mercoledì 24 marzo 2010

Banca Etica, se i soldi non sono l'unico valore



















di Francesco Bevilacqua

Le banche sono il primo nemico del cittadino? Non tutte. Esistono degli istituti di credito la cui missione non è quella di aumentare i profitti e gli investimenti, bensì di fornire servizi finanziari a tutti, ispirandosi ai principi di etica, inclusività ed equità.

Avevamo annunciato qualche tempo fa che sarebbe stato approfondito da Terranauta il tema dell’economia etica, solidale e virtuosa, attraverso un percorso diretto verso due obiettivi: da un lato, dimostrare che gli strumenti economici sono neutri e da un uso corretto di essi possono derivare progetti, iniziative e proposte in grado di garantire reale benessere a tutta la comunità; dall’altro lato, l’intento è quello di fornire indicazioni pratiche, in modo che chiunque sia incuriosito da questi piccoli approfondimenti possa essere facilmente messo in condizione di praticare realmente l’alternativa.

Uno degli attori principali dell’economia di oggi è certamente la banca ed è innegabile che questi istituti – parliamo ovviamente di banche private e non di banche nazionali – abbiano generalmente una condotta quantomeno discutibile. Basta vedere i recenti avvenimenti in campo economico e finanziario nazionale e internazionale, che hanno avuto quasi sempre come protagonisti in negativo degli istituti bancari, dalla Lehmann Brothers al gruppo Unipol, dalla Northern Rock allo scandalo della Banca del Titano. È ovvio che in quei casi non è stata la banca in quanto tale a rendersi colpevole, quanto piuttosto gli individui che l’amministravano in modo scellerato, corrotto e fraudolento.
Esiste però un sistema bancario che, in quanto amministrato da persone che si ispirano a principi morali giusti e condivisibili, fornisce servizi analoghi a quelli degli istituti di credito tradizionali ma eliminando tutte le storture che conosciamo e che hanno portato la stragrande maggioranza di noi a diffidare di banche e bancari. Sto parlando della banca etica.
Una banca etica eroga tutti gli stessi servizi della banca tradizionale – mutui, finanziamenti, depositi, fondi d’investimento, home banking, servizi di pagamento e così via – ma lo fa a condizioni particolari. Ecco cosa recita l’articolo 5 dello statuto della Banca Popolare Etica al passo in cui si parla dei valori e dei principi a cui la banca si ispira:

- la finanza eticamente orientata è sensibile alle conseguenze non economiche delle azioni economiche;- il credito, in tutte le sue forme, è un diritto umano;
- l’efficienza e la sobrietà sono componenti della responsabilità etica;
- il profitto ottenuto dal possesso e scambio di denaro deve essere conseguenza di attività orientate al bene comune e deve essere equamente distribuito tra tutti i soggetti che concorrono alla sua realizzazione;
- la massima trasparenza di tutte le operazioni è un requisito fondante di qualunque attività di finanza etica;
- va favorita la partecipazione alle scelte dell’impresa, non solo da parte dei soci, ma anche dei risparmiatori;
- l’istituzione che accetta i principi della finanza etica orienta con tali criteri l’intera sua attività.
Inclusività, parità, solidarietà sono quindi criteri che sostituiscono le strategie di profitto e spesso di peculato cui normalmente fanno ricorso le banche. L’obiettivo è quello di rendere un settore spesso accessibile solo a pochi privilegiati – grandi investitori, gruppi finanziari, enti e fondazioni o comunque soggetti con ampie disponibilità di denaro – alla portata di tutti. I presiti erogati dalle banche etiche hanno infatti condizioni particolarmente favorevoli, come importi molto ridotti e tassi di interesse abbastanza bassi.
Gli investimenti seguono rigidamente criteri etici grazie all’ethical screening, una particolare analisi che assegna un rating, ovvero un punteggio, sulla base della moralità e della correttezza delle attività in cui si va a investire. Inoltre, l’investitore è consultato e reso partecipe dell’attività finanziaria, all’insegna di una trasparenza che contraddistingue tutte le fasi del rapporto banca-cliente, in modo diametralmente opposto rispetto a ciò che avviene nelle banche normali, che fanno leva proprio sull’ignoranza e sulla scarsa preparazione dei propri correntisti per guadagnare alle loro spalle.
Uno dei maggiori istituti di questo genere è la Banca Popolare Etica, nata nel 1998 in Veneto dopo un percorso durato quattro anni e inizialmente intrapreso da una serie di istituti e associazioni no profit. Oggi Banca Popolare Etica è una realtà consolidata e organizzata, che supplisce alla scarsa capillarità delle filiali sul territorio attraverso l’efficiente servizio dei banchieri ambulanti. La sua validità e soprattutto la solidità sono provati dai dati del bilancio 2009, che parla di sensibili aumenti in tutte le voci, un patrimonio gestito di 317 milioni di euro e 11.000 clienti fissi.

