martedì 1 dicembre 2009
Jordan Maxwell: tu appartieni alle Banche !
La sindrome svizzera sorpassa le Alpi
Lunedì 30 Novembre 2009 Enzo Mangini
Dopo il referendum svizzero sul divieto di costruire nuovi minareti, la Lega rilancia la polemica anti-islamica. Il viceministro Castelli propone la croce nel tricolore. Borghezio il referendum sulle moschee. E La Russa si aggrappa alla bandiera nazionale per coprire la propria idea di società monoculturale.
Una croce nel tricolore italiano, propone il viceministro Roberto Castelli, forse in attesa di mettere una croce sopra il tricolore. Il suo compagno di partito, e purtroppo europarlamentare, Mario Borghezio propone invece di «fare il passo» dal referendum sui minareti a quello sulle moschee. Quasi peggiore delle dichiarazioni dei leghisti furiosi, è la risposta del ministro della difesa Ignazio La Russa al suo collega di governo Castelli. La Russa – uno che saluta con entusiasmo ogni nuovo invio di truppe in Afghanistan e che era favorevole alla guerra in Iraq – non si preoccupa dell’impatto che le parole di un esponente di governo potrebbe avere per l’immagine dell’Italia. Non si preoccupa nemmeno dei paesi arabi e musulmani con cui l’Italia intrattiene ottimi rapporti, come la dittatura «moderata» di Ben Ali in Tunisia e la satrapia libica di Gheddafi. No. La Russa dice che «può pensare di modificare la bandiera solo chi non la ama» e poi «che la croce non serve sulla bandiera ma basta saperla tenere nel proprio cuore». Un cuore con la croce, il simbolo della Vandea.
Il referendum svizzero, promosso dalla destra conservatrice e passato con il 57 per cento dei voti favorevoli prevede che nel territorio della confederazione non si possano più costruire minareti. Perché il minareto, silhouette inconfondibile, rappresenta secondo i promotori del referendum un segno di «islamizzazione». La Lega – ovvio – condivide questa analisi. E anche La Russa la pensa allo stesso modo. La Svizzera, secondo il ministro della difesa, ha dimostrato che non c’è motivo di «arrendersi ad un futuro, non dico multietnico che mi va bene, ma multiculturale». Quindi il «problema» è questo: l’identità culturale. Che in Svizzera i minareti siano quattro [quattro!] non conta, ovviamente. Così come non conta che le chiese protestanti elvetiche e quella cattolica si siano espresse contro il referendum e contro il suo esito.
E’ un puro pretesto, il referendum sui minareti, per almeno due battaglie, se non tre da questo lato delle Alpi. La prima è quella tra la Lega e chi nel Pdl cerca di far passare un’idea un po’ più civile della cittadinanza, un’idea che faccia i conti con la realtà del paese. La legge Sarubbi-Granata, odiata dalla Lega, è stata proprio oggi calendarizzata in discussione entro il 22 dicembre.
La seconda battaglia è quella della Lega rispetto ai propri territori, dove, in assenza di idee nuove e in tempi di crisi, l’anti-islamismo va sempre bene per cominciare la campagna elettorale giusto prima di Natale. Magari puntando sull’effetto traino della suggestione della messa di mezzanotte per rosicchiare voti ai «massoni filoislamici» che secondo Castelli si annidano nel Pdl.
La terza, più importante, è quella sulla definizione dei «confini», interni ed esterni, dell’identità, diciamo «nazionale». Al fondo dello sragionare di La Russa, Castelli, Borghezio e chissà quanti altri nella coalizione di governo c’è la percezione che l’Islam non sia una religione «europea» e quindi che non abbia diritto di cittadinanza pari ai cristianesimi. Che la cittadinanza prescinda dalle scelte personali in fatto di religione, per La Russa e soci, è un dettaglio secondario, trascurabile quanto il fatto che ci siano centinaia di migliaia di cittadini italiani di religione musulmana ai quali la costituzione garantisce il diritto di professare la propria fede.
Le parole della Lega sulle moschee fanno il paio con il reato di clandestinità e le proposte di «trattamento differenziato» per i migranti in fatto di cassa integrazione o con altre uscite come gli autobus separati, il welfare asimmetrico e via berciando. Non sono provocazioni. Sono un’idea di mondo e di politica che ha una sua coerenza tardomedievale, inquisitoriale. Da espulsioni di moriscos e marrani dai regni cattolicissimi.
