Roma - Un'azione del genere non si vedeva da anni! Senza alcun tipo di preavviso, nè sentore, di punto in bianco oltre 100 studenti e precari della ricerca hanno deciso di occupare il Ministero della Pubblica Istruzione. Colti di sorpresa anche gli addetti alla sicurezza. Tutti dentro al Ministero!
Sapevamo che sarebbe successo qualcosa, dopo l'annuncio di riforma dell'Università da parte della Gelmini e quel qualcosa e' successo con straordinaria efficacia.
Parte così la campagna LA GELMINI NON CI MERITA
Alle 10,40 partiva il 'drappello' dalla Sapienza, irrompeva nel palazzo e alle 11 i ragazzi hanno letto il loro comunicato nel corso di una conferenza stampa. Alle 11,20 gli studenti e i precari tornavano in Facoltà per riprendere la campagna di mobilitazione contro la riforma.
Ecco il Comunicato letto dagli studenti durante la conferenza stampa nel Ministero occupato
Oggi siamo qui per prender parola a dispetto di chi credeva che gli studenti e i precari sarebbero rimasti nel silenzio o si sarebbero ritirati in disparte. Noi della Sapienza, invece, abbiamo deciso di non renderci disponibili a sopportare questa nuova, insostenibile riforma dell'università, proposta pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri.
Il disegno di legge sulla governance e sul reclutamento colpisce direttamente il corpo vivo dell'università, gli studenti, i ricercatori, i dottorandi e dismette definitivamente l'università pubblica, così come l'abbiamo conosciuta. Un'università che non vogliamo difendere così com'è, ma che vogliamo continuare ad arricchire con la nostra capacità di trasformazione quotidiana.
Sul lato della governance, attraverso questa legge viene stabilito l'ingresso nei consigli di amministrazione dei privati e ridotto drasticamente il numero delle facoltà e di conseguenza delle rappresentanze studentesche, con l'obiettivo di costituire dei poli di specializzazione scientifica, a cui non corrisponde però alcun progetto dal punto di vista della mobilità reale degli studenti, che per noi significa trasporti, casa e servizi.
La retorica del merito e del debito diventa il discorso dominante attraverso cui viene riorientato il sistema formativo, dalla didattica alla ricerca, e che ha come dura ricaduta materiale la massiccia introduzione del prestito d'onore, ovvero dell'indebitamento individuale per sostenere i costi dello studio. Noi crediamo che il debito, in quanto condizionamento sulle scelte rispetto alla formazione e alla vita, non sia affatto un premio, ma una punizione generalizzata, da respingere immediatamente. Il governo vorrebbe introdurre un modello di cui abbiamo già sperimentato il drammatico fallimento, avendo acceso la miccia della crisi globale.
Sul lato del reclutamento, invece, il Ministro Gelmini immagina di sopprimere definitivamente la figura del ricercatore a vita, per sostituirla con quella del ricercatore a contratto, che dopo sei anni potrebbe, forse, essere assunto, tramite dei concorsi, la cui condotta feudale resta uguale a quella che fin'ora abbiamo conosciuto.
Una riforma quindi che cambia tutto per lasciare tutto immutato: dalla precarizzazione selvaggia della ricerca, alla dequalificazione completa della didattica, dalla permanenza dei meccanismi baronali alla totale carenza di mezzi adeguati per l'innovazione.
Crediamo che una riforma immaginata a misura dei tagli, anzi come una loro diretta conseguenza e razionalizzazione, sia insensata e pericolosa. Il governo pretenderebbe scaricare così i costi della crisi sulle spalle degli studenti e delle loro famiglie, per tentare di coprire l'assoluta assenza di politiche sociali ed economiche all'altezza delle urgenze del presente. Senza soldi, senza finanziamenti all'università e con scarse prospettive per la ricerca, nessuna riforma è possibile!!
Noi studenti e precari che rendiamo possibile l'esistenza dell'università non siamo stati consultati da nessuno! La Gelmini continua, da più di un anno, ad ignorare le esigenze reali del mondo della formazione, un comportamento davvero immeritevole per un Ministro!
LA GELMINI NON CI MERITA!
Studenti e precari della Sapienza
Ecco un video del 12 dicembre 2007 che non è ovviamente passato (o molto poco) nei mass-media allineati.
In questo video girato al Parlamento Europeo di Strasburgo, si vedono centinaia di dimostranti rivoltarsi e chiedere un REFERENDUM per il futuro Trattato europeo di Lisbona. Si vede anche un responsabile intervenire per chiedere al proprietario della macchina fotografica di smettere di filmare e lasciare i luoghi...
