mercoledì 16 dicembre 2009

Copenhagen, a Christiania gli agenti perdono la calma



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Martedì 15 Dicembre 2009 Alberto Zoratti 

Delegati e manifestanti oltre ogni previsione mettono a dura prova i nervi dei poliziotti danesi, che nella notte tra lunedì e martedì hanno assalito la comune di Christiania e arrestato quasi duecento persone. Nella conferenza intanto la situazione non si sblocca.

Metti che sei una famosa scrittrice, nonché giornalista della rivista statunitense The Nation. Metti che per lavoro e per diletto decidi di andare a Copenhagen per seguire i lavori della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici. Metti che per lavoro e per diletto finisci a fare un incontro pubblico a Christiania, la comune più famosa del mondo, e la polizia danese pensa bene di circondare la zona, inondarla con i gas lacrimogeni ed arrestare 194 persone.

E metti che, solo per pura fortuna, la tua testimonianza è l’unica in controcanto rispetto ai media mondiali. Se non ci fossi stata, sarebbe stato una sinfonia di un’unica nota.

Benvenuti nella civile Danimarca. In cui la polizia sta cominciando a perdere le staffe per le giornate di straordinario a cui sono sottoposti gli agenti, per stare dietro, seguire, controllare decine di migliaia di persone che hanno scelto di dire la loro sul cambiamento climatico.
Come se non bastasse, il sistema degli accrediti ufficiali è letteralmente crollato sotto il peso di oltre 35mila persone. Neanche i badge aggiuntivi ordinati in tutta fretta servono a coprire la domanda. Avranno pur diminuito gli accessi, ma per entrare alla mattina è necessario un calvario di mezz’ora nel freddo danese, con la polizia che cerca di gestire le masse umane e Greenpeace che offrendo caffè gratis ha scelto di proteggere un’altra specie, il delegato, da estinzione certa.
Tutto questo accade mentre i negoziati sono in un punto di stallo, con le posizioni del G77 e degli Stati uniti lontane anni luce. E con i Paesi industrializzati che non vogliono cedere su taglio delle emissioni e finanziamenti. Unico caso a parte, il Canada, che ha scelto una posizione di lanciare un piano ambizioso di tagli [40 per cento nel 2020]. Ma che parte da una posizione a dir poco discutibile, basti considerare la classifica dei grandi inquinatori nel quinto rapporto annuale presentato da Climate Action Network e Germanwatch al vertice di Copenhagen: se le emissioni vengono considerate in proporzione agli abitanti, la Cina, con il record di emissioni globali, è al 52mo posto, gli Stati Uniti sono al 53mo. Agli ultimi quattro posti l’Arabia Saudita, maglia nera, seguita da Canada, Kazakhstan e Australia.

L’Italia? Non sfigura tra i meno impegnati, con un’ottima 44 ma posizione su 57. Vediamo la ministra per l’ambiente Stefania Prestigiacomo e il governo italiano, aldilà delle briciole, cosa saranno disposti a fare.
Intanto tra i negoziatori europei serpeggia un certo fastidio per l’atteggiamento poco politicamente corretto dei Paesi del sud del mondo. Il rischio, a loro modo di vedere, è di non raggiungere un accordo da poter firmare il 18 dicembre, quando i Capi di stato faranno la loro sfilata nella fredda Copenhagen.
A Cancun, in Messico, durante la ministeriale della Wto nel 2003, si sottolineava che piuttosto che un pessimo accordo, meglio nessun accordo. Dopo le green room per le trattative ristrette, l’atteggiamento dei Paesi industrializzati ed i blocchi contrapposti, anche questa analogia con la Wto fa, sinceramente, preoccupare.

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Rodotà: interferenze autoritaristiche che incidono sulle libertà costituzionali













15/12/2009

L'ex presidente dell'Authority per la privacy commenta la proposta dell'esecutivo di adottare leggi 'speciali' per reprimere manifestanti e contestatori
 
Stefano Rodotà, ex presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali. Professore, come giudica l'intenzione del governo di adottare misure più severe contro la libertà di espressione, di manifestazione e il diritto ad una civile contestazione?

