giovedì 1 aprile 2010
L' impero Mediobanca-Generali, Geronzi e il bene comune
Giovedì 01 Aprile 2010 07:29 Roberto Cuda
Alla fine ce l’ha fatta. Dopo settimane di gossip finanziario e di smentite dello stesso interessato, Cesare Geronzi sarà il nuovo presidente del Gruppo Generali. Questo almeno ha deciso Mediobanca, principale azionista del colosso assicurativo.
Tralasciamo considerazioni sui giochi di potere, le relazioni personali, le simpatie e le antipatie che serpeggiano nei piani alti della finanza, di cui sono piene le pagine dei giornali. Va da sé che in quella posizione Geronzi saprà meglio difendersi dalla sue beghe giudiziarie, se per caso dovesse andare in porto la condanna per bancarotta nel crak Eurolat-Parmalat. Un’eventualità che avrebbe potuto spodestarlo dalla presidenza di Mediobanca, viste le stringenti norme bancarie in tema di requisiti di “onorabilità”.
Per le assicurazioni invece sarà il ministro Scajola a fissare tali criteri, ma guarda caso non prima di giugno, ossia dopo l’incoronazione di Cesare all’assemblea del Leone del 24 aprile prossimo. E anche qualora la legge dovesse stringere le maglie sui criteri, non avrà comunque effetti retroattivi. Anche perché il governo ha bisogno di un collegamento stabile con una delle maggiori cassaforti del paese, in vista delle “grandi opere”.
Pochi tuttavia hanno messo in luce il problema di fondo, tra i quali Repubblica. Ovvero l’enorme concentrazione di potere economico (e politico) che gravita intorno all’asse Mediobanca-Generali. Da vent’anni le stesse aziende e le stesse persone si spartiscono immense risorse. Lo spiegava l’Antitrust nel gennaio 2009: il 93% del settore assicurativo registra legami personali con altre imprese finanziarie. I signori Galateri di Genola, Caltagirone, Della Valle, Del Vecchio, Nagel, Ligresti, Tronchetti Provera, Benetton e la signora Marina Berlusconi, solo per fare qualche nome tra i consiglieri di Generali e Mediobanca, siedono nei consigli di amministrazione di decine di altre società, spesso intrecciate sul piano azionario. E in gioco non è solo la concorrenza: in un paese dove i due terzi del mercato sono appannaggio di una decina di gruppi viene intaccato il concetto stesso di democrazia.
Quindici o venti società hanno messo le mani – direttamente o indirettamente – su una ricchezza difficile perfino da calcolare, inimmaginabile prima dell’avvento del sistema “bancocentrico”. So che mi sto avventurando su un tema fuori moda, ma non è un segreto che la spartizione del potere e delle risorse continui ad essere il principio guida della finanza che conta. E non vedo cos’altro. I cambi di poltrone servono semmai a consolidare l’equilibrio raggiunto. Solo i più noti gruppi finanziari della galassia in questione, ossia Generali, Mediobanca, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Fondiaria Sai, Mediolanum e Mps, intrecciati tra loro in vario modo, gestiscono investimenti per 2.360 miliardi di euro, una cifra maggiore del Pil italiano (a quota 1.500 miliardi). Senza contare i gruppi industriali e immobiliari.
A gestire queste risorse – frutto dei risparmi degli italiani che aprono conti correnti, acquistano polizze o fondi di investimento - sono un pugno di top manager. Forse 50 o 60 persone alle dipendenze dei grandi azionisti, che hanno voce in capitolo nelle strategie di investimento e fanno shopping sui mercati mondiali di azioni, obbligazioni, terreni, immobili e intere società, influenzando le politiche economiche degli stati e i processi di privatizzazione in corso. In Europa orientale, in America latina e in Cina, ad esempio, Generali si sta accaparrando pezzi di previdenza pubblica approfittando dello smantellamento dei sistemi di welfare. Mai tanto potere è stato concentrato nelle mani di un’elite, che nessuno ha eletto e che non risponde a nessuno, se non ai pochi grandi azionisti che li nominano. Non conoscono le “esternalità” delle loro strategie, ossia le ricadute sociali dei loro investimenti, ma solo il rendimento.