L'intervento Mentre giornalisti e gruppi dirigenti dei grandi partiti europei si accapigliano sulle candidature alla poltrona di presidente del Consiglio europeo o delministro degli Esteri dell'Unione, l'attenzione dei cittadini dovrebbe rivolgersi a ben altro: ovvero a come l'Unione europea si sia trasformata da meccanismo di cooperazione in ambito economico a strumento per allargare a dismisura il processo di privatizzazione di tutto ciò che faticosamente si è costruito come patrimonio pubblico.
In questi giorni le pagine dei giornali italiani e stranieri sono piene di sottilissime analisi su chi verrà eletto presidente del Consiglio europeo o ministro degli Esteri dell'Unione europea. Il nuovo trattato di Lisbona, che prevede le due nuove cariche, entrerà infatti sicuramente in vigore dal primo Dicembre dopo che, buon ultimo, il presidente ceco Vaclav Klaus è stato costretto a firmare.
Con il trattato di Lisbona l'Unione europea avrà dunque una nuova presidenza del Consiglio europeo della durata di due anni e mezzo invece che una presidenza di turno semestrale, come era vero fino ad oggi.
Il principale candidato a questa posizione, prima di essere impallinato dagli stessi britannici che lo conoscono meglio, era Tony Blair. Sarebbe strato proprio un bel presidente d'Europa. Il leader laburista ha infatti avuto il grande merito di portare la Gran Bretagna sulla via della bancarotta finanziaria lasciando mani libere alla City, ha truffato i suoi cittadini e sterminato decine di migliaia di inermi cittadini mandando i suoi soldati in Iraq, ha reso ottimi servigi agli israeliani facilitando il loro intervento a Gaza e si è poi convertito al cattolicesimo diventando il referente privilegiato di Comunione e Liberazione. E poi c'è oggi un gran vociare su chi sarà il futuro ministro degli Esteri dell'Unione europea, una posizione forse non meramente simbolica perché questi sarà allo stesso tempo vicepresidente della Commissione e dotato di uno staff considerevole. Per questa casella si sono scatenati gli istinti degli italiani con la candidatura autorevole di Massimo d'Alema a nome socialisti europei, che sembrerebbero adesso accontentarsi di questa posizione per lasciare ai popolari l'incarico più prestigioso.
Ma se questi sono i dibattiti che appassionano giornalisti e gruppi dirigenti dei grandi partiti europei, l'attenzione dei cittadini dovrebbe rivolgersi a ben altro. La loro attenzione dovrebbe essere rivolta a come l'Unione europea si sia trasformata da meccanismo di cooperazione in ambito economico a strumento per allargare a dismisura il processo di privatizzazione di tutto ciò che faticosamente si è costruito come patrimonio pubblico. C'è molta differenza infatti tra l'idea franco-tedesca del 1951 di cooperare nel settore del carbone e dell'acciaio, o degli anni '70 di cooperare nelle politiche industriali e in quelle energetiche, e l'idea di costringere gli Stati nazionali a privatizzare industrie strategiche e servizi pubblici. Mentre c'è molta necessità infatti di cooperare a livello europeo, che so per costruire delle reti energetiche amministrate a livello sopranazionale in modo da impedire sprechi e profitti indebiti, non c'è bisogno alcun bisogno di ulteriori privatizzazioni di reti e servizi pubblici. Il dibattito di questi giorni sulla privatizzazione dell'acqua dimostra invece la perversa azione della legislazione europea. Un decreto legge del governo, che ha come obiettivo "l'adeguamento alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica" (http://www.acquabenecomune.org/spip.php?article6553), impone che le società concessionarie della gestione dell'acqua siano per almeno il 40 per cento in mano a privati, dando così inesorabilmente avvio alla privatizzazione di un bene pubblico come l'acqua. Al di là del fatto che la privatizzazione dell'acqua è in contrasto con tendenze largamente prevalenti anche in Francia, in Belgio, in America Latina e perfino in India, resta vero che l'opacità delle norme europee sulla difesa dei servizi pubblici continua a favorire un processo disastroso di disgregazione della società e di consegna di beni comuni ad interessi privati, che non faranno altro che farne salire i prezzi i diminuire la qualità.