Un altro esempio di banca etica è rappresentato da EtiCredito - Banca Etica Adriatica, anch’essa fortemente ispirata a principi di equità e moralità, tanto da adottare significative e importanti iniziative quali la proroga di sei mesi aggiuntivi rispetto ai dodici previsti dall’ABI per la sospensione del pagamento delle rate dei mutui abitativi previsti dal Piano Famiglia, oppure la coraggiosa decisione di rifiutare i capitali rientranti dallo scudo fiscale.

Vi è poi Etimos, un istituto di credito che ha come missione quella di garantire “l’accesso al credito, sotto forma di mutui, linee di credito, prefinanziamenti e capitale di rischio a più di un centinaio di organizzazioni, che altrimenti ne rimarrebbero escluse”; in pratica, raccogliere fondi dal ricco nord e dirottarli verso il sud del mondo, dove servono di più.
A livello europeo, è da segnalare l’importante esempio della FEBEA, la Federazione Europea delle Banche Etiche ed Alternative. Nata in Belgio nel 2001, conta oggi 24 istituzioni finanziarie associate, provenienti da 13 paesi, tutte firmatarie della Charte de la FEBEA, una convenzione attraverso cui si impegnano a “operare per mettere l'economia al servizio dell'uomo, per contribuire alla solidarietà, alla coesione sociale e allo sviluppo durevole, per rifiutare esclusivamente il rendimento finanziario nelle proprie attività e per favorire la realizzazione di iniziative ad alto valore innovativo dal punto di vista ambientale e sociale, impegnati soprattutto negli ambiti dell'impiego sociale, dello sviluppo sostenibile, della solidarietà internazionale e del commercio equo”. Nella stessa direzione si muove l’iniziativa intrapresa da Banca Popolare Etica, dalla francese Nef e dalla spagnola Fiare, che hanno firmato una Carta dei Valori che costituisce il primo passo verso la fondazione di una Banca Etica Europea.

http://www.terranauta.it/

Cavie nucleari



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Emiliano Sabadello 

Nell'ultimo numero della rivista Internazionale (n.838 - 19/25 marzo 2010) si trova un'interessante inchiesta di Serge Enderlin un bravo giornalista svizzero sulla costruzione di una centrale nucleare in Finlandia, la prima di nuova costruzione in Europa dopo Chernobyl.


La centrale nucleare, la terza ad Olkiluoto, costruita dalla francese Areva, una formula uno nel suo campo, è la stessa società che vuole entrare in Italia per intenderci, ha intrapreso l'impresa apparentemente secondo tutti i crismi della grande impresa.

Ma ad uno sguardo più attento, si vedono moltissimi scricchiolii, che hanno indotto alcuni ingegneri finlandesi a pensare che Areva stia in realtà trattando l'impianto come un work in progress e i cittadini della zona e i lavoratori come cavie.
Una moltitudine di lavoratori sono stati presi nelle vicine Polonia e Lituania, perchè ovviamente costano meno, e si sono trovati a lavorare la mattina dopo al loro arrivo, senza conoscenze pregresse o corsi di formazione.

