venerdì 22 gennaio 2010
Ma cosa abbiamo fatto di male per meritarci simili governi?
di Giancarlo Chetoni – 22/01/2010 – Fonte: Bye Bye Uncle Sam
Dopo le minacce di un nuovo intervento USA in Yemen e Somalia uscite dalla bocca di Barack Obama a West Point, il ministro degli Esteri Frattini, nel suo ultimo tour, questa volta nell’Africa Sahariana, accompagnato da un codazzo di alti funzionari della Farnesina, ha rilasciato durante le tappe della maxi-missione di rappresentanza in Mauritania, Mali, Etiopia, Kenya, Uganda, Egitto e Tunisia una serie di dichiarazioni che definire semplicemente vergognose è poco.
La trasferta della comitiva su uno dei A-319 CJ in allestimento VIP a disposizione dal 2000 della Presidenza del Consiglio – l’ordine di acquisto all’Airbus di Tolone fù firmato dal Baffo di Gallipoli – è cominciata a Nouakcott l’11 Gennaio e finita a Tunisi il giorno 19 (!) dopo l’incontro con il Presidente Ben Alì.
La prima tappa della combriccola tricolore ha fatto sosta nella capitale della Mauritania, uno dei Paesi che hanno rotto le relazioni diplomatiche con Israele nel gennaio 2009 come risposta al bombardamento dell’IDF su Gaza. Le difficoltà di Frattini sono apparse fin all’inizio evidenti con un percorso in salita.
Il Presidente Oul Abdallahi lo ha platealmente snobbato, lasciando l’onere dei contatti con il Ministro degli Esteri ad una semplice rappresentanza di parlamentari di maggioranza e di opposizione.
La richiesta avanzata dal titolare della Farnesina di un interessamento del governo di Nouakcott per la ricerca e la liberazione di due ostaggi italiani, Sergio Cicàla e sua moglie Filomen Kabouree – sequestro attribuito ufficialmente dalla Farnesina ad un nucleo di guerriglieri di Al Qaeda del Maghreb operante in Mauritania, sulla sola scorta di “informazioni“ sospette di fonte USA – ha finito per peggiorare le relazioni bilaterali.
L’iniziativa di Frattini è stata interpretata, e non poteva essere diversamente, come suscettibile di dare credito internazionale o ad uno scarso controllo della Mauritania sul suo territorio o, peggio, ad avvalorare il sospetto che Nouakcott ospiti e protegga formazioni armate legate all’internazionale del “Terrore“ del fantasmagorico e inossidabile Osama bin Laden nell’Africa Sahariana.
Un’ulteriore richiesta di informazioni avanzata da Frattini alla Repubblica del Mali dalla Mauritania (!) per un altro ostaggio, questa volta di nazionalità francese, Pierre Kemat, ha finito per convincere il Presidente Abdallahi di un’azione concordata tra Italia e Francia per danneggiare l’immagine del suo Paese.
Un Paese che dal 2008 ha dato concreti segnali di volersi sganciare dalla residua dipendenza coloniale, economica e culturale, di matrice occidentale per avvicinarsi a quel multilateralismo che si sta mangiando a fette USA ed Europa in Asia, Africa ed America Indio-Latina.
Il 12, l’Airbus CJ 319 ha portato il titolare e la folta delegazione della Farnesina a Bamako, dove Frattini ha avuto un lungo colloquio con il Presidente Amadou Turè, centrato su una linea di credito bancario di 65 milioni di euro offerti dall’Italia al Mali e sulla possibilità di un invio di 500 militari del più povero dei Paesi africani di rinforzo al contingente dell’Amisom ONU, prossimo al tracollo militare a Mogadiscio sotto l’incalzare dell’offensiva finale di Harakat al Shabaab Mujaheddin. Come apparirà evidente da quì in poi, la vera finalità del tour di Frattini sarà il tentativo di rimpolpare il contingente Amisom che dovrebbe legittimitare con la sua presenza militare nella capitale il cosiddetto ed ormai defunto governo Federale di Transizione ed il suo Presidente, eletto a Gibuti (!), Sheik Sharif Ahmed del sottoclan Agbal sostenuto da USA-NATO-Europa e Ban Ki Moon, con l’aggiunta di Medici Senza Frontiere ed altre ONG a libro paga occidentale.
Il peggio del peggio della diplomazia dell’Italietta è arrivato durante la tappa ad Addis Abeba, il 13, a margine dell’incontro col premier dell’Etiopia Meles Zenawi, responsabile di una sanguinosa aggressione armata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU alla Somalia Meridionale, che ha lasciato sul terreno almeno 25.000 morti e prodotto l’esodo da Mogadiscio e zone limitrofe di 260.000 residenti, spinti dalla guerra verso territori desertici, totalmente privi non solo di acqua ma anche di risorse alimentari.