C'è poi un ulteriore strumento, ancor più antidemocratico, attraverso il quale l'Unione europea impone al pubblico di ritirarsi per lasciare sempre più spazio al privato. Questo strumento si chiama Banca centrale europea che detiene nell'Unione europea un peso spropositato nel forzare scelte di politica economica a causa del fatto che non ha come bilanciamento un governo europeo dell'Economia. Il ruolo spropositato della banca di Francoforte deriva tra l'altro dal fatto che per una sfortunata contingenza storica l'euro è nato nel momento in cui massima era la fede nel fatto che un'economia sana si esaurisse in un bilancio in pareggio e un'inflazione contenuta, senza alcun interesse per ambiente, occupazione, coesione, servizi per i cittadini e per tutto ciò che rende la vita di ognuno di noi degna di essere vissuta. La logica devastante dei banchieri centrali europei è stata riassunta in un recente e illuminante articolo di Bini Smaghi, membro italiano del Comitato esecutivo della Bce, apparso sul "Corriere" (http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2009110314108689-1). Il problema, secondo il banchiere europeo, è nuovamente quello del debito pubblico, e in Italia più che in ogni altro paese europeo. Bisogna quindi ridurre la spesa pubblica, e visto che "non si potrà fare ricorso alle dismissioni di patrimonio pubblico nella stessa misura degli anni Novanta, dato che molte privatizzazioni sono già state fatte" e visto che "lo spazio per aumentare la pressione fiscale sarà limitato dal livello elevato già raggiunto in molti paesi" per sostenere la crescita non rimane che "la riforma del sistema previdenziale". Ecco la logica di Francoforte: c'è la crisi, la crisi è stata prevalentemente generata da comportamenti criminali del mondo finanziario e dalla debolezza della domanda del mercato interno; bene allora bisogna tagliare pensioni e alzare l'età pensionabile, in altre parole ridurre un'altra garanzia pubblica sulla vecchiaia la cui importanza per la coesione sociale era già stata compresa alla fine del XIX secolo da Bismarck.
C'è dunque bisogno più che mai di un dibattito sull'Europa. Ma non di un dibattito su come occupare tutte le possibili posizioni di potere che Bruxelles offrirà in futuro, ma piuttosto di un dibattito su come ribaltare il paradigma della privatizzazione che domina attualmente il processo d'integrazione e che porterà gli Stati a perdere strumenti di coesione sociale, ed inevitabilmente indebolirà anche tutto il processo integrativo. Dopo la bocciatura della Costituzione europea di Giscard da parte dei cittadini francesi ed olandesi nel 2005 (episodio presto dimenticato) i gruppi dirigenti europei sono rimati sordi alla necessità di un dibattito per un nuovo modello di integrazione che rilanci il ruolo del pubblico e della partecipazione democratica. Fino a quando non lo affronteranno la crisi che attualmente percorre l'Europa non cesserà, così come non cesserà con l'entrata in vigore del trattato di Lisbona.
Riflessione Le vicende di Stefano Cucchi, Gabriele Sandri e Gabriele Aldrovandi. E non da meno il caso Marrazzo che coinvolge quattro, forse cinque, carabinieri e, ancora, le violenze poliziesche di Genova, i reati dei depistaggi messi in opera per coprirle: esempi della concezione autoritaria che lo stato propone e impone senza che i cittadini se ne rendano conto, perché l'azione di polizia resta sempre al riparo da qualunque critica o sospetto. Siamo entrati in un'ottica di repressione vista come una missione risolutiva, "antisociologica" delle frange pericolose, intese lombrosianamente inclini al crimine.
Le vicende di Stefano Cucchi, 31 anni, morto dopo l'arresto (perchè trovato in possesso di una dose minima di "erba"), portava evidenti sul corpo i segni della violenza subita. Prima di lui Gabriele Sandri, e Gabriele Aldrovandi morto a Ferrara dopo essere stato massacrato da una pattuglia di poliziotti, che hanno poi avuto una condanna mite, che ha sanzionato un comportamento intollerabile in uno stato di diritto. E non da meno il caso Marrazzo che coinvolge quattro, forse cinque, carabinieri che hanno taglieggiato l'oramai ex governatore del Lazio. Per una settimana in una caserma dell' Arma un gruppo di carabinieri ha ordito e portato a termine con precisione certosina una serie di reati gravissimi. Via Gradoli è stata teatro di soprusi ai danni dei trans, sono state fatte irruzioni studiate per rapinare denaro e droga, probabilmente con episodi di ricatto a danni di altri clienti. Una banda di criminali in divisa che ha agito indisturbata, nonostante si sapesse che la loro attività era nota negli ambienti della malavita e della prostituzione, come mai nessun collega o superiore si è accorto di nulla?
Che dire invece delle morti in carcere? Dai dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, elaborati dall' Associazione contro tutte le mafie, risulta che negli ultimi 9 mesi ci sono stati 138 morti nelle carceri italiane, di 56 per suicidio. I dati ministeriali indicano ben 64.595 detenuti per una capienza su 205 istituti di 43.186 unità. Cioè 21.409 detenuti in più, stipati uno sull'altro. Ma il dato più grave è che di questi 48,5% hanno subito una condanna solo 31,363. Il resto è formato da persone presunte innocenti: 33,232!