E, nonostante questo, i costi di produzione stanno lievitando e c'è chi dice che arriveranno quasi a raddoppiare, con la conclusione che il surplus dovranno sorbirselo i cittadini finlandesi sulla loro bolletta dell'elettricità, in barba al luogo comune che vuole che con il nucleare si possa arrivare ad un abbattimento dei costi per i cittadini.
Ma non sono questi gli aspetti che ci possono interessare in questa sede. L'articolo è molto ben scritto e pieno di informazioni interessanti e sarebbe stucchevole riassumerlo.
Ciò che invece possiamo rimarcare, è riassumibile in sostanza in tre punti: a) Uranio, b) età e c) immedesimazione. A) L'Uranio. Secondo alcune stime fatte direttamente dal centro visite della centrale nucleare di Olkiluoto, AL RITMO ATTUALE DI ESTRAZIONE DELL'URANIO, resterebbero altri 50 anni di estrazione.
Il che vuole dire NULLA.
Le estrazioni dal sottosuolo hanno il brutto vizio di costare sempre di più con il procedere del tempo, e questi costi in salita in modo esponenziale portano inevitabilmente a guerre (Iraq, Afghanistan) o a spostamento di equilibri (economia e criminalità organizzata). Perciò, l'energia nucleare NON è un'energia rinnovabile, perchè del tutto assimilabile al petrolio.
B) E questo ci porta all'età.
Ci sono manager, politici e consiglieri che stanno decidendo il nostro futuro, un futuro che loro non vedranno mai. Prendiamo ad esempio Berlusconi: quante possibilità ha di vedere la prima centrale nucleare funzionante in Italia?
Poche senza la clonazione e ancora meno ne ha di arrivare oltre il 2100, cioè quando dovrebbe essere spenta sempre la prima centrale nucleare italiana. Perché devono decidere del nostro futuro e di quello di chi ancora deve nascere, persone così avanti negli anni?
C) Possiamo immedesimarci nella situazione della centrale nucleare in costruzione in Finlandia, riportando i più di mille difetti che Greenpeace ha contato tra difetti di costruzione e falle nella sicurezza del cantiere. Possiamo pensare alla qualità che sarà pretesa da chi lavorerà nelle centrali nucleari italiane, una qualità che sarà senz'altro tenuta in grande conto dal nostro sistema clientelare e di raccomandazioni. Possiamo pensare alla trasparenza con la quale saranno trattate le fasi dei lavori e con la quale saranno accolti giornalisti tipo il nostro Serge Enderlin.
Sarà la nuova calata dei francesi, ma stavolta con il beneplacito dei lombardi e dei siciliani che contano.

Il santo desaparecido



















Oscar Romero fu ucciso il 24 marzo del 1980. nel 2003 iniziò la cuasa di beatificazione, ma a oggi non si hanno più notizie.