Enzo Mangini
www.carta.org
IL BANCHIERE ESPIATORIO E ALTRE ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA
DI EUGENIO ORSO
bamboccioni-alla-riscossa.org
Stiamo vivendo il passaggio decisivo della crisi sistemica globale in cui il feticcio del PIL - ancora oggi asse portante di tutte le mistificazioni sul prodigioso “sviluppo”, la “crescita”, il “benessere” illimitati - tende a diventare sempre di più DIL per gran parte delle società umane. Assumendo l’acronimo in questione il significato di Disagio Interno Lordo e in futuro - se peggioreranno ancora le cose, come del resto è probabile - di Disperazione Interna Lorda. Le serie di dati economici, che scorrono come un fiume quotidianamente sotto i nostri occhi, pur nella loro contraddittorietà – sospese come sono fra rimbalzi, recuperi finanziari, chiusure aziendali e cadute ulteriori del prodotto – palesano lo spettro del declino della produzione e dei consumi, che non sarà l’unico problema epocale delle sole economie occidentali un tempo trionfanti.
In questo passaggio epocale assistiamo a un vero e proprio scontro fra irrealtà e realtà. Dove l’irrealtà è ben simboleggiata da una dimensione finanziaria “partita in orbita” intorno al globo terracqueo. Mentre la realtà è fatta di chiusure aziendali e dal downsizing, ovvero da licenziamenti a raffica. Ma soprattutto: la contrapposizione di fondo è tra la stabilità e la flessibilità; fra l’ordine e l’anarchia; fra la perduta solidità rappresentata da un mondo “burocratico” e da un tempo lineare, e l’evanescenza indotta da questo modello di capitalismo, con le sue pericolose discontinuità. In questa fase - di cui nessuno sa prevedere la durata perché “Ignota è l’architettura del domani” - la complessità che caratterizza il modo di produzione capitalistico dominante è tale che nessuno riesce compiutamente a definirlo ed indagarlo, sviluppando un’adeguata visione d’insieme.
Esistono tante definizioni di quel capitalismo contemporaneo che “viviamo sulla nostra pelle”. Ciascuna delle quali riesce forse a mettere in evidenza uno o due aspetti, pur rilevanti e caratterizzanti su vari piani – culturale ed ideologico, economico, sociologico, persino geopolitico – senza però riuscire a cogliere la totalità. Capitalismo neofeudale “senza classi” (questa è la definizione data dal filosofo Costanzo Preve); passaggio capitalistico dalla fase monocentrica “americana” a quella policentrica (Gianfranco La Grassa); capitalismo flessibile ( Richard Sennett); capitalismo parassitario ( Zygmunt Bauman); capitalismo totalitario (Marino Badiale e Massimo Bontempelli); e capitalismo assoluto. Queste definizioni rappresentano solo alcuni esempi di quanto affermo. Ma la stessa globalizzazione che costituisce la linfa vitale del modo di produzione dominante può essere intesa in molti modi: economico, culturale, salariale, e via dicendo.
Quello che è certo è che la prima fase della globalizzazione - iniziata in buona sostanza negli anni Ottanta del Novecento; consolidatasi progressivamente nei “ruggenti anni Novanta” (secondo una definizione dell’economista Stiglitz); e non ancora conclusa, ma già in via di esaurimento, come ci dimostra la persistenza della prima crisi del mondo globalizzato - è dominata da quello che potremmo, con una buona approssimazione, definire “modello capitalistico anglo-americano dell’economia dei servizi”. Un modello in cui i servizi finanziari hanno avuto la massima espansione e l’hanno fatta da padrone, “autonomizzandosi” rispetto all’economia reale e sopravanzandola di alcune lunghezze, ben oltre le sue capacità di assorbimento e sopportazione. Cosa che è accaduta a detrimento delle strutture produttive dei paesi “sviluppati”, provocando due effetti. Primo: una falcidia di posti di lavoro stabili soprattutto nelle produzioni a bassa intensità di capitale (e basso contenuto tecnologico); posti che sono stati solo in parte sostituiti da precari sottopagati. Secondo: trasferimenti significativi di know-how ai paesi detti emergenti, indotti dalla caduta delle barriere doganali e dal conseguente nomadismo planetario del capitale.
L’espansione finanziaria ha dato l’impressione alla massima potenza mondiale - ovvero gli Stati Uniti - di poter vivere per un tempo lungo, indefinito, al di sopra dei propri mezzi finanziando illimitatamente il debito. Mentre i “fondamentali” dell’economia, le produzioni tradizionali e le officine lasciavano il posto a produzione sempre più massiccia di carta e cartaccia: la paccottiglia del tipo CDS (Credit Default Swap) e CDO (Collateralized Debt Obligation). Come se la moltiplicazione della ricchezza di natura finanziaria fosse una riproposizione - in chiave storica e su un piano di immanenza del miracolo biblico - della “moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Nel frattempo la bassa produzione si affidava ai cosiddetti Paesi “emergenti”, realizzando il massimo della flessibilità dei lavoratori e sfruttando nuovi territori fino ad allora sotto-utilizzati o vergini, in un’assurda e suicida (in primo luogo per l’Occidente a guida americana) divisione internazionale del lavoro.