Dal 1945 al 1995, in cella si sono stati 4 milioni di innocenti, dal 1980 al 1994 vi è stata assoluzione per metà dei reclusi vittime di detenzioni ingiuste. Più di un milione e mezzo di cittadini è stato giudicato non colpevole, degli oltre 3,5 milioni finiti di fronte ad un giudice. E di questo milione e mezzo sono 313.000 quelli prosciolti con formula piena. Cifre che dovrebbero far rabbrividire tutti i benpensanti e giustizialisti a senso unico.
Le violenze poliziesche di Genova, i reati dei depistaggi messi in opera per coprirle è assolutamente exemplum virtutis della concezione autoritaria che lo stato propone e impone senza che i cittadini se ne rendano conto, perchè se nel parlare corrente della gente comune il marcio del mondo politico è ben rappresentato e messo alla berlina, l'azione di polizia resta sempre al riparo da qualunque critica o sospetto.
In una rappresentazione pubblica e politica della sicurezza come valore assoluto, da tutelare soprattutto rispetto ai problemi dell'immigrazione che a detta di alcuni, renderebbero le nostre città delle giungle, si induce la pubblica opinione a reclamare una idea di sicurezza intesa come protezione e volta esclusivamente come ordine pubblico. E' un clivage che induce il cittadino a considerarsi in primo luogo "potenziale vittima del crimine" e quindi ragionevolmente disposto a rinunciare progressivamente ai "diritti", pur di essere protetto dalla minaccia che incombe. Mai che venga in mente che la sicurezza possa essere, debba essere, intesa anche come l'essere al riparo dall'arbitrio di chi esercita un pubblico potere, declinata in diritti, garanzie, e prerogative individuali, no, questo significato è metodicamente bandito dal discorso dominante.
Si tratta di riduzione dell'idea di sicurezza resa efficace solo attraverso una dicotomia tra il "mondo dei devianti" e il "mondo dei normali". Dei primi è previsto che se ne occupi la polizia, ovviamente a beneficio dei secondi. Ma il fatto importante è che l'elemento decisivo di tale dicotomizzazione, è una sorta di idea, di ragionamento che, proviene da oltreatlantico, e che è ben radicato anche da noi, in base al quale, non si può perder tempo e denaro su "teorie sociologiche" sulle radici sociali e ambientali del crimine, che sono accusate di aver troppo a lungo sostenuto politiche tolleranti e velleitarie quanto romantiche idee di integrazione, al fine di tornare al sano principio "fascista" secondo cui "non è la società a creare la devianza, ma sono i devianti ad essere responsabili del crimine".
Questo oltre che essere un concetto di matrice fascistoide, è pure un incrollabile principio puritano, è la riedizione collettivizzata della predestinazione calvinista. Il crimine come risultato del libero arbitrio individuale, il prodotto della singola soggettività votata al male e quindi "predestinata" alla dannazione, infligge un danno che è di natura sociale. Ad esserne colpita non è solo la vittima di quello specifico atto criminale, bensì tutta la società nel suo complesso. Sempre quella società che scomparsa tra i fattori che codeterminano la devianza, si ripresenta però, come sua principale vittima. Insomma, la società è sempre buona e giusta, sono i singoli ad essere malvagi.
Questo è il continuo ritorno alla "responsabilità individuale", che viene poi sempre inteso come reiterata difesa dell'ordine costituito, anche se questo conduce ad una
"irresponsabilità sociale". E' la morte della tradizione liberale, che apre le porte alle funzioni repressive dello stato, che diventa minimo nella funzione di "stato sociale", e massimo nella funzione di "stato di polizia".
La repressione ha la centralità assoluta, immune da ogni condizionamento o dubbio, rende infallibile e certo di immunità chi la esercita, ossia le forze dell'ordine.
La massima degenerazione a cui stiamo assistendo in tale ambito, è la nascita delle ronde, laddove era difficile educare gli operatori di polizia ad un comportamento razionale e rispettoso dei diritti umani, figurarsi come può essere fattibile questo in riferimento a persone che non hanno alcun tipo di formazione e controllo sulle operazioni di ordine pubblico.
Quello a cui si assiste quotidianamente, è una altalenante gara tra destra e sinistra a creare "domanda di sicurezza", attraverso una retorica ufficiale sulle forze dell'ordine, che spesso cade in una inaccettabile copertura di abusi e vessazioni. Vi è la pretesa che i cittadini ammirino e accettino incondizionatamente i tutori dell'ordine pubblico, invocandone la protezione salvo poi far passare come del tutto normale lo sconfino nell'abuso, e la rinuncia a strumenti di controllo e garanzia che ne sorveglino l'operato.
