcuno, come Jean Laherre, è abbastanza scettico...
Richard Heinberg: Non penso che il numero degli scienziati che rimettono in questione la responsabilità umana nel riscaldamento climatico aumenti; anzi, secondo me succede proprio il contrario. Sì, lo so che Jean Laherre, che stimo molto, ha sollevato molte questioni in proposito. Come geologo, la sua riflessione si snoda in milioni di anni, e effettivamente, il clima della Terra è assai variabile su scale di tempo di questo tipo. Ecco perché posso capire che possa chiedersi se, ciò che constatiamo oggi, sia dovuto o meno a processi climatici che derivano da modificazioni delle radiazioni solari, dall'eccentricità dell'orbita terrestre (i famosi parametri di Milankovitch) e delle correnti oceaniche. Tuttavia, i climatologi sono andati ancora più lontani sugli effetti possibili di cause diverse dal carbone e sono giunti alla conclusione che non potevano, da soli, spiegare l'attuale riscaldamento climatico.
In sostanza, mi schiero con la maggior parte dei climatologi, che sostengono che noi umani esercitiamo una pressione su un sistema instabile per natura (l'atmosfera, il clima) e che lo spingiamo al punto di rottura gettandovi ulteriori enormi quantità di gas effetto serra.
Réseau Voltaire: Cosa vi ispira quest'ipotesi: il progetto internazionale della borsa del carbonio non sarebbe altro che un modo, per l'élite finanziaria, di tenersi a galla, e per i paesi ricchi finanziariamente ma poveri in risorse naturali quello di arrogarsi il diritto di consumare le riserve ancora disponibili di combustibili fossili in cambio di denaro, privando nel frattempo gli Stati poveri finanziariamente ma ricchi di risorse del loro diritto allo sviluppo. In altri termini, il problema di fondo non è “Consumeremo le ultime riserve di idrocarburi?” (senza dubbio questo avverrà, a meno di non affidarsi più alla crescita economica), ma bensì “Chi le consumerà?”.
Richard Heinberg: Per quanto riguarda i programmi internazionali di borsa del carbonio, sono diffidente per diversi motivi, tra cui il fatto che produrranno la creazione di un enorme mercato di contratti derivati che avrà bisogno di una dura regolamentazione, se vogliamo evitare le bolle e i crac finanziari di grandi dimensioni. Mettere un limite alle emissioni di carbonio è necessario, ma forse esistono modi migliori per instaurare queste limitazioni, invece di creare nuovi tipi di prodotti derivati. Ciò che potrebbe funzionare è, per esempio, un sistema di razionamento che riguardi tutti i cittadini, come le percentuali di emissioni di carbonio (TEQ, Tradeable Energy Quotas).
Una volta arrivata la fine degli idrocarburi, questi saranno usati solo da chi potrà comprarli. A volte, questo succede indirettamente: per produrre e esportare le proprie merci a basso costo, la Cina brucia il carbone per conto dell'America del Nord e dell'Europa.
In ogni caso, lo sviluppo basato sulla consumazione di combustibili fossili non è più una strada verso la ricchezza e la sicurezza, come fu all'inizio del ventesimo secolo. Oggi è diventato una trappola. Crea solo una dipendenza da risorse sempre più rare e costose. L'economia dei paesi poveri andrà molto meglio, se riusciranno a tenersi lontani da questo tranello.
Mi rendo conto che è più facile dire la sua per un giornalista che per un capo di Stato i cui cittadini si vedono rifiutati i profitti dell'era moderna. Eppure, è una delle dure realtà di questo secolo ancora giovane.
Réseau Voltaire: Quale dovrebbe essere la priorità di una decisione ufficiale? Prepararsi alla crisi energetica o al cambiamento climatico?
Richard Heinberg: Sotto diversi aspetti, le soluzioni ai due problemi sono le stesse: ridurre la dipendenza dalle energie fossili e aumentare la produzione di energie alternative.
Nonostante tutto, alcune proposte per risolvere la crisi climatica sono assurde rispetto ai limiti di approvvigionamento in combustibili fossili. Prendiamo l'esempio del recupero e dello stoccaggio del carbonio emesso dalle centrali termoelettriche che funzionano a carbone. È un progetto che avrà bisogno di investimenti enormi e di alcuni decenni per essere sviluppato; nel frattempo, il prezzo del carbone salirà alle stelle; è un aspetto del problema che non è stato molto preso in considerazione nei preventivi di questo “carbone pulito”. A priori, mancano solo una ventina d'anni al picco della produzione mondiale di carbone, come spiego nel mio ultimo libro, Blackout. Sarebbe quindi più sensato investire capitali più moderati per sviluppare la produzione di energie rinnovabili, invece di creare un'infrastruttura ampia e costosa desinata a mantenere una consumazione ininterrotta di un combustibile sempre più limitato, con un costo sempre più alto e che emette grandi quantità di carbonio.