Anche per tali motivi, quelli che potremmo definire “i gruppi di comando elitistici” hanno avuto mano completamente libera nel reperimento di risorse sui mercati finanziari, e l’hanno fatto nel segno dell’assenza di limiti che connota il capitalismo in questa fase. Non ha torto Bauman – che nel saggio “Capitalismo parassitario” (pubblicato in Italia da Laterza) rievoca lo spettro di Rosa Luxemburg, l’autrice de “L’accumulazione del capitale”, che sosteneva che il capitalismo non può sopravvivere (e prosperare) senza le economie non capitalistiche - si diceva: non ha torto Bauman, quando mette in evidenza come il monstre che ci domina è nella sostanza nient’altro che un grande parassita, in costante ricerca di “terre vergini” da sfruttare fino all’esaurimento. O meglio di organismi ospitanti in cui si insedia per “nutrirsi” e riprodursi portandoli alla morte.
In realtà, i banchieri e i finanzieri fin dagli inizi dell’era globale hanno interpretato la completa assenza di limiti che connota il capitalismo contemporaneo come l’illimitata possibilità di accrescere una ricchezza apparentemente illusoria e smaterializzata. Con lo scopo immediato di una crescente “creazione del valore a favore dell’azionista”. E con il fine ultimo di mettere le mani su beni assai concreti: fabbriche, proprietà immobiliari, l’intero prodotto sociale. Le conseguenze del loro agire sui mercati ricordano molto l’effetto che io chiamo dello “sciame di cavallette”.
Le cavallette, divise in grandi sciami, si avventano affamate su campi e coltivi, predandoli fino all’esaurimento delle risorse, per poi spostarsi altrove rapidamente, come nubi minacciose nel cielo, e calare fameliche su altri campi e altri coltivi. I fertili coltivi - prima dello scoppio della crisi - erano rappresentati dai mercati dei crediti al consumo (rate e carte di credito) e dei mutui di seconda scelta (ovvero quelli concessi a persone che avevano scarse possibilità di pagarli, perchè avevano stipendi bassi e lavori instabili; mutui noti ai più come subprime). Mutui e crediti che sono stati allegramente cartolarizzati, per poi fare il “tranching”, tagliandoli a fette; e infine venduti, intascando le commissioni come prodotti in gran parte sopraffini, per niente adulterati e spesso degni addirittura del massimo dei voti in termini di affidabilità, cioè di una tripla “A”. Anche se poi si è scoperto che erano carta straccia.
Perfino inutile precisare che gli altri campi e gl’altri coltivi, predati dalle “cavallette” globaliste, sono gli essenziali mercati del petrolio e dell’energia, in cui il 95% dei futures trattati in questi ultimi anni non hanno avuto funzioni di copertura, a fronte di transazioni reali, ma bensì funzioni squisitamente speculative. Ed altri campi ed altri coltivi ancora erano i più decisivi prodotti agricoli e alimentari, dando così un significativo contributo alle esplosioni dei prezzi (inflazione da profitti), ma soprattutto alla malnutrizione e alla fame autentica di quasi un terzo dell’umanità. Ecco di cosa si è occupata - fra l’altro - la nuova “classe di servizio” del top globalista per creare valore in misura crescente, se non esponenziale, a vantaggio dei “Signori della mondializzazione”, in particolar modo a beneficio di quella Strategic Global class occidentale, che era intenta a “rastrellare” risorse ovunque e a qualsiasi costo sociale e ambientale.
Ma la difesa dei perversi meccanismi di questo capitalismo non è cessata neppure con la crisi. Anzi si è intensificata fino al delirio, con l’intensificarsi della caduta di tutti i suoi indicatori, dal PIL planetario a quello dei volumi del commercio mondiale.
Un temporaneo rimbalzo finanziario - per esempio: una ripresa dei guadagni speculativi o una crescita del PIL americano, dopo quattro trimestri negativi consecutivi e l’espulsione di milioni di lavoratori dal processo produttivo, con parte del “ceto medio” che perde la casa e va a vivere in roulotte - viene oggi venduta dalla propaganda del nuovo clero sistemico-mediatico come “l’uscita dalla crisi”, l’auspicato ritorno ad una “normalità” decisamente abnorme. Una “normalità” fondata su instabilità e cambiamento discontinuo ma irreversibile; sul fallimento esistenziale per moltissimi; sulla concentrazione di risorse in mani elitistiche; sul pieno controllo del “capitale umano” e del “capitale naturale”; e su di un gigantesco disegno omologante di riorganizzazione ideologico-culturale, venduto propagandisticamente come “morte delle ideologie”.