Esattamente un anno fa, quando Mauricio Funes del Fronte di Liberazione Nazionale fu eletto presidente, dopo vent'anni di governo della destra Arena, nel suo discorso di insediamento citò il "suo maestro e guida spirituale monsignor Romero" suscitando applausi e lacrime. A trent'anni dalla morte, da quel 24 marzo 1980 in cui fu assassinato nella cappella di un piccolo ospedale per malati di cancro a San Salvador dal colpo di un sicario dell'esercito, la figura di questo mite sacerdote rimane scolpita nell'animo del popolo salvadoreño, così come il suo nome, insieme a quello di altre 25.000 vittime della guerra civile, nel granito nero del Monumento a la Memoria y la Verdad nel parco di Cuscatlán.
Quella di Monsignor Romero fu una morte annunciata: nel clima di oppressione e di ingiustizia sociale che si respirava in Salvador alla fine degli anni Settanta, lui decise di schierarsi apertamente dalla parte del popolo, dei contadini, arrivando a concludere le sue messe domenicali con una specie di bollettino di guerra: il bilancio settimanale della repressione con il numero e l'identità dei contadini, degli operai, dei sindacalisti, degli studenti, degli insegnanti assassinati dagli squadroni della morte, da bande che agivano insieme con le forze armate e per conto della ristretta oligarchia nazionale di destra. Romero divenne dunque la "Voz de los que no tienen voz" la voce di un popolo che veniva massacrato (alla fine dei dodici anni di guerra civile, nel 1992, si contarono oltre 70.000 vittime) in nome della difesa di interessi egoistici. L'Arcivescovo non solo denunciò l'efferatezza dei corpi armati, ne fornì le prove, ma chiamò per nome uno dei suoi massimi ispiratori, il maggiore D'Aubuisson, fondatore del partito Alianza Repubblicana Nazionalista - Arena. Il potere reagì accusando l'arcivescovo di incitamento alla diserzione e alla rivolta. Fu minacciato di morte. Non era la prima volta. Nell'ultima messa di febbraio lesse sull'altare la lettera che aveva spedito al Presidente americano Carter: "La imploro, come cittadino del Salvador e come arcivescovo: proibisca l'invio di nuovi aiuti militari al governo del Salvador, armi mortali destinate a reprimere ancora più violentemente il popolo". Firmò la sua condanna a morte.
"Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo - scriveva qualche tempo prima - perché un popolo non lo si può ammazzare". E Romero vive. Vive nel cuore della sua gente. La sua effige è presente ovunque in Salvador: nelle chiese, nelle sedi dei sindacati, nelle scuole, nelle case, persino nei souvenirs. E per la prima volta in trent'anni le celebrazioni in suo onore faranno parte di un'agenda ufficiale del Governo: nel corso del mese di marzo saranno organizzate numerose manifestazioni culturali in tutto il paese: concorsi di pittura, concerti, dischi. Il 24 marzo sarà inaugurato un grande murales nell'aeroporto della capitale. E poi naturalmente pellegrinaggi, momenti di riflessione, congressi teologici in tutte le diocesi. La Conferenza episcopale di El Salvador ha chiesto in gennaio la "rapida conclusione" del processo di beatificazione dell'Arcivescovo Oscar Arnulfo Romero iniziato nel 2003. "Avremmo desiderato che in una data come questa potesse essere data la notizia gradita a tutti che monsignor Romero veniva dichiarato beato - ha detto l'Arcivescovo di San Salvador Josè Luis Escobar - ma non abbiamo alcuna notizia". Dunque Romero è un "Santo desaparecido". Per la Chiesa di Roma né beato, né martire.

Milena Nebbia

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Gli affari fanno acqua



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di Rosa Ana De Santis

La piazza del milione taroccato ha nascosto il corteo che sabato scorso in quelle stesse ore sfilava per difendere l’oro blu. In testa il profetico Padre Zanotelli, le numerose associazioni impegnate, fedeli di chiese cristiane e cittadini comuni. La Giornata mondiale dell’acqua rende ancora più gravi le scelte del nostro governo. Anche su questo la maggioranza ha deciso di andare avanti a colpi di fiducia, togliendo a una questione politica di così grande rilievo ogni dignità e ogni possibilità di approfondimento.