Réseau Voltaire: Prevede un aumento del numero dei conflitti intorno alle risorse energetiche? E se sì, come lo spiega?
Richard Heinberg: C'è da aspettarselo. Gli uomini si sono sempre battuti per le risorse essenziali. Oggi, mentre le risorse energetiche di idrocarburi che hanno sostenuto la società moderna diventano rare e costose, si può prevedere che il numero di conflitti per queste risorse aumenti. Sapendo ciò, i leader politici a livello nazionale devono prevedere i luoghi dove potrebbero scoppiare questi conflitti e cercare di evitarli. Innanzitutto, il solo modo per riuscirci è di evitare la competizione per l'accesso a queste risorse, diminuendo la dipendenza laddove è possibile (alcune risorse, come l'acqua, sono indispensabili) e perfezionando gli accordi sulla limitazione della produzione e della consumazione di energie fossili con l'aiuto di protocolli concordati di gestione della scarsità di materie.
Certo, per fare ciò sarà necessario un cambiamento radicale delle posizioni dei capi di Stato. Al momento si interessano solo alla questione del vantaggio della competitività; insomma, cercano soprattutto a uscire vittoriosi dai conflitti energetici, invece di evitarli. Questo modo di pensare diventa sempre più pericoloso man mano che la popolazione cresce e le risorse diminuiscono.
Réseau Voltaire: Secondo lei, che ruolo gioca l'aumento dei prezzi delle energie fossili, dei fertilizzanti e dei pesticidi nella crisi alimentare attuale?
Richard Heinebrg: A prima vista, alcuni aspetti della crisi alimentare non sembrano direttamente legati alla dipendenza dalle energie fossili. Ad esempio, le carenze d'acqua si moltiplicano per via dell'irrigazione; eppure, la maggior parte delle volte, sono la conseguenza del cambiamento climatico, a sua volta dovuto alle emissioni di carbonio derivate dai combustibili fossili. C'è poi l'erosione del suolo, molto spesso causata dai metodi moderni di produzione agricola intensiva, che implicano l'uso di trattori e altri macchinari agricoli che funzionano a gasolio. L'uniformità genetica dei semi costituisce un altro fattore: le piante diventano sempre più vulnerabili ai parassiti, e hanno quindi bisogno di molti più pesticidi contenenti idrocarburi. Se seguiamo le catene della causalità che portano a queste diverse minacce al nostro sistema alimentare, hanno quasi tutte la stessa origine.
In generale, il nostro sistema alimentare moderno, basato sulla consumazione di energie fossili, soffre di una grave vulnerabilità a diversi livelli, e l'origine di questa vulnerabilità si trova innanzitutto nella nostra dipendenza da queste energie. L'inevitabile riduzione del rifornimento di carburante per i trattori sarà nefasto per gli agricoltori; inoltre, i composti chimici usati per l'agricoltura saranno sempre più cari. Gli alti costi del petrolio renderanno sempre più oneroso lo scambio a grande distanza di prodotti alimentari. Il cambiamento climatico e la siccità diminuiranno le capacità di rendimento delle semenze.
Ci troviamo di fronte a una crisi alimentare completamente prevedibile, le cui cause sono evidenti: dobbiamo cominciare la riforma di TUTTO il nostro sistema alimentare, in modo da ridurre la nostra dipendenza dalle energie fossili.
Réseau Voltaire: Potrebbe spiegarci in poche parole quali sono gli obiettivi del lavoro che voi e i vostri colleghi state facendo al Post Carbon Institute (Istituto del Dopo Carbonio) e che impatto ha avuto fino ad oggi?
Richard Heinberg: Al momento riuniamo un gruppo cospicuo di ricercatori che condividono la stessa visione della crisi mondiale e che mostrano un interesse nel lavorare in collaborazione con i programmi di educazione. Pensiamo di star vivendo un momento storico che impone di ripensare i nostri postulati in merito alla crescita economica, la consumazione di energia, il sistema alimentare, il cambiamento climatico e la demografia; questioni che si intrecciano ma che vengono raramente trattate dai leader politici.