Questo processo si è sviluppato nel passaggio dalla routine alla flessibilità (come ha osservato Richard Sennett); dal mondo solido alla vita liquida (Zygmunt Bauman); dal capitalismo dialettico al capitalismo speculativo in senso hegeliano (Costanzo Preve). E non solo. A mio avviso: questo processo si è sviluppato anche nel passaggio dall’ordine sociale fondato sulla tripartizione “Borghesia-ceti medi figli del welfare novecentesco-Proletariato” alla dicotomia “Global class-Pauper class” che tenderà in futuro a cristallizzarsi in un nuovo ordine dagli aspetti quasi castali.
In questo quadro inquietante - di autentica “rimozione” di tutte le certezze e dei punti fermi esistenti nelle precedenti fasi capitalistiche - va inquadrato il problema dei finanzieri, dei manager della “industria del credito” e dei banchieri che hanno sbagliato, scatenando la prima crisi globale di origine chiaramente sistemica. In altra sede mi sono divertito a proporre l’amaramente ironico paragone fra i banchieri-manager che hanno sbagliato e i “compagni che sbagliano” nella stagione italiana del lungo sessantotto, della P38, del terrorismo e della clandestinità. Ma questo perché la pubblicistica del neoliberismo imperante ha spesso invocato - a discolpa del sistema - le responsabilità individuali di singoli soggetti, che mal avrebbero colto le splendide ed emancipative opportunità offerte dal libero mercato globale. Un esempio su tutti: il vituperato e incarcerato Bernie Madoff.
Perchè accusare i banchieri che sbagliano? Ovvio. Per nascondere agli occhi delle neoplebi e dei “ceti medi” occidentali, soggetti alla flessibilizzazione e alla ri-plebeizzazione, la natura squisitamente sistemica della crisi, come dovrebbe essere ormai evidente a chi non si limita ad osservare la superficie dei fenomeni. Le colpe, però, devono - e non può essere diversamente - essere fatte risalire direttamente al modello (di sviluppo) economico adottato e alle sue logiche interne. Un modello in cui i mercati finanziari non erano ospiti o estranei. I mercati finanziari avevano e hanno un ruolo chiave. Che era (e rimane) quello di moltiplicare – con annessa proliferazione di prodotti sempre più rischiosi e truffaldini – la “rendita” prodotta dall’impiego del capitale e nel contempo riuscire a gestire il rischio (che avrebbe dovuto essere sopportato, in primo luogo, dalla cosiddetta impresa del credito) facendovi fronte in modo efficiente.
Da un punto di vista mecroeconomico, sappiamo che fin dall’affermazione delle teorie monetariste di Milton Friedman e in contesti non uguali all’attuale, si è ampiamente utilizzata la leva monetaria, abbandonando quella fiscale per giungere ad una rilevante defiscalizzazione del capitale, ma anche al fine di sostenere ed espandere la domanda, e possiamo notare come l’ormai epocale trasferimento di ricchezza dal Lavoro al Capitale ha creato insufficienze crescenti della domanda nei paesi “ricchi”, che in parte significativa la esprimono, con esiti decisamente recessivi. Dal lato micro, invece, si può fare direttamente riferimento ai modelli di business adottati in campo finanziario dalle “imprese” che trattano il credito – fra le quali le grandi banche commerciali anglo-americane, ben rappresentate nella vicenda dalla Leheman Brothers – in un contesto di privatizzazione, esteso a tutto l’occidente e sulla scorta della “tradizione” anglosassone, dei sistemi bancari e creditizi, per sottrarli definitivamente ad interferenze “esterne” non gradite e al controllo pubblico, rispondendo in toto ai desideri (e alle imposizioni) del top globalista.
La tensione verso una sempre maggiore “creazione di valore” nel breve e la necessità di liberarsi dai rischi crescenti che ciò implicava - CDO e CDS sono, in tal senso, prodotti “simbolo” dell’epoca e della realizzazione pratica del paradigma neoliberista - si diceva: questa tensione verso il massimo dei profitti possibile nel più breve tempo possibile oltre a spingere alla speculazione su ogni cosa nella ricerca inesausta di nuove “terre vergini” da sfruttare – nel caso sub-prime la povertà, la necessità di avere una casa, anche se si è ridotti con pochi mezzi e scarse prospettive, il disagio sociale diffuso, eccetera – ha imposto di scaricare i crescenti rischi “sul mercato”, innescando una micidiale “catena di Sant’Antonio”. Che aveva un unico obiettivo: incassare le commissioni subito e liberarsi quanto prima del “pacco esplosivo”, che poi però in diverse occasioni - (s)fortuanatamente - è tornato al mittente. Cioè a quei banchieri e a quei finanzieri che speravano di essersene liberati.