Altre centinaia di migliaia di profughi che faranno affluire nelle casse del Palazzo di Vetro altri centinaia di milioni di dollari versati dalla cosiddetta – l’Italietta è sempre in prima fila – “Comunità Internazionale” e che finiranno per irrobustire la “fabbrica“ del Palazzo di Vetro.
Una “fabbrica“ che con le guerre, le epidemie e la fame ingrossa, ingrassa, organizza, sostiene, convoglia e protegge i flussi di immigrazione clandestina dall’Africa all’Europa.
Ci verrebbe a mente, per stare al recente, il terminale del Palazzo di Vetro in Italia Laura Boldrini ed il suo ultimo esordio a Rosarno.
Frattini, dopo aver ribadito la sua perfetta identità di vedute con Zenawi sul “terrorismo legato ad Al Qaeda“ delle formazioni guerrigliere di Harakat al Shabaab Mujahediin che hanno inferto all’esercito regolare etiopico una devastante sconfitta militare, ha precisato (sentite, sentite) che “i ribelli a casa loro si combattono con le armi e non solo pattugliando il Golfo di Aden“.
La missione Atalanta dell’UE opera ormai da 14 mesi con unità navali nello stretto di Bad el Mandel e nel Golfo di Aden, appoggiandosi al centro comando AFRICOM di Gibuti in raccordo con quella NATO “Ocean Shield“ contro la pirateria al largo del Corno d‘ Africa.
Un pattugliamento che durerà – ha dichiarato all’AFP il maggiore Stefano Baccanti portavoce del C.G di Bruxelles – “fin quando necessario“ in perfetto stile Mullen-Petraeus-McChrystal-Rasmussen.
Un altro Afghanistan, questa volta d’acqua salata, dove decine navi-madre che fanno capo ad approdi nello Yemen e nelle Regioni “autonome“ del Puntland e della Somaliland, imbarcano centinaia di misteriosi delinquenti che ostacolano e taglieggiano, indisturbati, ormai da tre anni, il traffico energetico allo stretto di Ormuz e quello mercantile in navigazione da e per l’Asia che si affaccia su Pacifico e Oceano Indiano, con barche di 5-6 metri a fondo piatto spinte da una motorizzazione tra i 25 ed i 50 cavalli anche a 350 miglia dalle coste della Somalia. Con una precisione “satellitare” nell’intercettare le rotte delle navi da sequestrare all’interno delle acque territoriali dello Yemen. Argomento che merita molta, molta attenzione.
Un linguaggio quasi di guerra, quello usato per l’occasione da Frattini dalla ex capitale del Negus Selassiè, che finisce per pappagallare alla perfezione, con studiata e manifesta intenzionalità, le dichiarazioni del Premio Nobel per la Pace di Washington e che lascia intravedere negli orizzonti della politica estera e militare della Repubblica delle Banane la piena disponibilità a dare ancora una volta, ed a costi sempre più insostenibili per la comunità nazionale, una mano all’alleanza in una nuova “missione di pace“.
La prossima tappa dell’Italietta, se pioverà quel che tuona, con la benedizione che certo non mancherà di Napolitano & Soci, sarà nel Corno d’Africa per stoppare ancora una volta con del ”buon” peace-enforcing altri “terrorismi“, per contrastare, come si ripete ormai dal settembre 2001, la barzelletta della crescente minaccia del fondamentalismo islamico alla sicurezza dell’Occidente.
Il 14 è toccato al Kenya il dover digerire le facce in trasferta della Farnesina. Argomento dei colloqui di Frattini con il Presidente Mwai Kibaki (di etnia kikuyu, quella de “La mia Africa“) come da copione pirateria e terrorismo fondamentalista nel Corno d’Africa. Presenti all’incontro il Ministro degli Esteri Wetangula ed il “presidente–fantoccio e generale senza esercito“ della Somalia Sheik Sharif Ahmed in esilio, questa volta, a Nairobi per salvare la pelle dopo la condanna a morte per collaborazionismo con USA ed Europa irrogatagli da Harakat al Shabaab Mujahediin.
Negli ultimi tre anni il Kenya ha ottenuto dall’Italia un ammontare di 210 milioni di euro a credito d‘aiuto ed in donazioni, 160 e 50 rispettivamente.
L’Italia sta valutando inoltre positivamente la concessione di un prestito agevolato di 3.5 miliardi di scellini kenyoti per approntare con tecnici e maestranze locali opere idrauliche sulle vie d’acqua del Paese.
Il 15 gennaio nuovo rifornimento di kerosene avio per la visita del Ministro in Uganda, 5° tappa del suo viaggio in Africa. Atterraggio a Kampala e nuovo “summit“ con un altro solito corpulento, fino all’obesità, Capo di Stato di un Paese assassinato da spaventosa guerra civile, assediato dalle fame, corroso da una ciclopica corruzione, da epidemie di malaria, tubercolosi, febbre emorragica ed AIDS: l’Uganda di Kaguta Museveni, accompagnato per l’occasione dal più potente uomo d’affari del Paese, Sam Cutesa, nella veste di plenipotenziario agli Esteri. Le cronache locali lo descrivono padre di 57 figli e marito di 18 mogli, adorato e rispettato dalla sua tribù per aver addentato dei cuori di gazzella.