Le dico subito che sono assolutamente contrario a questo tipo di proposte. Sono contrario perché si incide su libertà costituzionali e sono contrario perché c'è una accelerazione di tipo autoritario in una situazione che non ha bisogno di questo tipo di interventi, perché o queste manifestazioni rimangono nell'ambito della legalità e allora nessun intervento è possibile, oppure si commettono dei veri e propri reati e allora le norme ci sono e si possono applicare: c'è l'istigazione a delinquere, c'è l'apologia di reato. Ci sono norme già pesanti nel codice penale, si applichino, ma non si creino nuove situazioni che tendono da una parte a restringere le libertà e dall'altra a dare per esempio all'amministrazione un enorme potere discrezionale. Chi stabilisce se un sito ha contenuti tali per cui deve essere oscurato? L'autorità amministrativa, il governo, la polizia? Si entra in una spirale estremamente preoccupante e tale da alterare il quadro delle libertà costituzionali. Io vado in piazza e manifesto, contesto, ho il diritto di dire la mia. Se c'è un reato vengo denunciato all'autorità giudiziaria, ma l'interdizione del diritto di manifestare mi sembra che non stia proprio da nessuna parte. Poichè entriamo in un terreno estremamente delicato perchè ci sono libertà costituzionali implicate, si può riprodurre quello schema che ha variamente illustrato Berlusconi negli ultimi giorni. Il Parlamento fa una legge, i giudici cattivi la mandano davanti alla Corte costituzionale e la Corte costituzionale, composta da giudici di sinistra, la dichiara illegittima violando la sovranità del Parlamento. Questo schema è assolutamente ingannevole e pericoloso perchè, se il Parlamento fa una norma in contrasto con libertà costituzionali è diritto-dovere dei giudici di sollevare l'eccezione di costituzionalità ed è dovere della Corte dichiarare illegittima una norma contraria alla Costituzione. Domani avremo di nuovo l'attacco alla Corte costituzionale perché si è permessa di intervenire a tutela di libertà fondamentali delle persone.
Stamattina ho visto con raccapriccio la prima pagina del Giornale, la Corte costituzionale che lancia il Duomo addosso a Berlusconi. Quella vignetta non è solo frutto della fantasia di Forattini. Più di una volta Berlusconi ha detto che col lodo Alfano la Corte costituzionale aveva dato licenza al giudice di aggredirlo. Questo è parte di una deriva grave, di interferenze autoritaristiche. All'invito del presidente della Repubblica ad abbassare i toni Berlusconi dà una risposta che è esattamente il contrario.