Per dirla con le parole di Alberto Berrini, tratte dall’ottimo libro “Come si esce dalla crisi”: “Il modello di business (appena descritto, Nda) è stato definito Originate to Distribute (OTD; faccio un prestito e cedo il rischio) rispetto al precedente Originate to Hold (faccio un prestito e tengo il rischio)”. Se ci si addentra nei meandri della vicenda sub-prime - che è stato unanimemente riconosciuto come l’innesco che ha fatto esplodere la crisi - si comprende come l’origine della stessa non può essere che sistemica e non certo individuale. Per la semplice ragione che i suoi presupposti derivano direttamente dalle logiche del capitalismo contemporaneo e dai modelli adottati dalle imprese creditizie, compresi i grandi “incentivi” concessi agli stessi banchieri-manager, in una perversa “meritocrazia”, in realtà completamente priva di riscontri nella realtà economica.
In conclusione. L’espressione banchieri che hanno sbagliato è quindi destituita di ogni fondamento ed è una fola diffusa dalla propaganda sistemica per fuorviare l’opinione pubblica. I banchieri non hanno sbagliato e ne sono consapevoli. Si sono limitati, in un contesto “sfidante” - dominato dalla tensione al cambiamento e dalla flessibilità - a aderire alle logiche di questo brutto modello di capitalismo. E anzi si può dire che ne abbiano saputo cogliere la sostanza.
Come degli autentici “animal spirits” liberati dal capitalismo finanziario, questi soggetti hanno semplicemente assicurato al top globalista e a loro stessi enormi guadagni (di rapina) nel breve termine, unico orizzonte temporale possibile quando si naviga nel procelloso mare della globalizzazione. I banchieri-manager sono stati - e sono tuttora, - i generali e i quadri di eserciti mercenari, predatori, senza divise e disciplina di campo – in una curiosa e ardita similitudine con le estenuanti guerre europee di religione e nazionali degli ottanta anni, che si sono concluse, nel 1648, con la pace di Westfalia – incaricati della lotta per il reperimento delle risorse nella mal frequentata dimensione finanziaria. Infatti, la profondità e la gravità dei dissesti finanziari che hanno provocato una concreta crisi economica planetaria altro non sono che indicatori dell’intensità, e della “violenza”, raggiunte dallo scontro fra i gruppi di vertice della classe globale, i quali sono da tempo saldamente insediati nei gangli vitali della riproduzione strategica della totalità sociale, e quindi anche nei centri del potere finanziario.
L’aspetto drammatico della questione è che le conseguenze di queste lotte elitistiche, e dell’agire di tali soggetti, non restano confinate in una dimensione “superiore” a quella del nostro quotidiano, ma le avvertiamo anche noi, nella vita di tutti i giorni, negli ambienti di lavoro, in supermercati e negozi, nei rapporti interpersonali occasionali o consolidati, fin dentro le stesse mura domestiche.
Eugenio Orso
Fonte: http://bamboccioni-alla-riscossa.org
Link: http://bamboccioni-alla-riscossa.org/?p=4660
28.11.2009
Oh mio Dio! Sta arrivando il Natale!
di Andrea Bertaglio
Da qualche anno gli addobbi e le pubblicità natalizie cominciano a “tormentarci” parecchio tempo prima i giorni di festa. Un vero inno al consumo e allo spreco che nascondono e riducono notevolmente l’intensità e il significato più vero di questi momenti dell’anno.
Già da un mese ci stiamo sorbendo le pubblicità delle promozioni natalizie, le quali se ci avete fatto caso vengono anticipate di anno in anno. Di questo passo, in futuro inizieremo a vedere lucine e babbi natale subito dopo Ferragosto (ovviamente lasciando il dovuto spazio ad un’importante festa d’importazione ed ai suoi gadget: Halloween). Inoltre, con la famigerata crisi economica mondiale, i tentativi di farci comprare qualcosa arriveranno a sfiorare il ridicolo, anche se non sarebbe la prima volta. Come ci ricorda Maurizio Pallante ne La decrescita felice, infatti, nel mese di dicembre del 1993 i giovani imprenditori dell’Unione industriale di Torino rivolgevano questo appello natalizio ai consumatori: “Per Natale un gesto di solidarietà. Regalatevi qualcosa. Magari italiano. Può sembrare strano” – premettevano – “abbinare la solidarietà all’invito di ricominciare a consumare in occasione degli acquisti per i regali di Natale. Eppure… – aggiungevano – chiediamo di farsi, o di fare un regalo in più, meglio se Made in Italy; di compiere un investimento nei consumi a favore di se stessi o dei propri cari, con la consapevolezza di contribuire così anche agli altri. Gli altri che non conosciamo, ma che lavorano per produrre e per vendere ciò che abbiamo deciso di acquistare... Questa trovata non era farina del sacco dei giovani imprenditori torinesi, ma come al solito un tentativo di scimmiottare un’iniziativa pubblicitaria della casa automobilistica Range Rover che, già due anni prima, chiedeva ai “consumatori” americani di comprare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di scongiurare il rischio di entrare in una fase di recessione. Insomma, non era necessario comprare un fuoristrada (anche perché non tutti possono permetterselo), bastava comprare qualcosa: buy something! Questa geniale iniziativa non solo non ha “salvato” nessuno dal rischio di entrare in recessione, né sedici anni fa né tanto meno oggi, ma ha spinto ad esempio il movimento Adbusters ad organizzare il Buy Nothing Day, che già da alcuni anni si propone di bloccare i consumi per un giorno, anzi due.Il Natale, che dovrebbe essere un importante momento di raccoglimento, è diventato da tempo la più grande di tutte le farse: è la festa dello spreco, del superfluo, dell’ipocrisia. Il Natale come messa in scena del capitalismo terminale mette ansia a molta gente, in pochi riescono a sfuggire a queste convenzioni sociali letteralmente preconfezionate. Non mi si fraintenda. Il problema non è il dono in sé (che anzi la Decrescita Felice si propone di promuovere), ma tutte le complicazioni che questa mentalità dello sperpero ci ha imposto. Che regalo fare, dove andare a prenderlo, quanti soldi spendere, quante ore di coda fare. Senza considerare l’imbarazzo che si crea quando se ne riceve uno di cui non si ha assolutamente bisogno, o che semplicemente non ci piace. O vogliamo parlare di quei bambini che, dopo aver ricevuto in un quarto d’ora i regali che si dovrebbero ricevere nell’arco dei primi diciotto anni di vita (non sono quindi loro quelli da biasimare), riempiono di allegria natalizia la casa con dei laceranti pianti isterici?