Per non parlare dell'enfasi apologetica che viene fuori in tutte le occasioni ufficiali e le sedi istituzionali, al punto da bacchettare Andrea Camilleri quando ha osato far dire qualche contrarietà al bravissimo Montalbano (avercene commissari così) in merito allo scempio di Genova!
I politici poi, fanno a gara nell'esprimere la propria solidarietà e approvazione per le forze dell'ordine, che sono sempre esenti da ogni sospetto di eccesso o di devianza, anzi, ogni contrarietà d'opinione viene accolta come un affronto, una bestemmia, un tradimento, questo anche da parte di chi, interno a tali "corpi armati", osa mettere in dubbio la giustezza di determinati fatti (e questo lo sostengo in quanto ho avuto esperienza lavorativa in tale settore, quindi parlo con cognizione di causa), stigmatizzando e isolando i dissenzienti, che verranno in tal modo precipitati nella "spirale del silenzio". E se qualche volta il marcio viene a galla, la stampa si guarda bene dal darvi eccessiva importanza, perchè la polizia non giudica, agisce, e dunque non può sbagliare . Se l'errore giudiziario è contemplato nel dibattito pubblico, l'arbitrio di polizia non lo è, l'accusa più ricorrente è fatta normalmente alla magistratura, colpevole di metter fuori i delinquenti che le forze dell'ordine tanto faticosamente catturano. Ma attenzione che se il giudizio sulla magistratura può divergere a seconda delle stagioni e convenienze, quello sull'infallibilità della polizia è assolutamente unanime. L'esempio della mattanza di Genova è peculiare, pur di assolvere gli esecutori materiali nella scuola Diaz, nonché per le vie della città e nella caserma Bolzaneto, si è arrivati alla distruzione delle prove, assolto e riammesso in servizio il carabiniere che uccise Carlo Giuliani.
Se si respinge a priori qualsiasi influenza degli squilibri sociali sui comportamenti dei devianti, si avrà l'esclusione di qualsiasi efficacia delle politiche sociali; se la centralità assoluta sarà ancora sulla repressione, sollevata dalla responsabilità, dal condizionamento del dubbio o dell'insufficienza, l'infallibilità di chi esercita la violenza di stato essa non avrà contenimento alcuno. A questo punto il ricorso alle forze di polizia per risolvere qualsiasi problema nelle varie sfere della vita civile, non avrà più limiti, con conseguenze molto pericolose per i cittadini di uno "stato di diritto".
Esiste un problema di consumo di spinelli nelle scuole superiori? Si chiederà ai carabinieri di compiere azioni improvvise di controllo, con cani ed eventuali manganelli. E questo era stato proposto nel 2007 non da un governatore del Texas, ma da un ministro della salute di un governo di centrosinistra in Italia!
Siamo entrati in un'ottica di repressione vista come una missione risolutiva, "antisociologica" delle frange pericolose, intese lombrosianamente inclini al crimine.
Nonostante questi gruppi sociali siano interni alle società sviluppate, ne riflettano ideologie e comportamenti, abitudini e atteggiamenti, vengono considerati "corpi estranei", o peggio come nemici, configurando l'azione di polizia come azione di guerra (si pensi al reato di clandestinità).
Le forze dell'ordine non appaiono più come una articolazione dell'ordine sociale, con vincoli e limiti volti a garantire la tutela del soggetto, ma come un esercito schierato a difesa della nazione, dove le necessità di sicurezza e ordine assolvono da soprusi e prevaricazioni dei più deboli. Si mettono in atto mezzi sempre più razionali per raggiungere obiettivi sempre più irrazionali.
Il 1984 di George Orwell, spauracchio del liberalismo, ci ricorda in quella significativa frase del libro "se il fascismo fosse tornato, non avrebbe indossato la camicia nera, ma la giacca di tweed".
Forse l'obiettivo desiderato è quello di una governance integrale? Francamente preferirei uno stato in cui non dover avere paura che se disgraziatamente un ragazzo (magari mio figlio, i nostri figli) fermato per possesso di droga venga massacrato dai tutori dell'ordine costituito. Un invito ai governanti, che non può essere declinato in virtù del culto della polizia.