Da questi meccanismi nasce ciò che Luciano Gallino chiama l’impresa “irresponsabile” e gli esempi si sprecano, dal sostegno alla produzione di armamenti al finanziamento del nucleare – attraverso il massiccio sostegno finanziario di Unicredit-Intesa alla triade Eni-Enel-Finmeccanica – fino alle grandi opere insostenibili e alla cementificazione del territorio, per non parlare del sostegno sistematico all’evasione fiscale attraverso la fitta rete di filiali offshore. La galassia Mediobanca-Generali è anche questo e, a differenza del periodico balletto tra poltrone, ci riguarda tutti.
Roberto Cuda
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Bersani sotto processo. Le sofferenze della sinistra
Giovedì 01 Aprile 2010 14:03 ROL
Bersani è già messo sotto processo all'interno del Pd mentre il Fatto riattacca: con questi dirigenti non vinceranno mai. A sinistra, Vendola spara a zero contro la forma-partito mentre in Rifondazione vorrebbero rifare l'alleanza con lui. A prevalere è la demoralizzazione, in attesa di qualche "fatto nuovo".
Come è d'obbligo, dopo elezioni andate male, i guai si addensano tutti sul lato del perdente. E quindi su Bersani. Il Fatto quotidiano gli dedica l'invettiva che fu di Nanni Moretti contro Fassino e Rutelli - «Con questi dirigenti non vinceremo mai» - e apre uno showdown a cui Bersani probabilmente resisterà ma non senza un certo logoramento. Anche perché, contemporaneamente, dall'interno del suo partito 49 senatori scrivono una lettera per chiedere «di cambiare passo». E se il segretario del Pd ha gioco facile a rispondere che «prima bisogna prenderlo, il passo», la notizia serve solo a capire come lo scontro interno al Pd è ormai in fase acuta. La minoranza rimprovera a Bersani di muoversi solo sul fronte della tattica e delle alleanze e di non provare a giocare in prima persona una pertita per l'egemonia nel paese. Insomma, un ritorno alla "vocazione maggioritaria" che tanti guai ha già portato ma che rimane la prospettiva di Veltroni, Franceschini o Fioroni. Anzi, Veltroni sembra voler dichiarare già fallita l'esperienza del Pd e rilanciare un nuovo contenitore che comprenda anche Vendola e probabilmente Di Pietro e che si guardi bene da alleanze con Casini: «Tanto quelli si alleerano con Berlusconi» dice l'ex segretario. Insomma, un gran guazzabuglio che mostra l'irrecuperabilità del Pd con buona pace degli appelli che gli muove, per l'ennesima volta, Valentino Parlato sul manifesto chiedendo “almeno un sussulto" mentre invece c'è da organizzare una dura battaglia contro un governo che si appresta a fare riforme più o meno infami. A parte la giustizia, dove si prepara lo sdoppiamento del Csm, in campo fiscale di parla di passare da un'imposizione basata sulle persone (Irpef) a una basata sulle cose (Iva). Cioè imposta indiretta che vuol dire colpire lavoratori e ceti popolari e lasciare intonsi i più ricchi. E in un paese dove la metà dei contribuenti dichiara solo fino a 15 mila euro annui, sarebbe un disastro sociale.
Sul fronte della sinistra, intanto, si celebra la disfatta. Mentre Sinistra e Libertà si raccoglie attorno a Vendola chiedendosi però quale dovrà essere il suo futuro - il presidente pugliese oggi sul Corriere della Sera fa un duro attacco alla forma partito immaginata come cosa morta - nella Federazione della Sinistra ci si leccano le ferite. Sui vari blog - vedi quello di Claudio Grassi oppure quello della stessa Federazione - la delusione è trasparente e cocente e la risposta sembra essere quella di un rilancio dell'unità con l'altro spezzone della sinistra provando a cumulare i due elettorati. E' probabile che andrà così, provando a risolvere sul piano degli apparati e del politicismo senza capire le ragioni strutturali del problema. Intanto i disagi si fanno sentire in modo palpabile: l'ex consigliere regionale lombardo - non rieletto per mancanza di quorum - Luciano Muhlbauer apre l’autocritica del partito a Milano parlando di un «fatto nuovo» nella sinistra, il giorno dopo, sono in molti a scoprire che il voto ai "Grillini" è un voto di sinistra, spesso di movimento, come in Val di Susa.
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