Luca Galassi

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La cena indigesta di Obama

















Mercoledì 16 Dicembre 2009

 di Michele Paris
Alla tavola rotonda voluta da Barack Obama alla Casa Bianca lunedì scorso erano presenti - di persona o in videoconferenza - quasi tutti i numeri uno delle grandi banche di investimenti di Wall Street. Con l’aumentare dell’irritazione dei cittadini americani nei confronti di quanti vengono giustamente additati come i principali responsabili della crisi finanziaria, nelle intenzioni del presidente l’incontro doveva costituire un rimprovero a Wall Street e, allo stesso tempo, un invito a riaprire i cordoni del credito a favore di aziende e consumatori in difficoltà. Il meeting, tuttavia, si è risolto in nient’altro che una farsa, messa in scena per cercare di placare la rabbia popolare verso istituzioni finanziarie tuttora in grado di manovrare a loro piacimento le vicende politiche di Washington.
A quella che un anonimo amministratore delegato presente ha definito una semplice “iniziativa propagandistica” hanno partecipato, tra gli altri, Kenneth Chenault, amministratore delegato e presidente di American Express, Jamie Dimon, amministratore delegato e presidente di JPMorgan, Richard Fairbank, amministratore delegato e presidente di Capital One, Robert Kelly, amministratore delegato di Bank of New York Mellon, e Ken Lewis, amministratore delegato e presidente fino al 31 dicembre prossimo di Bank of America. Collegati in videoconferenza erano invece i leader dei tre colossi Goldman Sachs, Morgan Stanley e Citigroup, rispettivamente Lloyd Blankfein, John Mack e Richard Parsons.
Questi ultimi avevano annunciato anticipatamente di non potersi recare nella capitale statunitense, ufficialmente a causa della nebbia che a inizio settimana ha impedito gli atterraggi all’aeroporto Reagan di Washington. A molti, però, il gesto è sembrato una chiara ritorsione per le parole che lo stesso Obama aveva pronunciato domenica sera ai microfoni della CBS. Nel corso della popolare trasmissione “60 Minutes”, il presidente aveva mostrato tutta la sua comprensione per la rabbia diffusa nel paese verso i banchieri di Wall Street - definiti spregiativamente “fat cats”. Lo scorso anno, d’altra parte, quando in una situazione di grande panico l’allora Segretario al Tesoro, Henry Paulson, convocò i banchieri con un preavviso di poche ore, essi si precipitarono ad un incontro dal quale in molti uscirono con cospicui assegni staccati dai contribuenti.
Con un tasso ufficiale di disoccupazione al 10%, la crisi dei mutui ancora intensa e i tagli devastanti alla spesa pubblica in molti stati per far fronte a pesanti deficit di bilancio, le grandi banche americane si apprestano a chiudere l’anno con profitti da record, nonché a distribuire decine di milioni di dollari di bonus ai loro dirigenti. Il tutto grazie all’enorme flusso di liquidità dirottato a loro beneficio dal Tesoro americano - sia sotto l’attuale amministrazione che la precedente - per scongiurare i rischi di fallimento.
Allo stesso modo, le pratiche speculative che hanno contribuito a generare una crisi finanziaria senza precedenti sono proseguite solo grazie al denaro pubblico. Mentre i dollari del piano di salvataggio voluto da George W. Bush nell’autunno del 2008 stanno per essere restituiti da molte banche - Bank of America, Goldman Sachs, JPMorgan, Morgan Stanley e, da ultime, Citigroup e Wells Fargo - così che esse potranno svincolarsi definitivamente dalle restrizioni imposte dal governo federale.
Dal momento che gli aiuti pubblici sono finiti sostanzialmente per alimentare nuove pericolose bolle speculative che potrebbero riesplodere nel prossimo futuro, i rubinetti del credito per le piccole e medie aziende americane sono andati sempre più restringendosi negli ultimi mesi. Da qui la convocazione dei banchieri voluta da Obama alla Casa Bianca. Da dove si è anche chiesto il sostegno per la riforma del sistema finanziario in discussione al Congresso. Proprio la scorsa settimana, infatti, la Camera dei Rappresentanti ha dato il via libera al nuovo progetto di regolamentazione, osteggiato però da Wall Street, nonostante gli effetti molto modesti in termini di controllo governativo delle operazioni finanziarie.
La riunione alla Casa Bianca si è dunque risolta in una supplica da parte di Obama verso quella vera e propria oligarchia finanziaria che influisce in maniera decisiva sulle scelte dei politici statunitensi, sia tramite ingenti finanziamenti ai due partiti principali sia con una schiera di loro uomini collocati in posizioni chiave del governo. Basti pensare, solo per citare i più alti livelli, ai consiglieri economici del presidente, Larry Summers e Robert Rubin, entrambi profondamente legati a Wall Street ed entrambi accesi sostenitori nell’amministrazione Clinton di una sfrenata deregulation in ambito finanziario.
Per ora, la commedia andata in scena alla Casa Bianca tra Obama e i padroni di Wall Street ha prodotto una promessa da parte della sola Bank of America di erogare nuovi prestiti alle piccole e medie imprese d’oltreoceano per 5 miliardi di dollari. Una somma irrisoria a paragone delle necessità di capitali di un’industria in grande affanno come quella americana. Ugualmente, nessun provvedimento è stato prospettato in caso di mancato rispetto delle direttive presidenziali in materia di credito.
Se anche Obama ha nuovamente ripetuto davanti alla nazione di non essere stato eletto per “proteggere una manciata di banchieri”, la realtà dei fatti si presenta ben diversa. La vera faccia del sistema, infatti, ci mostra un presidente democraticamente scelto dal popolo senza alcuna influenza su un’aristocrazia finanziaria che, di fatto, detiene le leve del potere e che, in definitiva, decide per l’economia del paese e il futuro di centinaia di milioni di persone.

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Conspiracy Theory With Jesse Ventura - HAARP



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