All’Uganda nell’aprile del 2002 ha cancellato un debito pregresso di 116 milioni di dollari mentre la Cooperazione della Farnesina ha concesso un “dono“ di 21 milioni di euro.
Volete sapere quanti militari fornisce l’Uganda al contingente Amisom in Somalia Occidentale sui 3.200 che l’ONU è riuscita a raccattare in tutta l’Africa?
La bellezza di 2.600, dotati di armamento pesante fornito da USA ed Israele, asserragliati in due ridotte a Mogadiscio, che in preda alla follia sparano su tutto quello che si muove, cannoneggiano la città ed uccidono a colpi di mortaio gli abitanti dei quartieri tenuti da Harakat al Shabaab Mujahediin.
E’ tutto quello che rimane a bacchetta dei “badroni” dell’Occidente nel Continente Nero.
Egitto, Tunisia e Marocco nicchiano perché hanno ben altro a cui pensare dentro e fuori casa.
Una politica estera appiattita dal 1993 in poi su quella USA ha portato l’Italia a distruggere un po’ alla volta il legame storico che l’ha legata alla Somalia prima e dopo la 2° guerra mondiale a partire dalla caduta del governo di Siad Barre, già sottufficiale in forza all’Arma dei Carabinieri.
Vi risparmiamo per ora la 6° e penultima tappa che Frattini ha compiuto in Egitto. Ci sarà il tempo per farlo e per capire le motivazioni, inconfessabili, che hanno messo una visita a Il Cairo nell’agenda delle priorità della Farnesina.
http://www.stampalibera.com/
Haiti non è ancora così povera da non poter essere derubata
http://www.youtube.com/user/NoOneWorldGovernment
Giovedì 21 Gennaio 2010 22:43 Comidad
Laddove non c’è da immaginare, ma solo da constatare, è invece sul ruolo che ancora una volta stanno svolgendo i media di tutto il mondo, impegnati a fornire giustificazioni alla presenza militare statunitense. I toni con cui i media enfatizzano presunti episodi di banditismo, rappresentano la scontata giustificazione della presenza dei marines per le strade della capitale haitiana; perciò, dietro il paravento del pietismo mediatico, si è immediatamente potuto scorgere l’intento di criminalizzare un intero popolo, presentandolo come vittima e carnefice di se stesso, in base ad uno schema precostituito e ricorrente di psico-guerra colonialistica.
Inoltre nessun commentatore ha neppure provato a spiegare i motivi logistici per i quali è presente di fronte alle coste haitiane anche una portaerei statunitense, che, chiaramente, può servire da supporto solo per velivoli da caccia e non per il trasporto di mezzi di soccorso. Si tratta di un’omissione significativa, ed anch’essa indica un atteggiamento di complicità dei media.
È scomparso inoltre dai mezzi di comunicazione quello che avrebbe dovuto costituire l’ovvio interlocutore di qualsiasi iniziativa di soccorso, e cioè il governo haitiano, come se il crollo delle cupole del palazzo presidenziale avesse cancellato di colpo la presenza di qualsiasi autorità civile sul posto. Non risulta infatti che l’intervento militare statunitense sia stato in nessun modo concordato, e la solita ONU si è soltanto affannata a legittimarlo a posteriori. Una razza subalterna di ex schiavi non ha neanche il diritto di chiedere aiuto, ma altri devono pensarci per loro, perciò oggi i militari statunitensi controllano l'aeroporto di Port-au-Prince, e il criminale Clinton coordina gli "aiuti", tra cui si annoverano le ONG, e persino Bertolaso, il che è una garanzia.
Le ipotesi giornalistiche sul numero delle vittime del sisma sono state improntate da subito ad un allarmismo privo di riscontri, e che appariva soltanto mirato a giustificare il fatto che si scavalcasse ogni procedura del diritto internazionale.
La super-arma di cui gli USA sicuramente dispongono sono i media mondiali, che possono creare l’emergenza anche laddove non ci sia, oppure presentare una vera emergenza con i contorni adatti a far apparire le scelte statunitensi come le sole possibili per far fronte alla tragedia in atto. Dato che catastrofi naturali non mancano mai, ne deriva la legittimazione di un colonialismo “umanitario”, il quale in sé non rappresenterebbe una novità, poiché da sempre il colonialismo ha accampato pretesti umanitari, spacciandosi per “aiuto” o “civilizzazione” di popoli barbari.
Nella propaganda dei media appare poi particolarmente sospetta l’insistenza sulla miseria degli Haitiani, come se due secoli di ingerenze, aggressioni e massacri da parte statunitense fossero stati dettati unicamente dal pio desiderio di soccorrere dei bisognosi. In realtà nessuno è così povero da non poter essere ancora derubato.