Allo stesso tempo, il Post Carbon Institute lavora in stretta collaborazione con le Iniziative di Transizione (Transition Initiatives, transitiontowns.org) : una rete di comunità cittadine che promuove l'economia del post-petrolio. Finché le riforme politiche necessarie non saranno immaginate, adottate, sperimentate e promosse dagli individui e le comunità, i capi di Stato continueranno a trascinare i piedi.
Pensiamo che la crisi economica attuale costituisca una svolta fondamentale nella nostra storia. L'economia mondiale ha incontestabilmente raggiunto i suoi limiti di crescita. Adesso tutto dipende dalla nostra volontà a collaborare e ad adattarci a questi limiti.
Condividiamo l'idea che in definitiva è possibile una vita migliore senza energie fossili e senza crescita continua a livello demografico e di consumazione. Ma la transizione tra il paradigma attuale di una crescita basata sui combustibili fossili, e quello di una società stabile basata sulle energie alternative, ha buone possibilità di essere una parentesi difficile. L'umanità ci riuscirà, in un modo o nell'altro: la diminuzione delle risorse ne è la garanzia. Ciò che speriamo è semplicemente di rendere questa transizione più facile, equa e sopportabile per tutti coloro che ne saranno toccati.
Fonte: www.voltairenet.org
Link: http://www.voltairenet.org/article161598.html
14.08.2009
Traduzione a cura di MARINA GERENZANI per www.comedonchisciotte.org
E' nato lo SCAPAC

Grazie alle note capacità di ricerca e di verifica dei suoi utenti (non a caso qualcuno ha definito Luogocomune “il sito dove le bugie hanno le gambe corte”), nasce oggi ufficialmente lo SCAPAC, il Servizio per il Controllo delle Affermazioni di Piero Angela e del CICAP sui mezzi di comunicazione nazionali.
Fu lo stesso Piero Angela a dichiarare, quando annunciò la nascita del CICAP, che “se uno afferma qualcosa deve saperci mostrare le pezze d’appoggio”. Fedeli quindi al suo insegnamento, abbiamo aperto un apposito forum dove verranno passate ai raggi X le varie puntate di Superquark – oppure gli articoli del CICAP, o altro materiale equivalente - che decideremo man mano di vagliare per la loro accuratezza informativa.
Sia chiaro: non intendiamo assolutamente sparare a zero contro tutto quanto fatto o detto da Piero Angela nella sua vita, e gli riconosciamo anzi il merito di aver reso accessibili al grande pubblico argomenti di carattere scientifico non facili per nessuno. Ma è proprio tra le pieghe di questa sua “sapienza”, offerta con magnanimità al “popolino” incolto, che sospettiamo si nascondano messaggi di ben diversa valenza. E il recente caso della puntata sul “complottismo” non ha certo aiutato a fugare questi dubbi.
Inauguriamo quindi la serie, con un argomento particolarmente intrigante: la puntata di Superquark del 3 settembre 2008, …
… intitolata “Mussolini e il Radar”. Già il sottotitolo, “La storia del radar inventato da Marconi”, sembra promettere interessanti sorprese.
Qui il forum con le informazioni dettagliate sul suo funzionamento.
Buon lavoro a tutti.
Massimo Mazzucco
Vaccinazioni pediatriche: l’informazione è la miglior difesa

di Valerio Pignatta
822 pagine di dati, tabelle, citazioni bibliografiche, grafici, analisi cliniche, riassunti di studi, panoramiche storiche, note legali sul mondo delle vaccinazioni e degli effetti collaterali anche gravi che ne derivano. Il libro “Le vaccinazioni pediatriche. Revisione delle conoscenze scientifiche”, di Roberto Gava, si propone di essere una guida completa per il lettore.
Quando qualcuno prova a fare chiarezza intorno al tema vaccinazioni e tenta di informarsi su possibili effetti collaterali di cui magari ha sentito parlare per vie traverse, trova solitamente un muro compatto di ostruzionismo, se non minacce di spaventose conseguenze a livello di salute e legali, da parte del mondo sanitario istituzionale.Eppure, per chi invece riesce a superare lo scoglio iniziale e il tabù mediatico-sanitario si aprono orizzonti di sconfinata profondità che attingono direttamente a quella ricerca scientifica di cui i sostenitori dei vaccini millantano la conoscenza ignorando però in realtà le mete che nel frattempo essa ha raggiunto. C'è infatti un gap sempre più ampio tra i risultati della ricerca nei laboratori e il sapere esercitato dai medici nei lori studi e negli ambulatori. Io credo ci sia un ritardo che si aggira intorno ai dieci-quindici anni. La scoperta del sistema difensivo e antinvecchiamento umano basato sull'ossido nitrico, che ha consentito al suo scopritore, il prof. Louis J. Ignarro, di conseguire il premio Nobel per la medicina nel 1998, ancora per la maggior parte ignorato dai medici, può esserne un esempio eclatante.