“Quando gli americani (statunitensi) sanno di avere il potere di cambiare le cose, è molto difficile trattenerli dal farlo”, Barack Obama, presidente degli USA e Premio Nobel per la Pace. Appena dopo l'esecuzione del colpo di stato militare in Honduras, dissi in un'intervista pubblicata da Clarìn, Telesur, Rebelión (e molti altri mezzi di comunicazione): "A volte penso che il colpo di stato in Honduras possa essere considerato una specie di laboratorio, visto che a seconda di come si svilupperà questa vicenda in questo piccolo grande paese, si decideranno le azioni da intraprendere in altri paesi a difesa delle loro libertà. Sarà da vedere. In questo caso il colpo di stato non riguarda solo l'Honduras ma tutta l'America Latina, e aspetta delle risposte da tutto il resto del mondo”. Continuo a pensare a questa possibilità di considerare l'Honduras come un laboratorio, ma ormai con la convinzione che, in qualsiasi caso, si tratti di un esperimento fallito. Né golpisti interni né funzionari esterni hanno potuto prevenire la forza della Resistenza honduregna. Parola che non deve essere malinterpretata: Resistenza non è altro che un sinonimo di Popolo, che si risveglia e decide di difendere i propri diritti. Non si deve confondere la Resistenza con gli Zelayistas. Gli Zelayistas sono i seguaci del presidente costituzionale Manuel Zelaya Rosales, la Resistenza include gli Zelayistas ma, allo stesso tempo, è un movimento nazionale costituzionalista comprendente diversi partiti politici e ideologi con un comune obiettivo: restituire all'Honduras la legalità istituzionale, che prevede chiaramente il ritorno del presidente Manuel Zelaya. Il colpo di stato militare in Honduras ha ricevuto la condanna unanime del resto del mondo. In alcuni settori honduregni c'è il timore che gli Stati Uniti siano molto più coinvolti nel colpo di stato di quanto finora si sospetti, e che lo spostamento di funzionari verso il territorio honduregno non sia che parte di un piano con cui allungare i tempi del ristabilimento istituzionale, per arrivare così alle elezioni e cercare in seguito dei meccanismi per legittimarle, prendendosi gioco della volontà del popolo honduregno e di gran parte della comunità internazionale. Dal momento in cui gli Stati Uniti riconoscano delle elezioni realizzate sotto un governo di fatto, senza la restituzione dell'incarico al presidente costituzionale Manuel Zelaya, immediatamente il messaggio sarà chiaro in tutto il continente latinoamericano: “Non si può avere fiducia negli Stati Uniti, che continuano a considerarci come il loro “cortile” da sfruttare e non da pari, e pertanto non resta che restare in allerta visto che qualsiasi altro paese può essere il prossimo”. Considerato ciò, ai paesi dell'America Latina non resta che prepararsi a difendersi in blocco contro futuri attentati alle loro democrazie e libertà. Se i repubblicani stanno utilizzando l'Honduras come piattaforma per mandare un messaggio o indebolire il presidente Hugo Chávez, allora si tratta di una tattica sbagliata. Utilizzare un paese piccolo e povero per timore di affrontare direttamente il Venezuela chavista, in realtà non fa che rafforzare la Rivoluzione Bolivariana e l'intenzione di proseguire nelle attività di riforma a benefico della grande maggioranza di persone. Dall'altro lato, se ciò che vuole ottenere l'ala radicale repubblicana è ostacolare le promesse di grandi trasformazioni della campagna di Barack Obama per favorire gli statunitensi della classe media e i più poveri, l'Honduras è lo scenario propizio, allorché prevalga il colpo di stato militare, affinché Obama sia etichettato con una parola “letale” negli Stati Uniti, “un presidente bugiardo”, “un'amministrazione blanda”, e con ciò Obama inizierebbe a dimenticare il sogno che un tempo ebbe uno dei suoi maestri, Martin Luther King. Potrebbe succedere anche ad Obama ciò che accadde a David Dinkins, unico primo cittadino afroamericano della città di New York (1990 e 1993), che data la sua debolezza servì solo per comunicare al mondo che negli Stati Uniti non esistevano discriminazioni e che lasciò il suo incarico senza successo e senza essere rieletto. Attenzione Obama, bisogna imparare dalle esperienze del passato. Obama deve capire che presiedere gli Stati Uniti significa anche presiedere gran parte del resto del mondo, sicuramente questo vale per l'America Latina, e non serve a niente lavarsene le mani o scusarsi, come quando sostenne l'ipocrisia di coloro che chiedevano l'intervento degli Usa nel golpe dell'Honduras. L'intervento è già stato fatto, e spudoratamente, come hanno dichiarato i membri repubblicani del Congresso Iliana Ros e Dìaz-Balart che, senza alcun pudore, non solo hanno appoggiato il colpo di