In effetti Haiti risulta interessante per il colonialismo statunitense sia per le sue risorse di materie prime (scienziati francesi vi hanno anche scoperto recentemente giacimenti di petrolio, e ciò spiega perché della missione "umanitaria" italiana faccia parte anche l'ENI), sia per la sua posizione geografica strategica sul piano militare e commerciale, sia per la sua riserva di manodopera a costo quasi zero. I predecessori di Obama, Bush e Clinton, non hanno mai allentato la morsa su Haiti, ed hanno sempre posto come condizione per il ritorno del Paese alla “normalità democratica” la consueta ondata di privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali. Il presidente haitiano Aristide, inviso alle multinazionali, dovette svolgere il suo mandato tra l'ostilità degli organismi finanziari internazionali, ed anche dei media "progressisti" del sedicente Occidente, che gli rimproveravano di non essere sufficientemente puro e immacolato da risultare "degno" di opporsi alle aggressioni statunitensi (come se per opporsi alle rapine occorresse una patente rilasciata dal rapinatore); così i media "progressisti" hanno plaudito al colpo di Stato che ha cacciato definitivamente Aristide nel 2004.
La povertà non è uno spiacevole effetto collaterale del sistema affaristico, ma costituisce, al contrario, il fondamento di tutto il sistema. Il filosofo anglo-olandese Bernard de Mandeville, vissuto tra il ‘600 ed il ‘700, affermava che per gli affari i poveri sono la principale risorsa, la materia prima basilare, perché è più facile derubare i poveri che i ricchi, e perché li si può costringere più agevolmente a condizioni di lavoro umilianti e sottopagate: “La fame è una piaga spaventosa, senza dubbio, ma chi può prosperare e digerire senza di essa?” (La Favola delle Api).
Per quanto avvolte di retorica autocelebrativa, le tesi di Mandeville erano però troppo esplicite e rischiavano di aprire gli occhi alle vittime del sistema degli affari. Dalla seconda metà del ‘700, con il filosofo scozzese Adam Smith, la propaganda affaristica - o sedicente scienza economica - ha scelto perciò una strada diversa, più sottile e insinuante, ed invece di limitarsi a celebrare l’esistente, ha confezionato, ad uso delle vittime dell’affarismo, il mito di un “mercato” governato saggiamente da una “mano invisibile”. La dottrina esoterica della “mano invisibile” aveva lo scopo di confondere le idee alle vittime dell’affarismo, e di convincerle che sarebbero potute accedere ai vantaggi del paradiso del “mercato”, se solo avessero abbassato le difese e si fossero aperte fiduciosamente all’aggressione del colonialismo.
Nasceva così l’utopia del cosiddetto “capitalismo”, uno slogan fumoso e contraddittorio, che conferiva alle rapine affaristiche la dimensione impersonale di una ineluttabile legge dell’economia. Il termine "mercato" è così radicato nell'immaginazione delle persone, che oggi queste davvero credono che i rapporti affaristici internazionali siano regolati dalla compravendita, quando invece sono ancora la pirateria ed il saccheggio la prassi abituale delle multinazionali in molti Paesi, come il Congo, ed ora, di nuovo, anche ad Haiti. Quando però la propaganda non basta, e le vittime di turno non si lasciano convincere dei vantaggi di un “libero mercato” inesistente e mai esistito, ecco che allora si torna alle aggressioni militari in grande stile, sempre con il pretesto di grandi e nobili ideali, ma sempre con lo scopo preciso di derubare gli affamati.
Un proverbio cinese, che fu reso famoso da Mao Tse Tung, dice: “Se qualcuno ha fame, non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare”. Ma probabilmente il proverbio sarebbe più realistico se consigliasse di insegnare all’affamato come non farsi fregare il pesce.
Comidad
http://www.reportonline.it/
La crisi di regime e l’assalto alla Costituzione
di Stefano Rodotà, "la Repubblica", 22 gennaio 2010
È bene chiamare le cose con il loro nome: stiamo vivendo una crisi di regime. Dalla quale si esce con una rifondazione della Repubblica secondo una lettura dinamica dei principi della Costituzione o, al contrario, abbandonando quei principi, con una rottura che porta, appunto, a un mutamento di regime. Negli ultimi tempi, infatti, si sono moltiplicate le dichiarazioni di chi esplicitamente sostiene la necessità di mutare i fondamenti della Costituzione, a cominciare dal suo articolo 1. Non bisogna sottovalutare questi atteggiamenti, considerandoli esuberanze personali: si commetterebbe lo stesso errore fatto quando si è derubricato il linguaggio razzista di molti politici a folklore.
Ma vi sono anche prese di posizioni apparentemente più moderate, che prospettano aggiramenti dei principi costituzionali che possono rivelarsi ancor più insidiosi degli attacchi diretti. Molti continuano a dire che la prima parte della Costituzione non si tocca, che principi e diritti fondamentali non sono in discussione. Ma la Costituzione affida la garanzia dei diritti alla libera valutazione del Parlamento e al controllo di una magistratura indipendente. Nel momento in cui la voce del Parlamento viene spenta (lo abbiamo visto con il processo breve) e si prospettano radicali riforme costituzionali della magistratura, ecco che l´apparenza è quella di un rispetto della prima parte della Costituzione, la sostanza è quella di una sua erosione. La riforma costituzionale è già in atto, nel modo più inquietante.