Il Parlamento messo all’angolo non può ragionare - se non a vuoto - su cosa questo comporterà nelle regioni in cui c’è un problema forte di accesso all’acqua, delle conseguenze nefaste per l’agricoltura, dell’iniquità fuori controllo dei canoni e delle tariffe regionali e, soprattutto, dell’immoralità su cui poggia la speculazione del profitto sulla risorsa primaria della vita. E’ ancora una volta l’Italia dei Valori ad alzare i toni e a reagire scomposta all’ennesima immoralità del governo.
Lo scenario internazionale spinge alla ricerca di nuove soluzioni. La scarsità di acqua è - e sarà sempre di più - il motore di nuovi conflitti. La scelta dell’Italia arriva inoltre in controtendenza con quella di molti altri Paesi Europei. La Francia, ad esempio, ha già deciso di tornare indietro sulla questione dell’acqua, riconoscendo il fallimento anche economico della scelta della privatizzazione. Prezzi da capogiro e cattive gestioni, che miglioravano solo in prossimità del rinnovo, hanno costretto molti comuni francesi a ritornare alla proprietà pubblica. La qualità certificata della risorsa idrica pubblica, grazie alla buona pubblicità, non è presa in considerazione, né considerata attendibile e l’Italia è arrivata così ad essere il terzo paese al mondo per consumo di acqua in bottiglia. Un prodotto tra tanti altri sul bancone del supermercato.
Il far west dei canoni sulle minerali - ad esempio - basta a preparaci al peggio su quello che potrà accadere quando nelle nostre case entreranno le Spa dell’acqua senza passare per le bottiglie di plastica. A parte il Veneto e il Lazio, infatti, Legambiente e Altreconomia denunciano tutte le altre Regioni italiane come inadempienti rispetto ai canoni previsti dalle linee guida nazionali. Una giungla normativa di cui le Istituzioni centrali sembrano curarsi davvero poco.
Segnala Bruxelles inoltre che i numeri dell’Italia sull’erogazione dell’acqua sono tutt’altro che positivi. Il sistema idrico ha gravissime falle, disperde enormi quantità d’acqua e il nostro Sud è sempre più assetato. L'Istituto nazionale di economia agraria - Inea - (controllato dal Ministero delle Politiche Agricole), studi alla mano parla di ammodernamento delle reti idriche e di educazione al risparmio come misure anti-siccità. Ma qualcuno, in quale altro angolo del Palazzo, ha altri piani.
Molte regioni dell’Europa del Sud ricorrono sempre di più a desalinizzare l’acqua del mare, denunciando una situazione climatica sempre più difficile da sostenere e un bisogno crescente. Un buon motivo per fare affari a quanto pare.
La Giornata mondiale dell’acqua ci consegna numeri neri. Un miliardo di persone oggi sul pianeta ha difficoltà nell’accesso all’acqua e, entro il 2030, una persona su tre vivrà in zone in cui scarseggerà. Ogni giorno 4.900 bambini muoiono per tutte le malattie connesse all’assenza di acqua potabile. Moltissimi Paesi, ad esempio il Kenya, hanno la mancanza di acqua in cima alla lista dei loro problemi; il business di chi potrebbe aiutarli, forse come ha fatto finora la Nestlè con il latte in polvere per tantissime donne africane mandate a morire di dissinteria, è facile immaginare. Un mercato diabolico che arriva a mettere i tentacoli sulla fonte della vita.
Sorella Acqua, umile e preziosa, come la celebrava Francesco d’Assisi, sembra non risvegliare nulla di quella mistica reverenza che ostenta vistosa il Presidente del Consiglio nel ringraziare il Papa per le parole dure - e in ritardo di anni -  contro i pedofili, ricambiando la cortesia con la radiazione di Busi. Un mercato della fede che fa audience e che dà la nausea. Mentre gli assetati sono già succulenti numeri a tanti zeri, al santo Padre rimane giusto il tempo di una preghiera.