Nessuno sta dicendo di non scambiarsi regali il giorno di Natale, né, in fondo, di eliminare la possibilità o il piacere, ci mancherebbe, di addobbare alberi, porte e finestre. Fa parte dei nostri usi, delle nostre tradizioni. Lo si è sempre fatto, bene o male. Ciò di cui ci si dovrebbe rendere conto, però, è che ancora una volta abbiamo passato il limite, tappezzando intere città (e soprattutto interi centri commerciali) di fiocchi di plastica o peggio ancora di luci decorative già dall’inizio di Novembre (e dovremmo in realtà ringraziare Halloween, perché sennò inizierebbero a metà Ottobre)! Chi ha stabilito questo limite?
Il fatto che iniziare a parlare di Natale due mesi prima riduce notevolmente l’intensità della gioia che, almeno in teoria (e per i più fortunati), si dovrebbe provare durante le Feste; i nostri stati d’animo quando pensiamo ai regali da fare, l’ambiente, che di consumismo non ne vuole più sapere, e soprattutto questa ormai arci-nota recessione, che imporrà un limite nel consumare anche a molti fra coloro che non si sono ancora accorti di averlo passato. Il “Buy Nothing Day” o il “Buy Nothing Christmas”, con una miriade di altre iniziative più o meno interessanti, sono provocazioni, forse addirittura avvertimenti. Sperando, come sempre, che possano giungere alle orecchie non tanto delle classi dirigenti (che le tengono chiuse di proposito), ma delle voraci masse di “consumatori globali”.
Nonostante gli sforzi di pubblicitari ed esperti di marketing, quest’anno le vendite non saranno ai livelli degli anni precedenti. Ma va bene così. In questo modo riusciremo forse a ridare il giusto valore non solo ai beni materiali, ma al Natale stesso e a tutto ciò che rappresenta, sia a livello religioso che non. Ci aiuterà a capire che lo scambio del dono dovrebbe essere un piacere, un gesto spontaneo, non una forzatura che provoca ansie e imbarazzi. E ci ricorderà, forse, ciò che già il filosofo greco Aristippo diceva quattro secoli prima di Cristo: “La cosa migliore non è privarsi dei piaceri, ma possederli senza esserne schiavi”. Una massima che va ben oltre il Natale, perché può racchiudere ogni aspetto della nostra vita.
http://www.terranauta.it/
Honduras, la farsa elettorale
Lunedì 30 Novembre 2009
di Fabrizio Casari
La farsa elettorale in Honduras è andata regolarmente in onda. Presenti i candidati, gli osservatori internazionali, i paesi amici e le urne, hanno declinato l’appuntamento solo il 65-70% degli elettori. E’ l’astensione più alta nella storia del Paese. Cosa volete che sia? Non si può avere tutto. E’ stato eletto Porfirio Lobo, con più del 56% dei voti quando lo scrutinio era già concluso nella metà dei seggi. Lobo avrebbe sconfitto Elvin Santos, candidato liberale. Le differenze tra i due? Solo nome e cognome, non si perda tempo nel carcare altri elementi quali idee o programmi. Il fantoccio Micheletti ha assicurato che cederà il potere “senza nessun condizionamento”. Ci mancherebbe altro: non di cessione di potere si tratta, nel caso di specie, ma esclusivamente di subentro di compare.