Parlando di modifiche costituzionali, bisogna partire da alcuni punti fermi. Il primo dei quali riguarda il fatto che la Costituzione non è tutta "disponibile" per qualsiasi scorreria di interessati riformatori. Nel 1988 la Corte costituzionale lo ha detto esplicitamente: «La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali», perché «appartengono all´essenza dei valori sui quali si fonda la Costituzione». Siamo di fronte all´indecidibile, a un limite che non può essere superato «neanche dalla maggioranza e neanche dall´unanimità dei consociati». Una considerazione, questa, da tenere ben presente in un tempo in cui l´appello alla maggioranza viene continuamente adoperato per legittimare qualsiasi iniziativa. E si deve aggiungere che tutto questo trova il suo fondamento profondo nell´articolo 139 della Costituzione, dove si stabilisce che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Questo non vuol solo dire, banalmente, che non si ammette il ritorno ad un regime monarchico. Poiché la forma repubblicana del nostro Stato risulta dall´insieme dei principi contenuti nella Costituzione, tutto quel che altera questo quadro porta con sé una violazione radicale della Costituzione, e un conseguente passaggio da regime politico ad un altro.
Intraprendendo un cammino di riforma in un clima culturale e politico degradato com´è quello attuale, bisogna anzitutto individuare gli ambiti legittimi di una eventuale revisione. Gli studiosi sottolineano proprio questa necessità, ricordando ad esempio che la riforma del Parlamento non può trasformare la nostra Repubblica da parlamentare in presidenziale o negare l´effettiva rappresentatività della democrazia italiana (lo ha fatto Gianni Ferrara). Allo stesso modo, e più radicalmente, non si può mettere in discussione «il valore del lavoro come base della Repubblica democratica» (sono parole del Presidente della Repubblica), perché questa non è una affermazione a sé stante, ma individua un principio sul quale s´innesta una tutela forte della persona, per quanto riguarda la sua «esistenza libera e dignitosa» (articolo 36) e l´inviolabilità della sicurezza, della libertà e della dignità umana. Queste sono parole dell´articolo 41, che in questi fondamentali principi individua un limite all´iniziativa economica privata, limite da tempo ritenuto inaccettabile da una critica che vuole sovvertire la gerarchia costituzionale, mettendo mercato e concorrenza al posto del lavoro. Ma proprio le drammatiche vicende di Rosarno dovrebbero dimostrare la straordinaria attualità della linea indicata da quell´articolo. Infatti siamo di fronte a una impressionante storia di sfruttamento e di negazione dell´umano, che conferma la necessità di mantenere, e eventualmente di rafforzare, il principio che fa prevalere sulle ragioni del mercato il rispetto della persona del lavoratore, della sua libertà, dignità, sicurezza.
Continue, poi, sono le prese di posizione che, alterando la gerarchia costituzionale, negano il fondamentale principio di eguaglianza. Di nuovo la questione degli immigrati è un buon terreno di verifica. Molti giudici hanno sollevato la questione di legittimità delle nuove norme sull´immigrazione clandestina. Reagendo a questa iniziativa, si è sostenuto che, qualora la Corte le dichiarasse incostituzionali, si avrebbe una sorte di estinzione della Repubblica italiana come Stato, poiché essa perderebbe una prerogativa fondante della statualità, cioè il diritto di regolare quel che avviene sul proprio territorio. Questo atteggiamento è rappresentativo della revisione "strisciante" della Costituzione. Ricordiamo, allora, che il Presidente della Repubblica, in una lettera a Maroni e Alfano nello stesso giorno in cui emanava la legge sulla sicurezza, esprimeva «perplessità e preoccupazione» per alcune norme di «dubbia coerenza con i principi dell´ordinamento», riferendosi specificamente anche alle norme sull´immigrazione clandestina. Le eccezioni di costituzionalità avanzate dai magistrati riguardano la ragionevolezza di quelle norme e il loro rispetto del principio di eguaglianza. La cittadinanza, infatti, è ormai vista come l´insieme dei diritti che accompagnano la persona quale che sia il luogo del mondo in cui si trova, superando proprio le angustie del criterio della territorialità. Non si può ammettere quindi, che una repubblica democratica neghi il principio di eguaglianza e il rispetto dei diritti fondamentali in relazione al modo in cui si è entrati sul suo territorio.