Anche nel mondo dei vaccini le informazioni di cui disponiamo oggi sulla loro nocività ed inefficacia sono veramente tante e schiaccianti. E assolutamente scientificamente fondate.
Il dott. Roberto Gava, medico specializzato in cardiologia, farmacologia clinica e tossicologia medica che ha lavorato più di dieci anni in ambiente universitario, ha portato a termine e dato alle stampe un volume, Le vaccinazioni pediatriche. Revisione delle conoscenze scientifiche, di più di 800 pagine in cui raccoglie e illustra anni di ricerche e di bibliografie e abstract di studi sugli effetti collaterali dei vaccini, le malattie che possono slatentizzare, il giro d'affari che condiziona la ricerca che risponde alla logica economico-commerciale, la mancata farmacovigilanza, i danni da adiuvanti (mercurio, alluminio), i meccanismi del sistema immunitario nonché i sistemi naturali per proteggere l'organismo evitando l'immunizzazione artificiale.
Una riflessione di partenza che fa il dott. Gava, e a mio parere molto importante per considerare tutta la questione, ma di cui si è persa la consapevolezza, è che il compito della medicina dovrebbe essere quello di aiutare gli esseri umani a crescere sani e con un sistema immunitario in grado ai affrontare non solo una decina di malattie infettive (e solo per qualche anno dato dalla durata di copertura del vaccino, quando funziona) ma da tutte le malattie infettive, anche quelle che ci saranno in futuro.E questo non si ottiene cercando di otturare una falla in un qualche maldestro modo mentre allo stesso tempo se ne aprono altre proprio in conseguenza della violenza che si è usata. Si tratta di rafforzare l'organismo con uno stile di vita adatto, evitando farmaci intossicanti e ricorrendo a un'alimentazione corretta.
Le condizioni ambientali del pianeta stanno peggiorando a vista d'occhio e le patologie cui può incorrere l'uomo oggi sono sempre più numerose e tendenti a cronicizzare per l'elevato impatto tossico che mangiare, bere e respirare comporta.
L'assenza quasi totale di attività fisica fa il resto. Se poi aggiungiamo la somministrazione di farmaci e vaccini, oggi anche geneticamente manipolati, è chiaro che non si può pensare che l'ottica della pillola (o iniezione che sia) magica possa mutare realmente il panorama medico generale e salvaguardare la salute degli individui. Anzi, l'utilizzo di vaccini a virus vivi attenuati manipolati geneticamente espone in modo concreto al rischio di creazione di nuovi virus mutati caratterizzati da nuove proprietà e capacità patogene che potrebbero essere in grado di resistere ai normali trattamenti profilattici e terapeutici oggi previsti.
Come conclude il dott. Gava, dunque, si può affermare che: «il progresso scientifico ha contribuito a nutrire in noi una tale presunzione scientifica o pseudoscientifica per cui crediamo di conoscere già tutto della fisiopatologia del nostro organismo, mentre siamo ancora molto ignoranti.
Il nostro corpo ha raramente bisogno di un aiuto esterno innovativo, mentre avrebbe quasi sempre bisogno di essere aiutato a mantenere, potenziare o attivare i normali meccanismi di autodifesa che esistono già in noi e che, ne sono certo, sono enormemente superiori sia a quelli che oggi conosciamo sia a quelli che possiamo anche solo prevedere alla luce della attuali conoscenze». (p. 786).Quindi di fronte alla questione vaccinazioni sì o vaccinazioni no in ultima analisi il dott. Gava consiglia di:
- non farsi prendere dalla paura;
- non avere fretta di decidere;
- non accontentarsi della parole dette da chiunque;
- verificare le informazioni di persona;
- informarsi, leggere, cercare.
Cercate la verità, la vostra, quel qualcosa che sentite come più probabile secondo il vostro modo di pensare e in sintonia con il vostro retroterra culturale ed emotivo. Non siete uno standard. Siete unici.