Ma se la partecipazione al voto é stata piuttosto rachitica, non per questo il sistema di sicurezza destinato a rimarcare chi comandava e chi comanderà ha lasciato a dediderare. Non sono stati lesinati sforzi per impedire che la farsa potesse avere un esito diverso dal previsto. Le cinquemila urne disseminate nella republica bananera erano sorvegliate da 31.000 soldati e militari, con l’aggiunta di 5.000 riservisti che nessuno conosce e 800 paramilitari definiti “esperti” statunitensi di origine latina. La dittatura, evidentemente, si sentiva sicura del consenso popolare. A leggere il giornale argentino Clarin, gli 800 “esperti” (chi erano? chi li ha reclutati? a chi rispondevano?) erano distribuiti nei punti chiave del paese ed erano mascherati da civili honduregni, "pronti ad evitare atti di violenza e a controllare i valichi di frontiera con il Nicaragua".
Il companatico per tanto sforzo bellicista era stato acquistato nei giorni scorsi dal fantoccio Micheletti: secondo quanto riportato da una denuncia di Amnesty international, nella settimana precedente il voto la dittatura golpista aveva acquistato dagli Stati Uniti diverse armi, alcuni camion blindati, 10.000 granate di gas lacrimogeno e 5000 proiettili per le stesse da utilizzare “in caso d’emergenza”. Il costo? Dodici milioni di dollari. Per non sprecare completamente tanto ben di dio, a San Pedro Sula, una manifestazione pacifica a favore dell’astensione é stata attaccata e repressa violentemente. Una persona é scomparsa e decine di altri manifestanti sono stati picchiati ed arrestati.
Il Fronte Nazionale di Resistenza ha quindi politicamente vinto lo scontro con i gorilla golpisti, che hanno goduto dell’appoggio della minoranza della popolazione e dell’indifferenza o ostilità della maggioranza. Il legittimo, deposto con la forza, Presidente dell’Honduras, Manuel Zelaya, ha chiesto alla comunità internazionale di disconoscere la legittimità delle elezioni e del loro esito. I governi democratici del continente, infatti, non lo faranno, difficile del resto pensare a libere elezioni con un paese con i carri armati nelle strade, in formale stato d’assedio e con il coprifuoco vigente. Cuba, Nicaragua, Guatemala, Repubblica Dominicana, Bolivia, Ecuador, Venezuela, Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay non hanno nessuna intenzione di riconoscere né la giunta golpista, né la legittimità delle elezioni, figuriamoci il vincitore della partita truccata. Il Messico aveva annunciato la sua posizione ad urne chiuse. Vedremo se si allineerà con lo Zio Sam o con l'America Latina.
Ma il regime golpista non é più solo come sembrava (a chi non voleva leggere bene) immediatamente dopo il golpe. Hanno reiterato l’appoggio ai golpisti ed alla loro farsa elettorale il governo degli Stati Uniti, di Panama e Perù. Lo stesso Oscar Arias, il costaricense scelto dall’Organizzazione degli Stati Americani come “mediatore” nella crisi, si era pronunciato positivamente nei confronti della chiamata alle urne da parte dei golpisti. Quella di mediare parteggiando per una delle due parti, del resto, é caratteristica storica di Arias, già sperimentata ai tempi degli accordi di pace tra legttimo governo sandinista e bande terroristiche definiti "contras". E a Micheletti non poteva far mancare il suo appoggio lo Stato d’Israele, che quando sente nell’aria profumo di militari contro i diritti civili, sente che ci si trova di fronte a qualcosa che la riguarda e non riesce a trattenere l’emozione ed il trasporto.
L’ambasciatore israeliano in Honduras, Eliahu Lòpez, aveva informato alla vigilia del voto che “il governo di Tel Aviv appoggia le elezioni e il vincitore delle stesse, perché crede che il voto sia il cammino più adeguato per andare avanti”. Quando il diritto internazionale é schiacciato, Israele non manca mai di far sentire il suo applauso.
http://www.altrenotizie.org
I furbetti dello scudino
Martedì 01 Dicembre 2009
di mazzetta
Il presupposto ufficiale per quel vero e proprio schiaffo agli italiani onesti denominato “scudo fiscale”, è che il provvedimento serva a far rientrare in Italia capitali freschi capaci di dare ossigeno alla nostra economia. Tremonti è uso a mentire platealmente; in genere si può dire lo stesso del governo Berlusconi in generale e a smentire la giustificazione ufficiale c'era già il dettaglio per il quale i capitali “scudati” possono restare all'estero; dettaglio che, unito all'assoluta riservatezza e al condono tombale sulle tasse non pagate, fa temere il peggio e rivela la vera natura del provvedimento: quella di uno sfacciato condono di classe offerto a chiunque abbia sottratto montagne di denaro alla fiscalità nazionale.