Esplicite o striscianti, dunque, sono molte le mosse che incitano a revisioni costituzionali che incidono sui principi, fornendo così la testimonianza di un cambiamento di regime che si vuole imporre, o almeno secondare. Quanto, poi, al presunto invecchiamento d´una Costituzione votata sessant´anni fa, vorrei ricordare una recentissima sentenza del Conseil Constitutionnel francese, che ha dichiarato incostituzionale una legge per la sua scarsa comprensibilità (quante leggi italiane reggerebbero a un simile controllo?) richiamando gli articoli 4, 5, 6 e 16 della Dichiarazione dei diritti dell´uomo e del cittadino del 1789.
L´obbligo di una esplicita riflessione culturale e politica sugli intoccabili fondamenti costituzionali è oggi ancor più ineludibile perché siamo di fronte a quello che si può definire un vero "risveglio costituzionale". Molti cittadini cercano e realizzano forme di organizzazione e di azione partendo appunto dalla Costituzione. Questo riconoscimento ci parla di vitalità della Costituzione, quella che ha nel sentire dei cittadini il suo più solido fondamento. Qui può radicarsi una vera opposizione al mutamento di regime. Vogliamo tenerne conto?
(22 gennaio 2010)
http://temi.repubblica.it/micromega-online/
LA VOCE GROSSA DELL' UE CONTRO LA GRECIA ...
NASCONDE IL DESTINO SEGNATO DELL' EURO
FONTE: MOVISOL. ORG
Il modo in cui l'Unione Europea sta gestendo la crisi finanziaria greca ricorda la dinamica di un'automobile che finisce sul ghiaccio. Una volta iniziato a slittare, qualsiasi cosa faccia il guidatore, col volante, l'acceleratore o il freno, accelererà o aggraverà l'unico esito possibile del testacoda: uno schianto. E così l'UE, minacciando la Grecia di multe, negando gli aiuti finanziari ed esigendo un'austerità feroce, peggiora la crisi e incoraggia l'esito che teme maggiormente: un'insolvenza sovrana che porterà allo sfascio del sistema dell'Euro.
Quando Fitch ha declassato il debito greco a BBB+, segnalando la possibilità di un'insolvenza sovrana, gli investitori internazionali hanno iniziato a vendere titoli greci, scatenando le scommesse al ribasso degli hedge funds. Poi, il presidente della BCE Jean-Claude Trichet ha fatto la voce grossa, dichiarando che la Grecia non deve attendersi alcun trattamento speciale, così provocando un'altra caduta dei titoli greci. Il tutto si risolve in un aumento dei costi di rifinanziamento, aumentando la difficoltà di ridurre il deficit. Mentre Trichet chiede tagli brutali della spesa sociale e la Commissione UE accusa il governo greco di ostacolare una verifica dei conti pubblici, un team del governo tedesco è alacremente alla ricerca di una scappatoia giuridica che permetta un salvataggio della Grecia.
Come ha dichiarato Marco Annunziata di Unicredit, l'UE sta giocando al rialzo, esercitando enormi pressioni sulla Grecia per operare i tagli al bilancio, mentre allo stesso tempo sta preparando un salvataggio in caso di emergenza.
Il Presidente del Movimento Solidarietà tedesco (BüSo), Helga Zepp LaRouche, ha descritto il dilemma dell'UE il 16 gennaio: "Se l'UE non concede aiuti alla Grecia, questa potrebbe dichiarare insolvenza e uscire dall'UME". Reintroducendo una moneta nazionale, la Grecia guadagnerebbe spazio di manovra, perlomeno a breve termine. Ma un'uscita della Grecia dall'Eurozona avrebbe conseguenze devastanti per l'Euro, aumentando drammaticamente i costi di finanziamento degli altri paesi ad alto debito, come la Spagna, il Portogallo, l'Irlanda e l'Italia. Prima o poi altri seguirebbero la Grecia, segnando la fine della moneta unica.
D'altro canto, "se l'UE o il governo tedesco trovano un modo per dare aiuti finanziari alla Grecia, ciò segnerà un precedente e gli altri paesi ad alto debito chiederanno lo stesso trattamento. Non è dato sapere quanto il contribuente tedesco sia disposto a sopportare".
Il pericolo di uno sgretolamento dell'Euro ha spinto la Banca Centrale Europea a commissionare uno studio sulle conseguenze legali della decisione di un membro singolo dell'UE di uscire dall'Euro. Questo studio, visionato dal Telegraph, è un esempio magistrale di come funzioni il sistema giuridico neofeudale dell'UE. Esso sostiene che se uno stato abbandona l'Euro sarà automaticamente espulso dall'UE.
"L'autore", scrive il Telegraph del 18 gennaio, "fa una serie di affermazioni contorte, gesuitiche e maligne, come fanno spesso i legali dell'UE". Mezzo secolo di unione sempre più stretta avrebbe creato un "nuovo ordine giuridico" che trascende un "concetto di sovranità largamente obsoleto" e impone una "limitazione permanente" sui diritti degli stati. L'autore sostiene che l'uscita dall'eurozona comporta l'espulsione dall'Unione Europea. Tutti i membri dell'UE devono far parte dell'Unione Monetaria, tranne la Gran Bretagna e la Danimarca che hanno ottenuto i cosiddetti "opt-out".