http://www.altrenotizie.org

L’eurocrazia si prende l’arma. Per operazioni speciali














Di Solange Manfredi

«Aboliscono i Carabinieri», sussurra un maresciallo preoccupato. Per un inspiegato decreto eurocratico, non devono più esistere Polizie militari nei Paesi europei. Entro il 2011, se abbiamo capito qualcosa dell’ambiguo e silenzioso progetto, il nostro maresciallo preoccupato non sarà più «maresciallo» ma ispettore; l’appuntato diverrà «assistente», un brigadiere capo sarà sovrintendente, insomma saranno trasformati in agenti di polizia civili, senza stellette. Dipendenti degli Interni e non della Difesa. I Paesi che non aboliranno la loro Polizia militare andranno incontro a gravi sanzioni europee.

E tutto ciò, avviene nel più completo silenzio e senza la minima protesta. I Carabinieri sono, fra le istituzioni, quella che gode della maggiore e più costante fiducia dell’opinione pubblica; costantemente, i sondaggi mostrano che gli italiani lo sentono il corpo più sicuro, colonna storica della nazione: possibile che nessun politico o giornale sollevi la questione? Che tutti in silenzio accettino la cancellazione di un ente di così precisa identità, con due secoli di storia e tradizione militare? L’Arma ha da poco conquistato lo status di quarta forza armata (alla pari con l’Esercito, l’Aviazione , la Marina), ossia un’autonomia che gli alti ufficiali hanno fortemente voluto (e brigato, con la loro potenza ragguardevole presso la politica); è possibile che i generali adesso cedano quella autonomia ed autogoverno senza fiatare? Per quanto «usi a obbedir tacendo», la cosa appare strana.
La risposta si trova forse nel fatto che non tutti i carabinieri passeranno alla Polizia di Stato. Una parte del personale – soprattutto gli ufficiali – rimarrà nell’Arma, e manterrà le sole funzioni di polizia militare: non più però come corpo al servizio dell’Italia, ma come corpo sovrannazionale.
Confluendo in un nuovo leviatano eurocratico, denominato «Eurogendfor», orwelliana sigla per Forza di Gendarmeria europea. (http://www.eurogendfor.eu/)
Eurogendfor è nata in Olanda il 18 ottobre 2007 col «trattato di Velsen» (uno dei tanti trattati di cui i cittadini non sanno nulla), firmato dai Paesi che sono dotati di Polizie militari: Francia (Gendarmerie), Spagna (Guardia Civil), Portogallo (Guardia nacional) e Olanda (Marechaussée) e ovviamente, per l’Italia, i Carabinieri.
Eurogendfor è una super-polizia sovrannazionale. Cioè (articolo 5) «a disposizione della UE, dell’OSCE, della NATO o di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche». Una forza «pre-organizzata e dispiegabile in tempi rapidi» e capace «di eseguire tutti i compiti di polizia previsti nell’ambito delle operazioni di gestione delle crisi».
Quali crisi? Si allude cripticamente a quelle definite «nel quadro della dichiarazione di Petersberg». Così, ecco un altro trattato ignorato dai cittadini. Poche righe ufficiali avvertono che «Il Consiglio ministeriale della UEO, riunito a Petersberg, presso Bonn, approvò, il 19 giugno 1992, una Dichiarazione che individuava una serie di compiti, precedentemente attribuiti alla stessa UEO, da assegnare all’Unione Europea; le cosiddette ‘missioni di Petersberg’ sono le seguenti: missioni umanitarie o di evacuazione, missioni intese al mantenimento della pace, nonché le missioni costituite da forze di combattimento per la gestione di crisi, ivi comprese operazioni di ripristino della pace». (http://europa.eu/scadplus/glossary/petersberg_tasks_it.htm)
Ea UEO è un vecchio arnese dell’atlantismo bellico, sopravvissuto alla guerra fredda. Adesso scopriamo che parte dei suoi compiti sono stati assunti dalla UE. E che i Carabinieri fanno parte di una forza armata permanente per «interventi umanitari», «guerra al terrorismo» ed altre guerre senza fine e non dichiarate, come sono diventate d’attualità dopo la scomparsa del Nemico sovietico. Evidentemente, questi conflitti devono essere resi permanenti. I nuovi carabinieri de-nazionalizzati interverranno in tutto il mondo. Non è chiaro se interverranno anche per sedare «crisi» sociali in Europa, contro i loro stessi cittadini. Apparentemente sì: Eurogendfor potrà svolgere sul suolo italiano tutte le attività sopra descritte. Si aspettano chiarimenti.
La formazione del corpo militare eurocratico è già avanzata. A Gennaio, Maroni ha inviato (alla chetichella) osservatori in Francia per studiare le soluzini adottate da Sarkozy per la denazionalizzazione della Gendarmerie e la riduzione dei suoi membri di basso livello a poliziotti.
Uno degli aspetti inquietanti è la sede scelta per Eurogendfor: la caserma dei carabinieri «Generale Chinotto», che si trova a Vicenza. La stessa città dove è situata la più grande base militare statunitense in Italia, base che non è a disposizione della NATO ma soltanto del Pentagono, che vi mantiene un buon numero di testate nucleari.