stato militare a Washington ma sono anche stati capaci di visitare l'Honduras per sostenere i golpisti. Esistono inoltre altri interventisti statunitensi, il cui nome non vale la pena di essere menzionato, che hanno contribuito a preparare il colpo di stato militare. Che cosa pretende Obama, che i cattivi intervengano e che i buoni incrocino le braccia contemplando le barbarie? Nella politica, come nella vita, la determinazione del leader fa la differenza. In tutto ciò esiste un'altra importante questione, più seria di quello che sembra: l'immigrazione illegale verso gli Stati Uniti. Obama la conosce molto bene poiché gli immigrati si stanno organizzando a livello nazionale ed esistono ormai un gran numero di organizzazioni, chiese, uffici che aiutano gratuitamente gli immigrati. La pressione su Obama, affinché mantenga la sua promessa fatta in campagna elettorale, inizia a farsi sentire. Questo tema non sarà facile per l'amministrazione Obama, e si può complicare al peggiorare della situazione in America Latina, soprattutto in Centro America ed in Messico. Il persistere del colpo di stato militare in Honduras permette di mantenere sotto i riflettori anche altri tentativi di destabilizzazione in America Latina, così che non esisteranno muri, infrarossi, pattuglie, cani, telecamere, etc che possano arrestare moltitudini con necessità basiche e minacciate nei propri paesi di origine, tanto da arrivare a “visitare” gli Stati Uniti a qualsiasi rischio. Come disse giustamente il poeta honduregno José Adán Castelar: "El hambre no tiene ley sino hambre".
Roberto Quesada scrittore e diplomatico honduregno a fianco della resistenza, direttore di Honduras-Usa Resistenza
Salvato dal segreto di stato. Solo per questo l'ex direttore del Sismi Niccolò Pollari e il suo vice Mario Mancini non devono rispondere di fronte alla legge del loro operato nella vicenda del rapimento di Abu Omar avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003. Il giudice di Milano, Oscar Maggi, ha deliberato il non luogo a procedere per i due dirigenti dei servizi segreti in base all'articolo 202 del codice penale.
Non luogo a procedere anche per per l'ex capo della Cia in Italia, Jeff Castelli, in quanto coperto da immunità diplomatica. Gli Stati Uniti hanno espresso però «disappunto» per la condanna dei 26 ex agenti della Cia condannati in contumacia. La copertura del segreto di stato sulle loro responsabilità fu apposta prima del governo Prodi e poi confermata dal governo Berlusconi. In seguito, la Corte costituzionale ha esteso la copertura del segreto in modo che comprendesse anche gli atti processuali.
Il giudice però ha condannato a tre anni i funzionari del servizi segreti Pio Pompa e Luciano Seno accusati di favoreggiamento, e ha condannato a pene tra i cinque e gli otto anni i 26 agenti della Cia coinvolti nel processo - che però gli Usa non hanno mai consegnato alle autorità italiane. Gli imputati condannati dovranno risarcire un milione di euro all'ex imam e 500mila euro alla moglie Nabila Ghali.
Ciò significa che l'attività della procura è state riconosciuta valida e doverosa. Ma non si poteva agire diversamente. L'ha spiegato chiaramente il giudice Maggi nell'emettere il verdetto. «L'azione penale nei confronti di Pollari e Mancini - ha dichiarato - per quanto legittimamente iniziata, non può essere proseguita per esistenza del segreto di stato apposto dalla presidenza del consiglio e confermata dalla sentenza costituzionale numero 106 del 2009». Il procuratore aggiunto Armando Spataro ha riconosciuto che «la decisione è arrivata al termine di un procedimento difficile e portato a termine con grande professionalità» e ha accolto la sentenza con moderata soddisfazione. «E’ stato molto importante aver potuto portare a termine il processo – ha commentato – che ha dimostrato che la verità dei fatti è quella ricostruita dalla polizia e dalla Procura». Tanto che tutti gli autori statunitensi del sequestro sono stati condannati. Mentre gli 007 italiani se la sono cavata solo per l'apposizione del segreto di stato. Una scelta che, ricorda Spataro, «è stata contestata dal Parlamento e dal Consiglio europeo». Spataro ha annunciato che solo dopo la lettura delle motivazioni della sentenza valuterà se ricorrere in appello.
Opposta l'interpretazione di Pollari. «Se il segreto di stato fosse stato svelato dagli organi preposti – ha detto – sarei risultato non solo innocente ma anche contrario a qualsiasi azione illegale». Per i suoi legali Pollari non è stato salvato dal segreto ma ne sarebbe vittima. «Il generale Pollari – hanno ribadito Franco Coppi e Rita Madia – ha sempre detto che il segreto di stato non copre la sua responsabilità ma copre le prove della sua innocenza».