Sono argomenti ovviamente mirati all'opinione pubblica greca, per convincerla ad accettare sacrifici incredibili per restare nell'UE, dove la Grecia è ricevitore netto. Però la loro efficacia è dubbia, specialmente alla luce del fatto che i sacrifici richiesti peggioreranno le cose.
"Se la Grecia e altri paesi ad alto debito", scrive Helga Zepp LaRouche, "sono costretti a fare i tagli e allo stesso tempo a onorare i debiti, ciò accelererà il loro declino. Dal punto di vista della Tripla Curva di Lyndon LaRouche, ciò condurrebbe ad un'ulteriore, drammatica caduta dei valori che hanno a che fare con la produzione fisica, con l'occupazione e le capacità industriali e agricole. Allo stesso tempo, la curva che descrive la crescita dei titoli monetari si impennerebbe ulteriormente verso l'alto, accelerando un'esplosione di iperinflazione come nella Germania del 1923".
Helga Zepp LaRouche ricorda che ella fu tra coloro che fin dall'inizio si opposero all'abbandono della sovranità monetaria e al ricatto imposto sulla Germania per la riunificazione nel 1989. Tra le conseguenze di quell'accordo, non solo la Germania è stata costretta a finanziare "obliquamente" tutti gli altri membri dell'UE, tramite la moneta unica, ma anche ad adottare l'ideologia verde anti-scientifica imposta dall'Unione Europea. "Se l'attuale politica UE non viene sostituita con una politica industriale ragionevole, orientata alla scienza", ad esempio abbandonando la fobia anti-nucleare, le nazioni atlantiche "saranno popolate da cavernicoli", mentre le nazioni del Pacifico, che oggi applicano "quelli che una volta erano i valori delle nazioni industriali europee", si svilupperanno e plasmeranno il XXI secolo.
La presidentessa del BüSo chiede di "tornare all'Europa pre-Maastricht, o meglio ancora, all'Europa delle Patrie, delle repubbliche sovrane", e di "reintrodurre un sistema di cambi stabili, che è comunque necessario". "Solo se l'attuale sistema in bancarotta irreversibile verrà sostituito da un sistema di credito e se verrà ricostruita l'economia fisica, le nazioni europee avranno la possibilità di riprendere il destino nelle proprie mani. Si ascoltino, ora, le soluzioni offerte da coloro che hanno avuto ragione con i loro avvertimenti".
Fonte: www.movisol.org
Link: http://www.movisol.org/10news017.htm
21.01.2010
Lo spettro di Katrina
http://www.youtube.com/user/luogocomune
Bisogna fare sempre più fatica per non pensare che il terremoto di Haiti sia soltanto una cinica e crudele ripetizione di Katrina.
Anche qui, come già era successo a New Orleans 5 anni fa, stanno succedendo cose apparentemente inspiegabili, che purtroppo una spiegazione l'avrebbero: la mancata volontà, intenzionale e programmata, di portare i soccorsi alle decine di migliaia di disperati che stanno letteralmente morendo di fame, di sete, di infezione e di malattie nelle strade della città.
Dopo che generosamente gli Stati Uniti si sono assunti il compito di gestire e coordinare i soccorsi internazionali, appare sempre più evidente che il loro intento nell'isola dei Caraibi sia di tutto meno che umanitario.
Una volta preso il controllo dello spazio aereo, ...
... sono infatti i militari americani, e non più le autorità locali, a decidere chi atterra a Port-au-Prince e chi no. Accade così che siano già arrivati sull'isola migliaia di Marines e forze speciali, con armamenti, elicotteri e blindati di ogni tipo, mentre molti voli internazionali, pieni zeppi di provviste, acqua e medicinali, sono stati respinti e dirottati altrove.
E quelli che vengono fatti atterrare rimangono parcheggiati sulle piste, senza che le provviste e i medicinali riescano ad uscire dal recinto dell'aeroporto.
E così, mentre un intero ospedale da campo "gonfiabile" è stato dirottato su Santo Domingo, i medici di Haiti sono costretti a comperare seghe da falegname per amputare gli arti in cancrena dei più sfortunati. Ai quali non hanno nemmeno più la morfina da dare.
La città è ormai trasformata in lazzaretto, medici e infermieri di tutte le nazioni si lamentano indignati per la completa mancanza di volontà di aiutare la gente che muore, mentre quelli che hanno ancora la forza per farlo urlano di rabbia di fronte alle telecamere: non vogliamo i fucili – dicono - haiti non ha bisogno di strumenti di morte, vogliamo solo cibo acqua e medicine. Ma i militari dicono di essere venuti per mantenere l’ordine pubblico, non per aiutare i malati.
Poi però, curiosamente, non c'è nessuno ad impedire i continui saccheggi. Come a New Orleans.