Gli americani avranno voce in capitolo nell’ordinare le «missioni» per Eurogendfor? Viste le comprovate politiche subalterne dell’eurocrazia, il sospetto è lecito. Potrebbe chiarirlo la lettura accurata del trattato di Velsen: un trattato che non è dato leggere da nessuna parte. Non è stato allegato nemmeno alla proposta di legge della costituzione di Eurogendform per la parte italiana, presentata il 28 dicembre 2009. Vi è solo un riassunto del trattato, ad istruzione dei parlamentari che devono ratificarlo. E’ allegata anche la «dichiarazione d’intenti» firmata nel 2004, ma il trattato di Velsen (che consta di 47 articoli) no. Curioso.
E chi comanda su Eurogendfor? Un comitato interministeriale (orwellianamente CIMIN) con sede pure a Vicenza, composto dai rappresentanti ministeriali dei Paesi aderenti (per l’Italia, Difesa ed Esteri). Questo CIMIN esercita in esclusiva il «controllo politico» sulla nuova Polizia militare e decide di volta in volta le condizioni di ingaggio di Eurogendfor; e al Cimin solo Eurogendfor risponde. In altre parole, Eurogendfor non risponde ad alcun Parlamento, nè nazionale nè europeo.
E se già così la cosa appare di una gravità assoluta, (una forza di Polizia militare sovranazionale che non risponde delle proprie azioni ad alcun parlamento, ma solo ad un comitato interno) è leggendo il disegno di legge numero 3083 – A, passato al Senato (anche in questo caso nel più assordante silenzio) il 4 marzo 2010, che si coglie la assoluta pericolosità di tale struttura.
Infatti leggendo gli atti si scopre che la Eurogendfor (già assolutamente attiva e funzionante benché l’Italia ancora non abbia ratificato), SOSTITUENDO e/o rinforzando le forze di polizia aventi status civile, può compiere un ampio spettro di attività:
- garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico;
- eseguire compiti di polizia giudiziaria;
- monitorare la polizia locale nell’adempimento dei propri servizi
- compiere investigazioni criminali
- dirigere la pubblica sorveglianza
- regolamentare il traffico
- operare come Polizia di frontiera
- acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence
- proteggere la popolazione e la proprietà,
- ecc..
Ma ancora non basta, perché questa super Polizia sovranazionale gode anche di una sorta di totale immunità a livello internazionale. Infatti, leggendo il trattato si apprende che:
Articolo 21) i locali, edifici, archivi (anche informatici ed anche se non ivi presenti) appartenenti ad Eurogendfor sono inviolabili;
Articolo 22) le proprietà ed i capitali di Eurogendfor sono immuni da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria;
Articolo 23) tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possono essere intercettate;
Articolo 28) i Paesi firmatari rinunciano a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L’indennizzo non verrà richiesto neanche in caso di ferimento o decesso del personale di Eurogendfor;
Articolo 29) gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in uno specifico caso collegato all’adempimento del loro servizio.
E’ stata, in altri termini, creata una sorta di struttura militare sovranazionale che potrà operare in qualsiasi parte del mondo, sostituirsi alle forze di Polizia locali, agire nella più totale libertà (leggi immunità) e che, al termine dell’ingaggio, dovrà rispondere delle sue azioni al solo comitato interno.
Ora diventa forse più chiaro perché nessun vertice dell’Arma dei Carabinieri ha mosso alcuna obiezione alla legge di riforma che la vuole sotto le dirette dipendenze del ministero dell’Interno.
A finire sotto quel ministero saranno solo i sottufficiali e la truppa. Per gli ufficiali, l’Arma aumenta il suo potere: dovrà rispondere solo al CIMIN (ovvero a ufficiali e rappresentanti del ministero Esteri e Difesa); manterrà i suoi poteri in Italia e anzi nel mondo, e facendo parte dell’Eurogendfor, godendo di privilegi e immunità che prima non avevano, fino ad una totale immunità e insindacabilità. Lo status di cui già godono anche più inquietanti «istituzioni» europee, da Eurojust (procuratori d’accusa) e Europol, anch’essi insindacabili e persino sonosciuti ai cittadini europei – ammesso che siamo ancora cittadini.

http://paolofranceschetti.blogspot.com/2010/03/leurocrazia-si-prende-larma-per.html

Cosmos Episodio 11



http://www.youtube.com/user/KosmosLF

Episode 11: The Persistence of Memory

Contents:

1. Opening
Bits, the basic units of information
2. Intelligence
The diversity of life in the oceans
3. Whales
Whales and their songs
The disturbance of the whale communications network by humans
Whale hunting
4. Genes and DNA
DNA and the brain as libraries
5. The Brain
The structure of the human brain: brain stem, Paul McLean's Triune
Brain Model: reptilian brain, limbic system, cerebral cortex
The frontal lobes as critical in long-term planning
Neurons and connections between them, the two brain hemispheres, the
corpus callosum
6. The City
The evolution of cities and
7. Libraries
the history of libraries, .
8. Books
books and writing
9. Computers
The development of computers and satellites, the potential for global
collective intelligence
10. Other Brains
Intelligence on other worlds
11. Voyager
The Voyager Golden Record