Sono passati pochi mesi e il timore è già diventato realtà, i soldi dello scudo fiscale non rientreranno in Italia e andranno a beneficio di altri mercati e altre economie. Era prevedibilissimo, perché se non c'è nessun obbligo per il rientro reale dei capitali, questi naturalmente si dirigono verso le offerte d'investimento più appetibili e non è che il nostro paese brilli in questo senso. Parlando di soggetti già abituati a gestire grossi traffici economici a cavallo delle frontiere è ovvio che indirizzeranno l'investimento dei capitali “puliti” dove si prevedono maggiori rendimenti e rischi minori.
La classe dirigente italiana non ha mai brillato per acume finanziario o per originalità e così anche buona parte della platea degli evasori scudati si muove in branco in occasioni come questa. E’ quindi abbastanza facile accorgersi al volo di cosa stia succedendo, un riscontro in tempo reale, un feedback che nel mondo globalizzato ci mette pochissimo a trasformare strategie riservate in un segreto di Pulcinella.
Dicono i media britannici che gli italiani si stanno comprando Londra: in contanti, niente mutui e niente lungaggini, “cash buyers” come si dice da loro, clienti da tenersi stretti e che stanno dando respiro al mercato immobiliare londinese, asfittico e travolto dalla crisi. Una valanga di soldi che preferisce gli immobili più pregiati, metà degli acquisti di case di lusso (categoria oltre i dieci milioni di sterline) da parte di europei sul mercato di Londra è opera di italiani secondo Bloomberg, mentre altre fonti riportano percentuali anche più elevate. Si arriva fino all'80% della domanda totale del mercato a Kensington e al 70% a Knightsbridge, zone di pregio destinate a rimanere tali ancora a lungo, per i capitali finalmente puliti si cerca un posto al sole .
Che la richiesta si affolli sulle case da oltre dieci milioni di Sterline ci dice che gli evasori miracolati da Tremonti hanno evaso parecchio, ma che la loro riconoscenza nei suoi confronti non arriva abbastanza in alto da spingerli a investire in Italia se pensano che Londra sia meglio. Il mercato che ha visto le follie dei magnati arabi, indiani e russi è ora scosso dall'improvviso afflusso di acquirenti italiani; i prezzi tornano a salire per la prima volta da tempo e gli inglesi se ne stupiscono, anche se i media hanno spiegato che il merito del boom è dello “scudo fiscale” made in Tremonti. Capiscono il meccanismo, ma si stupiscono che il governo italiano sia il responsabile di una follia del genere, uno smaccato favore ai ricchi che hanno infranto la legge, perché il premio offerto dallo scudo è proporzionale alle cifre nascoste al fisco e ai reati commessi per accumularle.
Le ragioni di tale affollamento di facoltosi italiani sul Tamigi sono facilmente intuibili: in tutto il mondo i prezzi delle case sono crollati e ancora di più per le case di lusso, ma la Gran Bretagna offre anche una provvidenziale svalutazione della Sterlina ( da 1.5 Euro per Sterlina nel 2007 a 1,1 oggi), pur rimanendo un paese parte della UE e offrendo quindi una serie di garanzie di sistema sconosciute ad altri paesi alle quali aggiunge una tassazione più soft di quella italiana.
Chi compra in Gran Bretagna compra quindi a prezzi relativamente bassi e paga in una valuta che è già affondata. Nella logica relativa che governa questo genere di cose, molti sperano così che alla rivalutazione dell'investimento si aggiunga anche quella della moneta e intanto sono già contenti di aver diversificato investendo in un mercato maturo e prestigioso, che è nella UE, ma fuori dall'Euro.
Il che ci porta all'amara conclusione per la quale, con lo scudo fiscale, il nostro paese ha offerto una provvidenziale amnistia a una banda di grandi evasori che ora, con i soldi “ripuliti” da Tremonti, stanno portando capitali e sollievo al mercato immobiliare londinese. Non occorre quindi aspettare la fine dell'anno per pronosticare che i capitali che rientreranno grazie allo scudo fiscale saranno molti di meno dei quelli previsti dal governo e che tutte le fantasie sul futuro impiego di queste somme a favore della nostra economia, si riveleranno l'ennesima illusione del nostro mago dell'economia. Quello che si veste da Robin Hood per rapinare meglio i poveri e poi farsi quattro risate con i ricchi ai quali consegna il bottino.
http://www.altrenotizie.org
Pink Floyd - The wall il film
Son già passati 30 anni ... mi sembra ieri . Più che un'opera rock , una fotografia impietosa della nostra società , un capolavoro senza tempo .
NWO - La Schiavitù e gli 8 Veli
Cosa si nasconde dietro gli 8 veli? Perchè si incolpa coloro che "non vogliono vedere"?
Incomprensione.
Non è gettando fango, ma prendendosi per mano che si vince.
Traduzione e sottotitoli: moksha75ar
http://www.youtube.com/user/moksha75ar
Iscriviti a:
Post (Atom)