Sono troppe, infatti, le similitudini con Katrina per pensare che questa nuova tragedia possa essere frutto della semplice disorganizzazione, ma non abbiamo purtroppo elementi per fare ipotesi alternative: da tempo ormai i giornalisti hanno smesso di fare il loro mestiere, e non ce n’è più uno che indaghi, uno che voglia andare a fondo, uno che cerchi veramente di capire cosa succede. Si limitano tutti a farci vedere gli haitiani morenti, riempiendo di frasi di circostanza ore e ore di telegiornali stucchevoli ed inutili.
Non ci resta quindi che trarre le deduzioni dai pochi elementi che abbiamo a disposizione: di fatto sappiamo che si è trattato di un terremoto quasi "chirurgico", che ha colpito a morte il cuore nero e povero della città, mentre ha curiosamente risparmiato la zona della collina, dove vivono i ricchi e i benestanti.
Di fatto assistiamo ad una militarizzazione chiaramente non necessaria dal punto di vista dei soccorsi, e non fatichiamo ad immaginare che i soldati americani faranno tanta fatica ad andarsene dall'isola quanto poca ne hanno fatto per arrivarci.
Sappiamo anche che due più due ha sempre fatto quattro, e l'unica cosa che possiamo augurarci, a questo punto, è che almeno questa volta non sia così. Colpisce però in modo particolare la frase di un imprenditore locale riportata dal Corriere: «Forse questo disastro, per quanto doloroso, era l’unico modo per dare ad Haiti un futuro. Ora è tabula rasa: c’è una chance di ripartire».
Anche di New Orleans dicevano così.
Massimo Mazzucco
VEDI ANCHE : Il segno profondo di Katrina
[…] Qualcosa si deve essere rotto, nell'anima del cittadino americano, che ha provocato uno sconforto, un disagio, se non in certi casi una vera e propria repulsione, per la palese mancanza di volontà di aiutare i disperati di New Orleans da parte del governo federale. Talmente evidente è stata questa mancanza di volontà, che fra molti americani si è ormai affermata la convinzione che tutto ciò sia stato intenzionale, se non addirittura premeditato. […]
http://www.luogocomune.net/site/modules/news/
Firmiamo contro la Protezione Civile Spa
Giovedì 21 Gennaio 2010 3e32
Ci sono solamente due mesi di tempo per correre ai ripari e impedire la privatizzazione delle emergenze; per impedire che la Protezione Civile assuma definitivamente il controllo gestionale di tutte quelle aree italiane in cui si verifica un’emergenza (dalla catastrofe naturale al cantiere delle grandi opere). Il decreto legge del 30 dicembre 2009 stabilisce la costituzione della Protezione Civile Servizi SpA. Si afferma che ciò viene fatto per “garantire un risparmio di tempi e risorse negli interventi del Dipartimento”.
In verità, questo risulta essere uno dei tanti fenomeni di privatizzazione all’italiana. Si costituisce una SpA a capitale interamente pubblico che di fatto può agire da general contractor: si privatizza, così, la gestione delle emergenze (e, contestualmente, quella dei grandi eventi). Il progetto sottrae un importante settore dell’organizzazione statale al controllo democratico del Parlamento – sulla falsariga di quanto si sta consumando in merito alla “Servizi Difesa S.p.A” – e svuota le competenze in capo al Dipartimento. Ciò ha pesanti ripercussioni sui cittadini e sui lavoratori, trasformando il soccorso in un business.
La Protezione Civile Servizi SpA può:
- assumere partecipazioni
- detenere immobili
- esercitare ogni attività strumentale
- avere utili
La Presidenza del Consiglio dei Ministri è unico azionista della SpA e ne nomina il Consiglio d’Amministrazione. Il controllo della Corte dei Conti sulle spese è solamente successivo e la Protezione Civile Servizi SpA può agire in deroga alle leggi vigenti, secondo la logica commissariale dell’emergenza.
Compiti della SpA sono:
- funzioni strumentali
- gestione della flotta aerea
- gestione delle risorse tecnologiche
- direzione dei lavori
- vigilanza di interventi strutturali e infrastrutturali
- compiti non meglio specificati in tema di emergenza socio-economico-ambientale
- compiti non meglio specializzati in tema di grandi eventi
Il tutto avviene con Decreto Legge Governativo, senza il doveroso dibattito parlamentare. E’ evidente che questa privatizzazione dell’emergenza in atto sia contraria alle più elementari norme di vita democratica di un Paese civile. Ecco perché è necessario dire “No alla Protezione Civile Servizi SpA”.
Per saperne di più: DECRETO RIFIUTI e PROT. CIVILE
Firmiamo la petizione su PETIZIONI ON LINE
Alex Jones vs Rothschild
http://www.youtube.com/user/LaGrandeOpera
VOCI: AJ Alex Jones /BDMR David Meyer de Rothschild--
Duello in diretta tra Alex Jones e il Barone David Mayer de Rothschild. ---
Tema principale: il Cambiamento Climatico.
Una "Disfida" d'altri tempi...
o un incontro in stile "wrestling", di tutta apparenza?
Sub: Heimskringla
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