Pollari, gli agenti italiani e quelli della Cia erano accusati di avere sequestrato l'egiziano Abu Omar, che poi fu portato nel suo paese, dove venne torturato. Per questo l'accusa aveva chiesto 13 anni di reclusione per Niccolò Pollari e per l'ex responsabile della Cia in Italia Jeff Castelli. Inoltre i pm avevano chiesto 10 anni per Marco Mancini e per altri agenti conivolti: gli avvocati della difesa invece avevano chiesto l'assoluzione per tutti per non aver commesso il fatto e in subordine il non luogo a procedere.
Il dibattimento si è svolto soprattutto sull'interpretazione del segreto di stato e della sentenza della corte costituzionale, piuttosto che sui fatti raccolti dall'accusa, con Spataro e il suo collega Ferdinado Pomarici impegnati a dimostrare che non può esistere l'imposizione del segreto su fatti che costituiscono reato. E che in questo caso non ci si può a limitare a segretare accordi tra intelligence italiana e organizzazioni straniere come sostenuto dalla Consulta. Inoltre per i pm il comportamento penale degli accusati non può coincidore con gli interessi dello stato perché anzi costituirebbe «un grave scempio del proprio dovere di fedeltà ai principi della democrazia».
Il caso di Abu Omar, secondo quanto ricostruito dai dati dalla Federal Aviation Administration e di Eurocontrol, e dal lavoro dell'eurodeputato Claudio Fava, sarebbe solo il caso più eclatante dei rapimenti (renditions) compiuti dalla Cia. L'Italia si sarebbe prestata a fare da base logistica per altri 80 voli di 26 differenti velivoli impegnati nel programma. Ma per due governi italiani e per Washington su tutto ciò non si deve e non si può indagare.
“Questa storia dell’influenza A è una bufala pazzesca”. Lucia Lopalco è a capo dell’unità di Immunobiologia di Hiv del San Raffaele e insieme al suo staff, pochi mesi fa, si è aggiudicata un premio di 100 mila dollari assegnato dalla fondazione statunitense Bill and Melinda Gates Foundation.
Una bufala che riempie tutte le prime pagine di oggi, però... Infatti, se non fossi tanto disgustata dall’assenza di professionalità che viene fuori da questa vicenda (identica all’altra di qualche anno fa, nota come influenza aviaria), ci sarebbe solo da ridere. L'unica cosa vera è che il virus H1N1 è particolarmente virulento per tutte le persone gravemente immunocompromesse. Ma si tratta di una normale influenza che una persona in salute (cioè non affetta da gravi patologie) cura con una settimana di riposo nel letto di casa propria: lo scorso anno sono morte 30 mila persone a causa dell’influenza stagionale.
Il vaccino, dunque, che senso avrebbe? Il vaccino deve essere assunto solo da chi è affetto già da gravi patologie: un paziente sieropositivo, dunque immunodepresso, piuttosto che rischiare la vita e contrarre il virus, ha senso che faccia fronte a possibili effetti collaterali del vaccino stesso. Per le persone sane, invece, è dannoso: non ci sono controlli, in compenso, è in corso un rumorosissimo battage pubblicitario.
Pandemia sì, ma di guadagni per le case farmaceutiche? Il farmaco è stato sviluppato da Novartis (multinazionale farmaceutica svizzera, ndr) che ha concluso con il governo un contratto capestro che la Corte dei Conti ha giudicato non valido. Il punto è che sulla base di questo contratto, se intervengono effetti collaterali dopo l’inoculazione del siero, non ne risponde la casa farmaceutica (come dovrebbe) ma lo Stato. Cosa vuol dire?
Ce lo dica lei. Che ha pochissime sperimentazioni e, infatti, moltissimi medici (che sono i principali untori) si rifiutano di farlo.
Si può parlare di una concentrazione di casi a Napoli, come già si sta facendo (più della metà delle 17 vittime è campana ndr)? Solo se le vittime fossero 100 e i casi riscontrati in Campania fossero 80, potremmo fare una valutazione e spingerci in un’analisi che avrebbe un senso. La domanda è: a Napoli, quanti casi di morte per l’influenza stagionale abbiamo avuto negli ultimi 10 anni? Se fossero superiori alla media nazionale, poi, dovremmo ragionare di malasanità. Ma quella è un’altra storia.
Cosa deve fare una persona sana che contrae il virus A? Niente allarmismi: basterà una dose doppia di tachipirina. E l'assunzione di antibiotici, per evitare infezioni batteriche in chi abbia le difese immunitarie già compromesse.